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	<title>The Walwian Media Journal &#187; a new decade</title>
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		<title>2000-2009</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Dec 2009 17:15:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luca</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ci sono voluti dieci anni, ma ne è valsa la pena. A New Decade To You, L.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong><span style="font-family: Times;"><em><br />
2000-2009</em></span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-family: Times;"><br />
</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Ci sono voluti dieci anni, ma ne è valsa la pena. Dieci anni di pettinature che sono durate il tempo esatto di farsele crescere, per risultare irrimediabilmente già vecchie. I cappelli da camionista e quelli hip hop, le barbe e le frangette. Le pettinature shakespeariane rivisitate in chiave post-mod e le creste per famiglie. Due Vietnam al prezzo di uno e una assicurazione per la vita: quando saremo vecchi, avremmo qualcosa da raccontare ai nipoti. Le Torri Gemelle, il “cosa stavi facendo quando”, la morte di Michael Jackson, la Crisi, il Re Nero Obama, i G8 (tante piccole Yalta). Le nostre storie, da vecchi, saranno di profilo altissimo, ce la battiamo con gli anziani rincoglioniti di qualsiasi generazione, in barba alla “Fine della Storia” che preannunciava il “Nuovo Secolo Americano”. L’India, la Cina e dieci anni che ti hanno cavato da un’epoca personale fin sulla sua fine, che sia youth o maturità, non importa. Abbiamo scoperto cosa è un decennio, cosa vuol dire riempirlo, attraversarlo, esserne marchiati, aspettare che finisca seduti sul bordo. Sulla scrivania, trovano posto, contemporaneamente, e senza alcun costrutto, un berretto a bustina del vecchio esercito russo, una mazzo di carte da poker dell’FBI con le facce dei ricercati iraqeni (Saddam è l’asso di picche, se ve lo stavate chiedendo), una bussola e una copia di France Football, che vagheggia la rinascita dell’Olimpique di Marsiglia. Una giacca costosa, indumenti da quattro soldi, ed un manuale di qualcosa. <em>Tutta roba che dovrebbe stare dentro un cassonetto, ora</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.walwian.com/wp-content/uploads/2009/12/publication11.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1481" title="tiriamo le sommatorie" src="http://www.walwian.com/wp-content/uploads/2009/12/publication11.jpg?w=300" alt="" width="300" height="212" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Un tizio con una spiccata attitudine all’arrampicarsi in posti, parlando dalla televisione, introduce un paio di concetti interessanti. “Esposizione” e “Difficoltà”.  Se uno guarda indietro per dieci anni, non si chiede cosa sia successo. Lo sanno tutti, cosa è successo. La domanda è:  “<em>cosa è vero, cosa è falso?</em>”. Come sempre? Certe volte è più “sempre” di altre volte. E questa è una di quelle.</p>
<p style="text-align: justify;">“Esposizione”. Attraversare un deserto, o la tundra, non è tecnicamente complicato. Si tratta di camminare, disidradatarsi. Ma si è esposti ed isolati. Senza protezioni, senza una minima infrastruttura (di rapporti, per la comunicazione, per spostarsi) che sorreggano nel momento della difficoltà. Mi chiedo, mediaticamente parlando, chi sia stato, in questa decade, davvero esposto, davvero isolato. La risposta è nessuno. Forse. Quando John Lennon uscì dai Beatles, era esposto. Era esposto Burroughs. Quando Mohammed Alì disertò l’esercito americano, era esposto. Erano esposti Primo Levi (e non solo nella prigionia, ma nel racconto della prigionia) e Federico Fellini dopo Lo Sceicco Bianco e I Vitelloni. Era esposto Jimmy Dean. Era esposta l’intera trouppe di Apocalypse Now. Erano <em>esposti</em>/<em>non protetti</em> dalla loro <em>esposizione</em>, dal loro avventurarsi, con il mondo sul bordo a guardarli vivere o morire, farcela o non farcela, un passo indietro, aspettando un cenno di <em>successo</em>, come la luce verde, un ok, mefitico, rassicurante, per  poterli riabbracciare. Bob Dylan andò elettrico, a Portland, davanti ad un pubblico folk. La più grande esposizione dai tempi della maggiore età di Gesù Cristo. Dylan perchè aveva tradito il verbo, rotto con la tradizione: “<em>Judas!</em>” / “<em>I don’t believe you!</em> <em>You’re a liar&#8230;</em>” e alla band disse “<em>Play it fuckin’ loud</em>”. Suonatela forte, suonatela forte. E dopo l’esposizione/esibizione di Like a Rolling Stone, guarda il mondo che si ricompatta a sorreggere chi aveva avuto ragione. Cobain, ormai quasi venti fa, non era esposto. Si riteneva esposto. Gli fu ancor più fatale. Esposizione. Un ulteriore sfumatura di significato. Esposto/<em>senza protezione</em>. Esposto/<em>davanti agli occhi di tutti</em>. Ha a che fare con l’emancipazione, si direbbe. Indecent Exposures.</p>
<p style="text-align: justify;">“Difficoltà”. Non c’è stato nulla di semplice. Dieci anni di difficoltà/<em>complessità</em>. La velocità di propagazione non ha niente a che vedere con la difficoltà. La difficoltà nel capire, a causa della complessità di un mondo con più interrelazioni, più caotiche, più determinanti. Non chiedetevi come, chiedetevi perchè. Perchè l’11/09? Perchè il Web 2.0 e perchè la Crisi? Non esiste alcun fenomeno vagamente rilevante che abbia una spiegazione univoca, o riconducibile ad una sola causa. O semplice. Sono scomparse le linee, come concetto. Viviamo in reti concentriche e deformate dalle gravità degli eventi, di ciò che accade, il mondo dei fatti che si deforma come lo spazio-tempo della fisica, se mai è esistita una differenza, una separazione. <em>Indistricabile</em>. E’ un aggettivo che si adatta a questo decennio. Difficoltà. Molto di quello che è nato in questi dieci anni, è difficile e complicato. Anche ciò che appare semplice, è intrinsecamente complesso. Sono morti gli inventori, sono nati i network. YouTube è una canale televisivo. Il know-how per concepirlo, farlo funzionare, farlo essere legale e standardizzato è semplicemente <em>insostenibile</em>, per pochi esseri umani. E se pochi esseri umani ci riuscissero, sarebbero dotati di <em>tool</em> tecnologici a loro volta complessi. Molto <em>know how</em>. Roba tosta, roba da matematici indiani.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.walwian.com/wp-content/uploads/2009/12/simcity-2000-pc.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1482" title="le città ideali, maxis, pixel su schermo (2000)" src="http://www.walwian.com/wp-content/uploads/2009/12/simcity-2000-pc.jpg?w=300" alt="" width="300" height="220" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Il meglio di questi 10 anni si misura pensando a cosa rimarrà, a cosa ha caratterizzato il decennio, che ne sarà considerato tipico. Il riferimento è a cosa ha segnato gli anni e la cultura musicale, lasciandosi segnare dagli anni. Animali perfettamente adattati all’ambiente. Kanye West, i Franz Ferdinand, i White Stripes. Beyonce, gli Strokes, i Muse. Uccellini e Uccellacci si mischiano, acriticamente, ambiguamente, tra classe e gradimento, tra popolarità e segno artistico, nelle lunghe liste dei giornali. Lo scervellarsi filologico che rotola dentro un pub: “<em>gli Strokes sono una buffonata / gli Strokes sono fichi / chi cazzo sono gli Strokes? E i White Stripes, allora?</em>”. Cosa importa? E’ importante? Ovviamente, no. E’ assolutamente irrilevante. Irrilevante come capire di che natura è stata la nostra identità culturale negli ultimi 10 anni, cosa ci ha ispirato, a cosa ci siamo ispirati, cosa ci ha rappresentati, <em>esposti</em>, identificati. Di che narrazione abbiamo fatto parte? Quale storia è stata la favola della nostra narrazione? Chi ha semplificato la nostra identità? Domande, in realtà, non del tutto secondarie, se si intende l’industria dell’intrattenimento come un gioco. E se si accetta l’assunto secondo il quale è tramite il gioco che il bambino conosce il mondo e riconosce se stesso, il suo ruolo, la sua parte. Chi fa parte di <em>questa</em> generazione, a dispetto dell’età anagrafica, ha impiegato questi dieci anni ad uscire dalla propria infanzia sociale, esistenziale, maybe, per approdare all’inizio della maturità, intesa come maggiore fattezza e determinazione delle forme, non con meno imbarazzi  di quelli con cui si è usciti dall’adolescenza verso <em>the youth. </em>Non è importante fermarcisi a pensare ogni 56 secondi, ma è bene ricordare che il rock &amp; roll, l’arte, la pop culture, è di questo che parlano. Trasferiscono in simboli il clash che ogni generazione affronta, mutevolmente, e ciclicamente, come è ciclico il mutare delle stagioni della vita per milioni di esseri umani.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.walwian.com/wp-content/uploads/2009/12/macchie-solari-2000-2009.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1483" title="qualcosa è cambiato." src="http://www.walwian.com/wp-content/uploads/2009/12/macchie-solari-2000-2009.jpg" alt="" width="604" height="303" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Questioni sostanziali: adesso ci sono dei cambiamenti, qui, ora.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Guardati alle spalle. Guarda la tua collezione di dischi. Guarda chi sei stato e chi è stato te. Guarda nello specchio. Solleva lo specchio e guarda il muro. Tocca il chiodo. Guarda. Dieci Anni. Nessuna citazione. Nessun ammiccamento. Nessuna pietà. Le cose che sono veramente contate, dall’iniziazione alla formazione, appartengono tutte ad altre generazioni. Sono più vecchie. Sono di tutti, ormai, ma non propriamente mie, tue, nostre. La nostra roba è un mucchio di merda <em>caaarina</em>. Prima ce ne accorgiamo, prima risolviamo la questione. Non si tratta di rinnegare. Non si tratta di rigetto. Si tratta di guardare e capire. La nostra roba è stata <em>debole</em>. Il che non vuol dire che non sia stata <em>buona. </em>E’ stata delicata. La nostra roba si è caratterizzata per una diffusa mancanza di <em>fegato</em> o semplicemente di <em>grandeur</em>, o di essenzialità. Dieci Anni. Ecco parte di quello che rimane.</p>
<p style="text-align: center;"><strong><em>Alone with everybody / Halfway Between The Gutters And Stars / Kid A / Standing On The Shoulder Of Giants / Amnesiac / Black Rebel Motorcycle Club / Britney / Origin Of Simmetry / Pop Tools / Audioslave / Come With Us / Elephant / Songs For The Deaf / Up The Bracket / Sea Change / Absolution / Canzoni dell’Appartamento / Get Born / Is This It? / Think Tank / Youth &amp; Manhood / Franz Ferdinand / Down In Albion / Don’t Believe The Truth / Guero / Lullabies To Paralize / You Could Have It So Much Better / Life On Other Planets / Whatever People Say I Am That’s I Am Not / La Malavita / () / Send Away The Tigers / Studio150 / The Age Of Understatement / I Am… Sasha Ferce / Romance At Short Notice / The Good The Bad &amp; The Queen / Como Te Llama? / Say Yes To Michigan / Blonde Comme Moi / Graduation / Riot Act / One Of The Boys.</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Pezzi di pezzi di pezzi. Qui c’è solo qualcosa di questi dieci anni, incompleto (forse) e personalissimo (sicuramente). Ognuno ha le sue, ognuno ha i suoi. Butta giù i tuoi. Guardali in fila e chiediti a chi hai creduto veramente. E visto che <em>everything must pass</em>, chiediti se non sei, infine, davvero stanco, di questi Dieci Anni, vagamente scostante, <em>solo</em> perchè non ti calzano più addosso come pensavi. Una noia inquieta, che non sa di nostalgia, un distogliere lo sguardo, un<em> non mettere la giacca dell’anno passato perchè tanto non mi riconosco neanche un po’</em>. Il mondo diviso in tre: chi muore, chi fa imitazione di vita, chi evolve. Si tratta semplicemente di scelte, si tratta di fare i becchini al momento giusto. Se le sensazioni sono queste, è perchè tutto quello che siamo stati è <em>già</em> quel che siamo ora, e non va rivangato. Ci sono così tante cose da fare, ora. C’è così tanto da essere, ora. Se le sensazioni sono queste, è perchè sono passati Dieci Anni. Le cose cambiano.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;"><em>A New Decade To You, L.</em></p>
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