
Name: Valentina
Bio: Valentina è nata nel 1984. Novembre. Quattro. Di solito la trovi seduta per terra, vicino al termosifone, o sul divano, sempre che vicino abbia il termosifone. Studia, scrive, si lamenta, ride, delle volte mangia e ultimamente dorme poco. In alternativa, è in giro per il mondo a fare cose. Secondo i suoi calcoli, si trova a una delle ultime reincarnazioni: infatti non uccide neanche i moscerini per purificarsi per bene in questa esistenza e non rischiare di tornare in vita troppe altre volte. A "The Walwian" deve un po' di felicità. SCRIVIMI
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Samuel Katarro + The Soul Sailor
July 6th, 2010Corso Garibaldi è la via che preferisco perché è un tronco sdraiato sulla pancia di Perugia da cui partono rami stretti, lunghi, contorti, deformi. Sono rami che conservano il mistero dei nascondigli dell’infanzia, rami su cui stanno appollaiate case che guardano dietro a ciglia di merletti ingialliti. Uno di quei rami, porta al Parco Sant’Angelo. Per arrivarci, si deve abbandonare la luce del corso e deviare in discesa, costeggiare uno strapiombo sul profilo della città, fidarsi a mettere i piedi su tavole di legno incerte. Io qui tolgo gli occhiali perché non voglio vedere, perché assecondo i passi del buio. Dopo le scale, infatti, c’è solo nero e ghiaia sotto le scarpe. Per orientarsi, bisogna ascoltare da dove proviene la musica. Sinistra. Qualcuno viene da là, cerca la luce e si muove a ritroso. Sono già nel film quando le forme tornano a palesarsi. Sembra un horror o una commedia, una festa con un falò, sembra una spiaggia, un rito adolescenziale. Il Parco Sant’Angelo è un anfiteatro sotto una luna nascosta, dove le ombre sono complici e registe. Intorno ci sono rumore, parole, sussurri, saliva e alcol, fila al bancone del bar, pizza e gradoni, cemento, alberi e sguardi, numeri e passi. In mezzo, sta la musica. Ogni volta è così.
Domani, al Parco suonerà Samuel Katarro che, grazie al nuovo album The Halfduck Mystery, e dopo l’esordio prodigioso con Beach Party, si è confermato come una delle menti musicali più affascinanti e apprezzabili in circolazione. Aprirà The Soul Sailor, talentuoso cantautore umbro in questi giorni in studio con il nuovo album I Can Be an Apocalypse.
Mi viene in mente che è proprio una deprimente Italia vivace questa. Sotto al coperchio della musica dei talent show, c’è l’acqua che bolle. «Ci sono etichette indipendenti che se la passano meglio delle major e chi non ha neanche quella si auto-produce e poi si auto-distribuisce grazie a internet»; questo, del resto, è il motivetto degli ultimi anni. Dalla televisione ai concerti, dai cd ai download. Chi vuole suonare, lo faccia.
E a forza di fare, forse in troppi fanno e ogni volta va distinto chi cavalca l’onda da chi ha un’urgenza espressiva e artistica autentica.
Samuel Katarro e The Soul Sailor l’urgenza ce l’hanno, anche per questo mi piace che abbiano pensato di farli suonare la stessa sera.
Non si conoscono, forse si sono ascoltati e le cose che hanno in comune sono tante.
Entrambi sono nati nella metà degli anni 80, entrambi suonano la chitarra, entrambi amano Neil Young.
E poi.
Uno cita Wittgenstein, l’altro Heidegger.
Entrambi suonavano in delle band prima di mettersi a farlo da soli.
Uno si fa accompagnare dalla “his tragic band”, l’altro dai “two fuckers”.
Entrambi hanno ripiegato nel cassetto il loro vero nome.
Uno si è dato il nuovo nome da bambino su un campo da calcio, l’altro insegna ai bambini a giocare a calcio.
Entrambi usano l’ironia, rimpastano la psichedelia, se ne fregano se in Italia vendi meglio se canti in italiano.
Uno, nella vita precedente, è nato nella contea di Los Angeles, l’altro in un sobborgo di Manchester e, anche se adesso non lo sanno, a un festival nel 1970 hanno condiviso un camerino e le impressioni su Déjà Vu.
Entrambi si compiacciono del fatto che la loro musica rimanda al passato: sono abbastanza intelligenti per sapere che vivono nell’epoca della derivazione e della catalogazione, ma hanno il talento che basta per rendere la cosa irrilevante.
Paure e citazioni, sensibilità e vergogne esibite e celate in mezzo a titoli giocati e impronunciabili, a non-sense e sarcasmo, solitudini musicate tramite registri folk.
Per tutto questo, domani sarò tra le ombre, a sentire musica ben scritta da gente che la musica la sa ascoltare, oltre che suonare, persino qua in Italia. Domani sarò tra le ombre del Parco a godermi quest’acqua che bolle.
Yes, There Really Is A Kalamazoo [25]
July 2nd, 2010Il cielo sopra la vallata inghiotte anche il rumore. Quel nero sprofonda l’uomo, lo schiaccia contro la terra che calpesta, lo fa solo e afono: le braccia della luna non portano conforto, ma orchestrano in luce una dispersione che tende al nulla.
Alexis si muove dentro una prospettiva dal basso, la coerenza dell’immagine la si afferra meglio da laggiù e laggiù ci si sente sovrastati. La paura dei ragni che si è lasciato alle spalle lo scaraventano nell’attesa del futuro e l’attenzione del presente torna solo quando il suo sguardo finisce sulla nuca di Berlin, tra il suo casco rosso e il bordo pesante, severo, del bavero del suo mantello.
I loro passi sono regolati sulla sincronia, così che Alexis riesce a osservare la macchia violacea che colora il collo del nemico davanti a sé, gli è vicino e il buio non riesce a confonderla. Con la pillola A, appare un marchio ocra sulla pelle di chi la prende; mi ricordo la sera in cui l’ho visto su quei due ragazzi, nel locale del centro di Kalamazoo: rifiutavo un tipo di legame del genere, ma il rovescio di quella medaglia va ben oltre l’orrore per un amore pilotato dalla scienza.
Con la pillola che usa l’esercito di Heron, il marchio è come un livido, una voglia che ha il colore della bocca su un corpo assiderato.
Mentre guarda quel viola e pensa che sta spingendo il coltello contro la schiena di un robot di carne, Alexis si domanda come fosse Berlin quando l’ho conosciuto io. Si chiede se il mio è stato solo il convincimento di una persona rimasta sola troppo a lungo o se davvero lui ha fatto qualcosa per meritarsi me. Ma è forse banale come una qualunque idiozia ricordarsi che l’amore non sempre si merita e nella gratuità ai più immotivata dispiega parte della sua essenza.
Le guardie intorno ai ragni si muovono perplessi, ancora non sanno perché si sono spenti per qualche minuto e ce ne vorranno degli altri prima che il soldato messo a terra racconti dell’incursione. La riuscita della missione ormai dipende da quelle macchine e dalla loro capacità di accorgersi degli intrusi che scappano sul fianco della collina. Alexis, Berlin e gli altri militari salgono rapidi sull’erba inumidita dalla notte, raggiungono i cecchini sul crinale e non c’è scontro.
Si lasciano alle spalle i nemici, sono ombre tra i rami fino ai combi nascosti nel bosco.
Alexis vorrebbe dire a quel ragazzo che lo stanno portando al Mosaic e che presto mi rivedrà: è curioso di conoscere la reazione, se c’è, davanti al mio nome.
Salgono i tre scalini che li dividono dal velivolo. Il mio amico sta per parlare perché il silenzio sta diventando superfluo, ma questo viene infranto dal sibilo terribile delle lastre triangolari sparate come saette orizzontali attraverso foglie e aria.
Un mercenario viene colpito al polso. Il ragazzo che, come Alexis, si è arruolato per difendere Kalamazoo si rifugia in uno dei combi, ogni suo movimento è cementificato dalla paura, mentre il combo di Alexis viene raggiunto da una raffica di colpi che gli distruggono il muso. Due mercenari fanno fuoco in direzione degli alberi, permettendo a lui di trascinare Berlin nell’altro mezzo. Lo spinge dentro, ma in quel momento una lama triangolare sparata da un soldato di Heron gli taglia il fianco destro e Alexis, invece di mettersi al sicuro, spara. La sua vendetta è irrazionale e quindi tragicamente casuale. Con il tubo a onde, colpisce un uomo, quello si piega in avanti, poi la sua schiena si inarca all’indietro, oscilla e crolla su un cespuglio. Lì, si accorge che i nemici sono molti più di quanto non pensasse, ma si trova comunque disposto a non ritirarsi.
Alexis, nome mite di uno di quei saggi quasi dimenticati dalla nostra storia, non sa se sta facendo l’eroe o se lo è davvero. Non ha tempo per chiederselo, del resto, e i compagni tagliano corto su questa scena gridandogli:
«Entra dentro! ENTRA!»
Lui viene risvegliato come se fosse preso a schiaffi dopo un annegamento. Viene seguito dagli altri che chiudono il portellone. Poi, il combo si alza e si muove schivando i colpi dal basso fin quando il volo si fa stabile, lineare, composto. Alexis toglie il suo casco, i capelli si sono sciolti e vengono sporcati dal sangue tra le dita. L’unica donna della missione gli tampona la ferita e il dolore della carne si stempera solo quando alza la testa e vede davanti a sé Berlin. Sembra che lo osservi, sembra una sfida virile e insensata, Alexis viene assalito dall’odio.
Poi, si accorge che in realtà Berlin guarda un punto che non si vede e non c’è, se non tra il cervello e le pupille. Quando si fissa il vuoto si sperimenta una nuova dimensione, ripiegata, inusuale. Fa questo quell’uomo spento: non ha ghigno, non ha sorriso, non ha accigliamento. La pillola l’ha reso inumano e se a Alexis tornano in mente alcuni momenti spesi nella sua camera, dopo la partenza di Rosen, se ripensa alla disperazione da cui cercavo di strapparlo via, si accorge di sapere che il suo male non ha paragone con una condizione simile.
Quando la squadra rientra nel Mosaic, io ho appena finito di ordinare cronologicamente le due collezioni, non è stato un lavoro facile e avrei avuto bisogno dell’aiuto di Ago e dei miei colleghi che ora dormono nelle vasche orfiche. Durante una pausa, ho ascoltato uno dei file di Berlin, che ho catalogato tra i più vecchi. Il fascicolo di Chuck Berry è scarno, ci sono poche immagini, un solo video, alcune registrazioni, ma la sua musica è immediata e inattesa. Suona una Gibson e la cosa mi costringe a un sorriso veloce tra i pensieri che stanno fissi sulla missione. Per un tempo, forse accorciato dalla preoccupazione, questo uomo che il rock l’ha inventato mi fa battere i piedi e muovere la testa come faceva Berlin, che sembrava guidato da fili di note in ogni gesto e azione.
Il Prof. Swann entra nella stanza in cui sto lavorando: una parete nera, una successione di specchi sull’altra e scaffali in vetroresina fucsia sulle rimanenti, che sono quattro. Io sono al centro di un esagono, circondata da tavoli, fascicoli e pannelli multimediali.
Il professore mi informa che la squadra è rientrata nel Mosaic e che ci stanno raggiungendo. Alexis e l’altro ferito in questo momento vengono medicati dall’altra parte della base e presto potrò andare là, ad abbracciare il mio amico.
Cerco gli specchi alle mie spalle per sistemarmi i capelli, la cosa lo fa sorridere, devo fargli tenerezza. Mi imbarazzo e viro l’attenzione sulla catalogazione delle collezioni, illustrando cosa ho fatto nelle ore precedenti. Il professore sembra stupito davanti a tutti quei fascicoli, alcuni li apro, gli mostro delle foto e sto per caricare dei file video e audio sul pannello. Il rock appare tra le nostre mani come un mistero impolverato e è strano per tutti noi, anche per me che ne conosco il valore, pensare che ci stia offrendo la chiave per vincere.
Decido di far ascoltare al professore proprio Chuck Berry ma, in quel momento, la porta si apre. Cinque sagome, alonate dalla luce soffocata del corridoio, si stagliano all’ingresso. Avanzano disposte come i cinque punti neri sulla faccia di un dado. Sono i militari della missione, in mezzo a loro c’è Berlin. Quando rivedo chiaramente il suo volto, lui è fermo, circondato dalla cornice nera della parete.
Il mistero del Rossetto e lo Spirito Cazzone
June 19th, 2010Non è vero, ho avuto ex sempre spontaneamente in conflitto con gli stereotipi di genere.
Uno mi trascinava davanti alle vetrine. Uno mi prestava le sue di scarpe. Uno aveva il poster di Caleb Followill in cameretta. E poi, erano tutti grandi cuochi. Molto in gamba con le faccende di casa. Discretamente ordinati e sostanzialmente responsabili.
Se invece devo pensare ai misteri che io devo aver fornito loro, beh, non mi viene in mente molto perché anche io, con il marchio di femmina, non ho mai avuto un gran rapporto.
Di certo, ancora si fanno domande sulla mia passione per Uomini e Donne o sui noti piedi gelati sotto le coperte. Poi, ci sono aspetti molto più peculiari e non intellegibili della sottoscritta, come i pianti a dirotto davanti al 70% del creato, la mia celeberrima relazione unilaterale con John Cusack, la damnatio memoriae che segue la fine del rapporto. E, per i migliori, di certo c’è un’immagine di prorompente fascino che il mio professore capirebbe: io davanti allo specchio che metto l’eyeliner e scopro, con imbarazzo, di essere osservata.





E i misteri che loro rappresentano per me?
Nulla. Nessun mistero. Anche nel momento di maggior coinvolgimento emotivo e all’apice della follia amorosa, la mia lucidità analitica è impeccabile. Io so sempre chi ho di fronte, anche quando cerco di rimuovere, di non vedere, di trascurare, di fingere di avere davanti iddio sceso in terra. Quando non so, chiedo e ottengo dai miei amici maschi un report dettagliato di tutto quello che potrebbe essere e non avrei mai osato credere. Conosco buona parte delle loro dinamiche, molto meglio di quelle del mio genere, perché con me quelli là si confidano, scherzano, si sbracano in santa pace e, insomma, mi accolgono nella loro cerchia mentre io ne carpisco i segreti.
Eppure, c’è una cosa che rimane aldilà del comprensibile. Il calcio. Provo a analizzarlo e risolverlo.
Molti di loro sostengono con fermezza che devo diffidare senza alcun se-ma-però di un uomo che non ami il calcio. Non c’è misura del pene che regga per poter stare nel magico club del maschio: se non tifi, non lo sei.
Mi hanno spiegato il perché, ma io credo di non averlo capito o era una spiegazione poco esaustiva e per questo me lo sono dimenticata. Dovrebbe avere a che fare non tanto con lo spirito di squadra, con quello sportivo, con il salutista, il cameratista o il competitivo, quanto con quello cazzone che è proprio del maschio. Che si intende?
Se una donna guarda un uomo davanti a una partita di calcio, come un uomo guarda me mentre mi trucco, può vedere di più di un essere che sbraita scompostamente davanti a una ventina di soggetti che fanno su e giù su un campo.
Può vedere proprio un cazzone. E questo è, in realtà, il grande e bellissimo mistero del maschio che, troppo spesso, a noi femmine sfugge: il suo contatto primordiale e diretto con la parte scema della vita. Un ragazzo che guarda una partita non fa semplicemente l’azione del tifare “FORZA X”, ma ne fa almeno altre sette:
inveire fantasiosamente contro gli avversari
inneggiare ai falli (ahahahah, questa me la rivendo nelle mie apprezzate battute a sfondo omosessuale)
dar ampio sfogo alla creatività verbale con soprannomi esaltanti per i giocatori della propria squadra
emettere suoni gutturali di ancestrale virilità
regredire posturalmente alla fase dell’anello mancante dell’evoluzione
ruttare, o meglio, rOttare
scoprire un senso, sebbene effimero come ogni altro si possa trovare, nell’appartenere a qualcosa
Yes, There Really Is A Kalamazoo [24]
June 13th, 2010Lungo la strada una danza di sabbia. C’è il bosco intorno. A tratti, sfoghi di natura desolante, parente dell’infinito. Turbini leggeri di granelli bruni pattinano lungo la via, spinti dal sospiro dei combi nell’aria. Sono una coppia, veloce, cauta, e trasportano quattro mercenari e due soldati di Kalamazoo, questa è la squadra per recuperare Berlin.
Alexis è in quello retrostante, viaggia con una donna e un uomo, militari di professione, gente di cui ha memorizzato il nome appena si sono presentati.
Cosa c’è ora nella sua testa e cosa vedono i suoi occhi?
Come si passa dal costruire teorie sulla felicità al tenere tra le dita pistole a raggio incrociato è una questione sepolta da giorni. La storia di Rosen e questa guerra sono state come una lapide su una visione delle cose. Quella di un ottimista, di una mente votata a inseguire il senso anche negli interstizi più ombrosi della vita. Si è fatto spazio, senza neanche indugiare troppo, un sentimento di inconsolabile stanchezza. È saltato ogni collegamento, è entrato il caos.
Il caos: il gioco di prestigio che il caso fa con il suo nome, appena prima di presentarsi.
Questo, dietro al tocco della sua commedia, ha mostrato il conto all’ingenuo, con occhi di cane e un ghigno cupo, infernale, ha vomitato un mantello di gelo con cui Alexis ora si avvolge.
La sua freddezza, portata dal dolore, contro quella del nemico, indotta dal padrone.
Non sa ancora se esista una differenza tra il suo distacco e quello di Berlin. Ma sa che vuole avere davanti i suoi occhi per sapere come si sta a non avere più il cuore che funziona.
I mercenari gli dicono che è stata una grande fortuna nascere a Kalamazoo, invece che in angoli del mondo, quelli da cui vengono loro, in cui il futuro mette a disposizione poche
opportunità, opache e disperate. Lui annuisce, finge di dar loro ragione ma non smette di pensare che avere fortuna e poi perderla è peggio di non averne mai avuta. Nel primo caso, si scende in disgrazia, nel secondo si ambisce ancora alla grazia. Essere prigionieri del ricordo del giardino da cui si è stati cacciati è una schiavitù spietata proprio perché rende nudi davanti a quella mancanza di senso che da giorni occupa i pensieri del mio amico.
Alexis vive la sua prima missione e se in testa ha una canzone, quella è forse Heart of Gold, di Neil Young. È il suo preferito, soprattutto ora. Perché incatena tutto questo, lo tiene a bada con parole che naufragano nella tristezza, gli spara addosso pallottole da beffa. Forse starà qui la differenza tra lui e Berlin: Alexis sa ancora distinguere le emozioni, le cataloga e ne sceglie un paio per salvarsi, per restare a galla tra gli umani, le sceglie che fanno rima: malinconia e ironia. Almeno per ora, può bastare.
Poi, si accorge che il combo davanti a lui si sta alzando di diverse graffe dalla strada che stanno seguendo. Il suo fa lo stesso e dall’alto Alexis può guardare meglio questa giovane terra che così appare ancora più viva, una terra che in quasi trenta anni ha visto e calpestato appena. Lui e i suoi compagni scendono dai combi, nascosti in una zona in cui una vegetazione fitta e bassa dà rifugio a animali e vagabondi.
La notte sta scendendo, pesante e umida. Mentre camminano, i suoi occhi si fermano sulla terra che gli stivali dei mercenari illuminano con suole appena iridescenti, poi, una piccola luce, che vola bassa, lenta e che è sempre sul punto di morire sembra guardarlo, a pochi passi da lui. È una lucciola, non ne vedeva da quando era piccolo. Si era dimenticato dell’esistenza di insetti del genere. Una, poi due, tre, quattro, intorno alle sue gambe. È una passeggiata notturna di minuscole stelle: la natura ora sembra volergli parlare in una lingua forgiata da una bellezza oziosa. Per un attimo, tra i suoi pensieri, arrivo io e siamo stesi, tra questi alberi, lontani sia da Kalamazoo che dal mare, a chiederci se valga la pena alzarsi per provare a catturare una di queste lucciole, per cercare di tenerla tra le mani. No, non vale la pena. Che se ne stiano qua intorno a fare da ancelle alla luna, mentre noi diamo nomi nuovi alle cose.
Subito dopo, io esco dai pensieri e lui resta a domandarsi, ancora una volta, se avrà mai il coraggio di uccidere. Ma non c’è tempo per qualcosa a cui non ha neanche una risposta, visto che è arrivato a destinazione: lui e gli altri militari si fermano sopra a una valle. Giù, aldilà di rocce e cespugli, stanno accampati i soldati di Heron. Il campo è circolare e loro alloggiano in bolle rotonde, simili alle sfere paralizzanti che ho visto nell’Impero. Intorno, un filo elettrico protegge il perimetro, mentre i ragni polverizzano qualsiasi cosa entri nel raggio della vallata. Una fiamma verdastra illumina l’accampamento, al centro, sopra a un pilastro. È un omaggio ai loro dei, chiunque essi siano. Altre luci, più fioche, ricamano il resto, mentre le bolle riflettono la notte come velluto d’argento. C’è un buio di pace che chiosa l’eternità mentre un odore metallico, di sangue, erba tagliata e ferro disgusta Alexis.
Berlin dorme solo, nel terzo cerchio. Il mio amico guarda dalla lente che gli ha passato un mercenario, osserva le strade tutte intorno. Tra le sfere, passeggia qualche soldato che fa la guardia. Il Faraon, la torre a raggio atomico, manderà una prima onda tra qualche minuto. Questi iniziali sono raggi di prova, deboli, ma sufficienti a disattivare i ragni e le armi dei nemici per qualche minuto. A quel punto, mentre tre cecchini copriranno loro le spalle, Alexis e due mercenari scenderanno nell’accampamento.
L’attesa è il fattore moltiplicatore del tempo percepito. Ma gli occhi dei ragni, che per due volte sembrano guardare verso di loro, pareggiano i conti velocizzando i minuti. Alexis e i suoi compagni sono statue mute. Intorno a loro, anche il vento smette di viaggiare. Poi, finalmente, quelle macchine si accasciano come colpite da un sonno improvviso, ma prima che le guardie se ne accorgano, Alexis e i due militari sono già ai margini del campo.
Il filo è un limite che valicano in velocità. Scivolano rapidi tra i giacigli, fino a quando una sentinella fa cenno alle altre, indicando due ragni che sono a terra. Pensano ci sia un guasto alle macchine e restano a domandarsi cosa fare. Il punto è che da qui e per i prossimi sei minuti, si uccide solo a mani nude o con le lame. Il vantaggio sta nel saperlo.
Quell’odore di metallo è intenso e Alexis ha quasi le vertigini. Le sue scarpe non lasciano più impronte iridescenti, lui si muove come un’ombra nell’ombra, seguito dai due soldati, che lo marcano con gli occhi puntati verso ogni angolo. All’altezza del terzo cerchio, si avvicinano alla sfera di Berlin, Alexis entra, ma dentro non c’è nessuno.
Il letto è vuoto, questo posto è spoglio come una casa nuova, lui sta per uscire, quando, all’angolo sinistro del suo campo visivo, compare qualcuno che è lì da prima che entrasse.
«Chi sei?», chiede Berlin puntando la sua arma contro di lui.
Alexis potrebbe crollare davanti a una prova del genere, ma non lo fa:
«Sono qui per te, per portarti via. Se chiedi aiuto, urlando o in qualsiasi altro modo ti venga in mente, ti uccido.»
Berlin spara. E nel momento in cui capisce che il suo guanto non funziona, Alexis è già addosso a lui, una mano sul collo, l’altra sulla bocca.
«Se necessario, stringo fino ad ucciderti.»
In quel momento, Alexis incontra gli occhi di Berlin. E non so se riesce a vedere i frammenti di tutto quello che ci ho visto io o se lì trova quello semplicemente quello che cercava: lo sguardo dopo che l’interruttore è stato spento.
Escono da lì in silenzio. Un coltello contro la schiena di Berlin per spingerlo fino a fuori dal campo. Mancano meno di due minuti, i cecchini sono pronti a sparare se i compagni fossero scoperti quando le armi si riattivano.
Poi, all’ultimo cerchio, una guardia si accorge di loro, gli punta contro il tubo appena capisce che hanno un ostaggio. Occhi spenti, anche i suoi, ma questo né Alexis, né i mercenari possono vederlo. Uno di loro, un uomo monumentale che nell’esercito ha riversato due terzi della sua vita, senza armi tra le mani si sente all’improvviso libero. Così, inizia a correre perché questa è l’occasione per fare la sua mossa preferita, una mossa che non faceva dai tempi dell’addestramento: il placcaggio. In due secondi il suo corpo, dopo lo slancio, si schianta trionfale su quello della guardia, basta un cazzotto e quella resta a terra quanto basta per raggiungere indisturbati i piedi della collina.
A quel punto, i ragni iniziano a uscire dal torpore. Alexis, stringendo il braccio di Berlin che cammina davanti a lui, non pensa a se riuscirà o meno a raggiungere la cima senza essere colpito alle spalle. Si chiede solo se quell’odore di metallo, dopo essersene andato dal naso, continuerà a stare nei ricordi.
Yes, There Really Is A Kalamazoo [23]
May 28th, 2010Kalamazoo è fiera e saggia e di tutto questo non sa più che farsene. L’isola su cui sta piantata si sta imbevendo di colori nuovi.
C’è una stagione che vive ancora per un anno la sua infanzia, con la neve che si è sciolta e una babilonia scomposta di blu, rosso e verde su uno sfondo di marroni politonali. È il momento più bello questo. Ma anche di una cosa simile, Kalamazoo ora non sa che farsene.
Via Polaroid è il posto in cui da anni pianificavo di andare a vivere. Quella strada, lungo la quale le case di questi tempi si riempiono di una luce immensa, tanto da buttare addosso la vertigine, è ora assalita da macchine che non hanno gli occhi per vedere il bello, figuriamoci per riconoscerlo, figuriamoci per difenderlo o desiderarlo. Eppure, queste macchine hanno braccia abili e perfette per distruggerlo e lo fanno con una precisione che ignora l’errore. Il male sta qui, nella negazione del bello. E il bello si rifiuta per cecità, per ignoranza, per paura. C’è un po’ di tutto questo in Heron, che fraintende le priorità e agisce secondo un calcolo esatto asservito a scopi sbagliati.
C’è stata la riunione. Ne sono uscita con la testa organizzata secondo informazioni e compiti. C’erano aggiornamenti costanti sugli scontri: una battaglia è in corso a metà strada tra le coste orientali dell’isola e il perimetro ormai infranto della nostra città. I ragni stanno polverizzando quartieri interi. Corpi di mercenari specializzati contro le macchine stanno perlopiù combattendo dentro Kalamazoo, mentre aerodine, navicelle e velivoli leggeri accompagnano la fanteria che respinge a stento la massa incalzante di nemici riversati sulla nostra terra, dalle spiagge e dal cielo. I numeri sarebbero contro di noi e Heron potrebbe vincere senza troppe difficoltà vista la disinvoltura con cui agisce nel resto d’Europa e in Africa. Eppure, ci sono due armi che la nostra Sottocommissione mette a disposizione.
La prima è Faraon, la torre a raggio atomico.
Gli scienziati e i tecnici della nostra Sottocommissione l’hanno presentato oggi per l’ultima approvazione e da domani sarà attivo. Chi ci ha lavorato ha esposto con un entusiasmo malcelato ogni aspetto della struttura e del funzionamento.
Su un foglio ho annotato alcune frasi e parole su cui veniva posta maggiore enfasi, ho preso appunti giusto per convincermi che ci stavo capendo qualcosa e per non subire il senso di colpa di chi si distrae davanti a un momento importante.
“Tubo a vuoto”
“Appendici libere”
“Particelle in uscita caricate a milioni di volt”
“Getto estremamente collimato di gas”
“Fasci non dispersivi con repulsione elettrostatica”
“Raggio di pacchetti atomici di mercurio o tungsteno”
“Accelerazione secondo alta differenza di potenziale”
Disattivare 10.000 velivoli e ragni nemici a una distanza di 150 graffe dal confine dell’isola. Questo può fare il Faraon, questa è l’unica cosa che capisco e che, per ora, mi interessa.
La seconda arma, quella per cui il Prof. Swann ripone le speranze in me e Berlin, suona come una poetica fantasia, per questo ancora non se ne parla pubblicamente nel nostro gruppo. Il punto è questo. Una canzone, in uno dei dischi che abbiamo, se suonata a una certa frequenza, con una macchina costruita da uno dei nostri dipartimenti più efficienti, sarebbe in grado di disattivare anche il Woad, il robot dalle componenti biologiche guidato da Efren Bennz. Abbattere il simbolo di Heron sarebbe il trionfo più imponente che si possa sperare. Io non so quanto sia credibile questa teoria elaborata da Swann, dagli altri tecnici, dagli intellettuali e dalla loro rete di insospettabili amicizie tra i ribelli di Heron. Per loro, la poetica fantasia coincide però con una potenzialità di immenso valore nel reale. E qua, ormai, nessuno può permettersi di non augurarsi che questa coincidenza sia valida.
Ma c’è di più e questo ha a che fare con quando incontrerò di nuovo Berlin. L’esercito di Heron ha questa volta una forza senza pari perché, come prevedibile, il contrario della pillola A interferisce con il cervello nella sfera emotiva, instillando la paura, cancellando sentimenti primari, come la sorpresa e l’attesa, e quelli secondari e complessi, come l’allegria, il perdono, la nostalgia, il rimorso, l’ansia, la vergogna, l’empatia.
Paura. Non quella che ti fa scappare davanti al nemico, ma quella che rende disumani. Non quella che fa fare gesti irrazionali, ma quella che annulla il principio di riconoscimento dell’altro come termine del nostro amore, rendendolo solo e semplicemente “altro”, un essere a cui va negato il sentimento più nobile e portatore di senso in questa vita: la solidarietà. Heron ha quindi un esercito che prende ordini e agisce con una ferinità spietata perché in esso è salda ormai la certezza che ogni azione contro di noi è necessaria alla sua sopravvivenza. I nostri militari sanno chi hanno e avranno davanti e Alexis stava per dirmi tutto questo, quando, prima di scappare, il pavimento a cominciato a crollarci sotto ai piedi.
Torno nella mia cella. Ascolto una canzone presa dalla collezione di Berlin. Elvis Presley. Ci sono delle sue foto, una la tengo in mano e mi accorgo che in lui voce e corpo seguono le stesse regole: spigolature in un’armonia di curve. Sembra qualcosa di seminale e precipuo. Carnale e ultraterreno. Don’t be cruel.

Sono in via Polaroid. C’è una nebbia bianca fatta della polvere dei palazzi soffiati via dalla violenza dei ragni.
Berlin è davanti a me, gli prendo il casco, lo tolgo. Lui non si muove. Con la mano quasi accompagno a terra quella luna rossa, lucente, senza guardarla e lei rotola vicino ai miei piedi in un breve giro disordinato. Non avevo ancora visto Berlin così da vicino. L’avevo solo immaginato. La mia fronte contro la sua. Ascolto il respiro contro il mento. Con le mani, trattengo la sua testa, con le dita tra i capelli. Lo bacio. Le labbra si schiudono appena, l’aria calda del respiro adesso è qui e si confonde con il mio. Accarezzo la pelle del suo viso. Lo tengo stretto e lo guardo. Così da vicino. Finisco a toccare i suoi occhi, come per essere sicura che siano veri. Scorro lungo il naso, accarezzo la bocca, quasi la disegno, sorrido perché ogni cosa è reale. Mi trovo di nuovo lì, senza centimetri tra di noi, sto per baciarlo ancora e ci deve essere un momento in cui mi sento più al sicuro di quando ascolto la musica.
Poi, qualcosa si spezza. Non c’è movimento. Sono io che lo tocco, io che lo guardo, io che lo bacio. Lui è fermo, freddissimo. Non un sorriso, una pulsazione.
Berlin non reagisce e non parla.
«Dimmi qualcosa.»
C’è il silenzio. Berlin tace, ancora e di nuovo, ancora, quando gli dico che ho sbagliato, che mi scuso e che non avrei dovuto. A quel punto, parla:
«Non voglio che mi baci, non voglio averti vicino.»
Non c’è gentilezza in questo, c’è solo un’uscita sgarbata, triste, volgare che mi fa sentire in colpa. Mi fa sentire in colpa per amarlo o averlo amato finora. Per aver desiderato per giorni di baciarlo, di poterlo avere accanto. Scompare in una frase tutto quello che credevo di lui: la sua tenerezza sempre sontuosamente nascosta, piazzata a dovere dietro a un costante bisogno di dire la verità, di mostrare l’autodeterminazione. Non c’è onestà in quello che dice, ma un gesto crudele. Aveva ragione Alexis, è egoismo puro quello di Berlin e ora ho solo voglia di piangere ma questo pianto lui non lo vedrà. Non vedrà che deglutisco appena volto le spalle. Non vedrà che trattengo il fiato per non crollare. Non vedrà che mi trema il petto, che il cuore fa balzi velocissimi mentre il sangue, rapido, sembra raffreddarsi. All’improvviso passa un brivido sulle mie braccia e è una sensazione rivolta solo a me: Berlin non vedrà che piango a dirotto perché io non lo riguardo più.
Mi sveglio in pieno attacco di ansia.
Bussano alla mia porta, è Alexis. Affondo d’istinto la testa contro la sua spalla. A lui potrei far vedere le lacrime che ho negato a Berlin nel sogno, ma non lo faccio. Il mio miglior amico è nella squadra che lo dovrà recuperare e su questo la sorte sembra aver coreografato un crudele balletto. Se dovessi perdere Alexis per rivedere Berlin, sarei in cima al pinnacolo della tragedia.
Yes, There Really Is A Kalamazoo [22]
May 19th, 2010Questa stanza sembra tagliata nel ghiaccio, da un compasso caldo.
La mia cella è come una immensa coppa di vetro con la testa rovesciata.
Prendo il biglietto tra le mani, la calligrafia illumina un ricordo che non si schiarisce in tempo perché l’interesse per la forma cede subito il passo alla curiosità per ciò che quella forma racchiude:
“Appena arrivi, raggiungimi nello scacchiere.
Castorp Swann”
Il mio professore, quello che mi ha spinto a partire per Heron, è grazie a lui se la collezione è qui. Voglio sapere il motivo. Decido di non riposare, entro nel bagno, per bagnarmi la faccia, lavare le mani e una luce rossa si riversa in un istante, tutta intorno.
Quando esco dalla stanza, e ritorno in quel bianco livido, mi volto, la porta era rimasta aperta e trovo Werner davanti a me.
«Come è successo che ci siamo allontanati?»
Arriva sempre il momento del sassolino. Questo era un macigno. Ho aspettato a lungo che arrivasse, per toglierlo. Ma ora, pare un gioco fin troppo facile. Ormai il macigno è diventato polvere.
Io resto ferma, lo guardo. Werner ha un’armonia a tratti straziante. Già ho parlato del suo sguardo, dei capelli, della pelle e poi della distanza tra i suoi occhi che nega la perfezione e sintetizza il perfettibile. Non mi è chiaro cosa voglia da me. Ma so che non si fa così. Non si cede alla tentazione della parola, di certe parole, solo quando incidentalmente si conosce la crudezza della nostalgia. Imparare costa fatica. La dignità e la rinuncia sono pezzi del gioco. Il contrario è solo un capriccio.
All’epoca, dopo averlo visto insieme a lei, dopo non aver trovato neanche una parola, riuscivo a stare bene solo cercando la presa soffusa e rabbiosa di voci femminili. Ricordo i giorni passati a guarire con loro, che mi raccontavano storie di abbandoni, di delusioni, di liberazione e forza. Ascoltavo Aretha Franklin, Janis Joplin e Joni Mitchell. Ma, soprattutto, ascoltavo Miss Peaches, Etta James, avida di dolore, pronta a scaraventare fuori diluvi di lacrime e potenza. Una canzone, in particolare, parlava di me. Del momento in cui vidi Werner e quella ragazza insieme e non feci altro che piangere. Lei aveva ricostruito nel dettaglio come stavo, nonostante ci dividesse l’oceano, nonostante ci separassero le epoche.
«È successo perché stavi con un’altra. -rispondo io-. Se stai soffrendo, buon per la tua saggezza. Ti allevio il dolore rassicurandoti su una cosa: starti lontana non è stato facile. È stato buio, lento e tremendo.»
La sua risposta è una fila surrettizia di parole che non conoscono sforzi minimi di ricerca, di amore. Mi dice che sono bellissima, che ha sbagliato, che dovrei festeggiare con lui quando la guerra finirà.
Su questa ultima osservazione, mi fermo. All’improvviso, mi viene in mente che il punto sia solo questo. Cercare un appiglio, aggrapparsi a me: in questi giorni dissennati in cui siamo finiti tutti, la sua è una mossa disperata non tanto per riavermi, ma per sopravvivere. Quello che vuole sta nella rassicurazione.
Lo abbraccio. E lui muove le mani lungo la mia schiena, velocemente, su e giù, come si fa per riscaldare qualcuno. È una cosa che non mi piace quando abbraccio qualcuno. Perché racchiude una volontà di distacco dall’essenza del gesto. Un abbraccio è una morsa semplice e intensa di empatia, non solo di affetto. Passa attraverso un incastro di braccia, è uno specchio ribaltato di cuori a contatto, è un appoggio di teste sulle spalle e di visi che si ascoltano. È sollievo. Sapersi godere un abbraccio vuol dire sapere molto di come si sta al mondo. Werner non lo sa, ancora non lo sa e è prigioniero di un’inconsapevolezza immatura. Per questo lo stringo più forte. Per qualche secondo, ferma le mani. Poi le muove di nuovo e io allora lo lascio. Mi chiede:
«Sei innamorata di un altro?»
Sono innamorata di un altro?
Ho il pensiero legato a un altro. E non so se il suo sia legato al mio. E, in fin dei conti, non so neanche se importa che lo sia.
Scappo da questo discorso come una ladra, goffa e imbarazzata, chiedendo dove sia lo scacchiere. Lo raggiungo con la foglia metallica che mi ha portato alla cella.
Mi trovo davanti tre file di tavoli, che curvano e convergono verso una punta. C’è un viavai disordinato di persone, alcune sono sedute e si consultano in gruppi, molti di loro mi salutano, sono componenti del Consiglio. Sulla faccia di ognuno di loro si legge il peso di pensieri da riordinare. Ci sono militari e tecnici. Questo è un luogo di incontro di idee. I membri delle sottocommissioni vengono qua tra una riunione e l’altra. La prossima è tra tre ore e io ci sarò. Mi guardo intorno, per vedere se incontro il viso del Prof. Swann. Le pareti sono un una cascata di quadrati neri e bianchi e lungo il perimetro, sotto una fila di mattonelle trasparenti, scorre l’acqua. Il Mosaic è una creatura meccanica che pulsa vita, capace di una grazia che non dovrebbe avere niente a che fare con i mercenari che normalmente lo abitano.
Il professore, che è nel Mosaic in veste di consulente nella mia stessa Sottocommissione, appoggia una mano sulla mia spalla, mi volto e gli occhi mi diventano umidi perché c’è da commuoversi quando non si è più soli.
Ci sediamo in prossimità del vertice che unisce le tre fila di tavoli. Mi chiede, con preoccupazione, come sto, vuole che gli racconti cosa ho fatto ad Heron.
Gli parlo di Berlin, ma non dico una parola sulle mie preoccupazioni, sul fatto che troppo spesso ho paura di non poterlo mai più rivedere.
Poi, il Prof. Swann fa un respiro come se prendesse fiato prima di andare sott’acqua e, abbassando appena il tono della voce, comincia a svelare qualcosa di cui non avrei avuto sospetto:
«Io conosco Berlin.»
«Berlin è qui?»
«No, almeno, non nel Mosaic.»
«Come è possibile allora? Perché lo conosci?»
«Perché è uno dei nostri contatti nell’Impero. Da almeno un anno.»
«Una specie di spia nell’esercito nemico?»
«Non proprio una spia. È più… »
«…un ribelle?»
«È qualcuno che sa distinguere ciò che merita di essere difeso. Il fatto che le copie dei tuoi album siano qui non è un caso. Ho mandato dei mercenari a prenderli, qualche ora prima del tuo arrivo, per portarli al sicuro. Nell’unione tra le copie che vengono da Heron e quelle di Kalamazoo, c’è forse la nostra unica possibilità di vincere.»
Faccio respiri lenti, ma il cuore va più forte di quando correvamo prima, io e Alexis.
«Sono scossa, cerca di capire… non so che dire, non capisco quasi niente di quello che vuoi dirmi…»
«Berlin sarebbe dovuto arrivare a Kalamazoo insieme a te. Avrebbe dovuto lavorare al progetto di cui ti devo parlare. Lui sa quale di questi dischi va usato. Ti ha detto qualcosa quando eri là?»
«Usato per cosa? No. Mai. C’è un clima di sospetto, severo, grigio, pericoloso. Forse non l’ha detto per paura… Comunque, no, niente di tutto questo… E poi, è stato catturato da altri soldati, io non so neanche dove sia… Professore, io non capisco perché hai mandato proprio me.»
«Nessuno ti ha mandato. Tu sei voluta andare. Le vostre vite si sono incrociate nel momento più sbagliato o forse azzeccato. Condividete la stessa passione e in questa passione c’è un’opportunità che riguarda tutti.»
«Bene, ma io non so proprio come aiutarvi.»
«Dobbiamo incontrare lui. Qui, in terra ancora libera, gli sarà molto più facile dirti la verità.»
«Non ci siamo capiti: Berlin nella migliore delle ipotesi ora se ne sta chiuso in una prigione…»
«No, è con l’esercito nemico, con una squadra che ha raggiunto da poco le coste della nostra terra e marcia verso Kalamazoo. Troveremo il modo di portarlo qui e lavorerete insieme.»
«…l’hanno catturato, l’ho visto con i miei occhi e non credo avessero l’intenzione di… reintegrarlo nell’esercito.»
Il Prof. Swann avvicina la sua mano alla mia e la stringe, come per trattenermi, perché sa di poter vedermi scivolar via in una spirale di domande ancora più fitta di quella in cui mi trovo ora. Succederà dopo che avrà finito una spiegazione che inizia così:
«Oslo, con calma, ti sarà chiarito tutto. Ma per quanto riguarda Berlin, devi prepararti a incontrare qualcuno di molto diverso da come l’hai conosciuto.»
Yes, There Really Is A Kalamazoo [21]
May 5th, 2010Correre così fa dimenticare anche il perché. E fa scordare questo dolore incontrollato che va dai polmoni alla gola. È acuto, sa di ferro come il sangue. Mi manca il fiato. Chiudo gli occhi, non lascio la mano di Alexis, che va veloce fino a che ogni mio passo diventa una sfida a quelli che pensavo fossero i limiti di una forza che non ho mai avuto.
La sirena continua a riempire con la voce di un altro mondo, roboante, ossessiva, quest’aria che fino a qualche minuto fa era incartata nella pazienza dell’attesa. Lo imploro di andare più piano, lo prego di rallentare, ma lui non mi sente. Il cielo si lascia attraversare da una decina di combi che fendono l’aria appena sopra il manto, facendoli sembrare immersi nell’acqua, tremanti, senza definizione, come pesci che scappano sotto ai cerchi di un sasso buttato nel mare. Corrono verso il nemico che è entrato e presto sarà qui per profanare questa città chimerica.
Attraversiamo la piazza in volata, mentre boati, tonfi e due esplosioni piombano tra i suoni. Alla sirena si aggiunge il battito del cuore che sembra il ticchettio di Time, la canzone che ascoltavo prima di dormire quando non c’era neanche il più fioco timore di finire così.
I Pink Floyd entrarono in archivio due anni fa e nessuno tra i Cercatori dubitò del fatto che fossero la cosa migliore che avessimo.
Erano vicini a farti sentire come ci si sente prima di venire alla vita.
Loro sembrano sapere come si sta a essere sparati tra pianeti e stelle che sono solo una cornice di punti sul vuoto più gonfio e lussureggiante, più nero e atroce.
O come è esplorare sogni in cui abbandoni le regole di questa fisica per incontrare colori alterati, corpi mareggianti e aria che pulsa e si increspa come nel deserto.
Mi volto, mentre continuo a correre, piastrella dopo piastrella, lungo la via a cui ci siamo affidati per raggiungere il Mosaic.
Alexis non può tornare indietro, all’esercito che sorveglia la zona sud, da dove arriva la crepa, dove sembra sia stato violato il manto. E io non posso salire sul Mosaic senza i fascicoli, le copie dell’archivio e quelle che mi ha dato Berlin.
I file, le immagini, la musica sono la missione che ho, sono il senso che mi sono ritagliata e una cosa nel genere non si abbandona, o almeno io non ci riesco.
Gli chiedo di fermarsi o almeno rallentare. Ma lui non lo fa e mi grida di resistere.
Non so cosa stia succedendo, sento solo tanto caldo, sto sudando, ma tocco la fronte con le dita e non c’è sudore.
Lascio la mano del mio amico e tocco la mia faccia con tutte e due le mani e non c’è niente. Sto rallentando, Alexis in pochi istanti ha raggiunto la Galleria sociale, quella dove ho incontrato Nova giorni fa. Io, nella piazza principale, sono ormai ferma, non ce la faccio più.
All’improvviso, sopra di me, a una quota così bassa che sento l’aria spostarsi sopra la testa, sfrecciano tre combi che vanno nella direzione inversa alla nostra. Non riesco a guardare i loro ventri di luce perché sento la testa che mi gira, la pressione si sta abbassando. Lancio uno sguardo alle mie spalle e vedo una melma trasparente che sembra saliva e avanza verso di noi solidificandosi mano a mano che procede nella sua lenta processione.
Quando sto per svenire, provo il sapore del soffocamento e perdo il senso delle forme. La vista si riempie di nebbia in un frammento piccolissimo di tempo. L’attimo prima di perdere la coscienza, per istinto di sopravvivenza, tento di respirare a fondo e di cercare qualcosa a cui aggrapparmi. Questa volta, per la prima volta, non trovo niente e mi inginocchio. Con la mano destra, tocco il suolo, mi appoggio.
Non so quanto tempo sia passato, ma quando riapro gli occhi, vedo le scarpe di Alexis, vedo le sue gambe e mi accorgo che è chinato sul mio corpo e sta urlando qualcosa. Tra le mani, ha una fiala nera e la sta aprendo.
Ci metto alcuni secondi per capire cosa sta succedendo.
Sono incollata al terreno. I militari di Heron devono aver sparato questo liquido che è come colla che si arrampica sugli oggetti che incontra. Mi ha raggiunto e è salito fino all’altezza dei fianchi e dei gomiti per poi irrigidirsi. Ora le mie gambe, i piedi, gli avambracci, le mani sono immobilizzati nei pantaloni, negli stivali, nelle maniche che sono diventati come una radice che sale dal terreno.
Io sono seduta su un fianco e mi trovo fasciata in una prigione solida. Questa sostanza, che intorno a me è come sale cristallizzato, costringe quello che incontra a rimanere fermo dove si trova. Alexis deve essere salito su uno scalino, o su qualcos’altro di rialzato, ha aspettato che questa bava vischiosa diventasse compatta, per poi tornare a prendermi.
Dalla fiala nera, esce una polvere del colore di una notte illune. Lui la lascia cadere su gambe e braccia e lei scende, abulica, assonnata, su questa corazza di cemento bianco che lascia appena intravedere i colori che nasconde. Come sale sulla neve, ma più veloce, la corrode, scioglie, dissolve, lasciando il tempo e lo spazio solo per uno sbuffo di fumo che odora di fili d’erba spezzati. Ora siamo al centro di un cerchio dal contorno sbaffato, circondati dalla lastra bianca su cui dovremo continuare a correre.
Alexis mi vuole prendere in braccio ma io non voglio, gli dico che ce la faccio da sola.
Ricominciamo a correre verso la galleria, perché ora, là, dalla direzione da cui veniamo, da dove ci ha sorpreso la sirena, da dove sono arrivate la crepa e quella sostanza, ora, da là, proviene un rumore metallico, stridente, lacerante, che ricordo e conosco bene.
È il rumore dei ragni meccanici.
Ci rifugiamo nella galleria, trascino Alexis dietro a una lastra di pietra su cui è incisa una poesia di Perpetua Sans. Lui ha poco tempo per riuscire a contattare i mercenari perché tra qualche secondo i ragni ci troveranno.
Dal trasmettitore circolare che poggia sul suo palmo, un militare riesce a rintracciarci e ci dice che un combo sarà tra poco all’ingresso sud della galleria. Scivoliamo lungo le pareti di questi luoghi fino a poco tempo fa attraversati dall’urgenza di una vita cittadina concitata, attenta e incuriosita. Alexis procede dietro di me, guardando costantemente che all’altro ingresso non arrivino i ragni.
Quando siamo all’uscita, un combo si abbassa piano a pochi passi da noi. Saliamo e cominciamo a librare in aria.
A bordo, ci sono due mercenari.
Appena stanno per partire le presentazioni, il combo si sbilancia su un lato, come appesantito da una massa che lo vuole trascinare a terra. Il più giovane dei due, tratti femminei, pelle ruvida come lino grezzo e aria da soldato navigato, esclama pleonastico:
«I soliti stronzi di ragni stronzi.»
Tira una manopola a forma di freccia spingendola verso destra e finiamo a sfregare il bordo del tetto della galleria con la fiancata del combo. Vedo scorrere i bassorilievi crisoelefantini che arricchiscono il timpano triangolare contro il quale stiamo strisciando tra una tempesta di scintille per amputare le zampe dei due ragni che si sono aggrappati al mezzo.
La mossa è vincente perché a due terzi del timpano, siamo già alleggeriti del carico e possiamo volare verso la nostra meta.
Sfondiamo morbidamente il manto violaceo e ci troviamo sotto il cielo che è confortante come braccia materne che non vedi da anni. Non incontriamo altri combi e navicelle nemiche fino a quando non arriviamo accanto al Mosaic. Lì intorno, i velivoli dei mercenari si addensano in piccoli gruppi scomposti e al loro interno ordinati.
Lui, invece, il Mosaic, che avevo visto nelle immagini, di cui avevo sentito tanto parlare, è appunto una testa di squalo titanica, scintillante, che sembra guardarti dritta negli occhi attraverso la vetrata che gli taglia il muso aggrottato. Questa è una fessura lunga, blu, appena incavata al centro, come sopracciglia di un padre arrabbiato.
Salgo sul Mosaic senza i miei dischi e le copie di quelli di Berlin, che ancora non sento miei dato che non ho avuto il tempo di ascoltarli. La prima a venirci incontro è Nova, io vorrei visitare la base, ma lei mi consiglia di andare prima nella cella che mi è stata assegnata per tutta la durata della guerra.
Lì all’ingresso, una camera senza angoli e spigoli, curva come un utero, vengo raggiunta da una foglia di alloro che si muove agile sfiorando il pavimento. È piegata come un palmo pronto a ricevere qualcosa, argentata, alta fino alla mia vita. Nova mi dice di salirci, restando in piedi come fossi un auriga. È inaspettatamente stabile. Digito il mio nome sul display che ho sotto agli occhi. La foglia si guida da sé, faccio appena in tempo a salutare gli altri che, superata una porta che si apre come un una bocca dorata, entro in un ampio corridoio. Qui, incrocio altre foglie con militari a bordo e un paio di componenti del Consiglio che mi affretto a salutare.
Arrivo alla mia cella, lungo un corridoio stretto e bianco. Sulla porta c’è il mio nome. Il display della foglia si spegne. L’ingresso non ha maniglie, pulsanti, fessure, non ho idea di come si apra. Provo con una spallata, qualche calcio.
Poi, la voce di Werner, che sta con le braccia incrociate a pochi passi da me:
«Soffia! Si apre soffiando.»
Ma pensa tu. Tutto il piacere di rallegrarmi per l’idea così carina che hanno avuto i progettisti (intendo quella di poter aprire la tua porta con un soffio) viene rovinosamente distrutto dal fastidio di sapere che il mio ex dorme a due celle dalla mia.
«Bene, grazie Werner», pronuncio mentre gli lancio un’occhiata di cortesia.
Poi un soffio.
E sono dentro.
Non ho tempo neanche di accorgermi se questa stanza mi piace o no, che il mio sguardo cade, rapito, sul letto. Sopra a quello, ci sono due bauli. Sono quelli con cui trasporto la collezione.
Mi avvicino, li apro. C’è dentro tutto: i miei fascicoli e le copie di Berlin. E accanto, trovo un biglietto della persona che deve averli portati qua. Sono felice. Felice. Ma poi sale con ferocia un’impressione: che chiunque abbia voluto ricongiungere me e la collezione non sia stato mosso solo dal mero affetto nei miei confronti.
Supergrass Were My Friends
April 21st, 2010Il primo è stato In It for the Money. Intendo il mio primo. Non il loro. Ho iniziato con quello. Comprato da MusicaMusica, sezione “indie”, quando ancora neanche sapevo cosa significasse “indie”. Ma tanto, questo sembra che nessuno lo sappia, neanche ora, tredici anni dopo. Tredici, come la mia età al primo incontro con i Supergrass.
Stavo sul mio letto, quello con una chiave di violino di metallo attaccata allo schienale. Moquette verde, sempre piena di polvere. Piccola finestra davanti, chiusa per paura dei pipistrelli, anche di giorno. La musica come riscatto da un’adolescenza appena iniziata e già attraversata da una diffidenza spesso indecifrabile tra me e gli altri.
Era il 1997 e su TMC2:
-Richard Ashcroft dava lezioni di arroganza camminando su un marciapiede;
-gli Skunk Anansie diventavano un gruppo rock melodico;
-Anouk lanciava il singolo più cantato ai provini di quei reality che di lì a poco avrebbero infestato la tv come zombie in un centro commerciale.
In quell’anno, uscivano anche tutti i dischi che mi avrebbero cambiato le giornate di lì a sempre. Infilai quel cd nello stereo fatto di tutti gli scarti tecnologici di mio padre. Mi suonò inquietante e lo tolsi subito. Tornai ad ascoltarlo l’anno dopo, quando comprai I Should Coco, il loro primo, e solo allora capii che quei tre mi avrebbero reso la vita più facile e anche più chiara.
Più facile perché in cuffia, nelle casse e nel cervello, sulla lingua, sotto pelle, rimbombavano non più pezzi quasi incomprensibili, ma ore di quella che mi sembrava pura intelligenza musicale, compositiva, artistica, estetica. Una chitarra, un basso e una batteria che suonavano come mille per dodici canzoni che si intonavano con i miei desideri, anticipandoli, conoscendoli meglio di me.
I Supergrass mi avrebbero reso la vita più facile, quindi, ma anche più chiara perché diedero conferma che dio non esiste e che, se esiste, non gli importa che le classifiche musicali siano giuste. Come non gli importa di dare a tutti l’onore e il dono di capire la bellezza che c’è nelle espressioni sghembe, tra i tratti scimmieschi, sui visi spaventosi di tre ragazzi così. Mentre, stranamente, lo stesso dio sembra elargire con grande liberalità la possibilità di riconoscere la bellezza di Luke Perry, Damon Albarn e Gianluca Grignani (ventenne, si capisce).
Capii anche così che un dio del genere è un dio che ragiona proprio in modo bizzarro e negli anni 90, come ora, non mi interessava molto condividere con un tipo simile chiacchierate notturne e confidenze su presunti sgarri alla sua morale.
IN IT FOR THE MONEY (In It for the Money) – 1997
Supergrass mi fu regalato da mio padre al ritorno da un viaggio. Lo desideravo molto. Era il 1999. Copertina con i loro visi ai raggi X, c’erano i poster per tutta Londra quando il mese prima avevo accompagnato lui alla casa di un cliente. Le case dei suoi clienti erano sempre impressionanti. Piene di decoratori, architetti, arredatori, tutti impegnati ad abbellire stanze da rivista specializzata come fanno parrucchieri, stylist e truccatori con le modelle, prima di un servizio. La cosa più bella di quelle case erano le stanze delle mogli. Camere con moquette soffici, pulite, che sanno di borotalco e antichità. Bagni specchiati, in cui passare ore a provare rossetti costosi. E poi, lo spogliatoio, con le pareti fatte di ante scorrevoli che nascondono vestiti da mettere solo una volta per poi essere regalati in beneficenza, o buttati. E ancora, la zona più bella, quella delle scarpe. File di tacchi, punte, cinturini, pelle, vernici illuminate come quadri in un museo.
In quei giorni, alternavo soste di contemplazione all’opulenza domestica con la libertà di girare per i quartieri di Londra, da sola. Io non ce la manderei mia figlia in giro per Londra da sola, a quindici anni, è pericoloso. Ad ogni modo, non lo fu e il massimo che mi successe fu beccarmi il fischio dei muratori mentre camminavo sotto a un palazzo. Me lo ricordo perché era la prima volta che mi capitava e perché era una scena da film. In uno di quei pomeriggi, comprai la mia prima giacca di pelle, mentre i tre di Oxford mi guardavano dalle vetrine e dalle pareti lungo la via. Supergrass fu una carrellata di singoli storici, di chiusura del decennio, la colonna sonora del mio salto nell’età in cui ci si incarna. E ci si incarna quando si diventa carne. Quando i ragazzi non si fanno più guardare solo da lontano e non restano sulla carta di un diario segreto, quando cominciano a entrare con prepotenza nella tua vita e lo fanno a cominciare da un bacio sgraziato. Quel bacio l’ho dato a qualcuno che conosceva bene questo disco e la cosa mi sembra sufficientemente poetica per passare ad altro.
Life on Other Planets lo ascoltai in gita, lo prestai, lo suonai, lo cantai in testa. Ci lego i ricordi di un’isola che scorreva di là dai vetri di un autobus. E le chiacchierate sulla grafica del booklet con quello che poi sarebbe diventato il chitarrista del gruppo che mi elemosinò un posto da bassista. E i pomeriggi a provare la cover di Grace, che tutti sapevano suonare, tranne io. E, ancora più indietro, le mattinate in cui andavo a scuola passando per vicoli nascosti, per non incorrere nell’imbarazzo di incontrare altre persone, i ragazzi più grandi che ti prendono in giro alle spalle, le studentesse più belle che ridono del tuo ombrello che si avventa sotto la pioggia, gli adulti, gli amici dei tuoi che vanno al lavoro e non sai se salutare dando del tu o del lei, ma poi chi se ne frega tanto neanche ti riconoscono più. In quei vicoli, con chili di libri sulle spalle, in testa cantavo spesso una frase: “Waste, such a terrible waste, Cos time waits for no one, So why don’t we get it on, get it on”.
ZA (Life on Other Planets) – 2002
Anni dopo, in una casa in cui vivevo sola, primi anni dell’università, in compagnia del mio ragazzo di allora, i tre fecero di nuovo la loro comparsa. Lui mi raccontò della sua prima volta con la prima canzone del primo album dei Supergrass mentre riascoltavamo entrambi, dopo qualche anno, quel disco. Si infranse così il lungo silenzio di gelosia che aveva preso a cazzotti il nostro pomeriggio. Lui sulla poltrona, io seduta sul pavimento ci chiedevamo senza dircelo dove eravamo stati fino a quel momento. Dieci anni dopo l’uscita di I Should Coco, i Supergrass si impegnavano di nuovo a orchestrare le immagini, a salvare, alleviare, schiarire le ombre del mio animo difficile. Si impegnavano, riuscendoci, a farmi stare meglio.
I’D LIKE TO KNOW (I Should Coco) – 1995

Un giorno, in mezzo agli anni duemila, entrai da Mipatrini. Chiesi a Massimiliano le novità. Disse «ascolta questo». Mise il cd nello stereo del negozio, alzò il volume e come in Alta fedeltà con i Beta Band, in meno di un minuto ero alla cassa con Road to Rouen tra le mani. La canzone era quel capolavoro di St. Petersburg. Questo è l’album che mi ha tenuto compagnia in viaggi solitari per l’Europa e in Italia. Uscì nel 2005: mentre il post-punk revival dava fiato alle trombe e bassi pastosi, chitarre acide, batterie scattose e voci anni 80 sembravano essere l’unico imperativo del rock, i Supergrass se ne fregavano delle converse e tiravano fuori questo disco orchestrale, sospeso, maturo, signorile. Un’altra lezione di classe, forse l’ultima che hanno lasciato a un genere che spesso sembra ormai solo agonizzante.
TALES OF ENDURANCE (Parts 4, 5 & 6) (Road to Rouen) – 2005
I Supergrass sono un gruppo la cui grandezza si capisce da come aprono gli album. Mettono la firma lì, all’inzio. Non alla fine. Non a caso, qui trovate solo le tracce numero uno di ogni disco. Con In It for the Money, l’impatto fu come stare davanti a qualcosa che spaventa perché troppo difficile, elaborato, diverso, superiore, inadatto alle orecchie di un tredicenne. Con l’ultimo lavoro che questo gruppo ha prodotto prima di separarsi la scorsa settimana, l’impatto è stato come stare davanti a qualcosa di debole, di già sentito, aperto da un singolo che sembra una cover dei White Stripes o dei Led Zeppelin rimaneggiati in chiave post-britpop. Diamond Hoo Ha mi è sempre sembrata un’opera un po’ svogliata, la prima che mi ha lasciato non soddisfatta, perché dentro non ha più il genio. Non c’è più la raffinatezza della differenza, il tocco degli Stange Ones, l’atmosfera dell’inquietante, del viaggio sognato o reale, della risata con i denti storti, dello sguardo da fumetto sotto una fronte bassa. Comunque, ho messo di nuovo nello stereo questo cd la settimana prima che i Supergrass si sciogliessero. Ho iniziato a guidare di nuovo da poco e, mentre lo faccio, mi piace cantare. Questo disco si fa cantare e in questo modo anche lui si è portato via un po’ del mio affetto. In cambio, mi ha accompagnato fino alla fine di questa adolescenza che va a morire fra le pagine di una tesi, nell’ultima casa da studente, in mezzo alle copie di un curriculum da inviare, tra le braccia di ricordi che finalmente vedo composti in un’immagine ricca e bellissima, come un puzzle che ti fermi a guardare, per godertelo appena un po’ subito dopo aver incastrato anche l’ultimo pezzo.
DIAMOND HOO HA MAN (Diamond Hoo Ha) – 2008

Yes, There Really Is A Kalamazoo [20]
April 14th, 2010Accelera sotto la corsa degli eventi il tempo che sta in mezzo tra ora e il mio ingresso nel Mosaic. Kalamazoo è adesso una città che si lascia guardare come una donna che cerca pietà in silenzio. È svuotata delle sue vite. Nelle sue strade, sulle sue scale, tra le finestre, lungo le pareti, sotto questo casco blu acceso da fiamme verdi si accalca la pressione, scivola la paura. Succede tra fantasmi perché non c’è corpo che si muova qua in mezzo, dietro le porte, nascosto da tende, alla luce del sole o delle nuvole, seguendo vie e azioni. Mancano le voci. Non c’è respiro. Manca l’odore. Non ci sono passi.
Alcune notti, camminavamo, io e Alexis. Tornavamo da serate con liquidi ai limiti del concesso, in cui si ascoltava musica ai confini della memoria. Parlavamo, piano o ad alta voce, e la città sembrava fosse nostra, le vie erano corridoi di una casa che ci apparteneva. Solamente noi vivevamo. Gli altri, che già dormivano, da qualche ora e per qualche altra ancora, avevano perso il diritto a possedere quello che non potevano né vedere, né toccare.
Una di quelle notti, io cantavo Patti Smith, l’ultima arrivata nell’archivio dei Cercatori grazie a uno dei vagabondi che vivono nei boschi intorno a Kalamazoo. Per quasi cinquecento monadi ci vendette il file di un album ruvido, crespo, come i capelli di chi lo canta, una donna in bianco e nero, che ti guarda dalla copertina con lo sguardo di un ragazzino. Uno che ostenta magrezza, solitudine, grazia e camicie impolverate come fossero la cosa migliore che ti possa capitare davanti agli occhi. Uno che si passa la mano sotto il naso, che fa una smorfia, che butta la testa all’indietro, che diventa impassibile, che non guarda te quando parla, che è svogliato e non puoi farci niente. Uno che, in tutto questo, riesce a essere timido, come chiunque abbia tra le mani l’eleganza e sappia usarla senza neanche un po’ di coscienza.
Guardami, odiami.
Adorami.
Quella notte cantavo Gloria. E facevo schifo. E qualcuno si svegliò. E da una finestra ci gridò di smetterla. Fu così che per qualche minuto perdemmo la proprietà sui nostri corridoi. Per poi riprendercela a pochi passi da lì, cantando ancora più forte perché io, a casa mia, faccio quello che mi pare.
Ma questo momento non somiglia a tutto questo. Somiglia più alla camminata con Berlin a Heron, nel quartiere dei fondatori, il quartiere abbandonato che protegge la collezione. Forse perché queste case, questi dipartimenti, queste scuole, questi uffici, questi bar, queste gallerie, questi mercati, tutto questo ora è realmente abbandonato e io Kalamazoo così non l’ho mai vista, né ho mai pensato di vederla.
Forse perché adesso, come allora, sento che il tempo si muove verso di me, contro. Non va in avanti, non cammina al mio fianco, non si allunga in un dopo che sa assecondare, che cerca di essere amato. Mi vuole venire addosso, mi vuole tagliare a metà.
Adesso, non c’è il conforto di quel vuoto tutt’intorno. Questo spazio impressiona e avvilisce. Non affascina. Non abbraccia. Non sorride. Non bacia i passi che faccio. Non grida di smetterla se ora inizio a cantare.
Se ora urlo che ho bisogno di aiuto o, semplicemente, di qualcuno.
Ma apro comunque la bocca, per gridare, perché io voglio sapere se è questo l’effetto che fa, se si esaspera la solitudine o se si accascia umiliata, devo sapere se c’è eco alla disperazione. Ma non esce niente. Non riesco ad urlare. Riprovo. Nulla. Afona. Posso parlare. Ma non posso gridare.
Non capisco cosa stia succedendo. Non capisco come sia possibile.
Poi, sento una voce:
«Oslo!»
Mi volto, un ragazzo cammina verso di me, lungo corso dei Sei Continenti. Un corpo avvolto dal grigio dell’esercito amico, che brilla di ambra, come un minerale ancora grezzo, sporco di terra. Tiene il casco tra le mani, così vedo i capelli neri, legati. Anzi, non li vedo solamente, io li riconosco.
«Alexis, sei qui… Grazie, grazie», sospiro senza che neanche riesca a sentirmi.
Mi raggiunge e non si toglie mai il sorriso dalla faccia. È venuto a salutarmi, sapeva che sarei andata ad accompagnare la mia famiglia alle vasche orfiche e che mi avrebbe trovato lungo la strada verso il Mosaic.
Ci sediamo sugli scalini di un palazzo rivestito di lastre di titanio che riflettono il blu del manto di amido elettronico e buttano contro gli occhi riflessi cangianti che si muovono rapidi sulla pelle delle nostre facce. Gli spiego che sarò nel nucleo politico della Sottocommissione per le armi. Vaglierò con gli altri consiglieri, con i comandanti e i tecnici, di quali strumenti aggiuntivi dotare la difesa. Gli racconto delle cose incredibili lette sul fascicolo giallo, cose che nell’esercito già conoscono. Poi, quando piombiamo nel silenzio, Alexis lo solca dicendo:
«Lei 3. È questo il suo vero nome.»
«Lo so.»
«E sai anche cosa ci faceva nel dipartimento della pillola A?»
«No, nella documentazione che ci hanno dato c’è scritto che non ci sono ancora spiegazioni chiare su questo.»
«Già, ma girano delle voci nell’esercito…»
«Che voci?»«Dicono che Heron ha la formula della pillola A e che la userà per i suoi scopi, per annientare il dissenso, per vincere contro di noi.»
«In che modo? Cosa sai?»
Alexis guarda davanti a sé e c’è qualcosa di sconsolato che non ha rimedio.
«Si può ottenere il contrario da quella pillola…»«Cioè? Far lasciare le coppiette? Cosa c’entra?»
«No, non questo, non farle lasciare…»

Non gli stacco gli occhi di dosso, da quel profilo spigoloso, fatto di tratti netti, incisi contro lo sfondo del corso che si perde verso la piazza.
Così, mentre aspetto che finisca la frase, che trovi i termini per spiegare cosa si racconta tra i mercenari, la nostra intimità, costruita con parole sospese, crolla sotto i colpi di un boato.
È un boato non umano, non naturale. Si ripete, è una sirena. Il terreno comincia a muoversi sotto il nostro corpo, ci alziamo di scatto, un gesto automatico, come ritirare la mano dopo il contatto con l’acqua bollente. Ci guardiamo, guardiamo a terra, le pareti degli edifici, guardiamo verso l’alto.
Poi, alla mia sinistra, dove inizia il corso, a terra, comincia a farsi strada, veloce, una crepa. Si allunga e allarga e ci sono vetri che si spaccano, alcune colonne di luce che si sradicano, altre si piegano, i pannelli che rivestono alcuni palazzi cadono a terra.
La crepa apre la strada allo spettacolo della distruzione. Lei avanza e in successione le cose si spostano, cadono, rompono, come l’acqua che fa da corteo a un’onda.
WOOOOOHM
Ancora la sirena.
WOOOOOHM
Il manto, sopra di noi, diventa più scuro. Le luci verdi che a tratti lo irradiano all’improvviso di interrompono. Poi tutto si illumina di un viola intenso.
«Sono entrati! Hanno attraversato il manto! SONO ENTRATI!», grido. O forse non sto gridando neanche ora, neanche questa volta, il mio, è un urlo. Di certo, Alexis prende la mia mano, la stringe forte e iniziamo a correre verso la piazza, scappando dai pannelli di titanio che si schiantano a terra, dalla crepa, dai nemici.
3 Songs About Love (or Something Different)
April 11th, 2010La felicità è un percorso che ci divertiamo a rendere difficile.
La musica aiuta a semplificare.
Io sono di poche parole stasera, quindi uso quelle degli altri e provo a spiegarle per come le ascolto.

















