
Name: Matteo
Bio: Matteo è nato nel 1983 a Roma, città che odia, ricambiato, e in cui continua a vivere. Poliedrico, si appassiona a tutto ciò che è insolito, salvo poi pentirsi e passare ad altro. Molto educato e composto, ha smesso di fumare poco prima dell'apertura di Walwian, azzerando ogni dubbio sulla natura del di lui rapporto con i suoi lavori. Disegna, dipinge, scrive e raramente finisce ciò che inizia. Spera che "The Walwian" possa segnare un'inversione di tendenza. SCRIVIMI
Posts by Matteo:
Le Figurine Musicali: Diego Forlan
June 27th, 2010
Di Diego Forlan è piaciuta soprattutto la carriera odissiaca. Il puntero uruguagio ne ha sempre fatta una a partita (di rete), ha le spalle larghe e la chioma bionda, il sorriso facile e semplice. Ben piantato sulle gambe come tronchi, non ha mai mostrato cuore di cervo. Al contrario s’è sempre comportato da galantuomo, ma senza risultare stucchevole, neanche ai più maligni tra di noi. Era nella gelida Albion al servizio del canuto Alexandros Ferguson, ma i suoi servigi non furono – inspiegabilmente – apprezzati. Ed egli si ritrovò a navigare nel Mediterraneo Minore, al servizio della squadra più Atletica di Madrid. Scese una prima volta agli inferi di un Mondiale Sventurato, dove nasce il Sole. Ma naufragò miseramente, lui, e i suoi stolti compagni dell’epoca. Quasi perì, ma tornò, e ricondusse nuovi eroi alla volta del Mondiale alla Fine della Terra, dove nacque l’uomo. E lui, che profondamente e felicemente è andròs, qui in questa terra lontana, ha trovato la sua ultima, e più splendente, celebrazione.
(cfr. Luca Riposati)
A grande richiesta, Diego Forlan si è ritrovato sulla seconda figurina musicale.
Per la prossima scriveteci (nei commenti qui sotto, per e-mail, su Twitter, su Facebook) e dateci i nomi. Il calciatore (o lo sportivo) più votato sarà il protagonista della terza figurina.
Le figurine musicali: Steven Cherundolo
June 15th, 2010
Steve Cherundolo, suo malgrado, ha la faccia da americano di Fight Club. È l’iscritto medio. Non stiamo insinuando che di notte vada a fare a pugni nel retrobottega di un bar di Denver (a proposito, la città americana più citata in conversazioni maschili informali, a quanto pare), ma perché figlio di mezzo della Storia. Il destino non ha scelto per lui percorsi straordinariamente impervi e disperati: vive da più di 10 anni ad Hannover, come un soldato di stanza in una base americana in Europa nei tardi anni ’70. Gioca per passatempo nell’Hannover 96. E siamo pronti a scommetterci una bella somma, ascolta buona musica e conduce un’esistenza felice. Il sorriso di un ragazzotto americano raramente tradisce.
(cfr. Luca Riposati)
La prima figurina musicale l’abbiamo scelta noi. Le prossime, però, le potete decidere voi.
Scriveteci (nei commenti qui sotto, per e-mail, su Twitter, su Facebook) e dateci i nomi. Il calciatore (o lo sportivo) più votato sarà il protagonista della seconda figurina.
Likes
May 2nd, 2010Le creature viventi, sempre a parlare. Ecco come sai che sono vive. Con tutti quei loro “guarda”, quei loro “ascolta”, quei loro “capito che significa”. Che altro possono significare le cose, che già non siano? Le creature viventi emettono certi suoni, solo per dire quello che dice meglio il silenzio. Le creature morte sono già quello che sono, e possono star zitte in santa pace.
[Richard Powers, Il Fabbricante di Eco]

Mi piacciono le persone che parlano in lingue che non capisco. Posso pensare che stiano dicendo qualcosa d’interessante. Odio le persone che parlano lingue che capisco, uccidono la speranza.
Mi piacciono le persone ciondolanti. Mi piacciono le persone con le facce tristi. Sono persone reali. Odio le persone che camminano dritte come fusi. Odio le persone con la faccia sicura. Non ci credo. Mi piacciono le persone che tendono la mano e che non hanno paura di stringerla. Odio le persone che vogliono abbracciarti a tutti i costi perché pensano che in quel modo la relazione sia più intima. Mi piacciono le persone che rimangono a distanza e che rispettano i confini del corpo dell’altro.
Odio le persone senza confini. Mi piacciono le persone con un buon odore. Mi piacciono le persone con un pessimo odore. Sono animali che si lavano o che non lo fanno. Odio le persone che sanno di deodorante o di lacca per capelli. Odio le persone che sanno di naftalina. Cercano di decomporsi più lentamente e di essere meno bestie. Mi piacciono le persone con lo sguardo perso. Odio quelle che guardano le cose. Mi piacciono le persone superficiali e mi piacciono le persone profonde. Odio le persone superficiali che si sforzano di ostentare profondità. Mi piacciono le persone colte. Adoro le persone ignoranti. Odio le persone che non riescono a distinguere le due cose. Odio anche le persone che non considerano questa come una distinzione plausibile.

Mi piacciono le persone con la barba. Quelle senza le tollero, ma solo perché sono la maggioranza e se non lo facessi mi schiaccerebbero. Odio quelli che vorrebbero fare gli artisti. Odio quelli che fanno gli artisti. Mi piacciono gli artisti, ma non ne ho mai conosciuto uno che non indossasse una maschera piumata in un giorno di pioggia e che non chiedesse un po’ di carità per riempire un cappello. Odio le persone retoriche. Odio anche esserlo.
Mi piace la Apple. La mela mi lascia indifferente. Ascolto musica, ma non riesco a essere fan di niente. Odio i fan delle cose. Odio anche i fan di Walwian. Mi piacciono le persone che si interessano. Mi piacciono le persone curiose e critiche. Odio i tifosi. Odio il sugo, odio Il ricatto alimentare che questo paese esercita su chi si trova per un po’ di tempo all’estero. Odio essere vegetariano in paesi che non ne comprendono la possibilità. Odio i vegetariani che non mangiano animali semplicemente perché possono permetterselo. Odio mangiare i cadaveri, per questo sono vegetariano. Le persone che mangiano i cadaveri, però, mi lasciano indifferente.

Odio gli adolescenti. Odio essere stato adolescente. Odio queste due cose perché, la prima non manca di ricordarmi quello che è stato, e la seconda non perde occasione di chiarirmi che quello che è stato non potrà più essere una seconda volta. Odio dover uscire da casa e andare in un posto per fare un lavoro che si svolge al 99% con persone che in quel posto non ci sono. Odio il fatto di dover parlare al telefono o via chat anche con le persone che in quel posto ci sono. Odio le persone che si lamentano. Non capisco le persone che non lo fanno.
Mi piacciono le ossessioni. Odio essere ossessionato. Mi piacciono le persone con i tic. Mi piacciono le tic tac. Odio le mentos, ma solo perché dopo un po’ che le tieni in bocca diventano una sfoglia gommosa. Mi piace stare seduto sugli autobus. Odio stare in piedi sugli autobus. Odio le persone che stanno in piedi e che aspettano che tu ti alzi dal tuo posto sugli autobus. Odio i giovani e i mediamenti abili che si siedono nei posti riservati agli anziani e alle donne incinte. Mi piacciono le persone incinte. Odio le persone con gli occhiali da sole quando il sole non c’è. Odio le persone con gli occhiali a specchio, ti costringono a guardarti. Mi piacciono, invece, le persone con gli occhiali e le persone con le occhiaie. Le prime non vedono un cazzo, le seconde, di solito, se lo menano troppo.

Odio i manifesti politici. Mi diverte vedere i filippini che, ogni mattina, sostituiscono quelli del partito avversario con i propri (non dei filippini, ma del loro datore di lavoro). Mi piacciono le persone che stanno al sole. Odio le persone che prendono il sole. Mi piacciono le persone sole. Invidio quelle sempre in compagnia. Mi convinco che la compagnia costante sia una forma peculiare di solitudine.
Mi piacciono le persone composte. Mi piacciono le persone sbracate. Odio le persone ingombranti. Odio le persone rumorose. Simpatizzo per le persone in ritardo. Ammiro le persone sempre in orario. Odio le persone indecise. Odio essere indeciso. Odio le persone accomodanti, mi piacciono le persone comode. Mi piacciono le persone che sudano quando sono imbarazzate. Mi piacciono le persone che si imbarazzano. Odio chi si sbarazza delle persone. Mi piacciono le persone che sanno dare spiegazioni. Odio quelle che non vogliono neanche ascoltarle. Mi piacciono le persone che fanno domande. Odio quelle che fanno domande stupide. Mi piacciono le persone che sanno dare risposte. Odio le persone che non sanno fare altro. Mi piacciono le persone che conoscono la grammatica e che non hanno paura di seguirla. Odio le persone che la ignorano dandola per scontata. Odio le persone che si convincono di saper scrivere per il solo fatto di saper parlare. Odio le persone che parlano come un libro stampato. Odio le persone che scrivono come vivessero nel 1800. Mi piacciono le persone che, pur avendo letto Manzoni, riescono a capire che si può fare di meglio.
Mi piacciono le persone che pensano all’evoluzione. Odio quelle che credono di essere evolute. Mi piacciono le scimmie, i bruti, gli zotici. Odio le persone sciatte, scialbe e volgari. Mi piace l’andatura dei beduini e il fatto che riescano a toccare il fuoco con le dita. Mi piacciono gli animali, odio le zanzare. Odio anche le mosche. Odio la maggior parte degli uccelli. Mi piacciono un po’ i pavoni perché sono goffi e irrazionali. Odio le grigliate miste e credo che a nessuno di noi farebbe piacere se il nostro cadavere venisse mescolato a quello di un altro animale e servito su un piatto da portata. Odio la musica da discoteca, odio il significato che ha la parola discoteca. Mi piacciono le persone che, parlando di discoteca, si riferiscono a un negozio di dischi. Non so se mi piace iTunes. Mi piace l’iPod. Mi piace l’iPhone. Mi piacerà l’iPad, per leggere i giornali. Mi piace sfogliare i giornali. Spesso non li leggo. Mi piace essere abbonato a Wired. Odio il non trovarne interessante la lettura.
Mi piacciono le persone che si mordono le unghie. Mi piacciono le persone con le cuffie. Mi piacciono quelle che usano la vibrazione. Credo mi piacciano anche quelle che usano il vibratore, o quantomeno, in attesa di riscontri, mi lasciano indifferente. Mi piace l’idea di poter rimanere indifferente alle cose innocue. Non mi piacciono le persone indifferenti a ogni cosa che sia innocua per loro stesse. Mi piacciono le persone con un hobby. Mi piacciono le persone con una routine. Mi piacciono le persone innamorate, mi piacciono quelle disilluse, mi piacciono quelle ciniche. Mi piace poter offrire alle persone diverse chance di piacermi. Mi piace vedere il modo in cui, ognuna di loro, riesce a non sfruttarle.
Mi piacciono i colori dell’inverno, ma mi piacciono anche quelli dell’estate. La primavera e l’autunno mi sono indifferenti. Mi piacciono le famiglie. Odio la concezione cattolica della famiglia. Rispetto le religioni, ma i loro contenuti mi spaventano. Odio l’effetto che le religioni hanno sugli esseri umani. Mi piacciono i luoghi di culto. Odio entrarci. Mi piacciono le preghiere, odio le omelie e le ipocrisie. Mi piace chi vive la propria fede in silenzio, odio chi non sa fare a meno di urlarla.
Mi piace il caffè al bar, al banco. Mi piace il caffè americano, in poltrona. Mi piace il tè verde, i tè saporiti mi lasciano indifferente. Mi piacciono le cose amare, non mi piacciono quelle che sanno di zucchero. Credo che l’amaro serva a compensare qualche cosa. Mi piace il fatto che le cose amare lo siano naturalmente. Non mi piace il fatto che le cose dolci siano dolci, nella maggior parte dei casi, perché alterate. Non mi piacciono le persone dolci, soprattutto quando si alterano. Mi piace credere che la dolcezza delle persone sia un’alterazione anch’essa dello stato di naturale irrequietezza degli esseri umani.

Non mi piacciono i pettegolezzi, non mi piacciono i segreti. Non mi piacciono le cose non dette, mi affascinano le doppie vite perché so che non potrei mai essere capace di gestirle entrambe. Mi piacciono le persone che sanno ammettere la propria difficoltà. Mi piacciono le persone che sanno accettare la difficoltà degli altri. Mi piacciono le persone che provano ad aiutare, odio le persone che reputano il proprio intervento indispensabile. Mi piace chi è consapevole di poter essere sostituito senza problemi, non mi piace chi si illude della propria irreprensibile e perfetta unicità. Mi piacciono le persone con una personalità. Non mi piacciono quelle la cui personalità è la copia carbone di un qualche stereotipo da cui sono affascinati. Sono ambivalente nei confronti delle persone stereotipate, dopo un po’ diventano insopportabili, perché prevedibili. Non mi piacciono le persone prevedibili, non mi piacciono neanche quelle totalmente inaffidabili. Mi piacciono le persone irrazionali, fino a quando l’irrazionalità non diventa stupidità.
Mi piace passare del tempo nei posti. Non mi piace il momento in cui, dopo un po’ che ci stai, i posti diventano tutti uguali. Non mi piace la noia, ma la trovo confortevole, a livello mentale. Non mi piace la depressione, ma con quella c’è poco da fare. Non mi piacciono i telegiornali, non mi piacciono le notizie dei giornali, ma questa almeno non è colpa loro. Non mi piacciono le cose che succedono. Non mi piacciono i lieto fine perché penso che anche dopo l’ultima pagina della favola il principe e la principessa moriranno e si decomporranno nel loro castello incantato in rovina (o, nella migliore delle ipotesi, riadattato ad attrazione turistica o a parco dei divertimenti).
Non mi piace la monetizzazione delle cose immateriali. Non mi piace il furto delle cose immateriali, anche se, detto così, mi fa un po’ ridere. Mi piace chi sa stare in silenzio, mi piacciono anche le persone che, quando il silenzio diventa imbarazzante, riescono a raccontare qualcosa che imbarazzante non lo è. Non mi piacciono, invece, le persone che ti sbrodolano con storie che non vorresti ascoltare. Non mi piacciono le persone che considerano le proprie imprese sessuali un argomento neutro di conversazione. Non mi piacciono le persone che considerano le previsioni del tempo un argomento neutro di conversazione. Quando si parla del tempo si dà per scontato che il sole e il caldo sia ciò che tutti si auspicano. Anche il 20 dicembre. A me piace la pioggia e il freddo. Non sopporto il cielo coperto e il caldo. Mi piace il sole con un po’ di vento. Mi piace molto il vento. Mi piace anche il vento sabbioso. Mi piace quando mi sferza il viso e mi asciuga le labbra. Mi piace il sangue che esce dalle ferite sulle labbra. Non mi piacciono, invece, le ferite all’interno della bocca.

Non mi piace non sentire la sveglia, non mi piace dover scivolare direttamente dentro i vestiti quando ancora sono in pigiama. Non mi piace il mal di pancia, odio il mal di testa. Tollero il resto dei dolori, ma saprei farne felicemente a meno. Mi piacciono le persone che ti sorridono, mi piacciono meno quelle che non fanno altro che sorridere. Mi piacciono le persone che restano impassibili, mi piacciono quelle che si agitano. Non mi piacciono le persone che si vestono come per andare a un ballo in maschera. Mi piacciono, però, quelle persone che indossano i loro abiti tradizionali, anche se sembra debbano partecipare a un ballo in maschera. Non mi piacciono le persone che indossano accessori per compensare l’assenza di personalità. Mi piacciono le persone con personalità, ma questo l’ho già detto. Credo che tutti abbiano personalità, alcuni ce l’hanno più interessante; altri, nonostante i trucchi e le parole, no.
Non mi piace dare giudizi, non mi piace essere giudicato. Mi offendo, però, quando non lo sono. Credo che il giudizio sia la forma più comune di relazione. Mi piace la gerarchizzazione valoriale degli uomini. Non mi piace sentire chi racconta balle sull’uguaglianza. Non mi piacciono le persone convinte che l’uguaglianza sia solo una cosa tra bianchi e neri o uomini e donne o etero e omo. Non siamo tutti uguali e non è di certo colpa della pelle o dell’orientamento sessuale o di quello religioso. Possiamo essere tutti validi, in un certo senso. Ognuno, però, occupa il proprio peculiare gradino sulla scala dell’utilità e della competenza. Mi piace rendermi conto, ogni tanto, dell’inebriante inutilità dell’esistenza. Mi piacciono le persone che provano la stessa cosa.

Mi piacciono le persone con il cervello e i pensieri veloci. Mi piacciono quelle ironiche, sarcastiche, malvagie. Mi piacciono meno quelle per forza buone, lente, pedanti. Mi piaci tu, che sei arrivato a leggere fino a qui. Mi piaci meno se hai imbrogliato e sei arrivato direttamente alla conclusione (non è vero, l’avrei fatto anche io). Mi piaci anche tu, che non hai letto niente e che quindi non saprai mai di piacermi. Mi piacerebbe che ognuno di voi ci raccontasse cosa gli piace e cosa no. Degli uomini, del mondo, di se stesso. Mi piacerà ascoltarvi, mi piacerà tanto, già lo so.
M.
Anemofilia. Teatro sociale.
February 25th, 2010È la prima volta che il teatro arriva su Walwian. O meglio, il teatro c’è sempre stato, in varie forme e con vari intenti. Ci sono state storie di finzione e di verità, maschere e giochi e sipari che si chiudono.
Oggi, però, ci piace portarvi una testimonianza diversa. Una testimonianza di chi il teatro lo fa e lo usa, per comunicare. Per comunicare qualcosa che va al di là del proprio ego, e che cerca, invece, di essere espressione e voce di chi, la propria voce, non riesce a farla ascoltare.
Questo progetto, il progetto di cui vi vogliamo parlare, ci piace proprio per questo. Perché, secondo noi, è un’esperienza di libertà. Libertà di dire, di fare, di raccontare e di cercare la libertà altrui. Parliamo di Anemofilia, una compagnia teatrale nata da poco, una compagnia che fa teatro di denuncia sociale e che oggi, il giorno prima del debutto di “Bada-mi”, condivide anche qui, tra questi byte, il proprio percorso.

Luogo: “Baffo della Gioconda”, via degli Aurunci 40. San Lorenzo, Roma
Tempo: ieri, dopo le prove del nuovo spettacolo “Bada-mi”
Oggetto: Una chiacchierata con Silvia Pietrovanni, autrice dei testi di Anemofilia e attrice.
Ciao Silvia, intanto cominciamo con la domanda più ovvia: perché Anemofilia?
È una parola che ho trovato passeggiando per il vocabolario, una parola che trovo poetica, nonostante faccia parte del linguaggio specialistico della botanica: è il polline trasportato dal vento. vorrei che le idee contenute nei nostri spettacoli fossero quel polline, che, senza una direzione precisa, va a posarsi sulla corolla di un fiore per far nascere nuova vita…abbiamo la presunzione di scuotere e far germogliare un nuovo punto di vista, una luce su quelle zone d’ombra su cui non ci si sofferma.
Cosa intendi per teatro sociale?
È il teatro che sa sporcarsi le mani, scendere per strada, nelle cantine, è il teatro che sa scendere dal palcoscenico, mi viene da dire che è il teatro di chi non fa teatro, di chi non ha come scopo principale la realizzazione scenica, ma spera che le idee vengano raccolte e fatte germogliare. La soddisfazione più grande è per me vedere, a fine spettacolo, l’occhio lucido, segno di una coscienza che è stata scossa, segno che il polline ha trovato la sua corolla…
Sappiamo che avete in cantiere due spettacoli: “Lontano dal cuore” e “Bada-mi”. Qual è il filo comune che li lega?
A legarli è la donna vista nel suo aspetto di reazione alla sottomissione, alla piega degli eventi. e il fattore immigrazione nel senso globale, perché non vengono mai menzionate nazionalità: gli stati d’animo dell’emigrante possono riferirsi anche alle donne e agli uomini del Sud Italia, o della Sardegna, anche loro infatti, hanno lasciato la famiglia e sono spesso stati sfruttati e ricattati.
Raccontaci qualcosa in più. Cominciamo da “Lontano dal cuore”. Da cosa nasce?
Il titolo è stato preso da un concorso letterario per terre di mezzo a cui ho partecipato con un racconto a tre voci che poi ho deciso di trasformare in 3 monologhi, e successivamente in uno spettacolo teatrale. Per quanto riguarda la storia, è una storia vera, che mi è stata ispirata da una bambina peruviana a cui davo lezioni di italiano e che diceva di avere due madri, quella naturale, che conosceva poco e la zia, che l’aveva cresciuta prima di arrivare in Italia. Ho cercato di entrare nell’emotività di queste tre donne e spero di esserci riuscita. Alcuni frammenti del racconto sono stati messi in scena nello spettacolo “Trapianto di cuore globale” di Maddalena Grechi, che indaga appunto la maternità a distanza delle donne immigrate.
E Bada-mi?
Le storie delle due donne immigrate in Bada-mi sono storie vere, la badante costretta a prestazioni sessuali è, purtroppo, un fenomeno diffuso ma che tende a restare sommerso. Badami nasce come lettura teatrale, ed è il mio primo esperimento di regia.
Abbiamo potuto assistere a una prova di questo spettacolo e abbiamo notato degli oggetti sparsi sul palco. Hanno un significato particolare?
Si, la mancanza di scenografia è data dal fatto che vorrei che gli spettacoli fossero adatti ad essere portati in qualsiasi luogo, ma è vero, gli oggetti hanno tutti un significato: il carillon rotto è la maternità sofferta di una madre che vorrebbe crescere la figlia ma il lavoro la costringe ad essere lontano da lei quasi tutto il giorno, la camicia rappresenta la figura maschile, presente e tuttavia mancante, il matrimonio della donna italiana e della donna straniera sembra più simile ad una marcia funebre, perchè quell’uomo non è reale, ha una doppia vita per la donna italiana, è simbolo di sottomisisone per la donna straniera. La catena ha una simbologia abbastanza esplicita, cosi come la valigia, segno di un partire “etimologico”, che sia un partire partorire, un rinascere, una taglio del cordone per la ricerca di una identità non frammentata.
Bada-mi andrà in scena venerdì 26 e sabato 27. A quando e di cosa parlerà il prossimo spettacolo?
Sto studiando molto per il prossimo testo, vorrei portare in scena uno spettacolo sulla figura della Dea madre, su quella divinità dai mille nomi e dalle mille lingue che è immagine di una storia che non ci viene raccontata, una storia in cui non c’era Dio, non c’erano guerre, le città non avevano mura difensive, non c’era il concetto di famiglia e di pater familias, si viveva secondo i cicli naturali e con un profondo rispetto per quelle qualità femminili che l’arrivo del Dio ha messo in secondo piano o ha demonizzato. È una riflessione sulla religione e su come erano strutturati i rapporti sociali. L’idea è nata dalle ricerche dell’archeologa Marija Gimbutas e dal libro di Pepe Rodriguez “Dio è nato donna” (purtroppo non più in commercio). Mi piacerebbe approfondire anche la figura archetipica di Lilith, la prima donna che Adamo rifiuta perché non si sottomette alla sua volontà.
Bene, allora cos’altro dire se non: break a leg!
Grazie!
Per contattare Silvia o gli altri componenti di anemofilia (Cecilia Moni e Fanny Lena), potete scrivere a anemofilia.teatro@libero.it. O visitare il loro sito web http://anemofilia.tk. Anemofilia è anche su Facebook, qui.
E poi, ovviamente, non mancate venerdì 26 o sabato 27 al “Baffo della Gioconda” (via degli Aurunci, 40 – ore 22.00) per “Bada-mi”!
Carnevale. Servono maschere. Bene.
February 16th, 2010Carnevale. Servono maschere. Bene.
Otto opzioni per un travestimento originale. [Cliccando sulle immagini è possibile scaricare i pdf pronti per la stampa e per essere ritagliati e indossati. O prima indossati e poi tagliati e poi stampati. Fate voi, come vi rimane più comodo].
Herman Melville [Clicca sull'immagine per scaricare il pdf]

Tom Waits [Clicca sull'immagine per scaricare il pdf]

Philip Roth [Clicca sull'immagine per scaricare il pdf]

Dr. Freud [Clicca sull'immagine per scaricare il pdf]
Poi, per i più coraggiosi e per quanti di voi vogliono l’originalità a tutti i costi, qui di seguito ci siamo noi. Sì, noi di Walwian.
Ah, se mai foste talmente temerari da “Walwianizzarvi”, mandateci le vostre foto per vincere fantastici premi! (ovvero molta stima)
Cominciamo …
Luca [Clicca sull'immagine per scaricare il pdf]
Matteo [Clicca sull'immagine per scaricare il pdf]
Valentina [Clicca sull'immagine per scaricare il pdf]
Stefano [Clicca sull'immagine per scaricare il pdf]
Qual è la vostra maschera preferita? Quale maschera avete scelto questo carnevale?
Raccontateci e, se proprio volete, indossateci anche.
Saluts,
M.
Long Train Runnin' – Epilogo
February 1st, 2010Prima di inziare, qui trovate la prima parte.
Adesso possiamo riprendere da dove avevamo lasciato.

Mentre sorvegliamo le suorine ginniche, il treno sfreccia veloce e imprendibile. Il Genio ha gli occhi chiusi, sembra dorma eppure sta in piedi. Si tiene appoggiandosi come può, dove può.
Cambia posizione, sposta il baricentro, si adatta e si riprende. Eppure dorme. Sembra una di quelle bamboline che stanno sempre in piedi, non importa come le colpisci, stanno sempre su. Mi ricordo che un giorno mi aveva detto che quello era uno dei suoi giochi preferiti, lui lo chiamava piccolo monaco rotondetto, Okiagari-kobōshi, lo so perché me lo sono scritto. Non sia mai che il Genio mi racconta una cosa e poi io me la dimentico. Aveva detto che con quello stesso principio funziona anche una bambola che si chiama Daruma, ma il resto della spiegazione me lo sono perso. Non perché non mi interessasse, avevo solo finito il foglio e non me lo sono segnato.
Ho le cuffie nelle orecchie e non sento nessuna musica. La musica è finita. Ci metto un po’ a capire di aver passato gli ultimi minuti ad ascoltare Il mio respiro. Mi faccio pena. Mi manca il cuore. Non sento i battiti. Solo un fruscio spesso. Respirare è come soffiare dentro il tubo di carta che sta dentro i rotoli di Scottex.
Il Genio, sempre lui, si era fissato che avrebbe conservato tutti i rotoli di cartone dentro lo Scottex e dentro la carta igienica. Appena poteva raccoglieva tutto ciò che gli capitava sotto mano. Aveva cominciato col riempire la sua valigia. Il Genio viaggia con la valigia. Una valigia di pelle. Pelle tenera che sembra ancora viva. Mi fa ribrezzo. Per questa cosa l’ho disprezzato molto. Poi mi ha detto che quella valigia è fatta con la pelle degli animali che trova schiacciati lungo la strada -quando il Genio non sta sul treno, lui viaggia per strada- che raccoglie e ripulisce e, dice lui, celebra donandogli nuova dignità. In quel momento, nel momento in cui me lo raccontava, ho desiderato che quella valigia fosse fatta con la pelle di un vitellino da latte ucciso a morsi piuttosto che con quella di povere bestioline già macellate e sventrate e poi umiliate dalla sapienza chirurgica di un omone che dorme come le bamboline che non cadono mai e stanno sempre in piedi. Poi mi sono ricordato che il Genio mente sempre. Per quanto mi riguarda, quella valigia può essere stata fatta con scorze d’arancia riciclate o con i trucioli di carta che si mettono dentro i pacchi, tutti abilmente intrecciati e subdolamente verniciati. In cuor mio, sono convinto che sia proprio così.
Sono passate ore, credo. Fuori è stato prima buio e poi è tornata la luce. Da qui non riesco a vedere, fuori, ma mi accorgo del tempo che passa dalle ombre sulla faccia del prete. Ho smesso anche di sorvegliarlo, lo guardo per controllare l’ora. Anche il proprietario della valigia su cui sono seduto non mi guarda più. Ogni tanto la porta automatica si apre. Qualcuno che va al cesso. Mi passa davanti e non so se lo fa per dovere o perché crede che io sia lì per vegliare sulla sua pipì, ma mi sorride.
Di solito, comunque, se ne fregano. Ne stanno arrivando un po’, si svegliano e devono pisciare. Arriva una donna, giovane, sulla trentina, con i pantaloni con taglio maschile e gli scarponi pesanti di pelle. Si è inibita e ha tirato dritto. Ha avuto paura perché ha visto il Genio. Il Genio mentre dorme.
Le persone ammiccano, sorridono e poi si infilano nel bagno. Io quando le porte si aprono guardo le facce della gente. Li immagino paonazzi sulla tazza, e poi provo a indovinarne il tipo di morte che gli capiterà.
Ogni persona che incontro, che ho incontrato, morirà. Prima o poi. E ognuna, lo farà in modo diverso, unico. L’ultimo pensiero delle persone deve essere per forza unico. Deve essere per forza il segno della motivazione che le ha tenute in piedi nella loro esistenza.
Quella ragazza con gli scarponi di pelle. Credo sia una di quelle persone che diventeranno vecchie e che moriranno semplicemente così, di vecchiaia; senza essere mai andate al bagno su un treno e senza aver fatto molte altre cose.
Intanto il treno scivola, sferragliando attraverso la campagna industriale. Il paradosso mi sembra divertente. Ha un qualcosa di militaresco. Il Genio dorme, altrimenti mi avrebbe spiegato lui tutto quanto.
La neve. C’è la neve e c’è il ghiaccio. È un velo sottile, trasparente, disteso davanti agli occhi. Una maglia finissima e leggera. Infila il silenzio tra i binari e le ruote del vagone. Ho ancora le cuffie nelle orecchie. Non ho fatto ripartire la musica. Me ne accorgo a tratti, della musica. O meglio, della sua assenza. Credo che questo fatto sia un segnale del mio torpore e del mio abbandono. Quando passo lungo le carrozze, lascio una scia profumata e disinfettata. Ormai non la sento neanche più e un po’ mi dispiace perché era uno dei miei odori preferiti.
Sta passando il controllore. Non ho mai capito perché il controllore passi sempre a quest’ora del mattino. Forse è perché la gente si addormenta e non ha modo di nascondersi al bagno. Al bagno adesso non c’è nessuno, lo sorveglio io. E sorveglio anche le suore e il prete, li sorveglio da ore. Dormono tutti. Il controllore li lascia dormire perché dà per scontato che abbiano il biglietto. Io penso che sia un bene che non abbia svegliato le suore. Quelle devono fare gli esercizi e, si sa, bisogna essere riposati prima di fare degli sforzi fisici.
Io, invece, non dormo da giorni. Non so se è colpa del movimento. Ho sentito di gente che non riesce a dormire se non sta su un treno. Davvero! Io no, io funziono al contrario. Menomale che c’è il Genio che dorme anche per me. Quando lui dorme, io sono tranquillo, mi riposa l’anima, ammesso che io ne abbia una.
C’è un ragazzo nella carrozza. Uno che sembra normale, che dorme con la testa appoggiata al vetro. È alto e lo schienale ergonomico non lo fa star comodo, si sposta in continuazione, sta col collo piegato da un lato, abbraccia il cappotto come fosse un peluche. Secondo me le cose ergonomiche non fanno mai stare comodo nessuno. Servono a far star comodo l’uomo medio che, in quanto frutto di un’approssimazione virtuale, non esiste. Mi alzo un attimo, per guardarlo da vicino.
Il controllore, trentacinque anni barra capelli rossi barra corpulento, lo sveglia. Il ragazzo non cambia espressione, sembra stia ancora dormendo nonostante gli occhi aperti. Sposta il foglio con il biglietto stampato che aveva poggiato sul tavolino davanti a sé, come per dire <eccolo, stava già qui il biglietto, era proprio necessario svegliarmi?>. Il controllore annuisce e prosegue. Mi passa di fianco -nel frattempo sono tornato al mio posto, sulla valigia-, dà uno sguardo ai bagni, io lo rassicuro chiudendo leggermente gli occhi. Non so se abbia capito o no il mio segnale, comunque prosegue, senza curarsi del Genio.
Il Genio dorme ancora e io comincio a sentirmi solo. Un pochino mi annoio anche. C’è la sua valigia e mi ha detto che non ci tiene più i rotoli di carta igienica finiti, forse ha mentito, ma forse non lo ha fatto. Sono curioso e vorrei aprirla. <Genio? Genio?> non mi sente. <Che cosa hai nella valigia, Genio?> non mi sente.
Io la apro lo stesso.
È stata una notte lunga, mi ha svegliato il controllore. Davanti a me ho trovato l’addetto all’igiene del treno che mi fissava. Ha una tuta gialla ma si comportava come se ce l’avesse rossa. Non chiedetemi come faccio a capire che si comporta come se avesse una tuta rossa. Io non lo so. È un fatto di sensazioni. Uno con la tuta rossa si comporta in modo diverso da uno con la tuta gialla, tutto qui.
Stamattina, è mattina vero?, ho un po’ di morte dentro e ho anche male alla pancia. Sento i pizzichi nelle budella. Come un taglio alla gola e il sangue che mi scivola lungo il collo. Mi tocco con una mano e mi guardo le dita. Non c’è sangue, solo piccoli cristalli riflessi nel sudore e il duro dei calli screpolati di freddo.
Vedo l’addetto all’igiene che apre la sua valigia. Parla da solo, penso sia colpa dei prodotti chimici: dopo un po’ ti fottono il cervello. Quando parla, alza lo sguardo e poi dondola un po’ la testa, come se seguisse delle parole che gli oscillano davanti agli occhi. Ha le cuffie, magari canta. No, sembra proprio che voglia attirare l’attenzione di un qualcosa che gli sta davanti ma, davanti, non c’è niente.
Apre completamente la valigia, la distende al centro della carrozza. C’è una vasca con delle trote. Si sente lo sciabordio innevato dell’acqua.
C’è un caravan nella vasca delle trote. Le trote si inseguono e provano a danzare. Provano a strofinarsi le une alle altre in cerca di un piacere bagnato e pescioso. Le sento nell’acqua torbida che mi scorre nelle orecchie, attraverso il cranio. Le trote hanno occhi, squame, branchie e sono fluorescenti e stanno morendo. Le trote hanno la barba che pende liscia e che fluttua dalle loro pance. I peli tracciano solchi nella sabbia.
Il caravan ha una tenda da circo e delle lanterne e molti lustrini. Le belve feroci sono nelle gabbie. Una giraffa prende il caffè, il domatore accarezza un pinguino. Il mangiatore di fuoco e di spade prende lezioni di danza dalla figlia del lanciatore di coltelli.
Le bestie feroci sono nelle gabbie e le gabbie sono attorno alla vasca. La vasca è nelle gabbie. Gli animali feroci sono liberi nella vasca, attorno al Caravan e osservano le trote. Tutti sono nelle gabbie. Le gabbie sono dentro la valigia. La valigia è sul treno.
Richiudo il bagaglio del Genio facendo attenzione a non bagnare a terra, sennò poi tocca a me pulire. Chiudo le fibbie con cura, le metto ben strette perché mi pare fossero così. Mi sento un po’ in colpa per aver ficcato il naso nelle cose del Genio senza averglielo chiesto. In realtà, ciò che più mi sta dando fastidio, è il non poter, in nessun modo, chiedere al Genio che cosa ci debba fare con una vasca di trote e, soprattutto, perché ci abbia messo dentro un circo. Ma tanto so già che mi direbbe una bugia. Il Genio mente sempre.
Il Genio dondola e boccheggia. Assomiglia a una delle sue trote.
La ragazza con gli stivali si decide ed entra in bagno. Il bagno è sul treno, davanti alla valigia del Genio. Adesso sopra alla valigia del Genio ci sto io, con buona pace del proprietario ansioso della valigia su cui ero seduto prima.
Quando attraversava la strada, rallentava il passo al centro della carreggiata, fermandosi a sospirare mentre le sue pupille si strizzavano nei fari delle auto in arrivo.
Per il tempo di un paio di battiti restava lì, indeciso, sospeso, a irrigidire i muscoli e a piantare le suole delle scarpe dentro l’asfalto.
Preparandosi all’impatto aspettava che le auto rallentassero, che soffocassero il rumore dei loro motori nel buio. Poi andava avanti, proseguendo la camminata che, a uno sguardo poco attento, sarebbe sembrata del tutto normale.
Ogni giorno, tornando a casa, sulla banchina della stazione, si sforzava di arrivare a calpestare la linea gialla. Ci metteva la punta spaventata della scarpa e poi, pallido e tremante, si ritraeva spalle al muro. Con i polpastrelli pigiava sulle colonne che sostenevano la copertura del binario 7, cercando un appiglio, cercando una maniglia a cui potersi aggrappare.
Non si sarebbe mai gettato ma, ogni volta che arrivava il treno, sentiva la carne che si scuoteva in tumulti, il suo sangue che disegnava una striscia sopra i graffiti e se stesso che riusciva a vedersi, per l’ultima volta, macellato sui binari. Pensava che potesse esistere un uomo enorme che lo avrebbe raccolto, che lo avrebbe lavato e che, con la pazienza degli dèi, lo avrebbe spellato e stirato e trattato. S’immaginava a forma di valigia, a viaggiare su quello stesso treno che lo aveva ucciso.
Con questo in testa si mordeva la lingua e si conficcava le unghie nella carne. Il pensiero della propria morte lo nauseava, eppure l’annusare, anche se solo con la mente, quel dolore così intenso, gli alleggeriva il cervello.
Sentiva le trote che danzavano nello sciabordio dei pensieri. <Venite Signori, Venite! Comincia lo spettacolo>, diceva il domatore. E lentamente, in modo ordinato, le trote della sua testa entravano nel tendone del circo.
C’erano le luci e i trapezisti erano incredibilmente leggeri.
Una volta! Due volte!
Sempre il Daruma di rosso vestito
Incurante torna seduto!
Buon viaggio,
M.
L'angolo della Posta
January 31st, 2010
![]() |
![]() |
|
![]() |
|
![]() |
|
![]() |
|
![]() |
Coffee, Cigarettes & iPad
January 28th, 2010Per un antico vezzo italico (tornato in auge recentemente, proprio a proposito di cose fatte da quelli che abitano l’altro lato dell’Oceano), il giorno dopo l’evento, è d’obbligo incontrarsi al Bar Sport virtuale e ossessionarsi con i se e con i ma. È d’obbligo anche essere iper-critici, il più possibile sarcastici e soprattutto saccenti. Il pessimismo, invece, è una peculiarità dei dialoganti in questione.
- Allora, iVisto la tavoletta ieri?
- Eh, sì, l’ho vista.
- E allora? Che te ne pare?
- Che ha un nome stupido.
- Si chiama iPad, iCuscinetto.
- Eh, ma l’alternativa era iSlate, is late.
- In effetti, ma avrebbero potuto usare un nome di fantasia. iDiosincrasia, per esempio.
- Eh.
- Ho letto un commento sotto un post di Wired.com. Diceva che avrebbero dovuto, viste le dimensioni, puntare al mercato femminile. Perché le donne hanno la borsetta e saprebbero come portarselo a spasso.
- Anche io ho una borsetta, e non sono una donna.
- Vabbè, ma quelli sono americani, al massimo portano un marsupio.
- E nel marsupio non c’entra.
- Eh, no.
- Vabbè, allora hanno scelto proprio un nome del cazzo.
- Però, secondo me, in Europa e nei paesi non anglofoni funziona. Alla fine, se uno non è malizioso, iPad è un nome già familiare. Che uno ricorda e che associa immediatamente a un coso con quella forma lì.
- Mmm. Beh, sì. Però non ha la webcam integrata. E mi sembra un iPhone gigante. E poi ha poca memoria e non supporta Flash e non permette il multitasking.
- Perché, tu se in grado di fare più cose contemporaneamente?
- No, ma non dicevamo che dovrebbero puntare al mercato femminile?
- Sì, hai ragione. In ogni caso il successo non dipenderà dall’oggetto in sé. L’oggetto è molto bello, e serve allo scopo. Ha uno schermo stupendo ed è veloce ed è connesso. Ha uno Store alle spalle. Lo strumento è solo il luogo in cui avverrà il cambiamento. Quella cosa serve per leggere, per portare in giro foto, per guardare video, per prendere appunti e per conservarli. In sostanza serve per creare un mercato ai contenuti di qualità. I film in HD, i libri appena usciti (che magari avranno funzioni multimediali ecc). Servirà per leggere un giornale che assomigli a un giornale senza bisogno di perdere la vista. Uno potrà portare in giro il proprio portfolio, le proprie bozze, e quello di cui ha bisogno.
- Sì, ma a me non sembra comunque una rivoluzione.
- Non è ancora una rivoluzione. Ma ci si sta armando. Pensa se un giorno quel coso fosse diffuso come l’iPhone.
- Eh, milioni di persone che vanno in giro guardando film o video Youtube.
- Ma magari qualcuno legge. Se torna di moda leggere sarà proprio grazie all’iPad.
- La gente non legge. La gente colleziona libri. Si collezioneranno libri digitali da comprare con un solo click e un addebito su carta di credito. I libri digitali non ingombrano e non pesano sul contante nel portafogli. Sono immateriali e si acquistano con transazioni immateriali. Sembreranno cose del subconscio. Ci troveremo caterve di libri sullo scaffale virtuale che non bisognerà neanche fare lo sforzo di spolverare. Si compreranno molti più libri, moltissimi di più, ma non credo che qualcuno si prenderà la briga di leggerli.
- Sì ma, a noi cosa interessa?
- Niente, era una riflessione antropologica sull’impossibilità di un nuovo Rinascimento.
- Ma perché, a te risulta che nel rinascimento leggevano?
- No, costruivano macchine volanti.
- Non so chi si sia preso la briga di annoverare la lettura tra le attività umane. Cioè, uno legge perché ci sono cose scritte che bisogna sapere, tipo PUSH o PULL sulle porte. Ma lì finisce.
- È poco più che guardare.
- Per questo l’hanno fatto bello, l’iPad. Così uno guarda le cose scritte. Ogni tanto tocca un titolo con il dito. Ogni tanto compra una cosa solo perché ne è attratto.
- Cioè, non è una rivoluzione, è solo un modo per rifare il trucco a una cosa che non cambiava da secoli.
- Sì, un po’ come hanno fatto con la musica. L’hanno resa più accessibile, l’hanno moltiplicata, ne hanno tagliati i costi. Pensa a quanta musica possiedi e a quanto poco la ascolti in proporzione. Se fossero stati cd, forse ti saresti pure accontentato, avresti detto, beh, ho un bel po’ di musica, forse basta.
- Eh, no. La musica è diversa.
- Ma con i libri funziona così. Uno guarda la propria libreria e dice: “ammazza quanti libri ho, che me ne faccio di altri”. I libri si acquistano e si possiedono a volume. A nessuno frega niente di andarsi a spluciare le nuove uscite e i nuovi autori. Non c’è la caccia alla novità che ci può essere con la musica.
- Ma io ascolto solo musica di gente morta.
- Però almeno ti vai a cercare le rarità. Tu ti immagini uno a cui piace Melville che si va a leggere tutte le edizioni di Moby Dick solo per vedere le differenze tra l’una e l’altra?
- Forse qualcuno lo fa.
- Sì, ma è complicato. Ci vuole tempo. Ci vuole concentrazione e volontà. Con la musica uno preme play e via. Se non ti piace cambi.
- E dici che con i libri funzionerà così?
- Può essere. Tanto, non occupando spazio, si potranno acquistare, sfogliare, leggicchiare e poi dimenticare -in un futuro che già è presente, i nostri dati e le cose che possediamo non dovranno neanche stare sui nostri hard disk, ma potranno essere custoditi e sparpagliati tra le nuvole della rete, rendendo lo spazio a nostra disposizione talmente abbondante da farci sentire inetti per non essere riusciti a riempirlo e saturarlo immediatamente-. Lo stesso vale per i giornali, forse di più.
- Io comprerei tutti i giorni il Sun.
- Cosa che adesso non ti sogneresti di fare. Potresti anche comprare una copia di qualsiasi magazine prodotto in qualsiasi parte del mondo.
- Zero costi di distribuzione e la competizione che, a parità di condizioni d’accesso al mercato, si sposta sulla qualità dei contenuti.
- Sì, chi è più bravo alla fine viene premiato.
- Vuol dire che pure Walwian finirà sull’iBook Store?
- Se saranno bravi sì.
- E li compreranno insieme al Newyorker e al Rolling Stone?
- No, forse insieme a Casa Viva o Gente, ma possono organizzarsi e cercare accordi migliori.
- Allora eccola la rivoluzione!
- Sì, ma non è ancora successo. Adesso c’è solo una cosa con un nome strano, costosissima e che uscirà in Europa tra mesi e subordinata ai soliti megacontratti telefonici. Poi c’è un iBook Store, che non si sa come funzionerà e non ho capito se esisterà. C’è un’applicazione che si chiama iBook, di cui si poteva fare anche a meno. E poi ci siamo noi che facciamo speculazioni.
- Ma il mondo potrebbe essere un posto migliore.
- No, il mondo farà comunque schifo.
Saluti,
M.
Tavolette alla mela
January 27th, 2010Tra qualche ora cambierà tutto, di nuovo. In genere, quando ti avvertono di una rivoluzione in arrivo, gli effetti della rivoluzione, in sé, paiono smorzati.
In genere, quando la rivoluzione, anziché partire dai bisogni dell’uomo, o di un gruppo di uomini, parte da un oggetto, la cosa, in sé, pare ancora più strana.
Di cosa si parla? Si parla dell’Apple tablet, la prossima voce in cima alla lista dei desideri di qualunque essere umano sul pianeta che viva nella parte di mondo che può permettersi (o anche no) il superfluo.
L’Apple tablet, però, non sarà il superfluo. Sarà il necessario, sarà il nuovo bisogno condiviso, il nuovo miraggio tecnologico segno del progresso e della scoperta, l’oggetto che si attende per uscire dalla crisi.
Una specie di messia. Un amuleto o uno strumento magico che sia in grado, disseminando un nuovo modo di fare affari tra gli uomini, di diffondere e infondere nuova fiducia, nuove idee e, soprattutto nuovi soldi.
Si dice che oggi l’editoria potrà risollevarsi dalle proprie ceneri. Perché? Perché avrà un grande iPhone, che si diffonderà capillarmente e cambierà il nostro approccio alla fruizione dei contenuti. Un grande coso con uno schermo attraverso il quale distribuire le proprie cose. Ovviamente le nuove cose editoriali dovranno essere multimediali, multitouch, possibilmente multiutente, talmente ricche da riuscire a soddisfare l’insaziabile sete di notizie che tutti gli uomini, chiaramente, hanno.
Il mondo editoriale rinascerà perché finalmente avrà una piazza sempre affollata in cui poter strillare l’uscita delle proprie pubblicazioni, che saranno, questa è l’unica cosa certa, meravigliose. E i bambini nelle classi potranno, anziché dividere il Sussidiario, mettere in mezzo un oggetto sottile e di alluminio, a metà tra un vassoio e una placca celebrativa (e lo sarà, pura celebrazione), su cui scorreranno video, magari il video dell’insegnante stesso che, pur essendo davanti a loro, sarà di certo più eloquente una volta impacchettato in cotanta meraviglia estetica. E gli studenti potranno avere, con una sola passata di mano unta di pizza della ricreazione, tutti i contenuti di cui hanno bisogno. Articoli? Voci dell’enciclopedia? Libri? Immagini? Schemi? Applicazioni educational? No, o meglio non solo, avranno Facebook, avranno World of Warcraft o uno di quei giochi piovuti dai cartoni animati. I Gormit, o come si chiamano. Si scambieranno figurine digitali, lanciandosele, immateriali, da una tavoletta all’altra, avranno modo di commentare le partite guardandole direttamente mentre accadono e, quando cresceranno un po’, avranno tonnellate di porno pronte ad appagare i loro nuovi, sconosciuti e, quelli sì, naturali desideri. Finalmente i contenuti scolastici saranno sponsorizzabili, le scuole stesse potranno raccogliere fondi pubblicando il materiale da loro prodotto. O sponsorizzando, al pari della Nestlè o della Coca Cola, il materiale di altri. Chiunque potrà tuffarsi in questo nuovo mare di consumautori (i prosumer, parola che, finalmente, potrà avere un significato. Per la gioia dell’Accademia della Crusca e anche di tutti noi) e produrre. Produrre e vendere. Produrre e vendere. Sarà così semplice e così bello, a portata di un touch (ormai il click e le interfacce come le conosciamo sono roba vecchia). E avrà successo, perché ci ha messo mano l’unico uomo nella storia dell’umanità in grado di cambiare i modi di vita delle persone senza usare la violenza ma, piuttosto, sfruttando al massimo l’idea per cui ciascuno di noi è alla disperata ricerca di un qualcosa a cui delegare le proprie facoltà sensoriali e intellettuali.
C’è stato il computer, ma era ingombrante. Poi è arrivato l’iPod, che con le dimensioni ridotte, le cuffie e la musica, riusciva a toccarci nell’animo primitivo, e a placarci definitivamente, cullandoci in un rassicurante abbraccio.
Con l’arrivo dell’oggetto i, tutto sembrava andare per il meglio, ovvero, nessuno si era lamentato. Ascoltare musica era pressoché ok.
Poi è arrivato l’iPhone. E la musica non serviva più a niente (meglio, la musica c’era sempre, sempre di più, ma a nessuno importava): avevamo le applicazioni. Cose come una livella che funziona grazie a un accelerometro o un accendino virtuale scalano rapidamente la classifica delle priorità raggiungendo il pane e l’acqua (anche perché significativamente più economiche rispetto ai suddetti beni).
Una cosa, però, accomunava, le rivoluzioni oggettistiche di cui sopra: erano tutte centrate su di noi. Sulla nostra esperienza. Sul miglioramento rilevante della specie. Sulla possibilità di essere degli animali migliori: più sicuri, più informati, più efficienti e, soprattutto, più cool.
Adesso no, non oggi. Oggi la rivoluzione è per qualcun altro. Oggi la rivoluzione risponde al bisogno di un settore, risponde alla crisi, serve a far muovere i soldi. La magia è svelata. Il meccanismo è scoperto e pare tutto trasparente. Dopotutto, possedere gli iPhone ci ha resi talmente smart da non poter essere più fregati con il trucchetto della silhouette nera che balla con il gioiello penzolante (e non penseremo più di poter ballare in quel modo solo perché indossiamo un lettore mp3 al collo. Lo so, non è un lettore mp3, è mooolto di più). Adesso siamo disponibili ad accettare la nostra condizione di clienti. Senza artifici, con l’umiltà del suddito.
Vogliamo qualcosa che non è pensata per noi, che non sapremo usare (o che comunque useremo in modo incredibilmente superficiale, rendendo complesse attività altrimenti banali, tipo fare una telefonata), che genererà un altro devastante gap tra chi può e chi, invece, non vuole. Sono certo che quello sarà il futuro del nostro consumo culturale, sono certo anche che quello sarà il futuro della nostra produzione. Disporre di tutto ciò di cui avremo bisogno in modo virtuale, bello, attraente e, soprattutto, tattile, usando un solo strumento. Una specie di porta d’accesso alle meraviglie della creatività, una porta d’accesso alla creatività condivisa, la creatività di tutti e alla portata di tutti. E saremo, d’un tratto, esperti di ogni cosa, bravi in ogni cosa e sentiremo il bisogno di condividere la nostra bravura con gli altri. Saremo, finalmente tutti produttori. E consumeremo i nostri stessi contenuti. Ci imbriglieremo in un circolo masturbatorio e autoreferenziale. Ce ne fotteremo dell’altro, indipendentemente dalla qualità delle cose che propone. Se lo considereremo, sarà solamente nella speranza di essere, a nostra volta considerati. Ma questo già accade. Con o senza tavolette alla mela (da mettere sulla lingua e lasciar sciogliere in bocca).
Se non disprezzassi gli uomini (me compreso), sarei certo che quello che accadrà oggi sarà il catalizzatore di una lunga e fragorosa reazione che porterà alla reinvenzione della narrazione. Finalmente permetterà di uscire in modo compiuto, senza gli ingombri di un’interfaccia innaturale, dalla linearità del libro, del film, di tutto ciò che ha un inizio e una fine. Se non avessi la più completa sfiducia nell’uomo e nelle sue azioni, sarei felice perché, finalmente, potremo godere dei contenuti di cui abbiamo voglia e nella misura in cui ne abbiamo voglia (qui la domanda, avremmo voglia di contenuti se nessuno ci fornisse dei pacchetti? E se sì, riusciremmo a mangiare un pasto completo o saremmo degli spiluccatori culturali?). Potremo conoscere, ammirare, esplorare eccetera eccetera. E la realtà, le cose e i luoghi, sarebbero più reali e più ricchi proprio perché in grado di dialogare con un oggetto con cui noi stessi siamo in grado di dialogare. Ecco, se avessi fiducia nell’uomo, sarei persuaso dall’idea per cui la tavoletta della Apple potrà essere il nuovo, democratico, mediatore tra il mondo e la nostra capacità di conoscerlo e di comprenderlo.
Ovviamente io ho zero fiducia nella specie umana (non è vero. Ho piena fiducia e amo visceralmente l’uomo. Per questo non posso fare a meno di odiarlo).
Comunque, questa sera, sono certo che le mie tendenze apocalittiche (opposte alle tendenze integrate, per rubare le parole a Umberto Eco) verranno smentite non appena l’uomo che porta sempre a termine il proprio cognome pronuncerà la celebre frase: “… one more thing”.
Ne riparleremo, su questi server.
Saluti, M.
NB. L’autore possiede la maggior parte degli oggetti citati in questo articolo. Anzi, tutti, e in più edizioni, tranne, ovviamente, la tavoletta (questo solamente perché non è ancora stata messa in commercio).
NB II Durante la stesura di questo articolo è stata aperta una sola pagina internet. Un lemma di Wikipedia. Sulla Prima Rivoluzione Batava.
NB III Questo articolo è stato scritto con un Mac.
Romero Live @ Traffic
January 9th, 2010Roma, 8 gennaio 2010
Traffic Club [via Vacuna 98]






























































