
Name: Luca @ Walwian.com
Bio: Luca è nato nel 1982 a giugno, mese che continua, imperterrito, a citare. Lo fa, si direbbe, attratto dall'inebriante fascino del grano nella provincia italiana. Esperto di pezzi di molte cose, si specializza in guerra fredda e cappelli. Riuscendo nell'impresa di fondere le due cose con controverso talento. Spera che "The Walwian" possa, un giorno, essere stampato con torchio e caratteri mobili. SCRIVIMI
Posts by Luca @ Walwian.com:
Fear & Loathing @ the Jazz Fest.
July 26th, 2010
Avevo scritto sui foglietti per non dimenticare.
Li ho persi. Non ho dimenticato.
Non è possibile dimenticare.
Partenza.
La radio blatera stronzate. La radio è vita. tieni accesa la radio, ti aiuta a tenere l’anima dentro i denti. Nella Big R fanno 36 gradi. Ci sono due posti in cui fa più caldo: Bolzano e Perugia. Bolzano è: cripto crucchi e squadre in ritiro, alberi e bilinguismo. Perugia è un catino bollente dove potrebbe accadere qualcosa, forse sta già accadendo. Perugia è provincia italiana doc, studenti, immigrati di seconda generazione, droga, cazzate massoniche alla salsa di pomodoro, intrigo, cospirazione, una procura frizzante, qualche omicidio e pub per gli erasmus. Perugia è grosso casino di stratificazioni e mix del tutto improvvisati. A Perugia fanno due gradi in più che nella Big R e c’è l’Umbria Jazz. Andiamo a vedere che succede, andiamo a bollire nel blues. Andiamo a provare 40 gradi percepiti e drink annacquati.
Senza addurre motivazioni oggettive.
Flashback. Qualche giorno prima. Ascolta la radio. La radio dice che li stanno pestando. Non devono arrivare a protestare davanti al palazzo. E’ chiaro che sia stato il governo a dire “non si deve vedere. non ci deve essere la scena. CUT.” Terremotati. Ex borghesi. Ex middle class. Scusate c’è qualcuno qui che sa come si fa una protesta? Pestati dalla polizia. Detentori del monopolio dell’uso legittimo della forza vs the common people. E’ accaduto. E’ un punto di rottura. Ora può accadere di tutto. Può esserci repressione. Può esserci reazione. Si può morire pestati, si può morire in una stazione per una bomba. Si può morire. Si deve stare rintanati. Ho avuto paura. Ho provato sdegno. Ho sperato che fosse indignazione. Era puro terrore. Sono stato sopraffatto dall’orrore. Ne sono invaso. Sconfitto, ho odiato. Ho odiato, dunque ho perso. Ho provato odio e smesso di provare compassione per gli uomini, perché ho cominciato a provarne per me e basta. Ho avuto trés paura. Ho accostato la macchina e ho tremato. Ho desiderato vomitare. Non ci sono riuscito. Conati. Singulti. Singhiozzi. Poi: quando mi accorgo di volgere le labbra al torvo, e l’umore mi scende come un novembre umido e piovigginoso (…) per impedirmi di buttar giù il cappello a ognuno che passa(…) cheto cheto (…) io mi metto in mare. E’ stato allora che ho deciso di andare a sentire il blues del Delta. Ho deciso di andare a sentire il blues, dove ci sono tutte le cose che amo, dove ci sono tutte le cose che odio. Quella medicina. Gimme a fix. Il blues. Quel blues.
Non luoghi/The Mall.
Globalizzazione. Scorie. Annusa l’aria. Sa di aria condizionata da centro commerciale, puzza di petrolio emulsionato dall’acqua salata del Golfo. L’aria sa del silicio dei server del Punjab e dei copertoni bruciati in South Africa. Sa di dolciastro, gli happy hour. Sa di medicinali e demerol e di puttane d’alto bordo. Fuggi da Roma, è Bisanzio, è basso impero. La Termini è Terminus. Vai a Mos Eisley. Fuggi dal Cesare. Vai alla corte del mercante Jabba De Hutt.
La gente sciama. La gente è sciatta e trascina le buste colorate. Sono di petrolio raffinato e soffiato fino a diventare quella merda di plastica, vetro floscio e impuro. Guarda gli esseri umani. Guarda la massa di idioti all’ingrasso. È tutto colpa loro. È tutta colpa tua. Dunque, è tutta colpa nostra. È quel complesso di colpa, insolubile, non-removibile, che affligge gli innocenti.
Compra qualcosa. Un vestito grigio ghiaccio anni 60 – ehi guardatemi, sono il fottuto procuratore distrettuale di New Orleans: vi prego non mi insabbiate. Compra qualcosa agli antipodi, una camicia da redneck. Costa come mezzo pieno di benzina. Misuriamo la ricchezza del mondo in barili di petrolio. Immergiamo il braccio nel petrolio dentro la barile e non toccare il fondo. Siamo ricchi, siamo sporchi, siamo cancerosi a 40 carati.

Non luoghi/Highway & Other Roads.
Guarda l’uscita dell’autostrada e il viadotto nella Valle. Guarda un pezzo di mondo che nessuno mette sotto i piedi, nessuno sente con i passi. Esiste solo a 150 km/h. E’ un non luogo ed è la maggior parte della nazione. Ci passi. Non puoi andarci, non puoi percepirlo, non puoi esploderlo e dilatarlo ad una dimensione normale. E’ un salto nell’iperspazio. E’ solo campagna, colline lontane dal mare, sono onde di terra e minerali precambriani che si infrangono sulla costa. Terra corrugata. Schopenauer, volontà di potenza: ogni cosa, ogni singolo metro quadrato è ricoperto di vegetazione, una texture continua, una muffa aliena che ha attecchito ovunque. This land is their land. E’ bellissima, di una bellezza che non vivremo mai, ma che possiamo solo percepire a grande velocità. Un bambino su un altro sedile posteriore vede 50 metri che diventano un pugno di secondi. Il bambino verifica la validità della teoria della relatività. Eri un bambino che guardava dal finestrino. Ora stai guidando. Non è cambiato niente. E’ cambiato tutto.


Sei ancora confuso. La bussola elettrica chiede di essere sventolata. Non sa indicarti più il nord. La bussola ti confonde. Tu sei confuso. Incasini le cose chiare. e ti impantani in quelle complicate. Stai odiando. Hai odiato in modo intelligente. Hai odiato troppo. Prima, nel parcheggio del mall. Ripensarci a 150 km/h. Mangi un cheesburger da infarto e succhi coca gelata. Passano le macchine. Vedi la gente. La gente compra. La gente torna a casa. Guarda le facce. Le odi. Odi i bianchi. Sei un odiatore all’incontrario. Hai visto comprare merda su scala industriale. Li hai visti ingozzarsi. Li hai visti trascinare i piedi. Ora vuoi vedere mentre comprano qualcosa di buono. Vuoi andare a vedere della musica per famiglie. Vuoi andare a vedere se c’è spazio per qualcosa di buono. Hai fissato gli esseri umani troppo a lungo. Li hai visti vacillare e iniziare a putrefarsi. Adesso è tempo di andare a vedere se c’è una possibilità di nutrirsi di qualcosa di sano, su scala industriale. Li vuoi vedere mentre guardano il blues dei neri che va. Vuoi vedere se muovono i culi bianchi o se gli si stringono i cuori e le coronarie incrostate di grasso tremano. Vuoi vedere un segno di vita. Vuoi sentirti vivo. Sei già stato a guardare in Africa – praticamente niente – ti sei beccato una febbre tropicale e un delirio. Sei offuscato dalla realtà e dall’odio.
Ho visto e ho sentito e ho percepito profileferare la grettezza e la stupidità. Ho visto i diritti costituzionali mangiati dai Pigs, mentre il resto dei maiali annuiva e grugniva e sorrideva. Ho vista la fine della Repubblica nelle botte sui volti dei questuanti dell’Imperatore. Ho visto la fine, piegato sul volante, senza respiro, colto dalle lacrime, mentre stava proprio accadendo.
Perugia/Pomeriggio.
I magrebini si riuniscono davanti al supermarket. C’è la fermata del bus. C’è il minimarket. Fonte d’acqua e junk food. Stiamo all’ombra, compriamo bottigliette d’acqua. Siamo arabi. Ci piace l’atmosfera dell’oasi e torniamo nella kasbah in bus al metano. Senti la mia nuova suoneria del cellulare. Gli slavi davanti al bar tabacchi. Parlano secco e violento. Hanno occhi stralunati. Li hanno presi da bambini. Guerra civile: avevamo gli anni giusti. Bevono birra tiepida e vino da quattro soldi. Fumano sigarette di infima qualità e indossano magliette che tirano sulla pancia e sui muscoli. Hanno nervi e grasso. Lavoro in cantiere, pesante cibo a buon mercato e birre post prandiali. Qualche studentessa: lycra e rossetto, chili di fard, post sbronza, post sballo. Guarda i miei occhi. Sembrano il fondo di un cesso pubblico. Gli sfigati sciabattano con le loro magliette da cazzoni. Noi guardiamo dalla finestra. Noi fantastichiamo: il corteo presidenziale in quella curva rallenta fino a 15 km/h. Dal magazzino… qui non c’è una buona linea di tiro. Da dietro la collinetta. Da dietro la palizzita! Non c’è nessuna palizzata. Facciamone costruire una al nuovo Sirhan Sirhan in cambio di una rivista porno e gettoni da video poker. L’appartamento sembra Munich. Beirut. Parliamo di stronzate e vestiti. Guarda il mio nuovo completo: sembra da procuratore distrettuale di New Orleans, vero? Sembri il fottuto Diego Maradona. Sembri uscito da quel cazzo di Miami Vice.

Perugia/Esterno notte/alba.
Ero qui per fare due cose ben distinte. Volevo vedere le persone fare qualcosa di buono, come ascoltare la musica, tutte insieme. Volevo vedere le persone e i non-vecchi coagularsi e ritrovarsi. Segnare il punto, vedere dove siamo, a che livello. Una sorta di conta, di riconoscimento collettivo. Senza scherzi, senza illusioni. Vedere dove sono gli altri, se stiamo facendo qualcosa. Se siamo ancora buoni, se mai lo siamo mai stati. Pensavo di poter vedere l’altra parte di nazione, quella, perché no, che riconosce l’importanza del colore viola, mentre fa qualcosa, mentre si mischia ad una base più allargata. E’ un congresso che, dopo tutto, si tiene sull’Italia appenninica, repubblicana e con simpatie di sinistra. Non mi sono rincoglionito. Non sono un illuso. Volevo solo vedere un po’ che succedeva fuori. Ho pensato che fosse un buon posto, una città ricca e borghese, gretta e famigliare, cattolica e comunista, massonica e libertina, piena di droga, seminari universitari a cui non frega un cazzo a nessuno, ragazzi ricchi che vestono come i neri dei ghetti e votano qualche post fascista o ultra liberista da operetta che gira per le compagne umbre in cerca di trans e cocaina.
La seconda cosa che volevo fare era sentire del blues, andare vicino a queste sconosciute ensemble di New Orleans. Forse parlaci. Forse chiedergli della British Petroleum, di Obama e di Cathrina, di Bush e della città distrutta dall’acqua e poi infangata dal petrolio. Volevo andare vicino e vedere.
C’è un preciso punto, un punto inutile e morto, dove tutto si ferma. Per dirla con Hunter S. Thompson, “vedemmo dove la marea era arrivata, e dove si ritrasse”. Non c’è nulla. Me ne sono stato a parlare sul sagrato di una chiesa, come i delinquenti di una volta, e non ho sentito una nota di blues. Non credo ci fosse.
All’alba la città è diventata un quartiere di un’altra città, ogni cosa si è confusa nel sonno e nella luce strana dell’estate, mentre si caricava a 40 gradi centigradi, per dopo. Perugia è diventato un sobborgo della Big R, e la Big R era Perugia e ogni cosa era scialba e insapore. Non c’era niente da capire.


Ripartenza & Addio.
E’ stato tutto molto confuso. Le motivazioni, le non-risposte. L’unica cosa che mi pare chiara mentre nuoto in una splendida piscina, prima di mangiare ottimo cibo e rimettermi in viaggio, è che non c’è un momento in cui le idee, le visioni, servono, è quando sembrano essere superate, morte. E’ nel post, è nel cambio di paradigma, che bisogna trovare una chiave per leggere quel che sta accadendo. Le idee vecchie non spiegano tutto. Le idee nuove sono implumi, fragili. Perché chi le doveva fare, ancora non ci sta pensando. Laggiù, nei nuovi imperi, dove c’è la condizione essenziale perché il pensiero fiorisca, ovvero far accadere le cose, ancora non si sono fermati a pensarci su. Qualcosa si muove. In una provincia produttiva dell’Impero Cinese, i lavoratori hanno scioperato e hanno ottenuto uno stipendio dieci volte più alto di quello che avevano. L’India continua ad essere la più grande democrazia parlamentare della storia, e tra poco si conteranno, faranno un censimento. Una occasione, emozionante, unica, in cui ci siede ci si guarda in faccia. Non a caso, i vassalli del Nuovo Secolo Americano, vorrebbero abolire l’istituto del censimento. Proprio in America, l’impero invecchiato sotto il peso delle infrastrutture logore, una corporation scopre di non aver sviluppato una tecnologia in grado di riparare ai danni fatti dalle proprie azioni. Il Re Nero prosegue con la forza della normalità, tra quieti mugugni e grandi difficoltà, la sua opera, mai così radicale. La vecchia Europa sta nel mezzo, come al solito. Guardiamo il nostro regresso, la nostra involuzione, e abbiamo così bisogno di idee che tra poco ci torneranno utili quelle che abbiamo sempre avuto e abbiamo dimenticato. Noi siamo i figli di questo tempo di mezzo e guardiamo, atterriti e paralizzati, smarriti. Così sconsolati, perché i nostri pensieri non sanno che parole dire e a chi rivolgersi: sono tutti awfull cold, oh my generation. Siamo sospesi tra particolarismi ed egoismo, non c’è respiro che non sia d’odio, o di amore ipocrita e asfissiante. Abbiamo solo smarrito la capacità di raccontarci e di narrarci l’un l’altro. E’ proprio per questo, che non c’è molto rock & roll in giro.
La summer gig issue può iniziare da qui.
Eleven/Inglorious/Bestards
June 29th, 2010Sull’attenti!
Ho bisogno di 11 giocatori.
Andremo in South Africa vestiti da calciatori
per fare una cosa, una cosa sola:
far vergognare la FIFA.
I membri della FIFA e i calciatori collaborazionisti
hanno attraversato i 5 continenti seminando
marketing, stucchevoli giochetti,
partite inguardabili, fairplay da operetta.
Ci hanno schifato.
Ed è esattamente quello che noi faremo a loro.
Saremo crudeli con la FIFA,
e attraverso la nostra crudeltà,
scopriranno chi siamo.
Alla FIFA avranno la nausea di noi,
i giornali parleranno noi.
e avranno paura di noi, e ci metteranno 5 e mezzo.
Quelli della FIFA non hanno umanità,
e devono essere umiliati.
Ogni uomo sotto il mio comando
deve portarmi 10 cartellini rossi,
e io voglio i miei cartellini.
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NB: Ribery ha abbandonato la missione. Per dirla tutta, è stato rimosso dal suo incarico, per “essersi scusato” per aver frequentato una prostituta. Gli standard morali di questa squadra non prevedono che ci sia la possibilità di scusarsi.
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1.Idriss Carlos Kameni
RIPUDIATO – TROPPO PRESTO – DAL BARCELLONA,
ICK HA GIRATO I TEATRI DI GUERRA DI TUTTA EUROPA, METTENDOSI IN EVIDENZA
NELL’ESPANYOL, DOVE HA RACCOLTO L’EREDITA’ DI THOMAS N’KONO.
HA AGGREDITO UN TIFOSO.
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3.Philipp Lahm

DOTATO DI GRANDE ELEGANZA, NONOSTANTE IL RUOLO IMPEGNATIVO,
NON SUDA, NON URLA, NON FA A PUGNI E NON FA CONFUSIONE.
PORTA A TERMINE IL COMPITO CON SILENTE PRECISIONE.
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4.Diego Lugano

LO CHIAMANO IL MACELLAIO. GLI AVVERSARI NON NE CONOSCONO NE’ IL NOME
NE’ IL MODUS OPERANDI. DOVUNQUE E’ STATO, HA LASCIATO DIETRO DI SE’ UNA SCIA
DI INFORTUNATI RANTOLANTI. ORA AMA CONFONDERSI TRA LA FOLLA DALLE PARTI DEL BOSFORO.
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5.Oguchi Onyewu

I BAMBINI HANNO INVENTATO UNA AGGHIACCIANTE CANZONCINA CHE DESCRIVE LE MOVENZE
DI QUESTO ENORME DIFENSORE AFROAMERICANO: OGUCHI STA ARRIVANDO / STA ARRIVANDO A PRENDERTI.
INDEFESSO DIFENSORE DELLA PROPRIA AREA, E’ DOTATO DI UN ANIMO GENTILE. MA E’ ANCHE COSI’ GROSSO DA FAR MALE AGLI AVVERSARI CON LO SGUARDO.
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2.Carles Puyol

DURANTE IL FRANCHISMO PUYOL HA COLLABORATO IN MANIERA ATTIVA CON NUCLEI INDIPENDENTISTI BASCHI. UNA VOLTA FINITA LA DITTATURA, SI E’ RICICLATO NEL RUOLO DI DIFENSORE DELLA SQUADRA PIU’ TECNICA DEL MONDO. E’ QUEL CHE SI DEFINISCE UN DORMIENTE: MENTRE I COMPAGNI INTRECCIANO FITTE TRAME, LUI ISOLA LA PREDA E LA AGGREDISCE RIPETUTAMENTE. L’OSCURO.
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7.Park Ji-Sung

GIA’ PROTAGONISTA DELLA SPORCA DOZZINA COREANA CHE SEMINO’ PANICO E LACRIME DURANTE I MONDIALI DEL 2002, PARK E’ EMIGRATO IN INGHILTERRA, PER INDOSSARE LA MAGLIA DEL MANCHESTER UNITED. PRECISIONE, CORSA, ABNEGAZIONE E UNA SUBDOLA TENDENZA A COLPI PROIBITI, LO RENDONO UNA PEDINA INAMOVIBILE. AMA AGIRE DI NOTTE E SGUSCIARE TRA LE LINEE NEMICHE.
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6.Daniele De Rossi

CRESCIUTO IN UNA DELLE PIU’ PERICOLOSE PERIFERIE DEL MONDO, HA IMPARATO PRESTO A DIFENDERSI. NEL CORSO DEGLI ANNI ABBIAMO IMPARATO AD APPREZZARE I SUOI TACKLE DA CODICE PENALE, LA SPICCATA SOMIGLIANZA CON DIVERSI SERIAL KILLER ED UNA PREZIOSA PREDILEZIONE PER I TIRI MOLTO POTENTI. OCCASIONALMENTE SI RISERVA LA POSSIBILITA’ DI FAR SALTARE I DENTI ALL’AVVERSARIO DIRETTO.
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10.Juan Sebastian Veron

LA MENTE DELL’OPERAZIONE. UN LEADER NATO. HA VINTO DOVE NON ERA MAI STATO POSSIBILE VINCERE. FREDDO COME IL GHIACCIO, AMA ORCHESTRARE LE OPERAZIONI IN PRIMA PERSONA. MEDOTICO E METODISTA, COME I MEDIANI DI UNA VOLTA, E’ DIFFICILE VEDERLO DIRETTAMENTE COINVOLTO IN ATTI DI TERRORISMO, MA E’ RISAPUTO CHE E’ PROPRIO LUI A DETTARE I TEMPI E I MODI DI ATTACCO E DIFESA. BURATTINAIO.
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8.Didier Drogba

A MARSIGLIA QUANDO IL MARSIGLIA ATTRAVERSAVA MARI BURRASCOSI, SI E’ TRASFERITO IN INGHILTERRA PER ANDARE A COMPLETARE UNA SQUADRA SOSTANZIALMENTE TOSTA. DOTATO DI GRANDE FORZA ED INTELLIGENZA, E’ IN GRADO DI CARICARSI SULLE SPALLE I COMPAGNI NEI MOMENTI CRITICI. E’ UN EROE E UN MARTIRE, UN COMBATTENTE E UN GRAND’UOMO.
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9.Samuel Eto’o

ETO’O E’ LA NEMESI DELL’UOMO BIANCO. DISSE DI SE STESSO, SENZA LA MINIMA IRONIA “CORRO COME UN NEGRO PER GUADAGNARE COME UN BIANCO”. VIOLENTO, RISSOSO, ARROGANTE, E’ DOTATO DI UNA PERSONALITA’ INGOMBRANTE. A DISPETTO DEL GRANDE INDIVIDUALISMO E DELLA MANIACALE PERCEZIONE DEL SE’, E’ IN GRADO DI METTERSI AL SERVIZIO DELLA SQUADRA. AMA L’ORO E LE PELLICCE. NON SOLO QUELLE DI ANIMALI.
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11.Martin Palermo

IL PIU’ GRANDE GOLEADOR DEL CAMPIONATO ARGENTINO E’ UN UOMO COMPLETAMENTE MATTO. GIA’ CAPACE DI SBAGLIARE PER RABBIA TRE RIGORI IN UNA PARTITA’, VERRA’ RICORDATO PER AVER TENTATO DI SODOMIZZARE UN COMPAGNO FESTEGGIANDO UNA RETE. MENTALMENTE INSTABILE, AMA TINGERSI I CAPELLI DI COLORI IMPROBABILI. ACCANTO AD UN REPERTORIO DA CENTRAVANTI CLASSICO, E’ ASSOLUTAMENTE IMPREVEDIBILE IN OGNI SUA MANIFESTAZIONE.
It Began In Africa
June 15th, 2010La maggior parte delle persone che leggerà questo articolo è bianca, cattolica, middle class. E’ possibile che non apprezziate. In questo caso è un problema vostro, o della vostra maestra delle elementari. Vi ha detto: siamo tutti uguali. Quello che non vi ha detto: guardiamo il mondo. Capiamo come stanno le cose. Andiamo a vedere da vicino, anche se puzza, fa schifo, o fa male da morire. Il bene è ovvio. L’odio è stupido. Il male è banale. La realtà è interessante.
La parola negro. Siamo in Africa. C’è gente che viene da mezza Europa. C’è gente che viene dall’America. Ci sono i nativi. Parliamo della parola negro. La n word. La parola negro incombe. La parola negro tambureggia a miglia di distanza. La parola negro è qui, ora. Cosa vuoi fare? Distruggerla. Ignorarla. Dirla.
Dire, fare, fottere.
In italiano il problema della parola negro è pressochè indistricabile. In inglese esiste negro e nigger, negraccio. Solo la seconda è dispreggiativa. La parola negro, prima che la parola negro, è una parola importante. Perchè nel pronunciarla, e omettendo per timore la r, si lascia per strada tutto quello che è accaduto lungo la strada lunga e tortuosa che ci ha portato qui.
Johnny, sul molo di Fort Fanculo, Alabama. Beve una miscela fatta in casa. E’ immondizia bianca. Di giorno è un bifolco, di notte è un membro del Klan. A tempo pieno, è un morto di fame redneck. Ciondola le gambe giù dal pontile, la pozza di petrolio del golfo arriverà tra cinquant’anni. Ciondola. Beve. Sputa stronzate. E’ povero. Questo implica odio. L’odio è pesante, ricade verso il basso. Ci vuole una grande forza per farlo andare verso l’alto. Odiare verso il basso è semplice. Odia quelli più poveri di lui, come tutti i bianchi poveri del mondo. Non è un povero. E’ più propriamente un morto di fame. Dice “negro” e sputa per terra. Lo sceriffo della contea, gli tiene compagnia sul molo. Fanno congetture sui negri. Sugli ebrei. Sui papisti e gli italiani, su a Jew York. Stronzate razziste. Johnny Bifolco e lo sceriffo – eletto dalla comunità – sono la feccia putrida dell’occidente. Passa un negro che tira un mulo. La madre di tutte le domande, non viene posta: che ci fa un africano in Alabama? Come ci è arrivato?
La parola negro, ma non la parola negro, racchiude in sè tutta la storia degli afroamericani. E’ una storia che parla di persone che vivevano in Africa, di caccia e raccolta, e che si sono ritrovate declassate a oggetti, in un altro continente. Uno schiavo vale come un rastrello. E’ una cosa sapiente, un’ascia che si stanca, un aratro con la sciatica, una falce che in alcuni casi può scopare tua moglie nel fienile. Come si esce da questa condizione, si entra in quella di sottoproletariato. Da qui, a diventare presidente degli Stati Uniti, la questione è laboriosa.
E’ molto probabile che ci sia di mezzo lo sport. Lo sport nelle università americane. Lo sport per avere la borsa di studio. Un modo per tirarsi via dalla segregazione. E’ una falsa pista. Ma ha funzionato come lanterna nella notte. La segregazione delle leggi è una barzelletta per bianchi appassionati di belle storie. La vera segregazione è economica. La Dottrina del Buon Segregatore è chiara: metti i negri tutti nello stesso quartiere. Non fargli comprare case altrove. Non fargli accendere mutui. Tienili rinchiusi nei loro quartieri, a cuocere maiale e mais nei bidoni di latta, davanti al cortile di casa. Falli campare da una parte. La segregazione delle leggi finisce grazie ad un bianco caritatevole in parlamento. La segregazione de facto, si perpetua giustificata dal sistama economico, dopo che le leggi finiscono. Non c’hai i soldi, rimani nel ghetto, bro.
Quentin non può usare quella parola. Non gli appartiene. Forse pensa di essere nero. Ma gli unici che hanno diritto ad usare la parola negro, se vogliono, sono solo gli afroamericani. Spike Lee lo ha detto. Spike Lee al 99% ha ragione. E’ probabile che le cose stiano così, e che dunque Quentin, innamorato della black exploitation, usa con eccessivo compiacimento, disinvoltura, e superficialità una parola, the n word, che per tanti, troppi, tutti, ha voluto dire oppressione, sofferenza, dolore. Quentin non la può usare. Perchè non è mai stato negro, nè nero, nè colored, nè black, nè un afroamericano. Quentin è un bianco. E se vivi in America, queste sono differenze che contano. Non vuol dire che sia giusto, o auspicabile, o bello. Vuol dire che c’è una differenza. E alcune differenza, a volte, sono più grandi di altre. Differenza vuol dire non-superamento bilaterale. Quentin non è mai stato un razzista. Lo è stata la sua gente. Quentin, oggi, non può dire negro. La parola negro, oggi è esclusivo appannaggio dei neri. Devono dirla, strapazzarla, renderla inoffensiva, inflazionarla, disinnescarla. Un giorno non farà più male. E la riconsegneranno al vocabolario di tutti. E’ così che funziona tra esseri umani. Sono tutte questioni private, famigliari, per milioni di persone.
Oggi si gioca al calcio in Africa. Si gioca per la precisione in South Africa o Sud Africa. Un luogo dove gli Afrikaneer, e gli inglesi, e gli olandesi, hanno martoriato gli autoctoni in modo legale, non episodico, sistematico. Oggi Soweto è una della più grosse fogne a cielo aperto del pianeta, dove centinaia di migliaia di negri vivono in condizioni tali che chiamarli “colored people” o con altri eufemismi, risulterebbe più una feroce presa in giro che una forma di rispetto. Il Paese Arcobaleno è un posto orrendo. Dove tutti i bianchi sono colpevoli, direttamente o per le colpe dei padri, e dove la contraddizione ha lasciato il posto alla banalità del male. Se si tiene un popolo oppresso come cani per decenni, quando si sciolgono le catene, ci si aspetta di non essere morsi? Davvero? La questione della colpevolezza collettiva dei bianchi è di una violenza sorda, simile quella che investì la generazione del Tamburo di Latta, nella Germania post bellica. In Sud Africa la guerra non c’è stata per un soffio. Ora si dice per una partita di rugby, forse solo perché l’odio non si è coagulato abbastanza in fretta e nel modo giusto, ovvero quello sbagliato. Ora lo sport più amato dal sottoproletariato nero, sbarca in Sud Africa in pompa magna. E’ stato importante vedere una cerimonia dei mondiali fatta con pochi soldi. Gli africani stendevano asciugamani in terra, i cinesi facevano esplodere fasci di luce colorata. Sarebbe il caso che la differenza sia stata notata chiaramente. Mentre i caccia dell’esercito sfrecciavano nel cielo per celebrare l’avvento del calcio, sullo sfondo, si intravedeva una coltre di smog cancerosa densa di cattivi presagi. Mentre la Nuova Zelanda stava per allenarsi, il campo è stato invaso da un fumo acre. Era un contadino che bruciava rifiuti nel suo campo, vicino allo stadio.
Il Sud Africa è questo. Non ha enormi contraddizioni ma è un paese che porta logicamente e coerentemente, in una spietato susseguirsi di causa-effetto, i segni della non-sostenibilità, esportata dai bianchi world wide. Se ve lo state chiedendo, fare i mondiali lì non è servito ad altro che a distogliere le risorse per la riparazione di una fognatura in un sobborgo. I bianchi sciameranno portando euro e dollari che spenderanno velocemente e male. Qualcuno si beccherà l’aids con un puttana, aspettando i quarti di finale. Le cose stanno così. Da una parte ci sono i carnefici, non più colpevoli – o meglio, non più imputabili, prescritti – i bianchi. Dall’altra ci sono i negri, troppo tardi per accampare diritti e risarcimenti. La normalità impone un azzeramento, una tabula rasa del passato. Chi ha dato e chi ha avuto. Perché non si può raddrizzare la situazione, right here, right now? Perché you can’t take the right from wrong.
Dizionario del Mondiale Il termine “negro” continua a essere usato marginalmente nei paesi anglofoni, in particolare negli Stati Uniti, in riferimento a periodi storici o a particolari istituzioni che hanno conservato tale vocabolo nel nome, come ad esempio lo United Negro College Fund, istituzione benefica per la concessione di borse di studio a vantaggio di studenti neri. La percezione del termine nigger come dispregiativo e quindi condannabile è invece tanto netta che si è diffuso persino l’eufemismo “n-word” (“la parola con la n”) per riferirsi a tale termine senza doverlo pronunciare direttamente. – wikipedia.
Ostia FilmFest + Lifeshots 09 Revisited
June 12th, 2010Walwian @ Ostia FilmFest w Lifeshots.
There & then, looking back thro’ lens. Riguardare indietro. Riguarda le foto e i foglietti,
i post e le righe, il “because we looove movie making” e tutto quello che ci avete spedito
per partecipare, il making of, i premi sostenibili e la premiazione galleggiante. Stuff.
they put this festival on
With all our love
(Kids running around places, filming in the bushes)
I love it! Movie everybody here
Yes, all are welcome, yes indeed
I love them:
Fun, life, nice, youth, beautiful
Walwian is all for it
COSA E’ SUCCESSO?
Al OFF, noi c’eravamo e vi abbiamo portato con noi,
utilizzando le nostre cose, i nostri trucchetti, the tricks,
per tenervi vicini, e mostrarvi come e dove sbirciare.
COSA ABBIAMO FATTO?
Once there was a contest. Vi abbiamo chiesto di fare il nostro
mestiere, per una volta: raccontarci qualcosa, raccontarci tutto,
narrare. Lifeshots, spezzoni dal film della vostra vita, in diversi
formati, tutti quelli possibili, per il fatto di essere qui, ora. Paper,
e-paper, pellicole digitali, olio su pixel, all that she wants.
LIFESHOTS PEOPLE:
THE WINNERS & THE COMING SOON.
PRIMA CLASSIFICATA
Camilla Schettino Montesano
Racconto breve dal titolo: “Non solo scatole cinesi”
Vince un viaggio per 4 persone in una località a scelta tra quelle previste dal catalogo Iperclub.
Per aver trattato il cinema con la genuina freschezza dello spettatore meravigliato. Per averci spiegato cos’è l’interpretazione e il suo indiscusso valore. Per l’impietoso occhio con cui ha giudicato la faciloneria della parola stampata quando deve raccontare l’immagine in mozione. Per aver parlato di sé, e non di qualcuno-che-si-vuol-essere. La giuria premia Camilla Schettino Montesano per aver raccontato cosa succede quando si spegne il dvd, o si esce dalla sala, ancora odoranti di celluloide, e si ha una gran voglia di essere protagonisti della propria vita.
SECONDO CLASSIFICATO
Andrea Sghedoni
La sua macchina fotografica usa e getta/Istantanee
Vince la pubblicazione del proprio portfolio opere su The Walwian Media Journal a mò di mostra monografica, articolo dedicato e intervista.
Per aver centrato perfettamente la filosofia di questo contest: le buone idee restano tali indipendentemente dal mezzo usato per esprimerle. Per averci regalato tre frammenti del proprio qui ed ora nel tentativo di (citiamo testualmente) “rappresentare la quotidianità dei momenti monouso, quelli che mentalmente inquadri con le dita, clicchi e rimangono lì, ac- compagnati da una manciata di parole”. Non avremmo saputo dirlo meglio. La giuria premia Andrea Sghedoni e la sua macchina fotografica usa e getta per l’onestà intellettuale e la capacità, sempre gradita, di trasformarsi in un vampiro dai denti molli.
MENZIONE D’ONORE
Nino Rucola
Versi in dialetto romanesco dai titoli: “Pe principià” e “Amfri Bogar”
Vince la pubblicazione dell’opera selezionata e della propria biografia su The Walwian Media Journal.
Per aver dominato con polso fermo ed una certa poetica sporca che molto ci aggrada il non tenero dialetto romanesco. Per aver interpretato certuni idoli come custodi di una cam- minata, un personale e una ruvidità che non potevano esser ignorati dal mondo femminile. La giuria premia con Menzione d’Onore per aver fatto notare che questo è un ‘monno strambo, mezzo storpio’ , claudicante e vecchio, ma dal fascino immutato, seppur in cam- biamento. Come l’Amfri Bogar che Nino Rucola ci ha regalato.
UP TO DATE/COMING NEXT
Dopo quello che star per accadere in South Africa, torneremo da Nino Rucola & Andrea Sghedoni e vi
faremo scoprire perchè sono qui con noi, questi due young dogs. See you soon.
Ostia FilmFest: la galleria dei personaggi.
June 6th, 2010Giovanna Mezzogiorno
Le donne non sono migliori degli uomini. Ma partoriscono, e quindi sono più stabili, anche sentimentalmente. Sono meno leggere, più affidabili. Agli uomini le responsabilità danno fastidio.
L’uomo è semplice. La donna è concreta, terrena. La donna è maliziosa. L’uomo è trasparente. Forse perché è sciocco.
L’uomo è diretto, la donna insinuante.
@ Sette, 13 maggio 2010
Umberto Lenzi
Il cinema di genere non esiste più, si è trasferito nella fiction.
@ positifcinema.comC’è un film cinese che si chiama Bruce Lee riemerge dalla tomba, regia di Bert Lenzi, ma io mica l’ho fatto! Non so neanche chi era Bruce Lee. Come potrei fare causa a una società di Hong Kong? Spenderei un sacco di soldi…per che cosa?
@ cineblog.itNon credo che il successo di questi film sia dovuto alla scarsa eticità dei personaggi, vittime e carnefici nello stesso tempo, amorali e compulsivi senza possibilità di riscatto.
Il successo si deve alla suspense, ai colpi di scena, insomma al modo in cui sono stati girati.
Il film (Cannibal Ferox) contiene un messaggio abbastanza esplicito : la cupidigia dell’uomo bianco è quasi sempre all’origine della ferocia dei selvaggi.
(Per Incubo sulla Città Contaminata) Mi ispirai al dramma di Seveso, e alla diossina che inquinò l’intera zona in seguito al grave incidente industriale.
@ hellofthelivingdead.com“E’ stato sostituito male… Mentre i nostri film degli anni ’70 erano duri, spietati e rappresentavano le contraddizioni e i lati oscuri dell’Italia del tempo, le serie tv di oggi sono consolatorie. E’ televisione fatta per vendere pannolini…”.
“Non mi piace il cinema tridimensionale e non sopporto questo ‘circo equestre cinematografico’. Il 3D è una carnevalata.
@ affaritaliani.it«Non sono zombi!»
Pupi Avati
Attraverso ciò che uno fa (e può essere qualunque mestiere del mondo) ciascuno deve dire chi è.
Oggi, in Italia abbiamo dei jazzisti in grado di suonare al livello degli americani, cosa che quando ero ragazzo io non accadeva. Oggi i giovani nascono (è uno dei pochi meriti della globalizzazione) con una predisposizione musicale che non avevamo.
Devo molto anche a tanti altri registi, uno su tutti: John Ford.
Aspiravamo, anche se certamente con un margine di presunzione eccessivo, a imitare in qualche modo i più grandi maestri della storia del cinema, europeo e nord-americano. In più, era per noi impossibile “verificarci” attraverso lo strumento, perché i costi del 16mm e del Super8 erano proibitivi. Solo chi era ricco di famiglia poteva pensare di realizzare una propria idea. Ci limitavamo quindi a immaginare e a scrivere molto. È soprattutto attraverso la scrittura che abbiamo avuto accesso alla bottega del cinema, frequentando poi i registi e cercando di capire da loro il più possibile.
Preferisco starne fuori e fare delle scelte che molte volte non sono apprezzate nell’ambito di una “culturetta di provincia” che non è più cultura.
@ ilsussidiario.netImposterò la mia stessa vita su questo presupposto, iniziando a frequentare solo persone di questo tipo, che credono esclusivamente nei sogni e nel fatto che tutto può accadere.
Allen ha il mio stesso problema: più suona e più peggiora, tra l’altro lo pagano cifre incredibili.
@ moviesushi.it
Mimmo Calopresti
Non mi sento mai tranquillo con il cinema.
@ cinemadelsilezio.itBè, forse io sono come tanti altri e mi ha colpito quello che vedevo intorno a me.
Ho sempre avuto l’impressione di una città che rappresenta l’avventura, il sogno, gli incontri, la bella vita, un po’ irreale. Da turista.
@ altrocinema.itA me capita spesso di essere cercato da ragazzi che credono e sperano di poter entrare nel mondo del cinema e sono alla ricerca di consigli. Le persone pensano che sia un mondo fantastico e io credo che lo sia veramente.
Come spettatori cerchiamo il confronto fra i nostri desideri e quelli dei personaggi sullo schermo, che il cinema permette di esagerare, o di raccontare in maniera divertente.
Il sogno è ancora vivo e noi registi abbiamo una grande responsabilità: soddisfare questo bisogno di cinema.
@ fice.itIn fondo il regista é un po’ il terapeuta di un film…Il cinema e la psichiatria hanno molti punti in comune…
@ cinemaepsicanalisi.com
Paolo Virzì
Il lavoro se non è esperienza di relazione, di rapporto, di solidarietà non è civiltà.
@ cinemadelsilenzio.itE poi come diceva François Truffaut nelle canzonette si nasconde tanta verità delle nostre vite, e sono d’accordo con lui
Ci sono dei nodi e degli appuntamenti nella vita che prima o poi tutti dobbiamo affrontare.
@ ilcinema.itNon mi piacciono i film che danno ragione a sé stessi
E poi il call center è una specie di caverna di Platone del XXI secolo – spiega Virzì – se ne percepiscono le ombre, ma la vita è illusoria.
@ telegiornaliste.comCitare cinema e narrativa non è necessariamente appropriazione indebita. È molto emozionante carpire i segreti delle botteghe altrui, per rimescolarli poi, con rispetto e moderazione.
@ universinet.it
Freddy Paul Grunert
Vice Presidente della European Society of the Third Industrial Revolution, Jeremy Rifkin.

…e il signor Rifkin è solito sostenere che:
Il viaggio capitalista che ebbe inizio con la mercificazione dello spazio e della materia, si sta ora concludendo con la mercificazione del tempo umano. (da L’età dell’accesso)
La vendita della esperienze umane a pagamento ci sta conducendo velocemente verso un mondo in cui i rapporti umani pecuniari stanno sostituendo i rapporti sociali. (da L’età dell’accesso)
L’Italia dovrebbe essere l’Arabia Saudita dell’energia rinnovabile. (dal discorso alla cerimonia d’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Torino, 3 dicembre 2007; citato in Giovanna Favro, Rifkin: “Avete un tesoro verde. Approfittatene”, La Stampa, 4 dicembre 2007)
Il secolo biotech Grazie al nuovo pensiero cosmologico, la bioingegneria non è qualcosa che viene imposto in modo artificiale sulla natura ma qualcosa che viene generato dal processo evolutivo stesso della natura. (Il Secolo Biotech)
WE ♥ OSTIA FILM FEST!
May 20th, 2010
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OSTIA FILM FEST: THE SECOND COMING.
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Live @ Ostia, per la seconda volta, torna il Film Festival.
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CHE COS’È L’OSTIA FILM FEST
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E’ una rassegna cinematografica, su un lido che di cinema ne ha vissuto parecchio, da Pier Paolo Pasolini, agli ultimi ciak! di Federico Fellini per il grand final de La Dolce Vita. Suggestioni, fotogrammi, pezzi. Questo è il cinema, questo è un festival del cinema.
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L’Ostia FF, che è fatto with a little help from Acea, è giovane, ma ha già un respiro internazionale. L’anno scorso la lista degli ospiti (Mario M, Alessandro H & Valeria S, così, citati alla rinfusa) era deliziosa. Quest’anno, sbirciando una lista riservata, c’erano nomi altrettanto incantevoli. Li scopriremo più in là.
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COME FUNZIONA L’OSTIA FILM FEST
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Il Festival è un incontro. E’ una mostra in movimento. E’ un lungo piano sequenza. Non lo fanno solo i registi, gli attori, i direttori della fotografia e tutti quelli del circus: lo fa il pubblico, noi, voi, dunque. Esiste solo se c’è chi guarda. E’ per il pubblico, è del pubblico ed è con il pubblico. E’ pura interazione.
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Per questo ci sono contest: cortometraggi per film makers di ogni tipo. Si porta il proprio film, si mostra agli altri, si comincia ad esistere e a far vivere le proprie opere, la cui vita inizia nel momento di una nascita al mondo.
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E questo, grazie al concorso dell’Ostia Film Festival, lo potete fare anche voi. Ci sono premi, anche. Tra poco ci sarà pure un concorso tutto per i nostri lettori.
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E poi: il cinema per chi ne è impossessato e per gli amateurs: le anteprime dei film, le interviste, il guardare, prima del vedere, il gioco, l’incantamento, lo stupore e le immagini. Vogliamo che cadiate dentro lo schermo. Vogliamo che cadiate là fuori.
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PERCHÉ L’OSTIA FILM FEST
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Quest’anno ci saremo anche noi di Walwian.com. Perchè c’è l’interazione e la cross-medialità. Perché c’è la possibilità di giocare & di guardare, di trovare altri modi di narrare.
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Vi faremo giocare, proprio così, vi chiederemo di narrare e di fare film e di mostrarci la vita attraverso le vostre lenti. Seguiteci, noi vi seguiremo.
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Lasciate tracce e mettete la vostra firma (autografi!), raccontatevi le cose. Noi vi abbiamo preparato il playground: aspettiamo voi, per giocare.
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Su facebook, ci trovate sulle pagine fan dell’Ostia Film Fest e di Walwian Media Journal, sui siti
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ostiafilmfest.com
e walwian.com
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su twitter per parlare con
@walwian e @ostiafilmfest
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usate l’hashtag #ostiaff
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L’ANNO SCORSO C’ERANO LORO…
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STAY TUNED
on
WALWIAN.COM
segui
OstiaFilmFestival
con noi.
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Say Yes To Norway.
May 9th, 2010Say Yes To Norway è il nuovo album (fotografico) di Diana Gabrielli, fotografa, modella & wanna-be-an-architect, non necessariamente in quest’ordine. Lei è andata in Norvegia, e ci ha mostrato/fatto ascoltare quello che ha visto/sentito in 14 foto/tracce. Il suo album ci parla di un posto sospeso tra stanze piccole e piene di tepore, di legno, e i grandi spazi freddi in cui la misura e la mentalità di quella gente si materializza in sculture livide, e palazzi molto algidi. La loro modernità è arcaica. Noi siamo stati zitti, e abbiamo ascoltato.
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ORIZONTAL – A SIDE
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1. Instrumental Intro
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2. Going Outside.
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3. The View
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4. To Please
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5. Even If It’s Not Christmas
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6. Bet On The Black
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VERTICAL – B SIDE
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7. Lucky Son
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8. Strange Words Count
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9. While You’re Away
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10. Fighting
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11. Thank You
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RARITIES – BONUS TRACKS
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12. Related
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13. Because The Weather
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14. Once I Was You
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all tracks written and played by Diana Gabrielli.
Autobomba a NYC: tutta la verità.
May 3rd, 2010LO SCOOP.
Roma – In anteprima mondiale, Walwian.com è in grado di rivelare chi c’è dietro il fallito attentato di Times Square a New York City. Grazie ad un meticoloso lavoro di indagine giornalistica, siamo riusciti a scoprire che dietro l’atto terroristico c’è il sedicente gruppo di estrema destra White Man & Woman Liberation Army (WMWA) dell’Alabama, e gli esecutori materiali sono da individuare nelle persone di Carl Johnson, bianco, quarant’anni e Roberta Dilke (maestra elementare in pensione).
A seguire, l’intera storia. E ricordate: l’avete letto qui, da noi, per la prima volta.
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ANTEFATTO.
New York City – Mentre tutto il mondo seguiva con preoccupazione lo sviluppo della vicenda dell’autobomba a Times Square, noi di Walwian eravamo sulle tracce di una vicenda di certo meno pericolosa, ma non meno esplosiva. Il National Enquirer, e qualche altro foglio di dubbia fama, hanno messo in palio una “certa quantità di danaro”, a mo’ di taglia, sulla testa di Barack Obama. Il premio verrà riscosso dal primo che sbatte sulla scrivania dell’infame testata le prove fumanti (due cose lo sono: le pistole, e il letame) dell’infedeltà del Re Nero.
Noi di Walwian, che abbiamo la coscienza pulita perché non l’abbiamo mai usata, abbiamo cominciato a tirare i fili dei nostri insider: volevamo lo scoop e i verdoni di quei birbanti dell’Enquirer. Dopo un giro di telefonate agli uomini giusti, abbiamo messo le mani sulla verità. E siamo rimasti a bocca aperta.
Di seguito, i passaggi salienti che hanno trasformato una lurida caccia nel fango, ad una retta (e pericolosa) indagine.
Domenica 2 Maggio
ore 23.04
E’ ormai notte, qui in Italia, e brancolo nel buio. Ho esaurito ogni risorsa, secondo la mia agendina. Non ci sono più numeri da chiamare, in America. L’ultima speranza di trovare una buona traccia si è esaurita quando l’unico che poteva sapere qualcosa su Barack O mi ha sbattuto il telefono in faccia. Strano. Il guardiano notturno dell’University of Central Florida sembrava la persona adatta. Corpulento, nero, gran masticatore di tabacco e grandissimo giocatore di scacchi. Rassegnato, me ne vado a letto. Se non ne sa niente lui, è probabile che non sia mai accaduto.
Lunedì 3 Maggio
ore 6.54
Il guardiano notturno dell’University of Central Florida richiama. Mi butta giù dal letto. Dice che conosce uno che una volta si vedeva con un tizio che sapeva chi era quello che ha visto il tizio a cui un ragazzo di Washington aveva raccontato la storia delle presunte corna di Obama. Gli sbatto il telefono in faccia. Mi sta prendendo per il culo.
Lunedì 3 Maggio
ore 10.23
Alla sede romana di Walwian arriva uno strano plico (foto 1). Incuriositi lo apriamo. Dentro c’è solo un foglio bianco (foto 2) con un post it (foto 3) e la fotocopia di una fotografia tratta da Google Maps (foto 4). Sul foglio bianco, in fondo, ci sono delle indicazioni da seguire, e la fotografia indica il luogo del rendez vous. Essendo l’unico in redazione che in quel momento ha un completo nero a portata, mi incarico di incontrare il nostro uomo. Ho 8 ore e mezzo per raggiungere il luogo dell’appuntamento. Considerando che è la stazione Termini, che siamo a Roma, e che è lunedì mattina, ho già mezz’ora di ritardo.
A
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Lunedì 3 Maggio
ore 18.48
Arrivo all’appuntamento in ritardo di 20 minuti.
Trovo il nostro uomo.
E’ un signore ben vestito sulla cinquantina, che chiaramente non avevo mai visto prima. Ci sediamo ad un bar, e dopo che mi ha regalato il mazzo di rose gialle che aveva con sè (il suo segno di riconoscimento) e averlo incartato con una copia del New York Herald Tribune (il mio segno di riconoscimento) cominciamo a parlare.
Doverosa premessa: nonostante né Walwian.com come organizzazione, né i singoli membri della redazione, né io stesso abbia la più pallida idea di chi sia questo tizio, che da parte sua non ha mostrato alcuna credenziale, né dato giustificazioni plausibili per il suo gesto, e che NON siamo in alcun modo in grado di ricontattare, siamo ASSOLUTAMENTE certi dell’affidabilità e della fondatezza delle informazioni che ci ha passato.
Qui sotto riproponiamo la conversazione…
NON E’ ANDATA COSI’
Mi dispiace molto, ma in realtà sono arrivato con 35 minuti di ritardo, e non c’era traccia del tizio dell’appuntamento.
Spero che apprezziate la sincerità e la trasparenza che da sempre contraddistingue questo giornale.
Mai abbiamo mentito ai nostri lettori, se non nei seguenti casi: Clicca qui.
INVECE E’ ANDATA COSI’
Preso da un sordo sconforto per la mia congenità incapacità di arrivare in orario, mi sono messo a girare per la stazione Termini, ogni tanto dando una letta alla copia sempre più sgualcita dell’Herald, e chiedendo da accendere ai turisti che scendevano dal treno. Sto mentendo. Lo chiedevo alle turiste. Avevo da accendere. Ma la fortuna aiuta gli audaci, gli scansafatiche, e i perseveranti ai limiti dell’autismo. Così mi imbatto nel più grande colpo di fortuna che può capitare ad un giornalista (io non sono un giornalista). LA SOFFIATA.
MISS ROBERTA DILKE, from Suffolk County, Massachusets
La signora Roberta D, sedicente maestra di scuola elementare (di matematica e geometria…) in pensione, in visita in Italia per motivi di turismo, mi si avvicina per chiedermi una informazione, proprio quando sto per gettare la spugna: vuole sapere da che parte si va per San Pietro (la signora è cattolica, come ogni bravo bostoniano di origini irlandesi che si rispetti. Credo.). Non ho la più pallida idea di dove sia San Pietro, ma il mio istinto da segugio fa centro. A voi lettori, la conversazione integrale, con le tremende rivelazioni della Dilke.
-Oh, son, could you tell me the way to San Peter Square?
-I am very sorry, Miss… what’s your name?
-Oh, son, could you tell me the way to San Peter… please?
-I recognize your accent… are you from Boston, isn’t it?
-Son, are you a robber or a thief?
-No Miss, I ain’t.
-Well… I hope. Now, please, could you tell me…
(la signora finge spavento, si guarda in torno in cerca d’aiuto, assumo un tono confidenziale.)
-Eh eh, I understand your play, ol’ foxy… how much?
-Please, let me go…
-One hundred bucks? Yep?
-Please. Please, I just would like to know…
-Ok. You won. You won. Here. Take it. One hundred and eighty bucks. And sixty cents. Oh you, ol’ gangbuster. That’s all I got in my pocket. Now: let’s talk about Times Square.
-Please let me go!
-NOT SO EASY, NOT SO FAST. I want a name. I want that name.
(prendo la signora per un braccio. Finge di tremare e tenta di divincolarsi.)
-I don’t know what you’re talking about!
-You just pump’d my money! All my money you… mobbie!
-I… let me go or I call the police!
-Oh, the police, well. C’mon, call the police. Let me see!
-POLICE! POOOLICE!
-No, please, shut up! Shut the fuck up!
-Are you a trump!? I am scared of you! POOO…
(il resto della conversazione prosegue mentre io sono in ginocchio e la tiro per un braccio. la vecchia vuole andarsene, ma ha trovato un osso duro.)
-Please! Don’t call the cops! I am just asking you for a name! A name!
-…Carl! Is it ok? Can I go now!?
-Carl?
-Let me go… or I scream!
-J… just one second… a surname, please.
-What? I don’t know… what…
-PLEASE!
-…mmm …Johnson. Johnson!
-Johnson?! And is he white or black or what?
-…mmm …white. Are you happy now? Let me go!
-Oh, YES! I mean… Well! Thank you very much.
Dunque, riassumendo: il nome dell’attentatore di New York è Carl Johnson, bianco, e presumibilmente la signorina Roberta Dilke del Suffolk, maestra di matematica e geometria in pensione è sua complice. Fanno entrambi parte della formazione di estrema destra White Man & Woman Liberation Party, che opera in Alabama. Permangono rilevanti dubbi sulla reale identità della Dilke, visto che la stessa ha rifiutato di dire il suo nome.
Se pensate che non è il modo di fare giornalismo, questo, guardatevi il TG1. Vi sembreremo la più autorevole testata mai esistita.
Petrolio / Oil for Food
May 1st, 2010With no words.
I got no words.
I am only able to catch some pictures.
Life thro this: a big hi-res television screen /
a posh italian magazine, talkin about how cool the new tories are / fuck tories.
I can’t find nuttin better than these words:
“…vorremmo piangere, ma i nostri occhi sono asciutti e il nostro cuore è già assueffato.”
“…vorremmo piangere, ma i nostri occhi sono asciutti e il nostro cuore è già assueffato.”
“…vorremmo piangere, ma i nostri occhi sono asciutti e il nostro cuore è già assueffato.”
“…vorremmo piangere, ma i nostri occhi sono asciutti e il nostro cuore è già assueffato.”
Say it 4 times. One for us. One for you, in your room. One for them. One for no one.
There were two fishermen. One is white and fat. The other is black, and middle aged.
Behind, a latin guy with a cowboy hat is grabbin’ shrimps outta a dirty fishnet.
“ça c’est la dernière fois. Prenons ce poisson, nous allons le vendre au restaurant.
A partir de demain, on a fini. C’est pire de quand Katrina est passé. Nous avons terminé avec tout ça.”
ça veut dire quoi, pour la dernière fois? Que est ce que tu éprouves quand tu dis que c’est la dernière fois, et tu sais que c’est la vérité? Once upon a time Lousiana was french. They sold it. And now fishermen speak in english, but so many places still got a french name. Indian-american names, french names, afroamerican allure, redneck way of life.
Grosse piattoforme petrolifere al largo. Sono grosse. Sono fatte da ingegneri. Sono fatte per conto dei petrolieri.
I petrolieri non indossano più (solo) i cappelli texani da vaccari. Adesso portano copricapi arabi, o colbacchi.
L’industria del petrolio ha tirato indietro la gamba dagli investimenti da circa 50 anni. Ogni 7 anni, il livello tecnologico raddoppia, si usa dire, dal punto di vista dell’innovazione. Ci sono queste grosse stazioni al largo. Appartengono alla finanza, il profitto ritrova sempre la strada di casa, anche se la legge, non sa più da che parte abitano i padroni.
Sanno perfettamente come si fa un buco.
Non hanno la più pallida idea di come si risolva un problema.
Non c’è nessuno che possa costringerli a sapere.
Il loro know-how è finalizzato al profitto.
Non hanno idea di come ci si metta una pezza.
Ci sono tanti piccoli uomini, che vivono sulla riva del gigante. Pescano, e vendono al ristorante. In maniera del tutto inconsapevole, vivono ai margini della storia, della nazione. Un giorno arriva un’onda di petrolio emulsionato dall’acqua di mare, e si ritrovano a caricare l’ultima cassetta di pesce per il ristorante. L’ ultima.
I shall never forget that silence when I finished the last line.
Non è possibile trovare le parole né la musica per descrivere qualcosa di più grande quando distrugge le esistenze minute, di un gabbiano, di un delfino, o di un essere umano. E’ esattamente quello che sta accadendo, in uno scenario infernale da documentario contro la globalizzazione, in cui nulla ha soluzione, perché il problema non riguarda una piattaforma petrolifera.
Riguarda il modo in cui l’occidente ha scelto che le cose debbano andare.
I nodi, vengono tutti al pettine.
Intanto, in Grecia, succede una cosa molto semplice. C’è un attacco economico e finanziaria all’Europa,
condotto da Cina, India, Russia, Brasile, e i loro grandi investitori. Stanno dicendo chiaramente:
voi europei avete troppo e troppi diritti. Quelle pensioni sono così alte e quelle tutele sono eccessive.
Se non diventate come noi, vi costringeremo a diventarlo.
Questo è quanto.
The Malcolm McLaren’s Burial
April 11th, 2010MALCOLM MCLAREN’S DEAD
Oppure, se vogliamo andare sul personale…
MALCOLM MCLAREN’S DEATH
Un titolo giornalistico, contro uno cinematografico, più esiziale, se vogliamo.
Credo si sia beccato un infarto.
O qualcosa del genere. Credo che non sia più vivo.
Lasciamo le ipocrisie fuori dalla porta dell’obituary.
Non credo che sia morto. Non lo credo affatto.
Credo che invece sia una trovata.
Probabilmente deve lanciare una catena di agenzie di pompe funebri, o una linea di bare firmata dalla Westwood. Credo che starò al gioco. Ok, ammettiamo che sia morto.
Cosa fare di Malcolm McLaren, quando è morto.
Io credo che sia opportuno mangiarlo.
Più che al cannibalismo rituale, penso proprio alla cucina.
Sono tutti molto attenti, qui a Walwian, alla cucina.
E anche là fuori.
Perché la cucina è quintessenzialmente culturale, nel senso antropologico del termine.
Perché dice chi sei e dove vai, e da dove vieni e dove andrai. E soprattutto come.
La tua cucina, il tuo cibo, parla di chi sei tanto quanto la tua collezione di dischi, o i tuoi vestiti.
Io ad esempio sono un’autorità incontrastata nel campo dello junk food, o del cibo spazzatura, se preferite.
Nessuno dunque è più adatto di me a cucinare Malcolm McLaren, mentre sta fingendo di essere morto.
Mi piace McLaren. A uno come McLaren, puoi fare di tutto, senza il minimo rimorso. Ce lo ha insegnato lui.
PROFILASSI.
L’igiene, prima di tutto. Lavatevi le mani. Dopo esservi insaponati con cura, risciacquate senza lesinare in acqua. Tra cinquant’anni varrà come il petrolio, conviene sprecarla finchè ce lo possiamo permettere. Nel futuro, ricorderemo con gioia i fasti bulimici dell’epoca che fu.
PREPARAZIONE.
Dopo aver deposto il cadavere di Malcolm McLaren su un tavolo di marmo, dovete spogliarlo. Molti amano fare questa cosa personalmente, ma io non sono così affezionato. Una o più prostitute possono tranquillamente assolvere al compito.
AFFETTAZIONE.
Benché l’affettazione sia facilmente riconducibile al modo di parlare e di muoversi di un vecchio gentiluomo di uno stato del Sud, come l’Alabama o il Mississipi, in questo caso stiamo parlando di fare a pezzi un cadavere. Sembra semplice, nella sua ripugnanza, ma quando di mezzo c’è il rigor mortis, niente è semplice. Dunque, con una mannaia e una mazzetta da muratore, dovreste farcela a sezionare Malcolm, ponendo particolare attenzione all’operazione di apertura della scatola cranica. Anche i cuochi più esperti, finiscono per sciupare il cervello.
EMPASSE.
Arrivato a questo punto, mi ritrovo con un cadavere mezzo smembrato. Non so cucinare un cadavere. Non ho idea di come si renda tenera la carne. Non mi viene in mente nulla di brillante. Metto il cervello in delle coppette da gelato, i cucchiaini di plastica. Un semifreddo! Oltre questo, non so andare.
Immagino che fegato, milza, e polmoni, possano essere agevolmente macellati per fare qualcosa a metà strada tra la coratella e un più ricercato patè. Immagino che sia sufficiente pigliare la roba e buttarla dentro un frullatore, o qualcosa del genere.
TAKING THE WHOLE THING SERIOUSLY.
Ok. Siamo qui a ricordarci di un uomo che, detto in poche divertite parole, aveva bisogno di fare un po’ di pubblicità alla sua boutique poi sexy-shop. All’uopo, creò la scena punk, prima offrendo un bel ritrovo per i futuri protagonisti della marcia movida londinese, poi preoccupandosi di organizzargli uno straccio di carriera. Senza il suo laico approccio alla trasgressione, alla sua lucidità e alla sua disincantata eppur visionaria abilità nel fare le cose, molto probabilmente il punk sarebbe diventato carne da majors ben prima di quanto sia avvenuto effettivamente, o peggio ancora, il flusso, the rush o’ blood out the mouth, non si sarebbe coagulato, e noi qui, oggi, di nulla di quel che stava accadendo, avremmo avuto memoria.
Regards.
Luca, Head Of Burial and Cremation Office.




























