Yes, There Really Is A Kalamazoo [25]

July 2nd, 2010 in Walwian.com by Valentina0 Comments

Il cielo sopra la vallata inghiotte anche il rumore. Quel nero sprofonda l’uomo, lo schiaccia contro la terra che calpesta, lo fa solo e afono: le braccia della luna non portano conforto, ma orchestrano in luce una dispersione che tende al nulla.

Alexis si muove dentro una prospettiva dal basso, la coerenza dell’immagine la si afferra meglio da laggiù e laggiù ci si sente sovrastati. La paura dei ragni che si è lasciato alle spalle lo scaraventano nell’attesa del futuro e l’attenzione del presente torna solo quando il suo sguardo finisce sulla nuca di Berlin, tra il suo casco rosso e il bordo pesante, severo, del bavero del suo mantello.

I loro passi sono regolati sulla sincronia, così che Alexis riesce a osservare la macchia violacea che colora il collo del nemico davanti a sé, gli è vicino e il buio non riesce a confonderla. Con la pillola A, appare un marchio ocra sulla pelle di chi la prende; mi ricordo la sera in cui l’ho visto su quei due ragazzi, nel locale del centro di Kalamazoo: rifiutavo un tipo di legame del genere, ma il rovescio di quella medaglia va ben oltre l’orrore per un amore pilotato dalla scienza.

Con la pillola che usa l’esercito di Heron, il marchio è come un livido, una voglia che ha il colore della bocca su un corpo assiderato.

Mentre guarda quel viola e pensa che sta spingendo il coltello contro la schiena di un robot di carne, Alexis si domanda come fosse Berlin quando l’ho conosciuto io. Si chiede se il mio è stato solo il convincimento di una persona rimasta sola troppo a lungo o se davvero lui ha fatto qualcosa per meritarsi me. Ma è forse banale come una qualunque idiozia ricordarsi che l’amore non sempre si merita e nella gratuità ai più immotivata dispiega parte della sua essenza.

Le guardie intorno ai ragni si muovono perplessi, ancora non sanno perché si sono spenti per qualche minuto e ce ne vorranno degli altri prima che il soldato messo a terra racconti dell’incursione. La riuscita della missione ormai dipende da quelle macchine e dalla loro capacità di accorgersi degli intrusi che scappano sul fianco della collina. Alexis, Berlin e gli altri militari salgono rapidi sull’erba inumidita dalla notte, raggiungono i cecchini sul crinale e non c’è scontro.
Si lasciano alle spalle i nemici, sono ombre tra i rami fino ai combi nascosti nel bosco.
Alexis vorrebbe dire a quel ragazzo che lo stanno portando al Mosaic e che presto mi rivedrà: è curioso di conoscere la reazione, se c’è, davanti al mio nome.
Salgono i tre scalini che li dividono dal velivolo. Il mio amico sta per parlare perché il silenzio sta diventando superfluo, ma questo viene infranto dal sibilo terribile delle lastre triangolari sparate come saette orizzontali attraverso foglie e aria.

Un mercenario viene colpito al polso. Il ragazzo che, come Alexis, si è arruolato per difendere Kalamazoo si rifugia in uno dei combi, ogni suo movimento è cementificato dalla paura, mentre il combo di Alexis viene raggiunto da una raffica di colpi che gli distruggono il muso. Due mercenari fanno fuoco in direzione degli alberi, permettendo a lui di trascinare Berlin nell’altro mezzo. Lo spinge dentro, ma in quel momento una lama triangolare sparata da un soldato di Heron gli taglia il fianco destro e Alexis, invece di mettersi al sicuro, spara. La sua vendetta è irrazionale e quindi tragicamente casuale. Con il tubo a onde, colpisce un uomo, quello si piega in avanti, poi la sua schiena si inarca all’indietro, oscilla e crolla su un cespuglio. Lì, si accorge che i nemici sono molti più di quanto non pensasse, ma si trova comunque disposto a non ritirarsi.
Alexis, nome mite di uno di quei saggi quasi dimenticati dalla nostra storia, non sa se sta facendo l’eroe o se lo è davvero. Non ha tempo per chiederselo, del resto, e i compagni tagliano corto su questa scena gridandogli:

«Entra dentro! ENTRA!»

Lui viene risvegliato come se fosse preso a schiaffi dopo un annegamento. Viene seguito dagli altri che chiudono il portellone. Poi, il combo si alza e si muove schivando i colpi dal basso fin quando il volo si fa stabile, lineare, composto. Alexis toglie il suo casco, i capelli si sono sciolti e vengono sporcati dal sangue tra le dita. L’unica donna della missione gli tampona la ferita e il dolore della carne si stempera solo quando alza la testa e vede davanti a sé Berlin. Sembra che lo osservi, sembra una sfida virile e insensata, Alexis viene assalito dall’odio.

Poi, si accorge che in realtà Berlin guarda un punto che non si vede e non c’è, se non tra il cervello e le pupille. Quando si fissa il vuoto si sperimenta una nuova dimensione, ripiegata, inusuale. Fa questo quell’uomo spento: non ha ghigno, non ha sorriso, non ha accigliamento. La pillola l’ha reso inumano e se a Alexis tornano in mente alcuni momenti spesi nella sua camera, dopo la partenza di Rosen, se ripensa alla disperazione da cui cercavo di strapparlo via, si accorge di sapere che il suo male non ha paragone con una condizione simile.

Quando la squadra rientra nel Mosaic, io ho appena finito di ordinare cronologicamente le due collezioni, non è stato un lavoro facile e avrei avuto bisogno dell’aiuto di Ago e dei miei colleghi che ora dormono nelle vasche orfiche. Durante una pausa, ho ascoltato uno dei file di Berlin, che ho catalogato tra i più vecchi. Il fascicolo di Chuck Berry è scarno, ci sono poche immagini, un solo video, alcune registrazioni, ma la sua musica è immediata e inattesa. Suona una Gibson e la cosa mi costringe a un sorriso veloce tra i pensieri che stanno fissi sulla missione. Per un tempo, forse accorciato dalla preoccupazione, questo uomo che il rock l’ha inventato mi fa battere i piedi e muovere la testa come faceva Berlin, che sembrava guidato da fili di note in ogni gesto e azione.

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Il Prof. Swann entra nella stanza in cui sto lavorando: una parete nera, una successione di specchi sull’altra e scaffali in vetroresina fucsia sulle rimanenti, che sono quattro. Io sono al centro di un esagono, circondata da tavoli, fascicoli e pannelli multimediali.
Il professore mi informa che la squadra è rientrata nel Mosaic e che ci stanno raggiungendo. Alexis e l’altro ferito in questo momento vengono medicati dall’altra parte della base e presto potrò andare là, ad abbracciare il mio amico.

Cerco gli specchi alle mie spalle per sistemarmi i capelli, la cosa lo fa sorridere, devo fargli tenerezza. Mi imbarazzo e viro l’attenzione sulla catalogazione delle collezioni, illustrando cosa ho fatto nelle ore precedenti. Il professore sembra stupito davanti a tutti quei fascicoli, alcuni li apro, gli mostro delle foto e sto per caricare dei file video e audio sul pannello. Il rock appare tra le nostre mani come un mistero impolverato e è strano per tutti noi, anche per me che ne conosco il valore, pensare che ci stia offrendo la chiave per vincere.

Decido di far ascoltare al professore proprio Chuck Berry ma, in quel momento, la porta si apre. Cinque sagome, alonate dalla luce soffocata del corridoio, si stagliano all’ingresso. Avanzano disposte come i cinque punti neri sulla faccia di un dado. Sono i militari della missione, in mezzo a loro c’è Berlin. Quando rivedo chiaramente il suo volto, lui è fermo, circondato dalla cornice nera della parete.

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Author: Valentina

Valentina è nata nel 1984. Novembre. Quattro. Di solito la trovi seduta per terra, vicino al termosifone, o sul divano, sempre che vicino abbia il termosifone. Studia, scrive, si lamenta, ride, delle volte mangia e ultimamente dorme poco. In alternativa, è in giro per il mondo a fare cose. Secondo i suoi calcoli, si trova a una delle ultime reincarnazioni: infatti non uccide neanche i moscerini per purificarsi per bene in questa esistenza e non rischiare di tornare in vita troppe altre volte. A "The Walwian" deve un po' di felicità. SCRIVIMI

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