Samuel Katarro + The Soul Sailor
Corso Garibaldi è la via che preferisco perché è un tronco sdraiato sulla pancia di Perugia da cui partono rami stretti, lunghi, contorti, deformi. Sono rami che conservano il mistero dei nascondigli dell’infanzia, rami su cui stanno appollaiate case che guardano dietro a ciglia di merletti ingialliti. Uno di quei rami, porta al Parco Sant’Angelo. Per arrivarci, si deve abbandonare la luce del corso e deviare in discesa, costeggiare uno strapiombo sul profilo della città, fidarsi a mettere i piedi su tavole di legno incerte. Io qui tolgo gli occhiali perché non voglio vedere, perché assecondo i passi del buio. Dopo le scale, infatti, c’è solo nero e ghiaia sotto le scarpe. Per orientarsi, bisogna ascoltare da dove proviene la musica. Sinistra. Qualcuno viene da là, cerca la luce e si muove a ritroso. Sono già nel film quando le forme tornano a palesarsi. Sembra un horror o una commedia, una festa con un falò, sembra una spiaggia, un rito adolescenziale. Il Parco Sant’Angelo è un anfiteatro sotto una luna nascosta, dove le ombre sono complici e registe. Intorno ci sono rumore, parole, sussurri, saliva e alcol, fila al bancone del bar, pizza e gradoni, cemento, alberi e sguardi, numeri e passi. In mezzo, sta la musica. Ogni volta è così.
Domani, al Parco suonerà Samuel Katarro che, grazie al nuovo album The Halfduck Mystery, e dopo l’esordio prodigioso con Beach Party, si è confermato come una delle menti musicali più affascinanti e apprezzabili in circolazione. Aprirà The Soul Sailor, talentuoso cantautore umbro in questi giorni in studio con il nuovo album I Can Be an Apocalypse.
Mi viene in mente che è proprio una deprimente Italia vivace questa. Sotto al coperchio della musica dei talent show, c’è l’acqua che bolle. «Ci sono etichette indipendenti che se la passano meglio delle major e chi non ha neanche quella si auto-produce e poi si auto-distribuisce grazie a internet»; questo, del resto, è il motivetto degli ultimi anni. Dalla televisione ai concerti, dai cd ai download. Chi vuole suonare, lo faccia.
E a forza di fare, forse in troppi fanno e ogni volta va distinto chi cavalca l’onda da chi ha un’urgenza espressiva e artistica autentica.
Samuel Katarro e The Soul Sailor l’urgenza ce l’hanno, anche per questo mi piace che abbiano pensato di farli suonare la stessa sera.
Non si conoscono, forse si sono ascoltati e le cose che hanno in comune sono tante.
Entrambi sono nati nella metà degli anni 80, entrambi suonano la chitarra, entrambi amano Neil Young.
E poi.
Uno cita Wittgenstein, l’altro Heidegger.
Entrambi suonavano in delle band prima di mettersi a farlo da soli.
Uno si fa accompagnare dalla “his tragic band”, l’altro dai “two fuckers”.
Entrambi hanno ripiegato nel cassetto il loro vero nome.
Uno si è dato il nuovo nome da bambino su un campo da calcio, l’altro insegna ai bambini a giocare a calcio.
Entrambi usano l’ironia, rimpastano la psichedelia, se ne fregano se in Italia vendi meglio se canti in italiano.
Uno, nella vita precedente, è nato nella contea di Los Angeles, l’altro in un sobborgo di Manchester e, anche se adesso non lo sanno, a un festival nel 1970 hanno condiviso un camerino e le impressioni su Déjà Vu.
Entrambi si compiacciono del fatto che la loro musica rimanda al passato: sono abbastanza intelligenti per sapere che vivono nell’epoca della derivazione e della catalogazione, ma hanno il talento che basta per rendere la cosa irrilevante.
Paure e citazioni, sensibilità e vergogne esibite e celate in mezzo a titoli giocati e impronunciabili, a non-sense e sarcasmo, solitudini musicate tramite registri folk.
Per tutto questo, domani sarò tra le ombre, a sentire musica ben scritta da gente che la musica la sa ascoltare, oltre che suonare, persino qua in Italia. Domani sarò tra le ombre del Parco a godermi quest’acqua che bolle.


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