The Malcolm McLaren’s Burial
MALCOLM MCLAREN’S DEAD
Oppure, se vogliamo andare sul personale…
MALCOLM MCLAREN’S DEATH
Un titolo giornalistico, contro uno cinematografico, più esiziale, se vogliamo.
Credo si sia beccato un infarto.
O qualcosa del genere. Credo che non sia più vivo.
Lasciamo le ipocrisie fuori dalla porta dell’obituary.
Non credo che sia morto. Non lo credo affatto.
Credo che invece sia una trovata.
Probabilmente deve lanciare una catena di agenzie di pompe funebri, o una linea di bare firmata dalla Westwood. Credo che starò al gioco. Ok, ammettiamo che sia morto.
Cosa fare di Malcolm McLaren, quando è morto.
Io credo che sia opportuno mangiarlo.
Più che al cannibalismo rituale, penso proprio alla cucina.
Sono tutti molto attenti, qui a Walwian, alla cucina.
E anche là fuori.
Perché la cucina è quintessenzialmente culturale, nel senso antropologico del termine.
Perché dice chi sei e dove vai, e da dove vieni e dove andrai. E soprattutto come.
La tua cucina, il tuo cibo, parla di chi sei tanto quanto la tua collezione di dischi, o i tuoi vestiti.
Io ad esempio sono un’autorità incontrastata nel campo dello junk food, o del cibo spazzatura, se preferite.
Nessuno dunque è più adatto di me a cucinare Malcolm McLaren, mentre sta fingendo di essere morto.
Mi piace McLaren. A uno come McLaren, puoi fare di tutto, senza il minimo rimorso. Ce lo ha insegnato lui.
PROFILASSI.
L’igiene, prima di tutto. Lavatevi le mani. Dopo esservi insaponati con cura, risciacquate senza lesinare in acqua. Tra cinquant’anni varrà come il petrolio, conviene sprecarla finchè ce lo possiamo permettere. Nel futuro, ricorderemo con gioia i fasti bulimici dell’epoca che fu.
PREPARAZIONE.
Dopo aver deposto il cadavere di Malcolm McLaren su un tavolo di marmo, dovete spogliarlo. Molti amano fare questa cosa personalmente, ma io non sono così affezionato. Una o più prostitute possono tranquillamente assolvere al compito.
AFFETTAZIONE.
Benché l’affettazione sia facilmente riconducibile al modo di parlare e di muoversi di un vecchio gentiluomo di uno stato del Sud, come l’Alabama o il Mississipi, in questo caso stiamo parlando di fare a pezzi un cadavere. Sembra semplice, nella sua ripugnanza, ma quando di mezzo c’è il rigor mortis, niente è semplice. Dunque, con una mannaia e una mazzetta da muratore, dovreste farcela a sezionare Malcolm, ponendo particolare attenzione all’operazione di apertura della scatola cranica. Anche i cuochi più esperti, finiscono per sciupare il cervello.
EMPASSE.
Arrivato a questo punto, mi ritrovo con un cadavere mezzo smembrato. Non so cucinare un cadavere. Non ho idea di come si renda tenera la carne. Non mi viene in mente nulla di brillante. Metto il cervello in delle coppette da gelato, i cucchiaini di plastica. Un semifreddo! Oltre questo, non so andare.
Immagino che fegato, milza, e polmoni, possano essere agevolmente macellati per fare qualcosa a metà strada tra la coratella e un più ricercato patè. Immagino che sia sufficiente pigliare la roba e buttarla dentro un frullatore, o qualcosa del genere.
TAKING THE WHOLE THING SERIOUSLY.
Ok. Siamo qui a ricordarci di un uomo che, detto in poche divertite parole, aveva bisogno di fare un po’ di pubblicità alla sua boutique poi sexy-shop. All’uopo, creò la scena punk, prima offrendo un bel ritrovo per i futuri protagonisti della marcia movida londinese, poi preoccupandosi di organizzargli uno straccio di carriera. Senza il suo laico approccio alla trasgressione, alla sua lucidità e alla sua disincantata eppur visionaria abilità nel fare le cose, molto probabilmente il punk sarebbe diventato carne da majors ben prima di quanto sia avvenuto effettivamente, o peggio ancora, il flusso, the rush o’ blood out the mouth, non si sarebbe coagulato, e noi qui, oggi, di nulla di quel che stava accadendo, avremmo avuto memoria.
Regards.
Luca, Head Of Burial and Cremation Office.





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