Yes, There Really Is A Kalamazoo [15]

February 14th, 2010 in walwian.com by Valentina0 Comments

Futuro. Kalamazoo è una città che sorge su un’isola di quello che oggi chiamiamo Atlantico. È stata fondata da un gruppo di ribelli, all’inizio del Secondo Medioevo. All’epoca, la terra era ridotta a qualche centinaio di milioni di sopravvissuti dopo una devastante catastrofe che aveva ridisegnato tutti i confini seppellendo terre, allargando mari, sputando fuori montagne, colline, pianure e inghiottendone altre. I ribelli erano scappati da Heron, una città nata da una comunità di superstiti e dedita al culto delle armi e alla conquista. Sorta in quello che noi chiamiamo Nord Africa, all’epoca della narrazione, Heron è ormai una dittatura militare e l’impero più forte del mondo. Kalamazoo, invece, è una città/stato che prospera nella cultura, nell’esaltazione del futuro e nella conservazione del passato.

Ma non tutto è stato salvato di quel passato (che è, per capirci, il nostro presente): del rock, infatti, resta ben poco.

Oslo, un’abitante di Kalamazoo, lavora nell’ufficio dei Cercatori del Rock e recupera i fascicoli di quella musica che sono andati persi sull’isola all’epoca della battaglia tra i fondatori di Kalamazoo (scappati portandosi dietro bauli di filosofia, poesia, scienza, tecnica, arte appartenuta alle epoche precedenti) e gli inseguitori venuti da Heron.

Un giorno, proprio dalle terre di Heron, aldilà del mare, arriva un segnale. Arriva musica. È rock che Oslo non ha mai ascoltato prima. Qualcuno, come lei, colleziona la musica dimenticata. Con l’aiuto di Nova, una mercenaria, arriva nell’Impero e conosce Berlin. Lui è un militare che ama più il rock che la guerra e che è segretamente custode di centinaia di fascicoli rimasti in quel posto sin dalla fuga dei ribelli. Berlin vuole scappare da Heron e dedicarsi alla musica, a Kalamazoo, ma quando sta per andarsene con la ragazza, che accetta di aiutarlo in cambio di una copia della sua musica, qualcosa va storto: le due città, dopo più di un secolo, sono in guerra.

Giunti alla quindicesima puntata, siamo sulle coste occidentali dell’Impero, e aspettiamo di sapere se Oslo e Berlin riusciranno ad andarsene e raggiungere Kalamazoo.

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Nei sogni, lo spazio e il tempo prendono forme tutte loro. Le distanze diventano elastici che si allungano e accorciano, le strade si ripetono e si restringono sotto i piedi, gli angoli si smorzano in curve, il cielo di schiaccia o si espande. Il tempo di un istante reale è sufficiente alla coscienza notturna per visitare un’intera città, per trasformare visi amati in facce deformi, per rischiare la morte, vedere streghe, cadere dalle scale, comprendere lingue inesistenti, moltiplicarsi in innumerevoli punti, volare a metà aria o saltare una graffa come fosse una mattonella.
Nei sogni, lo spazio e il tempo si frammentano, si liquefanno, diventano labirinti o vanno in loop. Tutto perde il senso degli altri per animarsi di un senso autonomo, privato, unico, impenetrabile per chi resta aldilà.


Un giorno, te lo giuro, vivremo come nei sogni, dentro ai sogni, senza bisogno della parola per comunicare, con corde elettroniche che collegheranno i nostri cervelli, viaggeremo nelle creazioni della nostra testa. Ci passeremo fili di note mentre cammineremo sotto palazzi dalle colonne ciclopiche. Sarà impressionante. Sarà quello che volevamo quando ci sembrava di aver visto ormai troppo, quello che cercavamo quando eravamo, in fondo, così stanchi. Lì, invece, ci saranno vie di una bianco virgineo e scalinate marmoree, statue dalle gambe divaricate poste all’ingresso di placidi porti alessandrini. Ci spaventeranno, saranno sublimi, da far tremare il cuore. Mura altissime circonderanno piazze che si aprono sulla cima di un monte che osserva la vallata, imponente e serafico. Salendo, le vedremo dal basso e sembreranno venirci addosso perché la verticalità le farà sembrare ancora più immense, titaniche. Templi tornati ai colori rutilanti di millenni di anni fa staranno lì, immobili, a scenografare i nostri passi. Soffitti di chiese, ormai seppellite dalle acque, risorgeranno per accogliere i nostri sguardi. L’oro dell’oriente, su facciate lucenti come pelle di drago, illumineranno i nostri capelli fermi, inamovibili, perché nei sogni non c’è il vento e neanche tu potrai spostarli dalla mia fronte. Tetti purpurei, mosaici alabastrini, padiglioni policromi, teatri venusti, intarsi geometrici, giardini primo-medievali, profumi indiani, treni ottocenteschi, corridoi egizi, navi vichinghe, missili americani, peristili ellenici, tutto tornerà a nuova vita, come se nessuna catastrofe avesse spazzato via le civiltà e i loro resti. La musica colmerà gli spazi, mentre in cielo navicelle a forma di conchiglia taglieranno l’aria facendo piovere gocce di tempere ad olio. Sembreranno lacrime sulle nostre guance e scompariranno appena dopo. A tratti, non cammineremo neanche, ma saremo trasportati su piastre che si staccano appena da terra e fluttueremo come barchette di carta sull’acqua. Potremo saziarci senza limiti di tutto questo, sarà così vivido da sembrare vero, non come nelle illustrazioni e nelle foto che sono arrivate fin qua, non come fosse il gioco crudele della nostra fantasia, non come se ci trovassimo semplicemente dentro a un sogno in cui si deve rimanere soli a guardare.

L’ossigeno risveglia il mio corpo, caduto in un secondo onirico nel momento in cui Berlin ha tagliato la bolla. Quando vedo lui che è chinato per osservare da vicino come sto, io ho bisogno di aggrapparmi alla sua divisa perché scoppio a piangere. Mi assale un moto di disperazione inconsolabile. Mi manca Kalamazoo, ho visto la sua bellezza attraverso gli occhi dell’onirico, così, ne ho esasperato lo splendore, fino a renderla irreale. Voglio vederla, essere certa che c’è, che è lì, che nessuno ancora l’ha toccata.

Mi manca la mia famiglia, voglio i miei amici, voglio qualcuno che mi assicuri che è tutto come prima che partissi. Vorrei che fosse un incubo e che, quindi, mi resti da usare il tasto della reversibilità o, meglio ancora, quello della cancellazione.

Sarà che ho un terrore che mi fa tremare le mani come cibo nell’olio bollente. Occhi sbarrati e mi si arrugginisce la lingua. Sarà che ho paura di morire, che stia per succedere qualcosa da cui non si torna più indietro. Ora so cosa è la tristezza pura, quella che si aggrappa al petto e tira giù come un sasso appeso al collo.

«Questa è l’ultima volta che ti vedo così», riesco appena a dire a Berlin, mentre il pianto di cui non ero stata capace pochi secondi prima, ora arriva con una prepotenza che non si arresta, che va accettata.
«Che vuoi dire?», risponde.
«Che questo è l’ultimo momento in cui staremo così. Da adesso, tutto cambia».
«Oslo, non ti capisco, non piangere per favore, non piangere. Per favore. Per favore…».
«Riportami a casa, Berlin. Hai capito?! VOGLIO TORNARE A CASA! Voglio tornare a casa, ti prego, portami via…».
«Ci andiamo a casa. Ci stiamo per andare. Tra poco, Nova sarà qua».
«Cosa sta succedendo?! Berlin… che succede? C’è una guerra? QUALE GUERRA?! Cosa volete da noi?!»
Berlin mi abbraccia e penso che anche lui stia piangendo, lo capisco dal petto che sussulta appena mentre io gli bagno la spalla di lacrime.

Non voglio che mi abbracci. Per favore, – penso – aiutami e lasciami stare.
Si stacca da me. Lui è somiglia ai disegni che facevo da bambina. Comincia a cadere la neve, è una danza lentissima di ovatta che si scioglie sui suoi capelli e sulle ciglia, mi prende il viso tra le mani e giura di non sapere perché è appena iniziata la guerra. Heron è impegnata a combattere sulle isole dell’Europa occidentale contro gli eserciti locali supportati dai mercenari e, talvolta, da gruppi rivoluzionari dell’impero. Nessuno gli aveva detto, prima d’ora, che anche Kalamazoo era nel mirino. Anche questa volta, gli credo. Mi asciugo gli occhi, il viso e con il suo mantello mi soffio il naso. Con questo gesto, inizio a calmarmi.

Gettando gli occhi alle sue spalle e oltre i due militari paralizzati nelle bolle di Berlin, la visuale si colma di puntini bianchi che scendono pieni di accidia, sonnolenti. A quel punto, vedo una decina di soldati in nero, con i caschi rossi, lucidissimi, che avanzano velocemente verso di noi. Avverto Berlin, che si gira di scatto. Li vede. Mi dice di scappare verso il mare, perché dal cielo, risucchiato da un’aria impregnata di pallore, ci sta venendo incontro il combo di Nova.

Mi alzo, smetto di ragionare, non di pensare e l’unica cosa a cui penso è correre. Mentre lo faccio, sento nelle orecchie della mia testa il reverse della chitarra di Hendrix. Mi sembra di tornare indietro a ogni passo che faccio verso il mare.

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Le distanze sembrano allungarsi, come accade nei sogni. Eppure, il piano suona una nota, sempre la stessa, trascorre del tempo tra una e l’altra, meno di un secondo, e per ogni volta che il dito schiaccia quel tasto, io faccio almeno qualche passo in velocità. Metto i piedi in acqua, dopo poco i miei stivali sono inzuppati di mare. Il combo è sempre più vicino, sta scendendo verso di me. Mi volto, guardo Berlin che spara invano bolle contro i militari, alcuni stanno liberando i due compagni immobilizzati, gli altri sono ormai vicini a lui e si difendono dalla sua arma con scudi tempestati di aculei che fanno scoppiare le sfere in scintille iridescenti.

Prima che uno dei militari lo colpisca con una bolla paralizzante, prima che diventi una statua sospesa in una biglia, prima che non gli resti più possibilità di scappare da qui, per un solo attimo, Berlin si gira e ricambia il mio sguardo, uno sguardo che non ha e avrà mai aggettivi e che io non so proprio descrivervi.

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Author: Valentina

Valentina è nata nel 1984. Novembre. Quattro. Di solito la trovi seduta per terra, vicino al termosifone, o sul divano, sempre che vicino abbia il termosifone. Studia, scrive, si lamenta, ride, delle volte mangia e ultimamente dorme poco. In alternativa, è in giro per il mondo a fare cose. Secondo i suoi calcoli, si trova a una delle ultime reincarnazioni: infatti non uccide neanche i moscerini per purificarsi per bene in questa esistenza e non rischiare di tornare in vita troppe altre volte. A "The Walwian" deve un po' di felicità. SCRIVIMI

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