Yes, There Really Is A Kalamazoo [14]
Non ho mai avuto pretese sulla verità altrui. Chi vuole dire bugie, è libero di farlo, è una miseria che gli altri devono affrontare da sé. Perché le menzogne sono lo strumento più efficace per rifiutarsi di vivere, obbligano a condizionare le proprie scelte alle aspettative degli altri e questa è una schiavitù che mi fa pena. Sto imparando a guardare con disprezzo chi mente, ma anche chi sta inchiodato sull’uscio di casa, chi non decide, chi aspetta, chi non sa inseguire l’idea della propria felicità, i passivi. Certe azioni, o non azioni, sono un atto di arroganza e di presunzione. Discendono dall’idea che ci si possa permettere di temporeggiare, quando invece la vita scorre e lo fa con una notevole mancanza di pietà. Ci vuole coraggio a mettere fuori dalla porta le passioni, a rifiutare il rischio, a mistificare la propria volontà, a non saperla neanche riconoscere. In questo senso, l’onestà è un diritto verso noi stessi, prima che un dovere verso gli altri. È il primo passo per godersi l’opportunità di stare al mondo in modo da non aver perso troppo quando tutto sarà finito.
«Non ne so niente. Non ho idea di chi sia questa Rosen. Non saprei…», risponde Berlin, seduto davanti a me nel velivolo che ci sta riportando alla base.
«Prima è “non ne so niente”, poi “non ho idea”, poi diventa “non saprei”. Tu lo sai».
«No, non ne so niente…».
Mmm… mmm…
Silenzio.
«Menti, è un tuo problema», faccio io, fingendo disinteresse. Perché, in realtà, capita che questa volta resto ferita, mi sta a cuore che lui non lo faccia, che lui non menta. Non mi importa di Rosen, è una questione di principio. Oh no, la questione di principio. Concetto pregnante dell’archetipo bacchettone femminile. Reggo poco nella finzione e continuo:
«Senti, Berlin, fai quello che ti pare, tanto lo faresti comunque, con o senza il mio consenso, no?».
«Sì».
«Ecco, il punto è: per favore, non mettermi nella condizione di diventare noiosa. Cioè, non costringermi a essere insistente, né a rimuginare sulle cose, perché secondo me è offensivo».
«Insistere su cosa?».
«Tu stai mentendo? Sai chi è quel militare che abbiamo visto nella piazza?».
Lui si mette a guardare fuori dal finestrino, mentre sotto passa uno spettacolo a strapiombo sul nulla. Siamo riemersi in superficie e Heron si sta allontanando in velocità dal nostro sguardo. Lui fissa fuori, come fanno i bambini. Fa finta di niente.
«Così ci fanno i bambini».
Silenzio.
«E i cani», puntualizzo ancora.
«Quando li sgridi», continuo. Che schifezza questa parte, la mia.
A quel punto, Berlin si volta e mi spiega che se sono sicura di averla vista a Kalamazoo, Rosen, o quale sia il suo vero nome, è probabilmente una spia. Heron è arretrata come civiltà, è primitiva nel suo approccio sterile all’arte, alle scienze, alla politica, alla religione. Non esiste il bene comune e quindi non c’è stimolo a coltivare questo bene. Ignorante sul suo passato, Heron riesce a essere invincibile sul futuro solo nel campo militare. L’unica tecnologia sviluppata è quella applicata alla guerra. Perché sostanzialmente solo su questo Cassius conservò il necessario della conoscenza di chi ci ha preceduto e solo su questo avanza l’innovazione.
Rosen è probabilmente una spia. Come lei, identiche a lei, ce ne sarebbero altre quattro: ogni generazione di spie è fatta di cinque cloni, silenziosi, freddi, spietati, destinati a trascorrere tempi più o meno lunghi in territori “di interesse” per Heron. Collezionano informazioni, operano alle spalle di coloro ai quali apparentemente si appoggiano. Non sono progettati per avere particolari coinvolgimenti emotivi, per radicarsi nella comunità, ma per svolgere la propria missione. E poi se ne tornano a casa. Se prima avevo qualche dubbio, ora so chi è Rosen.
Ragazza del mio migliore amico, presente a compleanni, feste, bevute, cene, talvolta anche confidente: come è possibile che nessuno abbia capito quanto fosse in realtà estranea a tutti noi?
Berlin non sa a cosa serva una spia dentro Kalamazoo. Io lo so meno di lui e mi sento irretita nella sensazione soffocante per cui ciò a cui sono più legata è pericolosamente vulnerabile. All’improvviso, vengo colta da un pensiero che mi affretto a formulare:
«Aspetta un attimo. Rosen lavorava al front-office del dipartimento che produce la pillola A».
«Cosa è la pillola A?».
«Oh, un’invenzione assurda, che ti fa stare innamorato per il resto dei tuoi giorni. Ma perché una spia in quel dipartimento? A cosa vi serve la pillola A? Non vi innamorate?»
Ogni tanto, succede che parlo e la mia testa corre alla musica. Il cervello si stacca da quello che sto vedendo e dicendo e si attacca a un’immagine, un verso, un motivo. In questo momento, sprofondo in una canzone della mia collezione. Una carezza acustica, una glossa stanca su come si possa finire circondati da un esercito di gente inaridita, che parla senza dire, sente senza ascoltare. Una postilla di musica, su come si possa finire in mezzo a un silenzio muto che cresce come un cancro svuotando i legami più dolci, proprio quelli che quando tutto sarà finito avranno lasciato l’idea di non aver perso troppo.
Scomparire così è questione di un istante, a me potrebbero sembrare anche minuti. Ma invece Berlin è lì, che ha appena iniziato a rispondere alla mia domanda:
«Mah, non so. Direi che ci capita, come a tutti, abbiamo un TFT nella norma, insomma, facciamo figli, tanti da non cambiare la struttura demografica della comunità. Ci sposiamo, ci fidanziamo, ci amiamo, non credo Heron abbia di questi problemi».
«Non lo so, è strano. E comunque, come ha fatto ad entrare? Cioè, come ha fatto a diventare cittadina? Se è così facile, non penso che uno come te avrà problemi».
Uno come te. Oh, oh. Oggi non c’è proprio limite al pudore. Un abbraccio non è bastato? Eh, Oslo! Come mi è venuto in mente di fare un apprezzamento simile? Roba da matti.
Siamo nella stanza sotterranea di Berlin, io siedo per terra, lui sta preparando un bagaglio sottile, che lega alla schiena e nasconde sotto la divisa. Indosso di nuovo i vestiti con cui sono arrivata qua. Nova è sulla strada per la spiaggia, ci incontreremo a qualche graffa da qui. Tra poco, saremo tutti sulla via per Kalamazoo e mi accorgo che, tutto sommato, non so come mai, non ho provato molta nostalgia in queste ore. Nel frattempo, i minuti che precedono l’arrivo degli altri due militari incaricati di scortarmi sembrano un macigno. Non parliamo io e Berlin, lui si muove come un attore nel camerino che, sottovoce, prova e riprova la sua parte. È sotto pressione e mi scopro a soffrire nell’incapacità di togliergliene almeno un po’. Vorrei potergli dare un nome a questo. Ma riesco solo a farne una promessa, quella per cui, se un giorno lo rivedrò così, quel giorno avrò già scoperto il modo per farlo stare meglio. Quando Berlin poi si ferma, si siede sul letto, sopra di me, mi accarezza la testa e io non riesco a scansarmi, né a dire niente. Poi decidiamo di cenare. Stiamo mangiando ancora la solita zuppa, quando bussano alla nostra porta e capiamo che è ora di partire.
Il viaggio verso la spiaggia è felpato, quasi sordo. Nessuno dice niente. Scendiamo dal velivolo dopo un tempo brevissimo e poi proseguiamo a piedi. Berlin cammina al mio fianco, gli altri due, due uomini sulla trentina, visi di calce, espressioni tracotanti eppure anonime, procedono uno davanti e uno dietro di noi. I loro capelli sono nascosti dai caschi rossi. Farmi da scorta, deve costituire una specie di missione perché sono vestiti in nero. Berlin no, è in bianco e blu. Non so come questa cosa sia potuta sfuggirmi, come non ho potuto notarla dal primo momento. Sto per chiederglielo, sottovoce, per non disturbare questo silenzio che non so se è inerziale, procedurale o, semplicemente e scientificamente, voluto. Ma poi, vedo il mare, la neve copre la sabbia e sporca appena la riva, mi scordo di chiedere e mi allontano appena dal ragazzo con gli occhi all’ingiù che sta al tempo coi miei passi. Voglio vedere le onde, ma il militare davanti a me le copre. Mi dimentico dell’ansia che ho, della paura che qualcosa vada storto, mi scordo di domandare se ho il permesso. Il cielo è una mantella grigia dal peso infinito. Una mantella che toglie la voglia di respirare, che sradica le speranze, che minaccia la pace e io, all’improvviso, sento come un colpo al cuore seguito da un freddo che è così freddo da sembrare bollente. L’attimo successivo, non riesco più a muovermi, ma vedo e sento tutto, come se fossi dietro al vetro del fondo di una bottiglia.
Davanti a me, Berlin è come uno scudo, indossa il guanto e tiene la mano abbassata. Con la sinistra, invece, impugna un’arma, credo un tubo simile a quello dei mercenari. Io sono in una bolla paralizzante, l’ha sparata lui contro di me nell’istante in cui mi sono distratta.
I due militari stanno davanti a noi, contro di noi. Impugnano delle stecche di metallo su cui poggiano dei triangoli sottili da cui possono sparare lastre spesse come un filo d’olio ma in grado di tagliarti in due.
Ci metto qualche secondo ad afferrare cosa sta succedendo, mentre Berlin deve aver capito tutto nel momento in cui ha aperto la porta della stanza. È stato zitto per tutto questo tempo, forse per non spaventarmi, forse perché neanche lui sapeva cosa fare.
«Perché siete vestiti così? Stiamo scortando un cittadino di un paese neutrale! Cosa sta succedendo?», grida Berlin contro i suoi compagni.
I militari non rispondono. Aspettano qualche attimo. Poi uno dice:
«Kalamazoo non è più paese neutrale. Non lo è più da due ore. Ogni suo cittadino è nostro nemico. Metti giù l’arma o ti uccidiamo, tagliamo la bolla e uccidiamo lei».
«Non c’è bisogno. Chi è nemico di Heron è nemico mio!», urla Berlin, che poi si volta, contro di me.
Mi guarda con i suoi occhi, pietre preziose inanimate.
Io vorrei buttare fuori tutte le lacrime del mondo, ma non escono, sono cristallizzate da qualche parte e non vengono fuori, vorrei fargliele vedere, vorrei diventassero un’onda immensa, una panacea alla sua inconsapevolezza. Perché lui non sa quanto è profondo il dolore di morire così, con fissa davanti la più amara delle emozioni: la delusione.
A quel punto, Berlin si volta ancora verso i compagni, li coglie di sorpresa, forse più di quanto non colga me. Con la destra immobilizza entrambi in sfere che sembrano bolle di sapone soffiate dagli dei. Poi, si avvicina alla mia e, con una specie di taglierino che compare dal suo guanto, incide una lunga fessura dalla quale entra l’aria che invade il mio spazio come fosse un incantesimo. Io cado a terra, simile a una camicia di seta che nessuno indossa. Quando mi riprendo, emetto un suono che viene dalla gola e sembra come se un viaggio nel regno dei morti l’abbia fatto sul serio. Afferro la divisa di Berlin che è chinato su di me e la sagoma del suo corpo è un’ombra nel bianco.




Leave a Reply