Yes, There Really Is A Kalamazoo [13]
Come è potuto succedere? Come può succedere che uno finisce a essere così? Così come? Così scemo. Alexis, che di queste cose ha più esperienza di me, forse avrebbe molto da dire in materia e la verità è che non vedo l’ora di raccontargli cosa sta succedendo qua sul fondo del pozzo di Berlin.
Ragioniamo. Se la domanda è “come può succedere?”, la risposta è “tutta colpa di Zeus”. Non lo dico io, lo dice Platone e di lui mi fido. Perché a Kalamazoo, la voce dei classici viene insegnata in accademia come fosse, tra quelli sopravvissuti, il bene più prezioso di un passato ricostruito a metà. Perché qua, in questo presente, in quello della mia civiltà, qua, dopo migliaia di anni, la loro parola, quella degli antichi, conta ancora più delle altre.
Insomma, Platone lo ha detto chiaro che la colpa è di Zeus e della sua invidia, della rabbia che si è scagliata contro donne e uomini e donne e donne e uomini e uomini, una volta uniti in corpi da due, felici e contenti, e poi spaccati a metà nella notte dei tempi, costretti da allora a una ricerca cieca, smarrita, sofferta di quella perfezione per sempre persa. La colpa è la sua se ogni tanto, a sorpresa, uno si ritrova illuminato dalla sensazione di avercela fatta: “Ehi, gente, io l’ho trovata, l’ho trovata la mia metà! Stava alla piazza del mercato, l’ho riconosciuta subito, tra milioni. Ora ci facciamo riattaccare, alla faccia di quello stronzo di Zeus. Buona ricerca a tutti! Buona fortuna!”.
E la colpa, in realtà, è anche di Eros, che non è dio e non è uomo. Sempre Platone ha raccontato che questo demone, figlio dell’Espediente e della Povertà, vaga per il mondo. È stato mandato qui come cura per quell’antica ferita, visto che Zeus si sentiva in colpa per il gesto poco garbato ai danni di noi umani. Da allora, Eros ficca il naso dove non dovrebbe ficcarlo, viene a farti scordare di mangiare, ti altera il battito cardiaco e accorcia il respiro, ti fa annusare la pelle e i vestiti di un altro come fossero margherite. Prende la tua dignità, l’orgoglio, il buonsenso, la ragione e li squarcia in cambio di un po’ di esperienza di cosa sia la metafisica. Perché questo è l’amore, una manciata elemosinata di follia che, si sa, è questione divina. È un crollo dell’io per eccesso di immaginazione, un atto di rimozione dell’ordine razionale a favore di un caos del tutto celeste.
Quindi, vuoi scoprire cosa è dio? Vuoi sapere come si sta prima di nascere? Vuoi conoscere la morte stando in vita? Innamorati. Diventa scemo. Del resto, stando a Platone, ci sarebbero le prove di tutto questo. Si potrebbe tirare in ballo addirittura l’amplesso. Un discorso che suona tipo: “Beh, ragazzi, insomma, la mia teoria è che l’orgasmo è il modo per far tornare la memoria sul divino, è la dimostrazione del bisogno di recuperare la pienezza primigenia: non so che altro vi serve per credere alla storia del demone, ma non è un caso il sesso porta un piacere che sconfina dalla realtà e si realizza nella fusione”.
Una fusione in realtà solo apparente, una perenne sconfitta, un gesto disperato perché non esiste unione di corpi che sia uguale a quando eravamo cuciti in un corpo solo, come eravamo prima che Zeus ci strappasse in due. E qui abbiamo la tragedia umana, l’impossibilità di stare nella coerenza, di afferrare una volta per tutte la felicità, ma questo è un altro discorso.
Comunque, Platone è chiaramente il più grande genio della storia. E sì, questa è la mia introduzione per dire che sto diventando scema.
Lo so perché mi accorgo che non vorrei andarmene. Seduta sul fondo del pozzo di Berlin, dopo un’ora di canzoni, è uscito fuori che riusciamo a nutrire l’intimità con le risate, anche se abbiamo avuto esistenze quasi opposte. Famiglia, educazione, amicizie, esperienze. Origini. Non c’è niente di simile tra noi, niente che non sia il bisogno di musica, o il nostro colore. Eppure, c’è in giro una gran fame delle cose dell’altro. Parliamo una lingua che è inaspettatamente simile, come avessimo vissuto cose agli antipodi, ma le avessimo guardate con gli stessi occhi.
Per questo capita che mi aggrappo a lui, in un attimo di cui non ho controllo. Lo abbraccio e sa di polvere, di cuoio, di lana, è dolce ed antico. Lui non è preoccupato, spaventato, sorpreso. È una cosa normale, naturale, dovuta.
Mentre restiamo vicini, tra le braccia, sempre per via di Platone, mi viene da dire piano:
«Così sono sicura che torno alla realtà».
Non credo abbia capito cosa intendo. In verità, non credo neanche di averlo detto, forse l’ho solo pensato. Ma, magari, un giorno gli spiegherò che delle volte abbracciare qualcuno è il modo per essere certi che in quella follia in cui si sta scivolando rimanga un appiglio per questo mondo: finché l’altro c’è, per il solo fatto che c’è, ci è concesso di perderci e di riprenderci, di non restare soli in tutto questo.
Credevate che un abbraccio fosse poco. Forse niente. Ma per quanto mi riguarda, io lì ci ho concentrato tutto. Questo è un abbraccio strappato, rubato, non a lui, ma al tempo, che cammina come un assassino, lungo la via, e sta contro di noi. È rubato alla vergogna, ai pudori, all’imbarazzo che sono scomparsi all’improvviso lasciando carta bianca a un desiderio; quello di sapere che Berlin c’è davvero, che è reale.
Una volta divisi, crolliamo a due nella timidezza, sorriso o risata, la difficoltà di chi sa che qualcosa, da ora, è diverso. In questi casi, resta solo una cosa da fare: cambiare discorso, con disinvoltura.
«E così dobbiamo andare… dove la mettiamo la collezione?», faccio, mentre mi guardo intorno. Saranno duecento fascicoli. È chiaro che questa è una domanda relativamente intelligente, diciamo anche cretina, perché mai e poi mai riusciremo a non dare nell’occhio con un bagaglio grande quanto un elefante. Voglio dire, sono arrivata con una sacca, cosa gli raccontiamo ai militari quando devo ripartire? Che ho un paio di valigie piene di gradevoli souvenir dell’impero del male? Pregiate riproduzioni delle macchine della tortura e scalpi del nemico in fibra sintetica: saranno molto apprezzate a Kalamazoo.«Non potremo portare via la collezione. Sarebbe impossibile. Avrai la tua copia di tutto, su un supporto rigido che potrai leggere con un qualsiasi pannello multimediale una volta arrivati a Kalamazoo».
Berlin mi consegna la copia, in una scatola beige avvolta in una sciarpa di cotone.
«E tu? -incalzo io- Il tuo ruolo da custode?»
«Tornerò a Heron quando sarà il momento giusto. Per ora, tutto questo resta chiuso qua sotto, è pieno di trappole questo posto e posso controllare il pozzo anche se fossi dall’altra parte del mondo. Non me ne andrei senza essere sicuro che la collezione è al sicuro anche senza di me».
Risaliamo, lasciandoci alle spalle la stanza dalle pareti di musica, serrando ogni ingresso. Arrivati nell’atrio, là dove le piante rosse invadono anche la facciata interna, Berlin si avvicina al muro, infila una mano tra le foglie. Si sente un sibilo arrivare dal pozzo. Deve aver appena attivato un sistema di sicurezza di cui andare fiero perché sulla faccia gli si apre un sorriso memorabile. Camminiamo in questo quartiere dimenticato in cui se c’è qualcosa che arriva alle orecchie quello è il fischiettio di Berlin. È partito un piccolo concerto, voce e passi. Eseguiamo l’ultimo brano ascoltato nel pozzo, una canzone dei Doors, gruppo a me sconosciuto fino a pochi minuti fa. Sono io l’estranea in questa città, o forse è lui. Comunque, Berlin fischietta la strofa, a me torna in mente l’ultimo verso a cui il cervello deve essersi aggrappato senza che me ne accorgessi. Così, mi viene da fare una voce baritonale, ridicola, e cantare: “…streets are uneven when you are down”. Enfasi su “DOWN”. Ottimo.
Da lì, lui la canta tutta e sono io quella che si mette a fare un accompagnamento con la suola da militare delle scarpe, su un marciapiede logoro. Fino a quando, in prossimità della piazza dalla quale siamo riemersi un’ora fa, a pochi passi dall’angolo di un palazzo che sembra fatto di sabbia, lui smette di cantare. Io sto parlando non so di che e non capisco. Mi fa cenno di stare zitta, sono sovrappensiero. Allora mi mette una mano sulla bocca, spinge così forte che mi sembra di sentire il battito del cuore dalla mie labbra. Berlin preme la sua mano contro il mio viso con una forza che potrebbe uccidermi. O forse no, non c’è neanche un po’ di violenza. Sono io, la colpa è la mia perché in un attimo, d’istinto, trattengo il respiro, per reazione, perché faccio un bagno, un’immersione di un istante nella paura o in qualcosa che non so cosa sia. Non mi guarda, la sua testa è rivolta verso la piazza. Non mi piace avere la bocca tappata, soprattutto da un altro, allora mi aggrappo alla sua mano e quella cede come un lenzuolo.
«Ok, sono solo altri militari a passeggio, scusa, mi sono preoccupato».
«Chi volevi che fossero? Ci sono solo militari a Heron».
«In questo quartiere non viene mai nessuno. O è qualche soldato che ci cerca o è gente che viene qui per parlare in disparte e non crede al fatto che sia sacrilego stare qua. Dato che siamo in orario, direi che sia più probabile la seconda. Comunque, diamoci un’aria seria, per favore», lo dice prendendosi in giro, ma ci aggiustiamo comunque sul viso un’espressione di contegno.
Al centro della piazza, noi due camminiamo in silenzio. Loro, due uomini e una donna al centro, parlano tra di loro con voce lieve, rispettosa. Sembra di essere piovuti dentro al sonno di un cimitero. Quando siamo abbastanza vicini, ci battiamo il pugno sul cuore. Uno dei maschi risponde in contemporanea. Gli altri due militari, occupati in una conversazione chiaramente importante, ritardano di qualche istante.
In quel ventaglio di secondi, io guardo in faccia la donna. Scendo con gli occhi sul suo corpo minuto. Corro di nuovo sui suoi capelli biondi, stretti in una crocchia che le tira la pelle della fronte quasi a deformarla.
È un attimo che mi accorgo di avere davanti Rosen. Distolgo di scatto lo sguardo, prima che lei mi veda, ma non sono certa di avercela fatta. Ad ogni modo, i secondi successivi li passo con la paura che da quei soldati, ormai alle nostre spalle, arrivi una voce, che qualcuno di loro ci chieda di identificarci o il perché siamo lì. In realtà, ho solo il terrore di trovarmi faccia a faccia con lei, perché in questo momento non ci sto capendo più niente e la cosa mi fa sentire confusa, stupida. Un ignorante è sempre più indifeso di chi sa. Soprattutto se chi sa impugna armi che l’ignorante non ha neanche mai visto in vita sua. Per questo, voglio solo salire sulla navicella che ci ha portato qui, voglio che gli ultimi passi durino meno del necessario e spero che, là sopra, almeno Berlin possa dirmi chi è Rosen.




Leave a Reply