The real «Nine» – VOL. II

February 23rd, 2010 in ostia film fest by Luca0 Comments

CAPITOLO VI: LE NOTTI BIANCHE.

Esterno/Notte.
-Il mio letto era un sofà. Non usavamo la parola “tana”. Era una casa. Era un appartamento. Aveva un aspetto
vittoriano. Ma era rovinato, sai bellina? Era tutto una decadenza. Pensa che adesso ci abitano degli africani.
-What a funny man, you are. You keep on speaking in italian, and you know, I can’t understand. African people?
-Eh, ride lei… Guarda come ride sotto i baffi. Ma che c’avrai da ridere… Sei tanto bella lo sai?
-You are a little bit strange, too. At the first sight, i thought you were… interesting. Attractive. Now I can figure out your kind. But, come on, tell me a story. A nice one.
-Era inverno…
-It is so awfull cold there.
-La mia vera tana era un divano in un grande salone…
-Bring me back at home, right now.
-Di già? Da me o da te?
-Right now. Just bring me back at my hotel. Then, you can go everywhere you want.
-Ma lo sai che hai una bella faccia tosta?
-And don’t you know you are annoying? Listen. I can’t speak italian, but I can understand what you want. And on the set too. I understand. Everything.
-Sì? E che capisci?
-Ca tu voi che io mi mangia la pasta, così mi vieni seno grande e i fianco. Ma tu chiama vuole quella la, l’altra atrici. E tuo capo di soldi non ti ha dato lei e tu vuoi che io è lei… Sei tanti maleducati, io grande atrici. Bring me back at the hotel.
-Ah, allora lo parli l’italiano. Così ci fai fessi meglio.
-Fai fessi? What does it mean?
-To make fool of everyone.
-Ti prego, riportimi hotel. Qui non mi piaci. È fredi. Tu no mi piace.


Buona, questa la teniamo. È buona, no? Si, è una bella scena. Ma che è nuova? Un’invenzione, sai, Perri, ieri notte. Così un po’ per gioco, non trovi? Lei è stata brava. Mi pare che abbia preso qualche chilo, no? Non è più morbida, non la trovi anche tu più femminile? Dotto’ se a questa gli famo venire la cellulite, lo sa che ce rovina? Questa l’ammazza. Ma che ammazza e ammazza, guarda quant’è bella! Sei bella Nicole! You’re such a beauty! Ma dove va? Nicole! Nicole, honey, where are going? Dottore guardi che è incazzata nera. Ma no Perri che dici? Non è incazzata… Nicole, are you hungry? FUCK OFF! Dotto’, ma lei lo fa a posta? si dice “angry”, no “hungry”! Perri, non ti ci mettere pure tu, adesso. Sai pure l’inglese? YOU, YOU FOOL! YOU’RE… YOU’RE… OH! I LEAVE! Dotto’ guardi che la Kidman le ha detto che… Perri, per piacere! Nicole, Nicole! What’s up honey? Aspetta che ci vado a parlare. Tu intanto fai la scena dei pretini. La sai fare no? Ancora la scena dei pretini? Ma non l’aveva tolta? Perri, non ci mettiamo a questionare, su! Vai. Ma io dove li prendo i pretini a quest’ora dotto’? E i costumi? Perri, ma che ne so!? Va in Vaticano, rapiscili, inventateli, che ne so! Io devo riacchiappare quella matta, ma dove va? Dove va? Dottore il cappello! Ah sì! Perri mi raccomando, i pretini con i cappelli porpora! Pure i cappelli porpora vuole? Sì, sono fondamentali! Mi raccomando! Devo scappare appresso a quella, ci vediamo dopo! Ma quando dotto’? Dopo Perri, dopo!


-Ah, eccoti. Ma dove scappi? Sì… ma sì… Stattene lì appoggiata al muro. Ma che ti importa? Sei così bella. Vuoi un fazzoletto, guarda che broncio che hai messo. Nicole, Nicoletta…
-I can understand what you’re saying. I am clever. But i don’t want to understand nothing. Nothing!
-Ma mi tieni il muso adesso? Non ti metterai mica a piangere? Why don’t you explain me what’s goin’ on?
-No. I don’t want to. You don’t deserve it. You don’t deserve.
-Ma lo sai dove ti sei andata ad appoggiare? Lo sai che se te lo dico ti arrabbi… Mi mandi pure a quel paese.
-Shut up, you… you…
-What? Why you are so pissed off? The scene was perfect, you played so well, i could not have it so much better.
-Oh, you, you and you! Don’t you understand? Oh no, you can’t. You’re such a youngman so full of yourself.
-Dimmelo tu. Maybe… It’s for the matter of the other actress? I dig you. I love you, really. I want you in the movie, no one else.
-Oh, what a liar, i don’t believe you. Or… No, I believe you, but the things you say ain’t no meaning. Conunqui no è per quelo e basti.
No lo vedi, eh, capocioni.
-Ma che fai? Mi dici “capoccione” adesso?
-Bigheaded lad. Yes. Oh, I loved so much your movie, I was so proud to be in. I said to my self: oh, it will be a fantastic movie! With perfect scenes, and the script, yes the script, his script, it will be perfect. And I will be so happy to be into. But then I come, and I saw.
-Che hai visto Nicole, che ti ha tanto impressionato? Sono stato io?
Tell me, go on, I am listening to you, don’t you see?
-Mi ero scorta dal’inizio che tu non aveva idea di che fare con film. Ma io ho deti myself: che ti importa, don’t care, it will be much more honest and true! Chi scema chi sono! Silly Nicole, comi picola bembina. Poi tu mi fe mengiare, poi tu non hai trama, poi tu te ne va da set e io li comi stupidi ad espettare. Tu no rispetti me. Io atrici brava. Comi dici tu: I love movie making. I can’t waste my time for your throughs half at sea, half unclear. It all looked so fake, so blurry, less more than estetique. You confused me. You confused all and all of us. Who you are, what do you want? What you gonna do?
-Ma sì, hai ragione. Ma come, chi sono? Sono io, come sempre. Che domande sono. Forse mi avevi visto male. Avete ragione tutti. Doveva essere un bel film, ma non so più dove mettermi le mani. Povera Nicole, in mezzo a che sei capitata. Non lo so. È cosi.
-Tu no puoi diri è così! Tu… Non lo so come diti voi in italliano… You play up to yourself.
-Ah, mi compiaccio. Ma che ne sai tu, poi… No, hai ragione, in fondo.
-Sii buono solo a diri “
hai ragioni Nicole“, “mangia la pasta Nicole“, ”quanto sei bela Nicole“. Sembra che ti importa solo di capeli preti.
-You must know that it isn’t so. I don’t care just for hats! Se non lo sai tu, è proprio una causa persa. A lost cause, Nicole. Andiamo, su..
-E io vengo a set e dico “tanto ogi è buoni, lui sa che fari”. E mi ritrovo a fare sceni di quelo che è succesi ieri note tra me e te? Tra me i te! That was true? Or it was false? I dunno! I… I can’t tell.
Così io penso che you are crazy, che tu non sai che fari con questo film. I don’t want to waste my time anymore.
-Nicole…
-Can you understand? Anymore.
-This is the movie. This is my movie. Those are the scenes. That is the cut. This is the director.
-Fool! Fool! Fool! And are you diggin it?Do you like it? Tell me: do you like it?
-Che vuol dire? Che significa? That’s the way, i can’t do otherwise. Is that confusing you? It depends on the fact that sometimes, right here, right now, life’s confusing. Could be the movie’s plot clear or plain? No, it can’t. But on the other hand, I am trying to be honest.
-Change it. Change it, please.
-Ma ai santi si prega Nicole… Io non so se devo cambiare. Se voglio che cambi. Voglio che sia più bello, questo sì.
-Io ti amazerei adeso per questo.
-E vorrà dire che m’ammazzerai.
-So do you like the movie?
-Non lo so.
-Change it.
-It is about me. I have to understand where I am going. Probably I know and I like. Maybe there is no direction, and you all are more worried than me.
-Si è acorto tutti che è sempre solo a proposito di te.
-E allora?
-E io? E li altri?
-I love you all, you know.
-No, you can’t love us and anybody, because you are fuckin feared of everything.
-E mica funziona così. Non ti sta bene il film, non vuol dire che sia sbagliato. Per fare un film, bene, lo devi amare assolutamente, I must be in love with the movie, at all. Ma se ti fa piacere, pensala pure così. Pensala come ti pare.
-Wrong answer. Really bad answer. And no. I don’t like the feeling. It hurts. Tomorrow I will leave. I am sure. Don’t stop me.
-No, i don’t. Stai appoggiata alla Fontana di Trevi, come la Ekberg.
Anita. E come faccio a fermarti?
-You’re just a young man.
-Whatever you say I am, that’s what I am not. Ciao Nicole.
-Adio.
-Mi metti in un guaio, lo sai sì?
-Ma pensa ali guai che tu fa ali altri.
-Ma sì, sì. Troverò una soluzione. E se non la trovo, me la inventerò.
-Io ti dico adio, non me riguarda più.
-Ciao, ciao.

Dotto’! Ma qua stava! Allora, ho trovato i pretini! Bravo Perri. Che fa, torna sul set? Aspettiamo tutti a lei e la Kidman. Ma la Kidman? Dove sta? Se n’è andata Perri. Ma come? Perri… Ma dotto’ come facciamo adesso? Ma torna, vero? No Perri, non torna. Ma che fa? Perché si toglie le scarpe? Perché sennò si rovinano caro. Ma che vuole entra’ nella fontana adesso?! Perri c’hai spicci? Eh? Hai moneta? No. Ecco, e io ho finito le sigarette. Dunque rubo le monetine e me ne vado a comprare un pacchetto, che ho voglia di fumare. Ma dottore! Dentro la fontana! Come la Ekberg! Ma mi pigli in giro Perri? Ma la gente è diventata tirchia, tutte monetine da centesimi… Eh, dotto’ pure lei però! Ma do’ va! Dotto’! Tu ridi Perri, ridi!

CAPITOLO VII: OCCULTAMENTO.

Lei rincasò nel suo appartamento. L’appartamento era buio, nuvole grigge. Non si vedeva niente. Era inutile sbirciare. Ricostruì la scena artificialmente. L’aveva vista. L’aveva vissuta. Sapeva. Poteva immaginare. Lei si spoglia degli abiti umidi. Gira per l’appartemento, cerca le sigarette. Pelle nuda sensibile all’aria fredda della casa, i piedi umidi aderiscono al pavimento di parquet. Minuscole goccioline d’acqua si staccano dai suoi capelli. Lasciano dietro di lei perle. Passi incerti, ha paura. Dopo i pedinamenti e le effrazioni. Le aveva fatte tutte lui. Lei si accende una sigaretta ed entra nel bagno. Possibilità: qualcosa intorno alle caviglie. Il gatto si struscia. Gira le manopole al punto giusto. Lo scroscio diventa caldo. Genera vapore. Si mischia con il fumo delle sigarette. Da un tiro profondo alla sigaretta, respira con il diaframma. Danza classica. Da bambina. Prima di diventare una puttana. Uno-due-pancia-piatta. Il petto in fuori, quarant’anni. Valgono trenta. Salì sulle punte, da brava ballerina. La sigaretta inceriva tra le dita sottili. I capelli bagnati le sfiorarono il seno, le sue punte si indurirono, lei tornò sulla terra. Un ultimo tiro. Spense la sigaretta lungo la strada verso la vasca. Esitazione. Si ferma un attimo. Solo un brivido. Racchiuse il seno tra le braccia, per sentirsi mora, al naturale. Bionda, puttana. Ora è lei. Nera. Entrò nella vasca. L’acqua bollente la fece andare e venire. La sensazione di prima andò e venì. “No, non lo amo.”. Lui pensò che lei lo pensasse.
A casa. Politica, affari, intrigo. Prova a pensarci. Lui continuava a pensare a lei. Il suo appartamento sembrava pulito. Era la luce blu della televisione. Si tolse le scarpe. Si tolse le calze. Si tolse la camicia. Finirono da qualche parte. Torso nudo. Ex muscoli sul dorso. Quando eri bello. Quando c’era Fabio. Vagamente rotondo sulla pancia. Cibo grasso e ore seduto in macchina a respirare il fiato canceroso di Ernesto G. Il fiato di Fabio sapeva di champagne e Davidoff. Lui sapeva di martini e insalate. Andò al giradischi. I dischi di Fabio. Lui non sapeva niente di musica. Sentiva di continuo un vecchio disco di un jazzista negro. Lo sentiva di nascosto. Fabio lo ostentava. Andò al frigorifero. Semi-vuoto. Semi-commestibile. Abbastanza sporco. Il cartone del latte e via sul divano di pelle. Pelle su pelle, uguale voglia di scopare. Pelle su pelle più divano per due, vuoto, voglia. Non dirlo. Nulla da fare. Le immagini alla tv. Tenetevi la Bassora del cazzo. Tenetevi l’Iraq del cazzo. Ridateci i nostri ragazzi. Ridateci il petrolio. Altro canale. La Roma va forte. La Lazio continua a fare schifo. Riunifichiamo l’Islam. Mettiamoli tutti insieme e borbadiamoli con le bombe atomiche. Riesumiamo la politica dell’idrogeno e la politica dei megatoni. Rompiamogli il culo. Facciamo una fichissima spianata di catrame radioattivo, dal Nilo al Gange. Vendichiamo l’11/9.
Ricordò cose che non aveva i soldi di ricordare. Ripensò a quello che aveva fatto con Ernesto G. Il trans bruciava e crepitava. Aveva implorato. Il pusher si era cagato addosso
prima che  lui lo impiccasse. Da sdraiato passo a seduto. Incrociò le mani. Le giunse. Accennò una preghiera. Ricominciò tre volte. Non riusciva ad arrivare in fondo senza immaginarla nuda, piegata su di lui. Strinse gli occhi. Forse la amo. Forse non la amo. Questo non cambia la sostanza delle cose. Amante. Puttana. Bersaglio. Lui ricominciò a pensarci per la milionesima volta. L’hit parade dei pensieri ricorrenti. Il lavoro con Ernesto G. Ricatto, estorsione. La vita con Fabio. Spaccio d’alto bordo e divertimento. Amicizia e scopate. Lei nuda che si inarca su di lui. Lui che le racconta tutto.Da capo. Flusso di coscienza. Lui e Fabio che gironzolano intorno a San Babila. Ci sono feste. Ci sono le ragazze. C’è il sesso, c’è l’alcohol, c’è la droga. Lui che si accorge che lei non è una puttana al primo tentativo di schiaffo. Lei aveva rivelato una cotta rispondendo allo schiaffo. Lei andava dritta per la sua vita. Lui approfittava per sbattersi in ogni vicolo che la vita gli offriva. La scena madre:
-Mi piaci. Ma mi piaci solo se siamo soli. Perchè sei te stesso e non conta nè la strada nè quei deliquenti con cui lavori.
-Sono uno di loro.
-Non è vero.
-Tanto quanto tu non sei una puttana.
-Non ce la facevi a non dirlo, vero?
-Io sì. E tu a pensarlo?
-Ti vergogni.
-Tu lo fai?
-Non ammazzo. Non do fuoco ai poveracci.
-Potevi star zitta tu, adesso.
-Siamo uguali.
Silenzio.
-Voglio andarmene.
-Da qui?
-No. Da quello che faccio per vivere.
-E allora fallo.
-Sei proprio una…
-Puttana?
-Stavo per dire bambina.
Lei sorrise. Lei pianse. Lui prese un sonnifero.

CAPITOLO VIII: DOTTORE, IO MI RICORDO…

-Dottore! E allora questo film?
-Carissimo! Caro! Carissimo produttore. Come va?
-Di caro qui c’è lei e il suo progetto. Ma mi spiega cosa deve fare?
-Guardi, è tutto chiaro. Ma io adesso devo andare.
-Ma come?
-Mi chiamano la telefono.
-Ma io sono venuto qui a posta…
-Devo andare, devo andare!

Sale in macchina. Una decappottabile vintage. Perri accende il motore. Punta il muso verso il mare. Il dottore saluta e ride. Se ne va a girare una scena. Sulla spiaggia. Perri corri. Dottore ci sono tutti che ci aspettano. La spiaggia, chissà. Perri, sai pensavo, ma come faccio? Come faccio a finire questo film… Ma a te posso dirlo. Proprio non ho idea. Se ne sono andati tutti…

Sulla spiaggia. Ma non c’è nessuno. Dottore, e che facciamo?
Perri guarda, guarda là. Adesso c’è la galleria dei personaggi.
Passano tutti.
Mi siedo qui e aspetto.
Sapevo che in qualche modo me la sarei cavata.
Prima non puoi vederlo. Pensi sempre che c’è qualcosa di insormontabile, semplicemente, perchè oltre quella collina non sei mai stato.
Invece vedi che una soluzione si trova? Basta non credere più a niente.

CAPITOLO IX: ARCHIVIAZIONE.


Febbraio, notte, mercoledì.
Ernesto G si succhiava l’ultima sigaretta. Aveva un cancro nello stomaco. Non aveva nulla da perdere. Tutti lo odiavano. Era un topo di fogna. Ernesto G a quattro zampe. Il fango fino ai polsi. Il fango di Ostia. Un campo di pozzolana très isolato. Porte da calcio, assi di legno e siringhe spezzate. Pioggia a go go. Ernesto G vomita sangue. Ernesto G sputa sangue. Il cancro, più il tirapugni.

-Te possino ammazzà.
-Scegli. O parli, o continuo. Oppure t’ammazzo.
-Che cazzo me frega, c’ho er cancro.
Lui si fece sotto. Gli prese una mano. Armò il cane e gli fece saltare le dita. Ernesto G urlò e mugulò. Pioggia e tuoni. Non si sentiva che un mugolio sommesso. Sta per svenire. Tienilo sveglio. Lo tirò su per i capelli.
-Ti ammazzo pezzo a pezzo.
-Che cazzo me frega.
-Non ammazzo solo te. Ammazzo tua madre. Ammazzo tuo padre. Ammazzo i tuoi fratelli del cazzo. Ci vado con un paio di negri. Ti faccio scopare la famiglia prima.
Ernesto G sputò un grumo di sangue. Lo prese in pieno volto.
-Hai fatto male.
Gli polverizzò un ginocchio. Sparò a bruciapelo. Stabilì il record mondiale di salto della cartilagine. Un pezzo di osso volò a cinque metri di distanza. Si pulì la faccia.
-Un negro si inculerà tua madre, prima che l’ammazzi personalmente.
Ernesto G piangeva. Ernesto G tentava di parlare. Difficile. Gli mancavano la metà dei denti.
-Dove stanno i tuoi risparmi?
Ernesto G lo disse. Ernesto G snocciolò i segreti. Ernesto G rivelò dove aveva sepolto il tesoretto. Parlò delle cassette di sicurezza. Parlò di contanti. Parlò di quote in un albergo nel quartiere Monti Esquilino. Parlò di azioni. Lui rise.
Azioni. Parlami dei contanti. Parlami delle carte e delle quote. Se racconti cazzate, ricorda cosa succederà a tua madre, a tua padre ai tuoi fratelli, a tua sorella. Ernesto G la disse lunga. Diede buone notizie. Lui rise. Ernesto G cominciò a pregare. Disse Gesù. Disse Giuseppe. Disse Maria. Quando vide che ricaricava bestemmiò e pregò Sant’Antonio. Lui gli sparò in mezzo agli occhi. La calotta cranica stabili il record di salto in lungo di frammento osseo. Lui tolse le pallottole dalla pistola. Le mise in bocca a Ernesto G. Andò alla macchina, tornò con uno straccio e della benzina. Inzuppò lo straccio e lo mise nella bocca di Ernesto G. Lo cosparse di benzina. Diede fuoco a tutto.

Marzo, mattino, mercoledì.
Lui stava fumando una sigaretta appoggiata all’Audi nuova di zecca. La strada era assolata. Quello era sempre un mese magnifico a Roma. Vide uscire lei dal portone del palazzo. Il cuore gli si strinse in petto. Non riusciva a decifrare la sua espressione. Lei attraversò correndo. Gli buttò le braccia al collo e lo baciò. Lui la strinse così forte da fare un urletto. Lui continuò a stringere.
-Sono sana. Vecchia, consumata, ma sana.
-Shh. Shh.

I ricordi erano sfumati. Ogni tanto rivedeva la testa di Fabio e quella di Ernesto G. Lei gli rullava uno spinello e le cose andavano meglio. Stavano passeggiando per mano in Via Nazionale. Lei stava mangiando un gelato bianco e rosa. Lui la guardò e ci pensò. Lei se ne accorse e arrossì.
Lui le aveva dovuto giustificare duecentoventuno mila euro cash.
Lei rimase inorridita. Lei disse quello che pensava. Lei provò disprezzo.
Lei rimase. Disse solo:
-Tu. Adesso basta?
Lui aveva risposto:
-Sì. E tu?
-Ho smesso.
Lui ci aveva messo una settima a metabolizzare.
Ora giravano come una coppia qualsiasi in Via Nazionale.
Esaurite le confessioni, erano scivolati nel personale. Riavvolsero la loro bobina personale. Si chiesero cosa volevano fare. Lui le aveva accarezzato i capelli – bionda, non-puttana – e l’aveva stretta a sè. La notte avevano fatto l’amore. Il mattino successivo lei aveva fatto spallucce:
-Non è un no.
-Cosa?
-E’ un sì.
-Fissa una data. Non voglio sapere
niente.
Lei rise. Lei disse
scemo. Loro dissero ti amo.

Via Nazionale emanava radiazioni a quaranta carati. Come il sorriso di lei. Si tenevano per mano. Dovevano cambiare spesso la presa. Il caldo li faceva sudare. Passeggiarono come adolescenti avanti e indietro. Ogni scusa era buona per baciarsi. Lui la portò davanti ad un albergo tre stelle. La facciata era splendida. Il posto era frequentato da turisti tedeschi ed inglesi. Lei parlava tedesco e un po’ d’inglese. Lui fu ipnotizzato dall’insegna di ottone. Lei chiese:
-Vuoi prendere una camera?
-Oh no. E’ nostro.
-Allora andiamo in una delle nostre camere. Adesso.

Quella notte rimase sveglio a pensare, dopo che l’avevano fatto.
Pensò alla sua vita.
Pensò agli anni della sua gioventù, divisi tra la vita e la Vita.
Pensò a come aveva oscillato tra gli estremi del nulla. Per nulla.
E il nulla aveva generato questo.
Ripensò a Fabio e ai suoi dischi e ai suoi completi.
Ripensò a quel che aveva fatto.
Per la prima volta ne fu felice.
Quelle cose lo avevano portato qui. Ora.

CAPITOLO X: BLOOD IS A ROVER.

Sono stati letti altrui.

Tepore/letargo/forse dormire.
Dolce. Una protezione.
The young dogs stanno in casa.
Si addormentano accanto.
Ricorda, ancora. Freddo da vento, fa. Rintanati in casa, con il frère, quelle
volte, quegli anni, prima. Era il blues del rifuggiarsi.

Poi, dopo qualche tempo di tana
come adesso. Proprio come ora:
«la rue est entrèe dans la chambre!»
Ci riversammo in strada, quasi per istinto, senza un motivo, ci liberammo della tana. Era una sensazione inebriante, epidermica. L’improvvisa mancanza di una protezione fisica, per lasciarci accogliere dalla non-protezione de la rue. E vivemmo, gustando la meraviglia di “essere vivi„.

Scoprii la mia natura. La scopro adesso, me la ricordo e la desidero. (S)protezione, esposizione stradaiola. Quel brivido, perfettamente nella mia natura. I gatti si arrampicano sul letto, volteggiano e dormono. È gradevole, non è mio. Tepore. è vagamente mortifero, in modo non letale, come un letargo. Io non sono qui. Io sono la fuori. La terra, sotto la coltre, genera lilla.

Tu aspetti.
Io aspetto.
Voglio prendere una bevanda forte, liscia.
Tu ordini birra e salatini.
La fuori, qui dentro.
Lunedì, una bottiglia di porto, più gli spicci.
Ne hai voglia, dopo l’attesa?
Anche io vivo in strada. Vivo vagando e randagio.
Dove mi portano le mie gambe.
Il cane è anche ramingo. Alla ricerca di cibo. Rabbioso e famelico.
Soffro la claustrofobia da tana e da rue. Nessuno ti vede. Nessuna ti guarda. Sei tu che vedi il mondo.
Mai sei immobile e osservi.
Ho una relazione a vista con la realtà.
i posti sono la loro luce.
Ad alcuni ragazzi piace guardare.
Ad alcune ragazze piace guardare.
Guardi il mondo, nessuno ti vede.
Un complice e le chiacchiere ingannano il dogma dell’invisibilità. Se racconti, ci
sei stato. La differenza tra invisibile e non-visibile.
Allure canina. Il gatto ci mette meno rabbia, ostenta non-chalance. nota tutto.

Tutto lo ferisce, tutto lo consola.
Blood’s a rover.
Dipende da quanto sangue ti è rimasto.

She went: ritmato e ricercato.
Lacerante, sprezzante
Indomito e vanamente disilluso

Scrivi.
Scrivere.raccontare.
Esserci stato.
Sempre proiezione della realtà?
La realtà è ciò che può essere illuminato. Ciò che si vede.
E poi, invisibilità, non-visibilità.
E’ tutto parte del reale.
La finzione. Anch’essa realtà.

Ti descrivi. Ti circoscrivi. Ti definisci.

He went: junk food e vestiti di buon taglio.
Cosa fare a Roma quando sei stato dichiarato ufficialmente morto.

She went: il danno è fatto
Il velo è caduto e il corpo è nudo
Il dolore è il disvelo.

Voglio piangere lacrime disvelatrici. Voglio piangere per la bellezza del mondo. Lei: ho nostalgia. Della bellezza. E’ tanto che non mi viene davanti. Lui: non credo che potremmo smettere. Di parlare. E’ una forma di bellezza. Lei: lo disse già qualcuno. Lui: solo perchè vissuto prima di noi.

LUCA R – THIS DO NOT CONTINUES – THIS’ THE END.

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Author: Luca

Luca è nato nel 1982 a giugno, mese che continua, imperterrito, a citare. Lo fa, si direbbe, attratto dall'inebriante fascino del grano nella provincia italiana. Esperto di pezzi di molte cose, si specializza in guerra fredda e cappelli. Riuscendo nell'impresa di fondere le due cose con controverso talento. Spera che "The Walwian" possa, un giorno, essere stampato con torchio e caratteri mobili. SCRIVIMI

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