La Scelta.
Joseph Mayer sapeva cosa doveva fare.
In quel preciso istante aveva la certezza di cosa dovesse fare
Lui doveva fare quello che doveva fare.
E non è che lo sapesse da molto, che stesse pensando da giorni a questo. Nossignori. Semplicemente gli era venuta una sorta di illuminazione.
Certo, non che questa in realtà fosse una questione spuntata dal nulla, insomma, era un affare vitale per lui, solo che, fino a quel preciso momento, non si era ancora trovato davanti ad una scelta costretta, obbligata. Sapeva da tempo che doveva dare una svolta, solo non sapeva in che modo, quale direzione, quale passo compiere prima di varcare la soglia.
Sentiva il vuoto sotto di sé, sentiva l’aria e l’emozione, o forse solo l’emozione, che lui scambiava e figurava come una folata di vento tipo maestrale, che gli sferzava la faccia. E questa lo teneva in vita, gli dava l’esatta percezione del significato stesso della vita.
Pensava che se in questo momento avesse dovuto trovare una soluzione decisiva a qualche malattia incurabile, egli l’avrebbe trovata, che se si fosse dovuto cimentare in una finale dei 100 metri alle Olimpiadi, egli avrebbe stracciato tutti, che se avesse dovuto adoperarsi per la pace in Medio Oriente, avrebbe messo tutti a tacere davanti ad un tavolo e avrebbe assistito ad una storica stretta di mano.
Questa era la percezione della sua forza. Almeno di quello che avvertiva lui, ovvio.
Eppure non era stato così fino a 10 minuti fa, anzi.
Si era sentito come spaesato, confuso, spaventato.
Avete presente quei momenti che precedono un importantissimo esame universitario? Quei tremolii, quelle palpitazioni. Oppure pensate di trovarvi di fronte ad un selezionatore che sta per decidere se assumervi o no, e voi volete fottutamente quel posto di lavoro che cambierebbe la vostra vita, ma siete uno su un milione pronti a volerlo.
Ora moltiplicate per 10, 100, 1000 volte quelle sensazioni ed avrete l’esatta dimensione di quello che Joseph Mayer aveva passato solo fino a 10 minuti fa.
Si era sentito piccolo, in balia di qualcun altro, indifeso, spaventato, giudicato.
E vedeva le facce di quelli che lo stavano giudicando, le vedeva tutte, dio solo sa quante fossero, tutte davanti a lui, tutte vestite alla stessa maniera, come un immenso plotone d’esecuzione pronto a sparare verso di lui.
Tutte con la stessa faccia che altra non era che la sua.
Come cento maschere con il suo volto.
Erano tanti Joseph Mayer che lo stavano giudicando, che aspettavano quanto lui, forse anche di più, una risposta, un movimento, un rapido sbattere di ciglia per poterlo condannare o assolvere. E, qualunque decisione avesse preso, Joseph Mayer sapeva di dover rendere conto a tutti i se stesso che affollavano quella fetida e piccola stanza.
Tutte pedine che, lui, e solo lui ora, doveva manovrare come pezzi di una scacchiera schierati, in attesa, cercando di non dover sacrificare nessuno di questi, perché fin ora lo avevano sostenuto o guidato, non sempre nella direzione giusta, certo, spesso non di comune accordo tra loro, ovviamente, ma erano state pronte a prendere una decisione al momento opportuno.
In fondo erano tutti parte di sè, fidati amici, quasi figli.
Capite quanta adrenalina scorresse nelle sue vene, ora? Riuscite ad immaginare la sua paura?
Che c’è di peggio che trovarsi di fronte a tutte le tue emozioni, a tutti i tuoi sentimenti, a tutte le tue paure, fobie, stati d’animo, a tutti i te che affollano ed albergano la tua mente e che per te decidono di volta in volta a seconda del passo da fare, prevalendo una sull’altra a seconda del momento a seconda che si sentisse più chiamata in causa una rispetto ad un’altra. O, semplicemente, che un Joseph Mayer si sentisse più forte rispetto a tutti gli altri. Roba che ti stritola le budella e te le attorciglia fino a non farti sentire più niente, come se dentro di te ci fosse un unico grande nodo che ostruisce il passaggio da un organo all’altro.
Roba da chiedere a gran voce di farla finita, vero?
E per un attimo quel pensiero di dichiarare partita persa è passato come un lampo nella testa di Joseph Mayer. Veloce.
Joseph Mayer non si era sentito tanto vivo.
Perché una decisione cruciale porta a questo, in qualsiasi direzione tu decida di andare.
Sorrise. Un sorriso sereno, ora, perchè subito dopo l’adrenalina derivata dalla scelta, sopraggiunge la quiete della certezza e la serenità ti avvolge come una coperta calda in inverno. Come un whisky davanti al fuoco.
Li guardò uno a uno, ciascuno con la propria espressione dipinta sul volto, ciascuno un Joseph Mayer diverso, ma sempre, tutto sommato, un Joseph Mayer. Aveva compassione per ognuno di loro. Amava ognuna di quelle maledette, fottute, consuete facce che l’avevano giudicato abbastanza, quelle facce che, per causa sua, si erano trovati talvolta in difetto e si erano sentiti sacrificati, mentre altre volte si erano sentite più amate rispetto a tutte le altre, più toniche, più arroganti e consapevoli di poter avere il diritto di prevalere su tutti i Joseph Mayer.
Li strinse in un ipotetico abbraccio eterno, per quanto possa essere eterno una manciata di minuti, e poi decise.
Fece la scelta.
Fece la sua mossa, il suo movimento, perché, “la vita é spesso come andare in bici. Per mantenere l’equilibrio non devi smettere di pedalare”*.
Cavallo in C4.
*[cit: Life is like riding a bike. To keep your balance, you must keep moving]
Stefano G.


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