The Walwian Media Journal
  • Home
  • walwian.com
  • Scrivici
  • Who's Who
  • Prologo
È la prima volta che il teatro arriva su Walwian. O meglio, il teatro c’è sempre stato, in varie forme e con vari intenti. Ci sono state storie di finzione e di verità, maschere e giochi e sipari che si chiudono.

Oggi, però, ci piace portarvi una testimonianza diversa. Una testimonianza di chi il teatro lo fa e lo usa, per comunicare. Per comunicare qualcosa che va al di là del proprio ego, e che cerca, invece, di essere espressione e voce di chi, la propria voce, non riesce a farla ascoltare.

Questo progetto, il progetto di cui vi vogliamo parlare, ci piace proprio per questo. Perché, secondo noi, è un’esperienza di libertà. Libertà di dire, di fare, di raccontare e di cercare la libertà altrui. Parliamo di Anemofilia, una compagnia teatrale nata da poco, una compagnia che fa teatro di denuncia sociale e che oggi, il giorno prima del debutto di “Bada-mi”, condivide anche qui, tra questi byte, il proprio percorso.



Luogo: “Baffo della Gioconda”, via degli Aurunci 40. San Lorenzo, Roma

Tempo: ieri, dopo le prove del nuovo spettacolo “Bada-mi”

Oggetto: Una chiacchierata con Silvia Pietrovanni, autrice dei testi di Anemofilia e attrice.

Ciao Silvia, intanto cominciamo con la domanda più ovvia: perché Anemofilia?
È una parola che ho trovato passeggiando per il vocabolario, una parola che trovo poetica, nonostante faccia parte del linguaggio specialistico della botanica: è il polline trasportato dal vento. vorrei che le idee contenute nei nostri spettacoli fossero quel polline, che, senza una direzione precisa, va  a posarsi sulla corolla di un fiore per far nascere nuova vita…abbiamo la presunzione di scuotere e far germogliare un nuovo punto di vista, una luce su quelle zone d’ombra su cui non ci si sofferma.

Cosa intendi per teatro sociale?
È il teatro che sa sporcarsi le mani, scendere per strada, nelle cantine, è il teatro che sa scendere dal palcoscenico, mi viene da dire che è il teatro di chi non fa teatro, di chi non ha come scopo principale la realizzazione scenica, ma spera che le idee vengano raccolte  e fatte germogliare. La soddisfazione più grande è per me vedere, a fine spettacolo, l’occhio lucido, segno di una coscienza che è stata scossa, segno che il polline ha trovato la sua corolla…

Sappiamo che avete in cantiere due spettacoli: “Lontano dal cuore” e “Bada-mi”. Qual è il filo comune che li lega?
A legarli è la donna vista nel suo aspetto di reazione alla sottomissione, alla piega degli eventi. e il fattore immigrazione nel senso globale, perché non vengono mai menzionate nazionalità: gli stati d’animo dell’emigrante possono riferirsi anche alle donne e agli uomini del Sud Italia, o della Sardegna, anche loro infatti, hanno lasciato la famiglia e sono spesso stati sfruttati e ricattati.

Raccontaci qualcosa in più. Cominciamo da “Lontano dal cuore”. Da cosa nasce?
Il titolo è stato preso da un concorso letterario per terre di mezzo a cui ho partecipato con un racconto a tre voci che poi ho deciso di trasformare in 3 monologhi, e successivamente in uno spettacolo teatrale. Per quanto riguarda la storia, è una storia vera, che mi è stata ispirata da una bambina peruviana a cui davo lezioni di italiano e che diceva di avere due madri, quella naturale, che conosceva poco e la zia, che l’aveva cresciuta prima di arrivare in Italia. Ho cercato di entrare nell’emotività di queste tre donne e spero di  esserci riuscita. Alcuni frammenti del racconto sono stati messi in scena nello spettacolo “Trapianto di cuore globale” di Maddalena Grechi, che indaga appunto la maternità a distanza delle donne immigrate.

E Bada-mi?
Le storie delle due donne immigrate in Bada-mi sono storie vere, la badante costretta a prestazioni sessuali è, purtroppo, un fenomeno diffuso ma che tende a restare sommerso. Badami nasce come lettura teatrale, ed è il mio primo esperimento di regia.

Abbiamo potuto assistere a una prova di questo spettacolo e abbiamo notato degli oggetti sparsi sul palco. Hanno un significato particolare?
Si, la mancanza di scenografia è data dal fatto che vorrei che gli spettacoli fossero adatti ad essere portati in qualsiasi luogo, ma è vero, gli oggetti hanno tutti un significato: il carillon rotto è la maternità sofferta di una madre che vorrebbe crescere la figlia ma il lavoro la costringe ad essere lontano da lei quasi tutto il giorno, la camicia rappresenta la figura maschile, presente e tuttavia mancante, il matrimonio della donna italiana e della donna straniera sembra più simile ad una marcia funebre, perchè quell’uomo non è reale, ha una doppia vita per la donna italiana, è simbolo di sottomisisone per la donna straniera. La catena ha una simbologia abbastanza esplicita, cosi come la valigia, segno di un partire “etimologico”, che sia un partire partorire, un rinascere, una taglio del cordone per la ricerca di una identità non frammentata.

Bada-mi andrà in scena venerdì 26 e sabato 27. A quando e di cosa parlerà il prossimo spettacolo?
Sto studiando molto per il prossimo testo, vorrei portare in scena uno spettacolo sulla figura della Dea madre, su quella divinità dai mille nomi e dalle mille lingue che è immagine di una storia che non ci viene raccontata, una storia in cui non c’era Dio, non c’erano guerre, le città non avevano mura difensive, non c’era il concetto di famiglia e di pater familias, si viveva secondo i cicli naturali e con un profondo rispetto per quelle qualità femminili che l’arrivo del Dio ha messo in secondo piano o ha demonizzato. È una riflessione sulla religione e su come erano strutturati i rapporti sociali. L’idea è nata dalle ricerche dell’archeologa Marija Gimbutas e dal libro di Pepe Rodriguez “Dio è nato donna” (purtroppo non più in commercio). Mi piacerebbe approfondire anche la figura archetipica di Lilith, la prima donna che Adamo rifiuta perché non si sottomette alla sua volontà.

Bene, allora cos’altro dire se non: break a leg!
Grazie!

Per contattare Silvia o gli altri componenti di anemofilia (Cecilia Moni e Fanny Lena), potete scrivere a anemofilia.teatro@libero.it. O visitare il loro sito web http://anemofilia.tk. Anemofilia è anche su Facebook, qui.

E poi, ovviamente, non mancate venerdì 26 o sabato 27 al “Baffo della Gioconda” (via degli Aurunci, 40 – ore 22.00) per “Bada-mi”!

"> CAPITOLO VI: LE NOTTI BIANCHE.

Esterno/Notte.
-Il mio letto era un sofà. Non usavamo la parola “tana”. Era una casa. Era un appartamento. Aveva un aspetto
vittoriano. Ma era rovinato, sai bellina? Era tutto una decadenza. Pensa che adesso ci abitano degli africani.
-What a funny man, you are. You keep on speaking in italian, and you know, I can’t understand. African people?
-Eh, ride lei… Guarda come ride sotto i baffi. Ma che c’avrai da ridere… Sei tanto bella lo sai?
-You are a little bit strange, too. At the first sight, i thought you were… interesting. Attractive. Now I can figure out your kind. But, come on, tell me a story. A nice one.
-Era inverno…
-It is so awfull cold there.
-La mia vera tana era un divano in un grande salone…
-Bring me back at home, right now.
-Di già? Da me o da te?
-Right now. Just bring me back at my hotel. Then, you can go everywhere you want.
-Ma lo sai che hai una bella faccia tosta?
-And don’t you know you are annoying? Listen. I can’t speak italian, but I can understand what you want. And on the set too. I understand. Everything.
-Sì? E che capisci?
-Ca tu voi che io mi mangia la pasta, così mi vieni seno grande e i fianco. Ma tu chiama vuole quella la, l’altra atrici. E tuo capo di soldi non ti ha dato lei e tu vuoi che io è lei… Sei tanti maleducati, io grande atrici. Bring me back at the hotel.
-Ah, allora lo parli l’italiano. Così ci fai fessi meglio.
-Fai fessi? What does it mean?
-To make fool of everyone.
-Ti prego, riportimi hotel. Qui non mi piaci. È fredi. Tu no mi piace.


Buona, questa la teniamo. È buona, no? Si, è una bella scena. Ma che è nuova? Un’invenzione, sai, Perri, ieri notte. Così un po’ per gioco, non trovi? Lei è stata brava. Mi pare che abbia preso qualche chilo, no? Non è più morbida, non la trovi anche tu più femminile? Dotto’ se a questa gli famo venire la cellulite, lo sa che ce rovina? Questa l’ammazza. Ma che ammazza e ammazza, guarda quant’è bella! Sei bella Nicole! You’re such a beauty! Ma dove va? Nicole! Nicole, honey, where are going? Dottore guardi che è incazzata nera. Ma no Perri che dici? Non è incazzata… Nicole, are you hungry? FUCK OFF! Dotto’, ma lei lo fa a posta? si dice “angry”, no “hungry”! Perri, non ti ci mettere pure tu, adesso. Sai pure l’inglese? YOU, YOU FOOL! YOU’RE… YOU’RE… OH! I LEAVE! Dotto’ guardi che la Kidman le ha detto che… Perri, per piacere! Nicole, Nicole! What’s up honey? Aspetta che ci vado a parlare. Tu intanto fai la scena dei pretini. La sai fare no? Ancora la scena dei pretini? Ma non l’aveva tolta? Perri, non ci mettiamo a questionare, su! Vai. Ma io dove li prendo i pretini a quest’ora dotto’? E i costumi? Perri, ma che ne so!? Va in Vaticano, rapiscili, inventateli, che ne so! Io devo riacchiappare quella matta, ma dove va? Dove va? Dottore il cappello! Ah sì! Perri mi raccomando, i pretini con i cappelli porpora! Pure i cappelli porpora vuole? Sì, sono fondamentali! Mi raccomando! Devo scappare appresso a quella, ci vediamo dopo! Ma quando dotto’? Dopo Perri, dopo!


-Ah, eccoti. Ma dove scappi? Sì… ma sì… Stattene lì appoggiata al muro. Ma che ti importa? Sei così bella. Vuoi un fazzoletto, guarda che broncio che hai messo. Nicole, Nicoletta…
-I can understand what you’re saying. I am clever. But i don’t want to understand nothing. Nothing!
-Ma mi tieni il muso adesso? Non ti metterai mica a piangere? Why don’t you explain me what’s goin’ on?
-No. I don’t want to. You don’t deserve it. You don’t deserve.
-Ma lo sai dove ti sei andata ad appoggiare? Lo sai che se te lo dico ti arrabbi… Mi mandi pure a quel paese.
-Shut up, you… you…
-What? Why you are so pissed off? The scene was perfect, you played so well, i could not have it so much better.
-Oh, you, you and you! Don’t you understand? Oh no, you can’t. You’re such a youngman so full of yourself.
-Dimmelo tu. Maybe… It’s for the matter of the other actress? I dig you. I love you, really. I want you in the movie, no one else.
-Oh, what a liar, i don’t believe you. Or… No, I believe you, but the things you say ain’t no meaning. Conunqui no è per quelo e basti.
No lo vedi, eh, capocioni.
-Ma che fai? Mi dici “capoccione” adesso?
-Bigheaded lad. Yes. Oh, I loved so much your movie, I was so proud to be in. I said to my self: oh, it will be a fantastic movie! With perfect scenes, and the script, yes the script, his script, it will be perfect. And I will be so happy to be into. But then I come, and I saw.
-Che hai visto Nicole, che ti ha tanto impressionato? Sono stato io?
Tell me, go on, I am listening to you, don’t you see?
-Mi ero scorta dal’inizio che tu non aveva idea di che fare con film. Ma io ho deti myself: che ti importa, don’t care, it will be much more honest and true! Chi scema chi sono! Silly Nicole, comi picola bembina. Poi tu mi fe mengiare, poi tu non hai trama, poi tu te ne va da set e io li comi stupidi ad espettare. Tu no rispetti me. Io atrici brava. Comi dici tu: I love movie making. I can’t waste my time for your throughs half at sea, half unclear. It all looked so fake, so blurry, less more than estetique. You confused me. You confused all and all of us. Who you are, what do you want? What you gonna do?
-Ma sì, hai ragione. Ma come, chi sono? Sono io, come sempre. Che domande sono. Forse mi avevi visto male. Avete ragione tutti. Doveva essere un bel film, ma non so più dove mettermi le mani. Povera Nicole, in mezzo a che sei capitata. Non lo so. È cosi.
-Tu no puoi diri è così! Tu… Non lo so come diti voi in italliano… You play up to yourself.
-Ah, mi compiaccio. Ma che ne sai tu, poi… No, hai ragione, in fondo.
-Sii buono solo a diri “
hai ragioni Nicole“, “mangia la pasta Nicole“, ”quanto sei bela Nicole“. Sembra che ti importa solo di capeli preti.
-You must know that it isn’t so. I don’t care just for hats! Se non lo sai tu, è proprio una causa persa. A lost cause, Nicole. Andiamo, su..
-E io vengo a set e dico “tanto ogi è buoni, lui sa che fari”. E mi ritrovo a fare sceni di quelo che è succesi ieri note tra me e te? Tra me i te! That was true? Or it was false? I dunno! I… I can’t tell.
Così io penso che you are crazy, che tu non sai che fari con questo film. I don’t want to waste my time anymore.
-Nicole…
-Can you understand? Anymore.
-This is the movie. This is my movie. Those are the scenes. That is the cut. This is the director.
-Fool! Fool! Fool! And are you diggin it?Do you like it? Tell me: do you like it?
-Che vuol dire? Che significa? That’s the way, i can’t do otherwise. Is that confusing you? It depends on the fact that sometimes, right here, right now, life’s confusing. Could be the movie’s plot clear or plain? No, it can’t. But on the other hand, I am trying to be honest.
-Change it. Change it, please.
-Ma ai santi si prega Nicole… Io non so se devo cambiare. Se voglio che cambi. Voglio che sia più bello, questo sì.
-Io ti amazerei adeso per questo.
-E vorrà dire che m’ammazzerai.
-So do you like the movie?
-Non lo so.
-Change it.
-It is about me. I have to understand where I am going. Probably I know and I like. Maybe there is no direction, and you all are more worried than me.
-Si è acorto tutti che è sempre solo a proposito di te.
-E allora?
-E io? E li altri?
-I love you all, you know.
-No, you can’t love us and anybody, because you are fuckin feared of everything.
-E mica funziona così. Non ti sta bene il film, non vuol dire che sia sbagliato. Per fare un film, bene, lo devi amare assolutamente, I must be in love with the movie, at all. Ma se ti fa piacere, pensala pure così. Pensala come ti pare.
-Wrong answer. Really bad answer. And no. I don’t like the feeling. It hurts. Tomorrow I will leave. I am sure. Don’t stop me.
-No, i don’t. Stai appoggiata alla Fontana di Trevi, come la Ekberg.
Anita. E come faccio a fermarti?
-You’re just a young man.
-Whatever you say I am, that’s what I am not. Ciao Nicole.
-Adio.
-Mi metti in un guaio, lo sai sì?
-Ma pensa ali guai che tu fa ali altri.
-Ma sì, sì. Troverò una soluzione. E se non la trovo, me la inventerò.
-Io ti dico adio, non me riguarda più.
-Ciao, ciao.

Dotto’! Ma qua stava! Allora, ho trovato i pretini! Bravo Perri. Che fa, torna sul set? Aspettiamo tutti a lei e la Kidman. Ma la Kidman? Dove sta? Se n’è andata Perri. Ma come? Perri… Ma dotto’ come facciamo adesso? Ma torna, vero? No Perri, non torna. Ma che fa? Perché si toglie le scarpe? Perché sennò si rovinano caro. Ma che vuole entra’ nella fontana adesso?! Perri c’hai spicci? Eh? Hai moneta? No. Ecco, e io ho finito le sigarette. Dunque rubo le monetine e me ne vado a comprare un pacchetto, che ho voglia di fumare. Ma dottore! Dentro la fontana! Come la Ekberg! Ma mi pigli in giro Perri? Ma la gente è diventata tirchia, tutte monetine da centesimi… Eh, dotto’ pure lei però! Ma do’ va! Dotto’! Tu ridi Perri, ridi!

CAPITOLO VII: OCCULTAMENTO.

Lei rincasò nel suo appartamento. L’appartamento era buio, nuvole grigge. Non si vedeva niente. Era inutile sbirciare. Ricostruì la scena artificialmente. L’aveva vista. L’aveva vissuta. Sapeva. Poteva immaginare. Lei si spoglia degli abiti umidi. Gira per l’appartemento, cerca le sigarette. Pelle nuda sensibile all’aria fredda della casa, i piedi umidi aderiscono al pavimento di parquet. Minuscole goccioline d’acqua si staccano dai suoi capelli. Lasciano dietro di lei perle. Passi incerti, ha paura. Dopo i pedinamenti e le effrazioni. Le aveva fatte tutte lui. Lei si accende una sigaretta ed entra nel bagno. Possibilità: qualcosa intorno alle caviglie. Il gatto si struscia. Gira le manopole al punto giusto. Lo scroscio diventa caldo. Genera vapore. Si mischia con il fumo delle sigarette. Da un tiro profondo alla sigaretta, respira con il diaframma. Danza classica. Da bambina. Prima di diventare una puttana. Uno-due-pancia-piatta. Il petto in fuori, quarant’anni. Valgono trenta. Salì sulle punte, da brava ballerina. La sigaretta inceriva tra le dita sottili. I capelli bagnati le sfiorarono il seno, le sue punte si indurirono, lei tornò sulla terra. Un ultimo tiro. Spense la sigaretta lungo la strada verso la vasca. Esitazione. Si ferma un attimo. Solo un brivido. Racchiuse il seno tra le braccia, per sentirsi mora, al naturale. Bionda, puttana. Ora è lei. Nera. Entrò nella vasca. L’acqua bollente la fece andare e venire. La sensazione di prima andò e venì. “No, non lo amo.”. Lui pensò che lei lo pensasse.
A casa. Politica, affari, intrigo. Prova a pensarci. Lui continuava a pensare a lei. Il suo appartamento sembrava pulito. Era la luce blu della televisione. Si tolse le scarpe. Si tolse le calze. Si tolse la camicia. Finirono da qualche parte. Torso nudo. Ex muscoli sul dorso. Quando eri bello. Quando c’era Fabio. Vagamente rotondo sulla pancia. Cibo grasso e ore seduto in macchina a respirare il fiato canceroso di Ernesto G. Il fiato di Fabio sapeva di champagne e Davidoff. Lui sapeva di martini e insalate. Andò al giradischi. I dischi di Fabio. Lui non sapeva niente di musica. Sentiva di continuo un vecchio disco di un jazzista negro. Lo sentiva di nascosto. Fabio lo ostentava. Andò al frigorifero. Semi-vuoto. Semi-commestibile. Abbastanza sporco. Il cartone del latte e via sul divano di pelle. Pelle su pelle, uguale voglia di scopare. Pelle su pelle più divano per due, vuoto, voglia. Non dirlo. Nulla da fare. Le immagini alla tv. Tenetevi la Bassora del cazzo. Tenetevi l’Iraq del cazzo. Ridateci i nostri ragazzi. Ridateci il petrolio. Altro canale. La Roma va forte. La Lazio continua a fare schifo. Riunifichiamo l’Islam. Mettiamoli tutti insieme e borbadiamoli con le bombe atomiche. Riesumiamo la politica dell’idrogeno e la politica dei megatoni. Rompiamogli il culo. Facciamo una fichissima spianata di catrame radioattivo, dal Nilo al Gange. Vendichiamo l’11/9.
Ricordò cose che non aveva i soldi di ricordare. Ripensò a quello che aveva fatto con Ernesto G. Il trans bruciava e crepitava. Aveva implorato. Il pusher si era cagato addosso
prima che  lui lo impiccasse. Da sdraiato passo a seduto. Incrociò le mani. Le giunse. Accennò una preghiera. Ricominciò tre volte. Non riusciva ad arrivare in fondo senza immaginarla nuda, piegata su di lui. Strinse gli occhi. Forse la amo. Forse non la amo. Questo non cambia la sostanza delle cose. Amante. Puttana. Bersaglio. Lui ricominciò a pensarci per la milionesima volta. L’hit parade dei pensieri ricorrenti. Il lavoro con Ernesto G. Ricatto, estorsione. La vita con Fabio. Spaccio d’alto bordo e divertimento. Amicizia e scopate. Lei nuda che si inarca su di lui. Lui che le racconta tutto.Da capo. Flusso di coscienza. Lui e Fabio che gironzolano intorno a San Babila. Ci sono feste. Ci sono le ragazze. C’è il sesso, c’è l’alcohol, c’è la droga. Lui che si accorge che lei non è una puttana al primo tentativo di schiaffo. Lei aveva rivelato una cotta rispondendo allo schiaffo. Lei andava dritta per la sua vita. Lui approfittava per sbattersi in ogni vicolo che la vita gli offriva. La scena madre:
-Mi piaci. Ma mi piaci solo se siamo soli. Perchè sei te stesso e non conta nè la strada nè quei deliquenti con cui lavori.
-Sono uno di loro.
-Non è vero.
-Tanto quanto tu non sei una puttana.
-Non ce la facevi a non dirlo, vero?
-Io sì. E tu a pensarlo?
-Ti vergogni.
-Tu lo fai?
-Non ammazzo. Non do fuoco ai poveracci.
-Potevi star zitta tu, adesso.
-Siamo uguali.
Silenzio.
-Voglio andarmene.
-Da qui?
-No. Da quello che faccio per vivere.
-E allora fallo.
-Sei proprio una…
-Puttana?
-Stavo per dire bambina.
Lei sorrise. Lei pianse. Lui prese un sonnifero.

CAPITOLO VIII: DOTTORE, IO MI RICORDO…

-Dottore! E allora questo film?
-Carissimo! Caro! Carissimo produttore. Come va?
-Di caro qui c’è lei e il suo progetto. Ma mi spiega cosa deve fare?
-Guardi, è tutto chiaro. Ma io adesso devo andare.
-Ma come?
-Mi chiamano la telefono.
-Ma io sono venuto qui a posta…
-Devo andare, devo andare!

Sale in macchina. Una decappottabile vintage. Perri accende il motore. Punta il muso verso il mare. Il dottore saluta e ride. Se ne va a girare una scena. Sulla spiaggia. Perri corri. Dottore ci sono tutti che ci aspettano. La spiaggia, chissà. Perri, sai pensavo, ma come faccio? Come faccio a finire questo film… Ma a te posso dirlo. Proprio non ho idea. Se ne sono andati tutti…

Sulla spiaggia. Ma non c’è nessuno. Dottore, e che facciamo?
Perri guarda, guarda là. Adesso c’è la galleria dei personaggi.
Passano tutti.
Mi siedo qui e aspetto.
Sapevo che in qualche modo me la sarei cavata.
Prima non puoi vederlo. Pensi sempre che c’è qualcosa di insormontabile, semplicemente, perchè oltre quella collina non sei mai stato.
Invece vedi che una soluzione si trova? Basta non credere più a niente.

CAPITOLO IX: ARCHIVIAZIONE.


Febbraio, notte, mercoledì.
Ernesto G si succhiava l’ultima sigaretta. Aveva un cancro nello stomaco. Non aveva nulla da perdere. Tutti lo odiavano. Era un topo di fogna. Ernesto G a quattro zampe. Il fango fino ai polsi. Il fango di Ostia. Un campo di pozzolana très isolato. Porte da calcio, assi di legno e siringhe spezzate. Pioggia a go go. Ernesto G vomita sangue. Ernesto G sputa sangue. Il cancro, più il tirapugni.

-Te possino ammazzà.
-Scegli. O parli, o continuo. Oppure t’ammazzo.
-Che cazzo me frega, c’ho er cancro.
Lui si fece sotto. Gli prese una mano. Armò il cane e gli fece saltare le dita. Ernesto G urlò e mugulò. Pioggia e tuoni. Non si sentiva che un mugolio sommesso. Sta per svenire. Tienilo sveglio. Lo tirò su per i capelli.
-Ti ammazzo pezzo a pezzo.
-Che cazzo me frega.
-Non ammazzo solo te. Ammazzo tua madre. Ammazzo tuo padre. Ammazzo i tuoi fratelli del cazzo. Ci vado con un paio di negri. Ti faccio scopare la famiglia prima.
Ernesto G sputò un grumo di sangue. Lo prese in pieno volto.
-Hai fatto male.
Gli polverizzò un ginocchio. Sparò a bruciapelo. Stabilì il record mondiale di salto della cartilagine. Un pezzo di osso volò a cinque metri di distanza. Si pulì la faccia.
-Un negro si inculerà tua madre, prima che l’ammazzi personalmente.
Ernesto G piangeva. Ernesto G tentava di parlare. Difficile. Gli mancavano la metà dei denti.
-Dove stanno i tuoi risparmi?
Ernesto G lo disse. Ernesto G snocciolò i segreti. Ernesto G rivelò dove aveva sepolto il tesoretto. Parlò delle cassette di sicurezza. Parlò di contanti. Parlò di quote in un albergo nel quartiere Monti Esquilino. Parlò di azioni. Lui rise.
Azioni. Parlami dei contanti. Parlami delle carte e delle quote. Se racconti cazzate, ricorda cosa succederà a tua madre, a tua padre ai tuoi fratelli, a tua sorella. Ernesto G la disse lunga. Diede buone notizie. Lui rise. Ernesto G cominciò a pregare. Disse Gesù. Disse Giuseppe. Disse Maria. Quando vide che ricaricava bestemmiò e pregò Sant’Antonio. Lui gli sparò in mezzo agli occhi. La calotta cranica stabili il record di salto in lungo di frammento osseo. Lui tolse le pallottole dalla pistola. Le mise in bocca a Ernesto G. Andò alla macchina, tornò con uno straccio e della benzina. Inzuppò lo straccio e lo mise nella bocca di Ernesto G. Lo cosparse di benzina. Diede fuoco a tutto.

Marzo, mattino, mercoledì.
Lui stava fumando una sigaretta appoggiata all’Audi nuova di zecca. La strada era assolata. Quello era sempre un mese magnifico a Roma. Vide uscire lei dal portone del palazzo. Il cuore gli si strinse in petto. Non riusciva a decifrare la sua espressione. Lei attraversò correndo. Gli buttò le braccia al collo e lo baciò. Lui la strinse così forte da fare un urletto. Lui continuò a stringere.
-Sono sana. Vecchia, consumata, ma sana.
-Shh. Shh.

I ricordi erano sfumati. Ogni tanto rivedeva la testa di Fabio e quella di Ernesto G. Lei gli rullava uno spinello e le cose andavano meglio. Stavano passeggiando per mano in Via Nazionale. Lei stava mangiando un gelato bianco e rosa. Lui la guardò e ci pensò. Lei se ne accorse e arrossì.
Lui le aveva dovuto giustificare duecentoventuno mila euro cash.
Lei rimase inorridita. Lei disse quello che pensava. Lei provò disprezzo.
Lei rimase. Disse solo:
-Tu. Adesso basta?
Lui aveva risposto:
-Sì. E tu?
-Ho smesso.
Lui ci aveva messo una settima a metabolizzare.
Ora giravano come una coppia qualsiasi in Via Nazionale.
Esaurite le confessioni, erano scivolati nel personale. Riavvolsero la loro bobina personale. Si chiesero cosa volevano fare. Lui le aveva accarezzato i capelli – bionda, non-puttana – e l’aveva stretta a sè. La notte avevano fatto l’amore. Il mattino successivo lei aveva fatto spallucce:
-Non è un no.
-Cosa?
-E’ un sì.
-Fissa una data. Non voglio sapere
niente.
Lei rise. Lei disse
scemo. Loro dissero ti amo.

Via Nazionale emanava radiazioni a quaranta carati. Come il sorriso di lei. Si tenevano per mano. Dovevano cambiare spesso la presa. Il caldo li faceva sudare. Passeggiarono come adolescenti avanti e indietro. Ogni scusa era buona per baciarsi. Lui la portò davanti ad un albergo tre stelle. La facciata era splendida. Il posto era frequentato da turisti tedeschi ed inglesi. Lei parlava tedesco e un po’ d’inglese. Lui fu ipnotizzato dall’insegna di ottone. Lei chiese:
-Vuoi prendere una camera?
-Oh no. E’ nostro.
-Allora andiamo in una delle nostre camere. Adesso.

Quella notte rimase sveglio a pensare, dopo che l’avevano fatto.
Pensò alla sua vita.
Pensò agli anni della sua gioventù, divisi tra la vita e la Vita.
Pensò a come aveva oscillato tra gli estremi del nulla. Per nulla.
E il nulla aveva generato questo.
Ripensò a Fabio e ai suoi dischi e ai suoi completi.
Ripensò a quel che aveva fatto.
Per la prima volta ne fu felice.
Quelle cose lo avevano portato qui. Ora.

CAPITOLO X: BLOOD IS A ROVER.

Sono stati letti altrui.

Tepore/letargo/forse dormire.
Dolce. Una protezione.
The young dogs stanno in casa.
Si addormentano accanto.
Ricorda, ancora. Freddo da vento, fa. Rintanati in casa, con il frère, quelle
volte, quegli anni, prima. Era il blues del rifuggiarsi.

Poi, dopo qualche tempo di tana
come adesso. Proprio come ora:
«la rue est entrèe dans la chambre!»
Ci riversammo in strada, quasi per istinto, senza un motivo, ci liberammo della tana. Era una sensazione inebriante, epidermica. L’improvvisa mancanza di una protezione fisica, per lasciarci accogliere dalla non-protezione de la rue. E vivemmo, gustando la meraviglia di “essere vivi„.

Scoprii la mia natura. La scopro adesso, me la ricordo e la desidero. (S)protezione, esposizione stradaiola. Quel brivido, perfettamente nella mia natura. I gatti si arrampicano sul letto, volteggiano e dormono. È gradevole, non è mio. Tepore. è vagamente mortifero, in modo non letale, come un letargo. Io non sono qui. Io sono la fuori. La terra, sotto la coltre, genera lilla.

Tu aspetti.
Io aspetto.
Voglio prendere una bevanda forte, liscia.
Tu ordini birra e salatini.
La fuori, qui dentro.
Lunedì, una bottiglia di porto, più gli spicci.
Ne hai voglia, dopo l’attesa?
Anche io vivo in strada. Vivo vagando e randagio.
Dove mi portano le mie gambe.
Il cane è anche ramingo. Alla ricerca di cibo. Rabbioso e famelico.
Soffro la claustrofobia da tana e da rue. Nessuno ti vede. Nessuna ti guarda. Sei tu che vedi il mondo.
Mai sei immobile e osservi.
Ho una relazione a vista con la realtà.
i posti sono la loro luce.
Ad alcuni ragazzi piace guardare.
Ad alcune ragazze piace guardare.
Guardi il mondo, nessuno ti vede.
Un complice e le chiacchiere ingannano il dogma dell’invisibilità. Se racconti, ci
sei stato. La differenza tra invisibile e non-visibile.
Allure canina. Il gatto ci mette meno rabbia, ostenta non-chalance. nota tutto.

Tutto lo ferisce, tutto lo consola.
Blood’s a rover.
Dipende da quanto sangue ti è rimasto.

She went: ritmato e ricercato.
Lacerante, sprezzante
Indomito e vanamente disilluso

Scrivi.
Scrivere.raccontare.
Esserci stato.
Sempre proiezione della realtà?
La realtà è ciò che può essere illuminato. Ciò che si vede.
E poi, invisibilità, non-visibilità.
E’ tutto parte del reale.
La finzione. Anch’essa realtà.

Ti descrivi. Ti circoscrivi. Ti definisci.

He went: junk food e vestiti di buon taglio.
Cosa fare a Roma quando sei stato dichiarato ufficialmente morto.

She went: il danno è fatto
Il velo è caduto e il corpo è nudo
Il dolore è il disvelo.

Voglio piangere lacrime disvelatrici. Voglio piangere per la bellezza del mondo. Lei: ho nostalgia. Della bellezza. E’ tanto che non mi viene davanti. Lui: non credo che potremmo smettere. Di parlare. E’ una forma di bellezza. Lei: lo disse già qualcuno. Lui: solo perchè vissuto prima di noi.

LUCA R – THIS DO NOT CONTINUES – THIS’ THE END.

">

Protagonista dell’opera prima di Cameron Crowe, regista che personalmente amo parecchio (tranne evidentemente che per cretinate come Elizabethtown), Lloyd Dobler è la quintessenza del ragazzo per cui io posso perdere la testa. Come me, molte altre.
Ora, è facile puntare il dito contro le solite sottigliezze che ogni maschio nota: l’esecrabile taglio di capelli, la fronte sconfinata, la faccia da scemo.
Non importa, recita il detto: “to know Lloyd Dobler is to love Lloyd Dobler”. Probabilmente, quindi, se state lì a puntualizzare che John Cusack è uno come tanti è solo perché non sapete chi sia Lloyd Dobler. Bene, sono qui per questo. Per dirvi che dovete andare a vedere Say Anything…, pellicola che lo scorso anno ha festeggiato venti anni e che non ho problemi a definire come la commedia romantica degli anni ‘80 più significativa in circolazione.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=mFV7FnbhBRY]

La trama è semplice, Lloyd ha poca voglia di studiare, gli piace solo la kickboxing. Sport of the future. Lloyd ha solo amiche, è con loro che si confida. I maschi, che ciondolano davanti al Gas ‘n’ Sip il sabato sera, completamente soli, bevendo birra, vantandosi di improbabili conquiste, non sono propriamente i soggetti migliori a cui chiedere consigli d’amore. E lui, di consigli del genere, ne ha molto bisogno, perché è finito innamorato di Diane Court. Chi è Diane Court? Innanzitutto, Diane doesn’t go out with guys like you, Lloyd. She’s a brain. Trapped in the body of a game-show hostess. È bella, troppo bella, e è intelligente. E poi, suo padre non la farà mai uscire con uno come Lloyd, perché lei è la migliore della scuola, dello Stato, lei è destinata ad andare a studiare in Europa. Quindi Lloyd ha pochi mesi per convincerla ad innamorarsi di lui e diversi intralci da superare. In realtà, basta una festa, basta che Lloyd faccia un piccolo gesto al ritorno da quella serata, e Diane (e la sottoscritta e tutte le ragazze che conosco) è in love.

Ma, si sa, la vita è una grande bega anche per gli innamorati e di motivi per cui finire a litigare e a distaccarsi ce ne sono sempre a volontà. Ma ogni volta, Lloyd non molla e diventa protagonista di scene e dialoghi che rendono questo film un capolavoro della commedia romantica. Lloyd, maglietta dei Clash, impermeabile, sneakers high-top, è un’icona rock del romanticismo di cassetta. Lui non conosce orgoglio, non conosce vergogna, Lloyd si fa scivolare addosso le umiliazioni, piange sotto la pioggia, vaga disperato in macchina lungo i luoghi del delitto, cioè, della sua storia d’amore. Lloyd si pianta sotto alla camera di Diane con uno stereo in mano e prova a usare la musica per parlare con lei che, ormai, è un muro. Certe cose, nella vita normale, non se ne vedono, questo rende John una fregatura. Comunque, I want to get hurt! è quanto aveva esclamato all’inizio, quando le amiche cercavano di invitarlo a restarne fuori, per non soffrire. Questo è il senso del film, fino alla scena finale, che è un piccolo ritratto di romanticismo in chiave popular.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=VEgu7jdc_fs]

Non essere all’altezza per Lloyd non è un imbarazzo, insomma, non è un problema.
Ecco cosa lo rende un ragazzo da “uhhh”, “wow”, “oh!”, insomma, quel genere di cose.
Ecco svelato il mistero perché stesso dicasi per John, che se gli dite che sembra un venditore di bibbie, probabilmente, vi dà ragione e ci ride su.
Ecco, in fondo, quello che hanno in testa le ragazze quando le vedete sospirare davanti a quella che vi sembra solo una faccia da scemo.

Valentina Parasecolo

">

Tom Waits [Clicca sull'immagine per scaricare il pdf]

Philip Roth [Clicca sull'immagine per scaricare il pdf]

Dr. Freud [Clicca sull'immagine per scaricare il pdf]

Poi, per i più coraggiosi e per quanti di voi vogliono l’originalità a tutti i costi, qui di seguito ci siamo noi. Sì, noi di Walwian.
Ah, se mai foste talmente temerari da “Walwianizzarvi”, mandateci le vostre foto per vincere fantastici premi! (ovvero molta stima)

Cominciamo …

Luca [Clicca sull'immagine per scaricare il pdf]

Matteo [Clicca sull'immagine per scaricare il pdf]

Valentina [Clicca sull'immagine per scaricare il pdf]

Stefano [Clicca sull'immagine per scaricare il pdf]

Qual è la vostra maschera preferita? Quale maschera avete scelto questo carnevale?
Raccontateci e, se proprio volete, indossateci anche.

Saluts,
M.

"> CAPITOLO I: I CRUDELI INSEGNAMENTI DEL DOTTORE A PERRI.

Giorno/Esterno.

Cabaret di metallo. Il tavolino ondeggia sotto il peso di un cappello. Il portasigarette lo piega. Le gambe esili si piegano. Calore estivo. Occhiali da sole, plastica nera. Tira giù gli occhiali. Lascia gli occhi liberi di essere visti.


-Tu non sei mica italiano.
-Non ho un posto. Non credo in Dio.
-Invece sei la persona più credente che abbia mai conosciuto. Lasci le sigarette ai morti. Piangi nelle chiese.
-Non credo. È una forma di disinvoltura.

Cenere alla cenere, carne alla carne. Piccole risate femminili.

-Oh, no, no. Quanto sei caro. Ma se sei la persona più timida che conosco! Di una timidezza assoluta!

Spense la sigaretta. Cenere alla cenere.

-C’era un uomo…
-Quanto sei caro, mi racconti una storia adesso?
Lui si accese una sigaretta. Lei frugò nella borsetta. Click clack. Lo specchietto, la polverina. controlla il trucco, prima della storia.

Carne alla carne.

-C’era quest’uomo, che scoprì di essere vigliacco. Non accettando la sua natura, condusse una vita di atti coraggiosi. Per reazione? Per
convinzione? Fu coraggioso. Ora… Alla sua morte, dunque, c’era
qualcuno che poteva chiamarlo vigliacco? Io credo di no.
-Non era spontaneo, era una maschera.
-Sei un’ingenua, noiosa. E stupidina, anche.
-E tu maleducato. Non hai nemmeno avuto il coraggio di dire che quell’uomo eri tu.
-Se dico “
quell’uomo“, voglio dire “quell’uomo“, Se dico voglio dire ”io“, dico “io“.
-Sei un gran vigliacco, sei tanto caro.
-No. Ma sono la più grande disgrazia che potesse capitarti.
-Te ne auguro di ogni.
-Vorrà dire che mi ammazzerete.

Cenere alla cenere, carne alla carne.
Dissolvenza in bianco.

Com’era? Ottima. Perfetta. La rifacciamo. Ma come? Oh, god. Che ha detto la Kidman? Niente. L’ho sentita. Che ha detto? Comunque la rifacciamo. Ma andava bene… Appunto. E sapete perché? Perché noi amiaaamo fare film. Lo dico pure in inglese così la Kidman capisce. Because we LOVE movie making. Oh, senti un po’ caro, ma mangia la Kidman? La porto tutte le sere a mangiare in trattoria. E’ che la vedo un po’ smunta. Un po’ magretta. Ehy, you, pale thin girl with eyes forlon… do you eat? What? Un cazzo. Fatela mangiare. Fatemela ingrassare. Ma dottò, tra un’altro po’ a questa gli piglia un colpo. E’ costituzione. Perri, senti un po’, tu da quando fai il dietologo? Dottò, lei c’ha un carattere però… No Perri senti tu. Qua stiamo ancora a caro diario, e tra una settimana viene il produttore. Che gli raccontiamo? Che c’è la crisi? Che non so dove mettermi le mani? Comunque tu sei un bravo aiuto. Devi capire una cosa: impara da me. Le persone come oggetti, gli oggetti come persone. Vedi carino gli attori sono pezzi di carne. Loro che ne sanno? Dunque, io ho le cose in mente. Se ti dico di far mangiare la Kidman, lei deve ingrassare. Dottore, le posso dire una cosa? Che, che vuoi? Dove stanno le sigarette? Non è che se la Kidman magna, a lei le viene in mente do’ mettese le mani. Perri, sei tanto caro, ma vaffanculo. Sì dottore. Come dice lei. Oh, bravo. Dov’è il mio cappello? Ma che fa dottore? Me ne vado, che faccio. Ma come? Con le gambe, Perri, con le gambe. Ho da fare. Ma non è vero! Ma dove va? E la giornata? Ma che le dico alla Kidman? Salutamela. Ehy, maestro, director, where are you going? Bye Bye, see you tomorrow Nicole. Director…

«La rue est entrèe dans la chambre.»
-Saresti capace di abbandonare tutto, tutto quanto, per essere fedele
solo ad una cosa, una cosa sola,
one thing, one thing only?
-Ma dove mi hai portata? Che imbroglione che sei, che vuoi far credere che non vuoi bene a nessuno.
Lei chiede: Senti il freddo?
Lui non rispose. Lo pensò. Se lo dici, non vale.
Percepiscilo.
Impara ad addomesticarlo, come prima. Indossa completi leggeri in pieno inverno. Due colori. Gira in taxi. Vieni scaricato davanti ad un albergo.


Via Veneto. In primavera, far finta di attendere qualcuno nelle hall
degli hotel a cinque stelle. Colazione al bar. Guarda la luce perfetta
per girare un film. Guarda le turiste. I capelli. Le gambe. Ancora i
capelli.
Appura che stai congelando.
Hai i tuoi rimedi.
Rilassa le membra.
Genera voluttuà.
Lascia vincere il freddo.
Scopri che dopo, sei ancora vivo.
Canticchia:
why we don’t do it in the road?


Lei:
Vivi a Roma. Cerchi di farti allattare. Mamma gravida, Roma. Avara di
latte, Roma. Tu sei malerba, cattiva ragazza. Sei stata molto cattiva.
studi per diventare avvocato. Non c’è nulla che ti sembri più noioso,
oltre alla parola “sempre”, quando è di giovedì.
Oh boy – guarda il ragazzo- rivolgi la parola al non-conosciuto, al
non-estraneo. Cambiano i vestiti, cambiano gli anni. I gusti si
inseguono. I gusti si ritrovano e ti sbattono contro il muro. Le
rotaie del tram. La linea sfrigola e prende fuoco. è l’inizio della
notte.
Oh boy parla. Tu pensi.
Ti piace Fleba il Fenicio. Ti dispiace che dimetichi il grido dei
gabbiani. Sei felice che dimentichi il guadagno e la perdita. Via
d’uscita dall’alienazione. Vieni accusata per una lettura fin troppo
moderna.
Ti chiede: “
vuoi fare un film con me?”




CAPITOLO II: ESTORSIONE.



Il falò era caldo. Il falò era tepore. Il monolocale era freddo e umido. Stiamo vicini al falò. Nell’altra stanza una cascatella zen metteva un’altra po’ di distanza tra vero e non-vero.

Il falò emanava effluvi. Si accese una sigaretta per coprire il puzzo. Plastica, silicone, cosmetici da quattrosoldi e carne.

“Ce stamo a fa er trans alla brace!”
“Hai messo a bagno il computer?”
Ernesto G rise. Ernesto G ebbe uno spasmo. Ernesto G fu sul punto di vomitare. Aveva un cazzo di cancro. Stava spendendo gli ultimi mesi di vita dando fuoco a froci e suicidando spacciatori di infimo calibro. L’aveva introdotto all’arte dell’estorsione. Tra qualche mese se ne sarebbe andato. Era stata la notizia più bella del mese. Fu accolta nell’ambiente da fischi e schiamazzi. Era un topo di fogna. Il trans bruciava e crepitava.
La Lazio continuava a fare schifo.


La ministro fu comprensiva.
La ex ministro versò calde lacrime.
Lui chiese scusa.
Appoggiò la testa sul palmo della mano, come per dire:
“Sto ascoltando, è molto interessante. Mi sto ravvedendo.”
Era una pubblica ammenda.
Erano le stronzate di un tossico.
Rimase a guardare.
Viale dei ricordi.
Fabio B era suo amico.
Fabio B era un fico. Scopava passera di classe A. Scopava modelle in erba e vendeva coca tagliata onestamente. Fabio B era puro stile. Si conobbero alla fine degli anni 90 nella Big M. La Big M sussultava. Non era da bere. Era da sniffare. Fabio B lo aveva introdotto alla vita. Era un nobile mezzo decaduto. Veniva dalla Roma bene. Per un periodo aveva rifornito di crack il tizio in televisione, perché
scriveva belle canzoni. Si erano divertiti. Fabio B era suo amico. Aveva la passione per le auto vecchie. Una notte L’asse dello sterzo della sua vecchia Alfa Romeo lo aveva preso in pieno volto. Avevano ritrovato la testa a fanculo. Aveva appreso la notizia mentre era a letto con una che piaceva a Fabio B. La sua vita aveva cominciato a finire li.


CAPITOLO III: IL DOTTORE & THE HELLEASY FIELDS.


















Non vieni mai a trovarmi.


-Come stai?
-Ma ti vergogni a darmi un bacio?
-No.
-Sei elegante. Sei proprio bello.
-Me lo hai insegnato tu.
-Sei molto più bello di me.
-Sei più alto, hai le spalle larghe. Hai gli occhi grigi.
-Sei più elegante. Hai preso da tua madre.
-Come stai, qui?
-Avrei bisogno di soffitti più alti. Ma dimmi di te, come va? Hai controllato come ti avevo chiesto?
-Si, eri proprio morto. Ho trovato i soldi. Il soffitto non ti piace?
-È basso. Tu stai bene? Ero proprio morto, sì? Non facciamo scherzi.
-Sì. La cosa del soffitto, sai, l’ha detta una ragazza americana in un film. Mi piaceva molto.
-Era bella?
-Era alta. Bionda. Un giunco, anche.
-Trattati bene, da quel punto di vista. Che ti sposi?
-No. Non voglio, non potrei. Non credo.
-Vai con tante donne, prima.
-Ma su papà, che dici… Tu non sei così. Perché devi dire così, da che mi devi proteggere, pure adesso?
-Mi fai la caricatura, mi dipingi come non sono. Più ami, più impari ad amare. È questo che intendo. Però non devi mai essere cattivo.
-Sì, ho capito cosa intendi.
-Il lavoro. Come va il lavoro?
-Bene. Sono bravo.
-Non ricominciare, come tuo solito. Tua madre è bassina, mi piaceva molto. C’era il film del figlio di Woody Guthrie, Arlo. Fa vedere il padre morente, in ospedale, per davvero. Lo sai che non mi piace. Te l’avevo detto. A me piacciono i film con gli indiani, quelli di guerra, senza sangue. Non mi è mai piaciuto, tutto quel sangue, mi impressiono.
-Non ti è mai piaciuta l’ostentazione, non c’è bisogno, dicevi. Era troppo cinica.
-Non mi piace questa scena.
-L’hai fatta tu quando sei andato in pensione e mi hai detto che il passo successivo non ti sarebbe piaciuto.
-Sei marcio, quando fai così. Tu sei dolce. Hai una sigaretta? Non prendere esempio da me, però. Che bel vestito.
-Si. “Abbiamo bisogno di soffitti più alti”. Chissà come ti è venuta.
-Sei stato un bambino felice. Amavi con intelligenza. Ti ho sempre detto di non odiare. Almeno, odia con intelligenza. Non te l’ho insegnato io a odiare. E il lavoro? Vuoi fare il giornalista, lo scrittore?
-No, no. Il primo non mi interessa. Il secondo non è un mestiere che uno può voler fare.
-Non fare il cinico. Mia madre mi ha sottolineato tutta la copia de ”Il Partigiano Johnny”. È matta quella donna.
-Leggevi le mie cose, quelle vecchie, proprio all’inizio. Quelle nuove non le conosci. Quando le faccio, se penso che stanno bene a te, vuol dire che sono abbastanza buone.
-Tutte quelle parolacce? A che ti servono? Non essere cinico. È brutto.
-Non stiamo andando al punto.
-Esci, va via, su, io leggo un po’. E che ci importa, che ti vergogni? Lo sai, io quante volte mi sarò vergognato. Sei omosessuale?
-No.
-Meno male.
-Sei diventato bigotto?
-Sei proprio stupido quando fai così. Mi fai le caricature. Che non lo sai che se sei omosessuale, o diverso, anche in un altro modo, fai una vita più complicata? Non è giusto, ma è così. Non ci sono riuscito a farti un mondo migliore.
-No. Non credo.
-Invece sì. Come ti proteggo dalla tua diversità? Mica sono matto come tua madre, che appunto è matta. Irresponsabile, che se ne compiace. Io ti amo, voglio che fai una vita felice, senza soffrire. È normale per un padre.
-Sembra che sei bigotto.
-Ma che ci importa? Ti fai le pere?
-No. Perché non sono nè abbastanza ricco nè abbastanza povero. Sono per i morti di fame e i figli di papà, papà.
-E se viene una ragazza bellissima e ti dice facciamoci una pera?
-Ti ho già risposto a 7 anni. Non so. La inganno. O dico la verità, ad un altra. Mi piacciono le ragazze alte e bionde. A te more e alte.
-Non ti drogare. Non soffrire, ma tanto tu soffri lo stesso… Non soffri, no? Hai sempre detto tante bugie.
-No, le bugie erano per fare come mi pareva, erano solo per te. Ma io non soffro. Ci rimango male, ma trovo tutto molto divertente, prima o poi.
-Me lo dici per farmi stare tranquillo. Io dietro a tua madre ci sono impazzito.
-No. Per me è un po’ diverso.
-Adesso va. Lo so che per te è diverso. Sei più moderno. Sei più intelligente. Paraculo, da subito. Hai abbastanza soldi?
-Uhm uhm.
-Non mi fare “uhm uhm”, non devi andare in giro senza soldi, può capitare qualcosa.
-Ma che mi deve capitare papà?
-Metti che incontri una bellissima, come la porti a cena? Come era dolce Mastroianni, te lo ricordi? Mi manca Marcellino. Ma che mi devi dire qualcosa?
-Ho parlato con una persona: ho scoperto che quando non c’ero, mi difendevi sempre. Minacciavi chi mi si metteva di traverso. Davanti a me, m’hai sempre dato torto, mi rimproveravi.
-Mi metti i voti, che sono un amichetto tuo? A te non doveva toccarti nessuno, facevano i conti con me. Ma non lo dovevi sapere. Venivi su male. T’ho educato tanto male? Non credo.
-No. Spero di no… Ciao papà. Parlo con qualcuno per il soffitto, lo dico a Federico
nostro, che fa venire il Commendatore, come nel film, no? Oh, ecco arriva la mamma.
-Non ti preoccupare. Si veste come una ragazzina.
-Dimostra metà degli anni che ha, sempre. Tu non le fai i complimenti, e lei si innamora di te. Io parlo troppo, e tant’è. Per fortuna non mi devo sposare. Mi si è fatto tardi, devo andare. Poi ti racconto, ti scrivo.
-Due righe, me le conservo. Stai un po’ con me ogni tanto. Che ti costa? Vuoi che ti pago? Ma no… no. Sei giovane.
-Anche tu.

Someone spoke and i went into a wake.




CAPITOLO IV: FANGO.


Intercettazione/Fango/UomoSconosciuto1/UomoSconosciuto2.

-Buongiorno eccellenza!
-Ciao, buongiorno carissimo!
-Spero che la sua schiena si sia rimessa dopo le recenti peripezie.
-Il mio torcicollo non mi da tregua e mi espone a figure imbarazzanti. E non c’è niente da ridere!
-Sono sicuro che l’establishment sia comprensivo verso le sue rare ma comprensibili défaillances…
-Io veramente non mi riferivo all’establishment.
-Lo so signore, cerco di salvare le apparenze. Sa che anche un altro grande leader del passato accusava i suoi stessi problemi?
-Davvero? Chi?
-John Fitzgerard Kennedy.
-Addirittura?
-Si, caro mio. E i suoi oppositori erano altrettanto crudeli dei suoi: lo chiamavano “Jack mal di schiena”. In comune con lui, lei ha il fascino e l’odio suscitato negli avversari.
-Sì, siamo due grandi vittime della storia. Quei folli vogliono massacrarmi. Stanno facendo carne di porco della mia vita privata…
-Signore forse è giunta l’occasione di rendere pan per focaccia.
-Oh, mio caro, tu fai risplendere questa terribile mattinata.
Aggiornami e fammi tornare il sorriso. Dimmi, che ho poco tempo.
-Sarò breve ma intenso. Come lei sa perfettamente, quell’insulso governatore del Lazio ha un debole per le ragazze con quel qualcosa in più.
-È cosa nota e abbondantemente documentata. Grazie a te, per altro.
-È un onore e un piacere. Dunque, lei sa che il nostro materiale, per quanto interessante, non può essere diffuso.
-È frustrante. Così tante prove della verità e l’impossibilità di mostrarle al popolo.
-No caro mio, no. Quei demagoghi la fuori comincerebbero a chiedersi come questo povero direttore di giornale si sia creato un archivio così ricco. Comincerebbero a subudorare l’aiuto da parte di chissà quale amico… A fare insinuazioni, i servizi…
-Gli unici servizi di cui è necessario che si sappia sono quelli ricevuti da quel disgraziato. Ho avuto un’estate tremenda. Dimmi che l’autunno sarà felice.
-Lo sarà. Degli avventati ma coraggiosi tutori dell’ordine hanno fatto un colpo di testa. Si sono introdotti nella tana del nostro topo, e con sprezzo del pericolo hanno documentato le sue deprecabili abitudini sessuali.
-Foto o video?
-Entrambi. Io ritengo che sia il caso esploda in tutto il suo splendore. Lei dovrebbe fare in modo che questi giovanotti balzino agli onori della cronaca. È necessario che qualcuno apra il Vaso di Pandora dall’interno. I loro superiori, qualche collega compiacente in privato, ma pubblicamente fin troppo severo. Si può fare.
-È un motto sfortunato, ma si può fare, hai ragione.
-Mi hanno già offerto il servizio.
-E noi rifiuteremo. Non siamo sciacalli.
-La verità verra a galla.
-Sai cosa galleggia?
-No, mi illumini.
-La verità, e la cacca.
-Signore, lei sabbe stato un entertainer a cinque stelle!
-Perchè? Qualcuno lo ha mai messo in dubbio?
-Oh, no.
-Facezie a parte, sono molto felice.
-Anche io signore.
-Quell’uomo ha un pisello molto brutto. Che il mondo lo sappia sarà il mio parziale risarcimento per le angherie che subisco.
-Sì, signore.
(
segue conversazione non pertinente)

CAPITOLO V: RICATTO.

Benvenuti in Puglia.

Venite a ballare in Pu-glia Pu-glia.
Venite a scopare in Pu-glia Pu-glia.
Venite a estorcere in Pu-glia Pu-glia.
Ernesto G lo aveva rincoglionito con il suo refrain personale. Lui aveva voglia di stare a casa. Gli mancava una quantità record di ore di sonno. Ernesto G: “Se riesci a sta sveglio pe na settimana, poi non ne devi dormì più.”


-Sai, è strano che tu lo dica. L’altra persona al mondo che sostiene
questa teoria è in grado di scolarsi 7 birre in 7 minuti…
-Mortacci sua, e che è?
-Mortacci tua, Ernè. Senti, bando alle cazzate, ricapitoliamo, allora…
-Oh, oh, testa de cazzo! Qua io so il maestro, e tu la matricola. A me cosi nun me lo dici.
Ernesto G puzzava di colluttorio, medicinali, sigarette di infima qualità.
-Voglio solo stare tranquillo.
-Allora fallo te il riassunto!
-Sì, ma tu ascolta. Allora: entriamo a casa della ragazza. Mettiamo in disordine, rubiamo qualche stronzata e ce ne andiamo. Stop. Così capisce.
-Sì, ma aho, te sei l’unico che la chiama “la ragazza”. È na mignotta!
-Lo so. Fa la puttana.
-Senti un po’ biondo, me racconti n’altra volta de quando pe metteglie paura a momenti l’ammazzavi?
-La sai la storia…
-E daje… Me piace come la dici tu. Com’era? “La dovevo solo spingere un po’ fuori strada solo che per poco non la buttavo giu in un fottuto burrone”. Me fai mori, me fai. Parlo come in un film americano.
-Vaffanculo.
-Aho, ma che te rode?
Cose che Ernesto G non sapeva. Qualche settimana prima l’aveva seguita in auto. Doveva spaventarla. Doveva minacciarla, automobilisticamante. Lui si era fatto sotto con gli abbaianti accesi. Lui l’aveva incalzata. Lei non aveva fatto una piega. Lui aveva insistito. A quel punto lei aveva accostato, con calma.
Lui era sceso di corsa.
Lei era scesa con calma.
Lui le si era fatto sotto, senza sapere che fare.
Lei aveva una pistoletta.
Lui si era fermato. Squillo/matta/disperata/puttana/armata.
Possibilità che spari: quasi sicuro.
Lei non fatto
niente.

Lei aveva chiesto chi era, cosa volesse. Aveva capito, ma chiese tutto. Senza melodrammi.
Lui aveva provato a non dirlo. Poi le aveva detto tutto. Chi se ne frega. Erano i segreti di pulcinella. Avevano scopato.




















BY LUCA R. – CONTINUES…

">

Nei sogni, lo spazio e il tempo prendono forme tutte loro. Le distanze diventano elastici che si allungano e accorciano, le strade si ripetono e si restringono sotto i piedi, gli angoli si smorzano in curve, il cielo di schiaccia o si espande. Il tempo di un istante reale è sufficiente alla coscienza notturna per visitare un’intera città, per trasformare visi amati in facce deformi, per rischiare la morte, vedere streghe, cadere dalle scale, comprendere lingue inesistenti, moltiplicarsi in innumerevoli punti, volare a metà aria o saltare una graffa come fosse una mattonella.
Nei sogni, lo spazio e il tempo si frammentano, si liquefanno, diventano labirinti o vanno in loop. Tutto perde il senso degli altri per animarsi di un senso autonomo, privato, unico, impenetrabile per chi resta aldilà.


Un giorno, te lo giuro, vivremo come nei sogni, dentro ai sogni, senza bisogno della parola per comunicare, con corde elettroniche che collegheranno i nostri cervelli, viaggeremo nelle creazioni della nostra testa. Ci passeremo fili di note mentre cammineremo sotto palazzi dalle colonne ciclopiche. Sarà impressionante. Sarà quello che volevamo quando ci sembrava di aver visto ormai troppo, quello che cercavamo quando eravamo, in fondo, così stanchi. Lì, invece, ci saranno vie di una bianco virgineo e scalinate marmoree, statue dalle gambe divaricate poste all’ingresso di placidi porti alessandrini. Ci spaventeranno, saranno sublimi, da far tremare il cuore. Mura altissime circonderanno piazze che si aprono sulla cima di un monte che osserva la vallata, imponente e serafico. Salendo, le vedremo dal basso e sembreranno venirci addosso perché la verticalità le farà sembrare ancora più immense, titaniche. Templi tornati ai colori rutilanti di millenni di anni fa staranno lì, immobili, a scenografare i nostri passi. Soffitti di chiese, ormai seppellite dalle acque, risorgeranno per accogliere i nostri sguardi. L’oro dell’oriente, su facciate lucenti come pelle di drago, illumineranno i nostri capelli fermi, inamovibili, perché nei sogni non c’è il vento e neanche tu potrai spostarli dalla mia fronte. Tetti purpurei, mosaici alabastrini, padiglioni policromi, teatri venusti, intarsi geometrici, giardini primo-medievali, profumi indiani, treni ottocenteschi, corridoi egizi, navi vichinghe, missili americani, peristili ellenici, tutto tornerà a nuova vita, come se nessuna catastrofe avesse spazzato via le civiltà e i loro resti. La musica colmerà gli spazi, mentre in cielo navicelle a forma di conchiglia taglieranno l’aria facendo piovere gocce di tempere ad olio. Sembreranno lacrime sulle nostre guance e scompariranno appena dopo. A tratti, non cammineremo neanche, ma saremo trasportati su piastre che si staccano appena da terra e fluttueremo come barchette di carta sull’acqua. Potremo saziarci senza limiti di tutto questo, sarà così vivido da sembrare vero, non come nelle illustrazioni e nelle foto che sono arrivate fin qua, non come fosse il gioco crudele della nostra fantasia, non come se ci trovassimo semplicemente dentro a un sogno in cui si deve rimanere soli a guardare.

L’ossigeno risveglia il mio corpo, caduto in un secondo onirico nel momento in cui Berlin ha tagliato la bolla. Quando vedo lui che è chinato per osservare da vicino come sto, io ho bisogno di aggrapparmi alla sua divisa perché scoppio a piangere. Mi assale un moto di disperazione inconsolabile. Mi manca Kalamazoo, ho visto la sua bellezza attraverso gli occhi dell’onirico, così, ne ho esasperato lo splendore, fino a renderla irreale. Voglio vederla, essere certa che c’è, che è lì, che nessuno ancora l’ha toccata.

Mi manca la mia famiglia, voglio i miei amici, voglio qualcuno che mi assicuri che è tutto come prima che partissi. Vorrei che fosse un incubo e che, quindi, mi resti da usare il tasto della reversibilità o, meglio ancora, quello della cancellazione.

Sarà che ho un terrore che mi fa tremare le mani come cibo nell’olio bollente. Occhi sbarrati e mi si arrugginisce la lingua. Sarà che ho paura di morire, che stia per succedere qualcosa da cui non si torna più indietro. Ora so cosa è la tristezza pura, quella che si aggrappa al petto e tira giù come un sasso appeso al collo.

«Questa è l’ultima volta che ti vedo così», riesco appena a dire a Berlin, mentre il pianto di cui non ero stata capace pochi secondi prima, ora arriva con una prepotenza che non si arresta, che va accettata.
«Che vuoi dire?», risponde.
«Che questo è l’ultimo momento in cui staremo così. Da adesso, tutto cambia».
«Oslo, non ti capisco, non piangere per favore, non piangere. Per favore. Per favore…».
«Riportami a casa, Berlin. Hai capito?! VOGLIO TORNARE A CASA! Voglio tornare a casa, ti prego, portami via…».
«Ci andiamo a casa. Ci stiamo per andare. Tra poco, Nova sarà qua».
«Cosa sta succedendo?! Berlin… che succede? C’è una guerra? QUALE GUERRA?! Cosa volete da noi?!»
Berlin mi abbraccia e penso che anche lui stia piangendo, lo capisco dal petto che sussulta appena mentre io gli bagno la spalla di lacrime.

Non voglio che mi abbracci. Per favore, – penso – aiutami e lasciami stare.
Si stacca da me. Lui è somiglia ai disegni che facevo da bambina. Comincia a cadere la neve, è una danza lentissima di ovatta che si scioglie sui suoi capelli e sulle ciglia, mi prende il viso tra le mani e giura di non sapere perché è appena iniziata la guerra. Heron è impegnata a combattere sulle isole dell’Europa occidentale contro gli eserciti locali supportati dai mercenari e, talvolta, da gruppi rivoluzionari dell’impero. Nessuno gli aveva detto, prima d’ora, che anche Kalamazoo era nel mirino. Anche questa volta, gli credo. Mi asciugo gli occhi, il viso e con il suo mantello mi soffio il naso. Con questo gesto, inizio a calmarmi.

Gettando gli occhi alle sue spalle e oltre i due militari paralizzati nelle bolle di Berlin, la visuale si colma di puntini bianchi che scendono pieni di accidia, sonnolenti. A quel punto, vedo una decina di soldati in nero, con i caschi rossi, lucidissimi, che avanzano velocemente verso di noi. Avverto Berlin, che si gira di scatto. Li vede. Mi dice di scappare verso il mare, perché dal cielo, risucchiato da un’aria impregnata di pallore, ci sta venendo incontro il combo di Nova.

Mi alzo, smetto di ragionare, non di pensare e l’unica cosa a cui penso è correre. Mentre lo faccio, sento nelle orecchie della mia testa il reverse della chitarra di Hendrix. Mi sembra di tornare indietro a ogni passo che faccio verso il mare.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=W4yZXb4aD2Q]

Le distanze sembrano allungarsi, come accade nei sogni. Eppure, il piano suona una nota, sempre la stessa, trascorre del tempo tra una e l’altra, meno di un secondo, e per ogni volta che il dito schiaccia quel tasto, io faccio almeno qualche passo in velocità. Metto i piedi in acqua, dopo poco i miei stivali sono inzuppati di mare. Il combo è sempre più vicino, sta scendendo verso di me. Mi volto, guardo Berlin che spara invano bolle contro i militari, alcuni stanno liberando i due compagni immobilizzati, gli altri sono ormai vicini a lui e si difendono dalla sua arma con scudi tempestati di aculei che fanno scoppiare le sfere in scintille iridescenti.

Prima che uno dei militari lo colpisca con una bolla paralizzante, prima che diventi una statua sospesa in una biglia, prima che non gli resti più possibilità di scappare da qui, per un solo attimo, Berlin si gira e ricambia il mio sguardo, uno sguardo che non ha e avrà mai aggettivi e che io non so proprio descrivervi.

"> OPERAZIONE FRANZ F.
A SPY STORY.
STARRING ALESSANDRO KAPRANOS.

TAKE ME OUT.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=xZGcw9HHOkU&rel=0]

Mr Kapranos. Quando fece questo, era già in giro da un po’ di tempo, con la sua cellula. C’erano stati This Fire e quello che viene comunemente definito l’omonimo album. Era l’accademia. Era il rodaggio. Era una buona nascita. Fecero immediatamente vedere di saper usare le loro armi, che sparavano per uccidere. Era tutto molto prevedibile, come quando si debutta al mondo, e lo si fa con bel giuramento. Giurarano sui Talking Heads e sulla New Wave. Una via arty al rock & roll. Buona nascita. Buona vita. La prima cosa grossa fu You Could Have It So Much Better. La copertina dell’album era ovunque. Era sul tuo myspace. La canzone era arrivata dentro il tuo pub. La carica era esplosa. Aveva fatto vittime innocenti ed inconsapevoli. Gli arti schizzarono via ovunque, mentre chiunque la ballava. Esplosivo ad alto potenziale. Nessuno se la cavò. I testimoni ricordano raccapriccianti trenini dentro locali di quarta categoria. Come si fa ad uscire da un cul-de-sac? Quando si fa qualcosa del genere, ci si ritrova con diversi milioni di sguardi puntati addosso. Uscirne, non è facile. Come sgattaiolare via, mentre tutti beg up for more, more, more?



ELEANOR PUT YOUR BOOTS ON.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=rkMlj3CqP9Q&rel=0]

Il trucchetto del secondo singolo. Mr Kapranos, ti cercano ovunque. Mr Kapranos, hai un problema: sanno chi sei, ma non hanno capito cosa fai. Ogni singolo ascoltatore, vuole un altro po’ di dance. Una piccola parte, si aspetta che tu prosegua con la tua non-routine musicale. Forse lo pretende. Il grosso della gente, invece, vuole ballare, vuole saltare. Crede che sei il nuovo riempi pista. Ora, come fare ad uscire senza dare nell’occhio? Come tornare a casa, nel rifuggio, tra mura amiche? Fischiettando, come se niente fosse, of course. Prima di gettare il travestimento pop(ular) nel cassonetto, e dismettere quegli antiestetici baffi finti.



WALK AWAY.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=qJtrWONXUtk&rel=0]

Adesso viene la parte difficile. Bisogna davvero andarsene. Bisogna davvero scappare prima che tutta questa pagliacciata ci si ritorca contro, intrappalandoci in una vita che non è la nostra. Mr Kapranos. Un bel respiro. Terzo singolo. E’ la dogana. Se ne esci indenne, sei di nuovo a casa per un bel po’. Tempo per: riprendere fiato / assecondare le assuefazioni / defilarsi con stile / non essere dimenticato / non essere catturato. How to disappear. Walk away. Metti una distanza. Fallo in modo scenico. Fallo in modo non equivocabile, se visto a posteriori. Un pezzo facile. Un pezzo bello. Un pezzo che è una via di mezzo. Adieu. Non mi avrete mai.



WINE IN THE AFTERNOON.


[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=0htFpPNa9w0&rel=0]

Mr Kapranos, ce l’hai fatta. Sei sano e salvo. Sei scappato. Non sei rimasto caught nel magnifico gioco che hai creato. Non ti sei giocato la faccia. Per poco non diventavi una pop star. Un banale errore con le cariche. Il botto è stato tremendo. Hai messo così tanto esplosivo, che tornare a fare operazioni pulite, le tue operazioni, con i tuoi suoni, con la tua vague, sarebbe stato complicato per chiunque. Ti avrebbero chiesto i fuochi d’artificio. Ti avrebbero chiesto di essere dozzinale e spietato. Ti avrebbero detto: one shot, one kill, da qui all’eternità. Ti avrebbero commissionato stragi su larga scala. Avresti dovuto uccidere bambini di ogni età, innocenti, inconsapevoli. Tu volevi essere mirato. Tu avevi i tuoi target. Avevi i tuoi scopi. Ti sei liberato dall’inseguimento. Ti sei liberato dall’opprimente richiesta. Oltremanica. Casa sicura. Non possono venire a prenderti. Sanno chi sei. Lascia un messaggio. Lasciane uno dolce e uno chiarificatore. Wine in the afternoon. Un piano b. Siamo stati in un modo. Non siamo in quel modo. Siamo più così. Quasi. Facciamoci una canzoncina. Facciamola come piace a noi. Sottile beffa, una volta che sei al sicuro.



ULYSSES.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=2a7awzU0X_E&rel=0]

Back in the fire. Back in action. La fregatura di questo mestiere, Mr Kapranos, è che una volta che sei nel giro, di tanto in tanto, devi battere un colpo. Ed ogni volta, è quasi tutto da capo. Ti aspettano a braccia aperte, o a fucili spianati. O con le pistole con il silenziatore sotto il tavolo. Non cambia. Ti aspettano, comunque. Devi tornare, prima o poi. E’ un rischio. E’ divertente. E’ pericolosissimo. Non c’è niente di più pericoloso, che andarsene in giro, in posto ostile, tentando di imitare qualcosa che non si conosce bene. E’ come far finta di essere arabo a un convegno di Al Qaida. Prima o poi ti tradisci. Così è il caso di essere estremamente se stessi. Perchè se si sbaglia, almeno si sa dove. Dunque, di nuovo in strada, con le giacche vagamente rilucenti come l’asfalto. Con l’immagine di una città umida, che per un pelo ti consente di vestire non in virtù del clima, ma del gusto. E’ una sarabanda di “starsene sdraiati sul letto vestiti di tutto punto” e “chiamate dalla cabina del telefono perchè siamo stanchi del cellulare che sciupa le nostre tasche”. Non puoi averli meglio di cosi, Mr Kapranos e i suoi compari.

Luca.

"> Non ho mai avuto pretese sulla verità altrui. Chi vuole dire bugie, è libero di farlo, è una miseria che gli altri devono affrontare da sé. Perché le menzogne sono lo strumento più efficace per rifiutarsi di vivere, obbligano a condizionare le proprie scelte alle aspettative degli altri e questa è una schiavitù che mi fa pena. Sto imparando a guardare con disprezzo chi mente, ma anche chi sta inchiodato sull’uscio di casa, chi non decide, chi aspetta, chi non sa inseguire l’idea della propria felicità, i passivi. Certe azioni, o non azioni, sono un atto di arroganza e di presunzione. Discendono dall’idea che ci si possa permettere di temporeggiare, quando invece la vita scorre e lo fa con una notevole mancanza di pietà. Ci vuole coraggio a mettere fuori dalla porta le passioni, a rifiutare il rischio, a mistificare la propria volontà, a non saperla neanche riconoscere. In questo senso, l’onestà è un diritto verso noi stessi, prima che un dovere verso gli altri. È il primo passo per godersi l’opportunità di stare al mondo in modo da non aver perso troppo quando tutto sarà finito.

«Non ne so niente. Non ho idea di chi sia questa Rosen. Non saprei…», risponde Berlin, seduto davanti a me nel velivolo che ci sta riportando alla base.
«Prima è “non ne so niente”, poi “non ho idea”, poi diventa “non saprei”. Tu lo sai».
«No, non ne so niente…».

Mmm… mmm…
Silenzio.

«Menti, è un tuo problema», faccio io, fingendo disinteresse. Perché, in realtà, capita che questa volta resto ferita, mi sta a cuore che lui non lo faccia, che lui non menta. Non mi importa di Rosen, è una questione di principio. Oh no, la questione di principio. Concetto pregnante dell’archetipo bacchettone femminile. Reggo poco nella finzione e continuo:
«Senti, Berlin, fai quello che ti pare, tanto lo faresti comunque, con o senza il mio consenso, no?».
«Sì».
«Ecco, il punto è: per favore, non mettermi nella condizione di diventare noiosa. Cioè, non costringermi a essere insistente, né a rimuginare sulle cose, perché secondo me è offensivo».
«Insistere su cosa?».
«Tu stai mentendo? Sai chi è quel militare che abbiamo visto nella piazza?».
Lui si mette a guardare fuori dal finestrino, mentre sotto passa uno spettacolo a strapiombo sul nulla. Siamo riemersi in superficie e Heron si sta allontanando in velocità dal nostro sguardo. Lui fissa fuori, come fanno i bambini. Fa finta di niente.
«Così ci fanno i bambini».
Silenzio.
«E i cani», puntualizzo ancora.
«Quando li sgridi», continuo. Che schifezza questa parte, la mia.

A quel punto, Berlin si volta e mi spiega che se sono sicura di averla vista a Kalamazoo, Rosen, o quale sia il suo vero nome, è probabilmente una spia. Heron è arretrata come civiltà, è primitiva nel suo approccio sterile all’arte, alle scienze, alla politica, alla religione. Non esiste il bene comune e quindi non c’è stimolo a coltivare questo bene. Ignorante sul suo passato, Heron riesce a essere invincibile sul futuro solo nel campo militare. L’unica tecnologia sviluppata è quella applicata alla guerra. Perché sostanzialmente solo su questo Cassius conservò il necessario della conoscenza di chi ci ha preceduto e solo su questo avanza l’innovazione.

Rosen è probabilmente una spia. Come lei, identiche a lei, ce ne sarebbero altre quattro: ogni generazione di spie è fatta di cinque cloni, silenziosi, freddi, spietati, destinati a trascorrere tempi più o meno lunghi in territori “di interesse” per Heron. Collezionano informazioni, operano alle spalle di coloro ai quali apparentemente si appoggiano. Non sono progettati per avere particolari coinvolgimenti emotivi, per radicarsi nella comunità, ma per svolgere la propria missione. E poi se ne tornano a casa. Se prima avevo qualche dubbio, ora so chi è Rosen.

Ragazza del mio migliore amico, presente a compleanni, feste, bevute, cene, talvolta anche confidente: come è possibile che nessuno abbia capito quanto fosse in realtà estranea a tutti noi?
Berlin non sa a cosa serva una spia dentro Kalamazoo. Io lo so meno di lui e mi sento irretita nella sensazione soffocante per cui ciò a cui sono più legata è pericolosamente vulnerabile. All’improvviso, vengo colta da un pensiero che mi affretto a formulare:
«Aspetta un attimo. Rosen lavorava al front-office del dipartimento che produce la pillola A».
«Cosa è la pillola A?».
«Oh, un’invenzione assurda, che ti fa stare innamorato per il resto dei tuoi giorni. Ma perché una spia in quel dipartimento? A cosa vi serve la pillola A? Non vi innamorate?»
Ogni tanto, succede che parlo e la mia testa corre alla musica. Il cervello si stacca da quello che sto vedendo e dicendo e si attacca a un’immagine, un verso, un motivo. In questo momento, sprofondo in una canzone della mia collezione. Una carezza acustica, una glossa stanca su come si possa finire circondati da un esercito di gente inaridita, che parla senza dire, sente senza ascoltare. Una postilla di musica, su come si possa finire in mezzo a un silenzio muto che cresce come un cancro svuotando i legami più dolci, proprio quelli che quando tutto sarà finito avranno lasciato l’idea di non aver perso troppo.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=eZGWQauQOAQ]

Scomparire così è questione di un istante, a me potrebbero sembrare anche minuti. Ma invece Berlin è lì, che ha appena iniziato a rispondere alla mia domanda:
«Mah, non so. Direi che ci capita, come a tutti, abbiamo un TFT nella norma, insomma, facciamo figli, tanti da non cambiare la struttura demografica della comunità. Ci sposiamo, ci fidanziamo, ci amiamo, non credo Heron abbia di questi problemi».
«Non lo so, è strano. E comunque, come ha fatto ad entrare? Cioè, come ha fatto a diventare cittadina? Se è così facile, non penso che uno come te avrà problemi».
Uno come te. Oh, oh. Oggi non c’è proprio limite al pudore. Un abbraccio non è bastato? Eh, Oslo! Come mi è venuto in mente di fare un apprezzamento simile? Roba da matti.

Siamo nella stanza sotterranea di Berlin, io siedo per terra, lui sta preparando un bagaglio sottile, che lega alla schiena e nasconde sotto la divisa. Indosso di nuovo i vestiti con cui sono arrivata qua. Nova è sulla strada per la spiaggia, ci incontreremo a qualche graffa da qui. Tra poco, saremo tutti sulla via per Kalamazoo e mi accorgo che, tutto sommato, non so come mai, non ho provato molta nostalgia in queste ore. Nel frattempo, i minuti che precedono l’arrivo degli altri due militari incaricati di scortarmi sembrano un macigno. Non parliamo io e Berlin, lui si muove come un attore nel camerino che, sottovoce, prova e riprova la sua parte. È sotto pressione e mi scopro a soffrire nell’incapacità di togliergliene almeno un po’. Vorrei potergli dare un nome a questo. Ma riesco solo a farne una promessa, quella per cui, se un giorno lo rivedrò così, quel giorno avrò già scoperto il modo per farlo stare meglio. Quando Berlin poi si ferma, si siede sul letto, sopra di me, mi accarezza la testa e io non riesco a scansarmi, né a dire niente. Poi decidiamo di cenare. Stiamo mangiando ancora la solita zuppa, quando bussano alla nostra porta e capiamo che è ora di partire.

Il viaggio verso la spiaggia è felpato, quasi sordo. Nessuno dice niente. Scendiamo dal velivolo dopo un tempo brevissimo e poi proseguiamo a piedi. Berlin cammina al mio fianco, gli altri due, due uomini sulla trentina, visi di calce, espressioni tracotanti eppure anonime, procedono uno davanti e uno dietro di noi. I loro capelli sono nascosti dai caschi rossi. Farmi da scorta, deve costituire una specie di missione perché sono vestiti in nero. Berlin no, è in bianco e blu. Non so come questa cosa sia potuta sfuggirmi, come non ho potuto notarla dal primo momento. Sto per chiederglielo, sottovoce, per non disturbare questo silenzio che non so se è inerziale, procedurale o, semplicemente e scientificamente, voluto. Ma poi, vedo il mare, la neve copre la sabbia e sporca appena la riva, mi scordo di chiedere e mi allontano appena dal ragazzo con gli occhi all’ingiù che sta al tempo coi miei passi. Voglio vedere le onde, ma il militare davanti a me le copre. Mi dimentico dell’ansia che ho, della paura che qualcosa vada storto, mi scordo di domandare se ho il permesso. Il cielo è una mantella grigia dal peso infinito. Una mantella che toglie la voglia di respirare, che sradica le speranze, che minaccia la pace e io, all’improvviso, sento come un colpo al cuore seguito da un freddo che è così freddo da sembrare bollente. L’attimo successivo, non riesco più a muovermi, ma vedo e sento tutto, come se fossi dietro al vetro del fondo di una bottiglia.

Davanti a me, Berlin è come uno scudo, indossa il guanto e tiene la mano abbassata. Con la sinistra, invece, impugna un’arma, credo un tubo simile a quello dei mercenari. Io sono in una bolla paralizzante, l’ha sparata lui contro di me nell’istante in cui mi sono distratta.
I due militari stanno davanti a noi, contro di noi. Impugnano delle stecche di metallo su cui poggiano dei triangoli sottili da cui possono sparare lastre spesse come un filo d’olio ma in grado di tagliarti in due.
Ci metto qualche secondo ad afferrare cosa sta succedendo, mentre Berlin deve aver capito tutto nel momento in cui ha aperto la porta della stanza. È stato zitto per tutto questo tempo, forse per non spaventarmi, forse perché neanche lui sapeva cosa fare.

«Perché siete vestiti così? Stiamo scortando un cittadino di un paese neutrale! Cosa sta succedendo?», grida Berlin contro i suoi compagni.
I militari non rispondono. Aspettano qualche attimo. Poi uno dice:
«Kalamazoo non è più paese neutrale. Non lo è più da due ore. Ogni suo cittadino è nostro nemico. Metti giù l’arma o ti uccidiamo, tagliamo la bolla e uccidiamo lei».
«Non c’è bisogno. Chi è nemico di Heron è nemico mio!», urla Berlin, che poi si volta, contro di me.
Mi guarda con i suoi occhi, pietre preziose inanimate.
Io vorrei buttare fuori tutte le lacrime del mondo, ma non escono, sono cristallizzate da qualche parte e non vengono fuori, vorrei fargliele vedere, vorrei diventassero un’onda immensa, una panacea alla sua inconsapevolezza. Perché lui non sa quanto è profondo il dolore di morire così, con fissa davanti la più amara delle emozioni: la delusione.

A quel punto, Berlin si volta ancora verso i compagni, li coglie di sorpresa, forse più di quanto non colga me. Con la destra immobilizza entrambi in sfere che sembrano bolle di sapone soffiate dagli dei. Poi, si avvicina alla mia e, con una specie di taglierino che compare dal suo guanto, incide una lunga fessura dalla quale entra l’aria che invade il mio spazio come fosse un incantesimo. Io cado a terra, simile a una camicia di seta che nessuno indossa. Quando mi riprendo, emetto un suono che viene dalla gola e sembra come se un viaggio nel regno dei morti l’abbia fatto sul serio. Afferro la divisa di Berlin che è chinato su di me e la sagoma del suo corpo è un’ombra nel bianco.

"> Come è potuto succedere? Come può succedere che uno finisce a essere così? Così come? Così scemo. Alexis, che di queste cose ha più esperienza di me, forse avrebbe molto da dire in materia e la verità è che non vedo l’ora di raccontargli cosa sta succedendo qua sul fondo del pozzo di Berlin.

Ragioniamo. Se la domanda è “come può succedere?”, la risposta è “tutta colpa di Zeus”. Non lo dico io, lo dice Platone e di lui mi fido. Perché a Kalamazoo, la voce dei classici viene insegnata in accademia come fosse, tra quelli sopravvissuti, il bene più prezioso di un passato ricostruito a metà. Perché qua, in questo presente, in quello della mia civiltà, qua, dopo migliaia di anni, la loro parola, quella degli antichi, conta ancora più delle altre.

Insomma, Platone lo ha detto chiaro che la colpa è di Zeus e della sua invidia, della rabbia che si è scagliata contro donne e uomini e donne e donne e uomini e uomini, una volta uniti in corpi da due, felici e contenti, e poi spaccati a metà nella notte dei tempi, costretti da allora a una ricerca cieca, smarrita, sofferta di quella perfezione per sempre persa. La colpa è la sua se ogni tanto, a sorpresa, uno si ritrova illuminato dalla sensazione di avercela fatta: “Ehi, gente, io l’ho trovata, l’ho trovata la mia metà! Stava alla piazza del mercato, l’ho riconosciuta subito, tra milioni. Ora ci facciamo riattaccare, alla faccia di quello stronzo di Zeus. Buona ricerca a tutti! Buona fortuna!”.

E la colpa, in realtà, è anche di Eros, che non è dio e non è uomo. Sempre Platone ha raccontato che questo demone, figlio dell’Espediente e della Povertà, vaga per il mondo. È stato mandato qui come cura per quell’antica ferita, visto che Zeus si sentiva in colpa per il gesto poco garbato ai danni di noi umani. Da allora, Eros ficca il naso dove non dovrebbe ficcarlo, viene a farti scordare di mangiare, ti altera il battito cardiaco e accorcia il respiro, ti fa annusare la pelle e i vestiti di un altro come fossero margherite. Prende la tua dignità, l’orgoglio, il buonsenso, la ragione e li squarcia in cambio di un po’ di esperienza di cosa sia la metafisica. Perché questo è l’amore, una manciata elemosinata di follia che, si sa, è questione divina. È un crollo dell’io per eccesso di immaginazione, un atto di rimozione dell’ordine razionale a favore di un caos del tutto celeste.


Quindi, vuoi scoprire cosa è dio? Vuoi sapere come si sta prima di nascere? Vuoi conoscere la morte stando in vita? Innamorati. Diventa scemo. Del resto, stando a Platone, ci sarebbero le prove di tutto questo. Si potrebbe tirare in ballo addirittura l’amplesso. Un discorso che suona tipo: “Beh, ragazzi, insomma, la mia teoria è che l’orgasmo è il modo per far tornare la memoria sul divino, è la dimostrazione del bisogno di recuperare la pienezza primigenia: non so che altro vi serve per credere alla storia del demone, ma non è un caso il sesso porta un piacere che sconfina dalla realtà e si realizza nella fusione”.

Una fusione in realtà solo apparente, una perenne sconfitta, un gesto disperato perché non esiste unione di corpi che sia uguale a quando eravamo cuciti in un corpo solo, come eravamo prima che Zeus ci strappasse in due. E qui abbiamo la tragedia umana, l’impossibilità di stare nella coerenza, di afferrare una volta per tutte la felicità, ma questo è un altro discorso.

Comunque, Platone è chiaramente il più grande genio della storia. E sì, questa è la mia introduzione per dire che sto diventando scema.

Lo so perché mi accorgo che non vorrei andarmene. Seduta sul fondo del pozzo di Berlin, dopo un’ora di canzoni, è uscito fuori che riusciamo a nutrire l’intimità con le risate, anche se abbiamo avuto esistenze quasi opposte. Famiglia, educazione, amicizie, esperienze. Origini. Non c’è niente di simile tra noi, niente che non sia il bisogno di musica, o il nostro colore. Eppure, c’è in giro una gran fame delle cose dell’altro. Parliamo una lingua che è inaspettatamente simile, come avessimo vissuto cose agli antipodi, ma le avessimo guardate con gli stessi occhi.

Per questo capita che mi aggrappo a lui, in un attimo di cui non ho controllo. Lo abbraccio e sa di polvere, di cuoio, di lana, è dolce ed antico. Lui non è preoccupato, spaventato, sorpreso. È una cosa normale, naturale, dovuta.

Mentre restiamo vicini, tra le braccia, sempre per via di Platone, mi viene da dire piano:
«Così sono sicura che torno alla realtà».
Non credo abbia capito cosa intendo. In verità, non credo neanche di averlo detto, forse l’ho solo pensato. Ma, magari, un giorno gli spiegherò che delle volte abbracciare qualcuno è il modo per essere certi che in quella follia in cui si sta scivolando rimanga un appiglio per questo mondo: finché l’altro c’è, per il solo fatto che c’è, ci è concesso di perderci e di riprenderci, di non restare soli in tutto questo.

Credevate che un abbraccio fosse poco. Forse niente. Ma per quanto mi riguarda, io lì ci ho concentrato tutto. Questo è un abbraccio strappato, rubato, non a lui, ma al tempo, che cammina come un assassino, lungo la via, e sta contro di noi. È rubato alla vergogna, ai pudori, all’imbarazzo che sono scomparsi all’improvviso lasciando carta bianca a un desiderio; quello di sapere che Berlin c’è davvero, che è reale.

Una volta divisi, crolliamo a due nella timidezza, sorriso o risata, la difficoltà di chi sa che qualcosa, da ora, è diverso. In questi casi, resta solo una cosa da fare: cambiare discorso, con disinvoltura.

«E così dobbiamo andare… dove la mettiamo la collezione?», faccio, mentre mi guardo intorno. Saranno duecento fascicoli. È chiaro che questa è una domanda relativamente intelligente, diciamo anche cretina, perché mai e poi mai riusciremo a non dare nell’occhio con un bagaglio grande quanto un elefante. Voglio dire, sono arrivata con una sacca, cosa gli raccontiamo ai militari quando devo ripartire? Che ho un paio di valigie piene di gradevoli souvenir dell’impero del male? Pregiate riproduzioni delle macchine della tortura e scalpi del nemico in fibra sintetica: saranno molto apprezzate a Kalamazoo.«Non potremo portare via la collezione. Sarebbe impossibile. Avrai la tua copia di tutto, su un supporto rigido che potrai leggere con un qualsiasi pannello multimediale una volta arrivati a Kalamazoo».

Berlin mi consegna la copia, in una scatola beige avvolta in una sciarpa di cotone.
«E tu? -incalzo io- Il tuo ruolo da custode?»
«Tornerò a Heron quando sarà il momento giusto. Per ora, tutto questo resta chiuso qua sotto, è pieno di trappole questo posto e posso controllare il pozzo anche se fossi dall’altra parte del mondo. Non me ne andrei senza essere sicuro che la collezione è al sicuro anche senza di me».

Risaliamo, lasciandoci alle spalle la stanza dalle pareti di musica, serrando ogni ingresso. Arrivati nell’atrio, là dove le piante rosse invadono anche la facciata interna, Berlin si avvicina al muro, infila una mano tra le foglie. Si sente un sibilo arrivare dal pozzo. Deve aver appena attivato un sistema di sicurezza di cui andare fiero perché sulla faccia gli si apre un sorriso memorabile. Camminiamo in questo quartiere dimenticato in cui se c’è qualcosa che arriva alle orecchie quello è il fischiettio di Berlin. È partito un piccolo concerto, voce e passi. Eseguiamo l’ultimo brano ascoltato nel pozzo, una canzone dei Doors, gruppo a me sconosciuto fino a pochi minuti fa. Sono io l’estranea in questa città, o forse è lui. Comunque, Berlin fischietta la strofa, a me torna in mente l’ultimo verso a cui il cervello deve essersi aggrappato senza che me ne accorgessi. Così, mi viene da fare una voce baritonale, ridicola, e cantare: “…streets are uneven when you are down”. Enfasi su “DOWN”. Ottimo.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=awi14wDTxNw]

Da lì, lui la canta tutta e sono io quella che si mette a fare un accompagnamento con la suola da militare delle scarpe, su un marciapiede logoro. Fino a quando, in prossimità della piazza dalla quale siamo riemersi un’ora fa, a pochi passi dall’angolo di un palazzo che sembra fatto di sabbia, lui smette di cantare. Io sto parlando non so di che e non capisco. Mi fa cenno di stare zitta, sono sovrappensiero. Allora mi mette una mano sulla bocca, spinge così forte che mi sembra di sentire il battito del cuore dalla mie labbra. Berlin preme la sua mano contro il mio viso con una forza che potrebbe uccidermi. O forse no, non c’è neanche un po’ di violenza. Sono io, la colpa è la mia perché in un attimo, d’istinto, trattengo il respiro, per reazione, perché faccio un bagno, un’immersione di un istante nella paura o in qualcosa che non so cosa sia. Non mi guarda, la sua testa è rivolta verso la piazza. Non mi piace avere la bocca tappata, soprattutto da un altro, allora mi aggrappo alla sua mano e quella cede come un lenzuolo.

«Ok, sono solo altri militari a passeggio, scusa, mi sono preoccupato».
«Chi volevi che fossero? Ci sono solo militari a Heron».
«I
n questo quartiere non viene mai nessuno. O è qualche soldato che ci cerca o è gente che viene qui per parlare in disparte e non crede al fatto che sia sacrilego stare qua. Dato che siamo in orario, direi che sia più probabile la seconda. Comunque, diamoci un’aria seria, per favore», lo dice prendendosi in giro, ma ci aggiustiamo comunque sul viso un’espressione di contegno.

Al centro della piazza, noi due camminiamo in silenzio. Loro, due uomini e una donna al centro, parlano tra di loro con voce lieve, rispettosa. Sembra di essere piovuti dentro al sonno di un cimitero. Quando siamo abbastanza vicini, ci battiamo il pugno sul cuore. Uno dei maschi risponde in contemporanea. Gli altri due militari, occupati in una conversazione chiaramente importante, ritardano di qualche istante.


In quel ventaglio di secondi, io guardo in faccia la donna. Scendo con gli occhi sul suo corpo minuto. Corro di nuovo sui suoi capelli biondi, stretti in una crocchia che le tira la pelle della fronte quasi a deformarla.

È un attimo che mi accorgo di avere davanti Rosen. Distolgo di scatto lo sguardo, prima che lei mi veda, ma non sono certa di avercela fatta. Ad ogni modo, i secondi successivi li passo con la paura che da quei soldati, ormai alle nostre spalle, arrivi una voce, che qualcuno di loro ci chieda di identificarci o il perché siamo lì. In realtà, ho solo il terrore di trovarmi faccia a faccia con lei, perché in questo momento non ci sto capendo più niente e la cosa mi fa sentire confusa, stupida. Un ignorante è sempre più indifeso di chi sa. Soprattutto se chi sa impugna armi che l’ignorante non ha neanche mai visto in vita sua. Per questo, voglio solo salire sulla navicella che ci ha portato qui, voglio che gli ultimi passi durino meno del necessario e spero che, là sopra, almeno Berlin possa dirmi chi è Rosen.

">
Next

Siamo anche qui, e qui, ecc…

Archives

  • March 2010
  • February 2010
  • January 2010
  • December 2009
  • November 2009
  • October 2009
  • September 2009
  • August 2009
  • July 2009
  • June 2009

Recent Comments

  • Dott.ssa Peola Borghese on Ecco come ci si innamora di John Cusack/Lloyd Dobler
  • mary on Ecco come ci si innamora di John Cusack/Lloyd Dobler
  • valentina on Ecco come ci si innamora di John Cusack/Lloyd Dobler
  • Peola Borghese on Ecco come ci si innamora di John Cusack/Lloyd Dobler
  • Daria on Coffee, Cigarettes & iPad

Tags

"yes" 8½ 9/11 10 11 12 13 14 14 juillet 1789 15 16 60's 65daysofstatic AAA about a boy acqua di colonia(lismo) addii aftershow parties a lad insane alexander kapranos alienazione alpha alì amici miei a new decade apple a qualcuno piace freddo a spasso con walwian berlin Black bugie cash daisy dylan giovani adulti heron kalamazoo live @ leo galleries moon oslo salutorget Steve jobs valentina parasecolo walwian ▋

© 2010 The Walwian Media Journal, All Rights Reserved.