Tavolette alla mela
Tra qualche ora cambierà tutto, di nuovo. In genere, quando ti avvertono di una rivoluzione in arrivo, gli effetti della rivoluzione, in sé, paiono smorzati.
In genere, quando la rivoluzione, anziché partire dai bisogni dell’uomo, o di un gruppo di uomini, parte da un oggetto, la cosa, in sé, pare ancora più strana.
Di cosa si parla? Si parla dell’Apple tablet, la prossima voce in cima alla lista dei desideri di qualunque essere umano sul pianeta che viva nella parte di mondo che può permettersi (o anche no) il superfluo.
L’Apple tablet, però, non sarà il superfluo. Sarà il necessario, sarà il nuovo bisogno condiviso, il nuovo miraggio tecnologico segno del progresso e della scoperta, l’oggetto che si attende per uscire dalla crisi.
Una specie di messia. Un amuleto o uno strumento magico che sia in grado, disseminando un nuovo modo di fare affari tra gli uomini, di diffondere e infondere nuova fiducia, nuove idee e, soprattutto nuovi soldi.
Si dice che oggi l’editoria potrà risollevarsi dalle proprie ceneri. Perché? Perché avrà un grande iPhone, che si diffonderà capillarmente e cambierà il nostro approccio alla fruizione dei contenuti. Un grande coso con uno schermo attraverso il quale distribuire le proprie cose. Ovviamente le nuove cose editoriali dovranno essere multimediali, multitouch, possibilmente multiutente, talmente ricche da riuscire a soddisfare l’insaziabile sete di notizie che tutti gli uomini, chiaramente, hanno.
Il mondo editoriale rinascerà perché finalmente avrà una piazza sempre affollata in cui poter strillare l’uscita delle proprie pubblicazioni, che saranno, questa è l’unica cosa certa, meravigliose. E i bambini nelle classi potranno, anziché dividere il Sussidiario, mettere in mezzo un oggetto sottile e di alluminio, a metà tra un vassoio e una placca celebrativa (e lo sarà, pura celebrazione), su cui scorreranno video, magari il video dell’insegnante stesso che, pur essendo davanti a loro, sarà di certo più eloquente una volta impacchettato in cotanta meraviglia estetica. E gli studenti potranno avere, con una sola passata di mano unta di pizza della ricreazione, tutti i contenuti di cui hanno bisogno. Articoli? Voci dell’enciclopedia? Libri? Immagini? Schemi? Applicazioni educational? No, o meglio non solo, avranno Facebook, avranno World of Warcraft o uno di quei giochi piovuti dai cartoni animati. I Gormit, o come si chiamano. Si scambieranno figurine digitali, lanciandosele, immateriali, da una tavoletta all’altra, avranno modo di commentare le partite guardandole direttamente mentre accadono e, quando cresceranno un po’, avranno tonnellate di porno pronte ad appagare i loro nuovi, sconosciuti e, quelli sì, naturali desideri. Finalmente i contenuti scolastici saranno sponsorizzabili, le scuole stesse potranno raccogliere fondi pubblicando il materiale da loro prodotto. O sponsorizzando, al pari della Nestlè o della Coca Cola, il materiale di altri. Chiunque potrà tuffarsi in questo nuovo mare di consumautori (i prosumer, parola che, finalmente, potrà avere un significato. Per la gioia dell’Accademia della Crusca e anche di tutti noi) e produrre. Produrre e vendere. Produrre e vendere. Sarà così semplice e così bello, a portata di un touch (ormai il click e le interfacce come le conosciamo sono roba vecchia). E avrà successo, perché ci ha messo mano l’unico uomo nella storia dell’umanità in grado di cambiare i modi di vita delle persone senza usare la violenza ma, piuttosto, sfruttando al massimo l’idea per cui ciascuno di noi è alla disperata ricerca di un qualcosa a cui delegare le proprie facoltà sensoriali e intellettuali.
C’è stato il computer, ma era ingombrante. Poi è arrivato l’iPod, che con le dimensioni ridotte, le cuffie e la musica, riusciva a toccarci nell’animo primitivo, e a placarci definitivamente, cullandoci in un rassicurante abbraccio.
Con l’arrivo dell’oggetto i, tutto sembrava andare per il meglio, ovvero, nessuno si era lamentato. Ascoltare musica era pressoché ok.
Poi è arrivato l’iPhone. E la musica non serviva più a niente (meglio, la musica c’era sempre, sempre di più, ma a nessuno importava): avevamo le applicazioni. Cose come una livella che funziona grazie a un accelerometro o un accendino virtuale scalano rapidamente la classifica delle priorità raggiungendo il pane e l’acqua (anche perché significativamente più economiche rispetto ai suddetti beni).
Una cosa, però, accomunava, le rivoluzioni oggettistiche di cui sopra: erano tutte centrate su di noi. Sulla nostra esperienza. Sul miglioramento rilevante della specie. Sulla possibilità di essere degli animali migliori: più sicuri, più informati, più efficienti e, soprattutto, più cool.
Adesso no, non oggi. Oggi la rivoluzione è per qualcun altro. Oggi la rivoluzione risponde al bisogno di un settore, risponde alla crisi, serve a far muovere i soldi. La magia è svelata. Il meccanismo è scoperto e pare tutto trasparente. Dopotutto, possedere gli iPhone ci ha resi talmente smart da non poter essere più fregati con il trucchetto della silhouette nera che balla con il gioiello penzolante (e non penseremo più di poter ballare in quel modo solo perché indossiamo un lettore mp3 al collo. Lo so, non è un lettore mp3, è mooolto di più). Adesso siamo disponibili ad accettare la nostra condizione di clienti. Senza artifici, con l’umiltà del suddito.
Vogliamo qualcosa che non è pensata per noi, che non sapremo usare (o che comunque useremo in modo incredibilmente superficiale, rendendo complesse attività altrimenti banali, tipo fare una telefonata), che genererà un altro devastante gap tra chi può e chi, invece, non vuole. Sono certo che quello sarà il futuro del nostro consumo culturale, sono certo anche che quello sarà il futuro della nostra produzione. Disporre di tutto ciò di cui avremo bisogno in modo virtuale, bello, attraente e, soprattutto, tattile, usando un solo strumento. Una specie di porta d’accesso alle meraviglie della creatività, una porta d’accesso alla creatività condivisa, la creatività di tutti e alla portata di tutti. E saremo, d’un tratto, esperti di ogni cosa, bravi in ogni cosa e sentiremo il bisogno di condividere la nostra bravura con gli altri. Saremo, finalmente tutti produttori. E consumeremo i nostri stessi contenuti. Ci imbriglieremo in un circolo masturbatorio e autoreferenziale. Ce ne fotteremo dell’altro, indipendentemente dalla qualità delle cose che propone. Se lo considereremo, sarà solamente nella speranza di essere, a nostra volta considerati. Ma questo già accade. Con o senza tavolette alla mela (da mettere sulla lingua e lasciar sciogliere in bocca).
Se non disprezzassi gli uomini (me compreso), sarei certo che quello che accadrà oggi sarà il catalizzatore di una lunga e fragorosa reazione che porterà alla reinvenzione della narrazione. Finalmente permetterà di uscire in modo compiuto, senza gli ingombri di un’interfaccia innaturale, dalla linearità del libro, del film, di tutto ciò che ha un inizio e una fine. Se non avessi la più completa sfiducia nell’uomo e nelle sue azioni, sarei felice perché, finalmente, potremo godere dei contenuti di cui abbiamo voglia e nella misura in cui ne abbiamo voglia (qui la domanda, avremmo voglia di contenuti se nessuno ci fornisse dei pacchetti? E se sì, riusciremmo a mangiare un pasto completo o saremmo degli spiluccatori culturali?). Potremo conoscere, ammirare, esplorare eccetera eccetera. E la realtà, le cose e i luoghi, sarebbero più reali e più ricchi proprio perché in grado di dialogare con un oggetto con cui noi stessi siamo in grado di dialogare. Ecco, se avessi fiducia nell’uomo, sarei persuaso dall’idea per cui la tavoletta della Apple potrà essere il nuovo, democratico, mediatore tra il mondo e la nostra capacità di conoscerlo e di comprenderlo.
Ovviamente io ho zero fiducia nella specie umana (non è vero. Ho piena fiducia e amo visceralmente l’uomo. Per questo non posso fare a meno di odiarlo).
Comunque, questa sera, sono certo che le mie tendenze apocalittiche (opposte alle tendenze integrate, per rubare le parole a Umberto Eco) verranno smentite non appena l’uomo che porta sempre a termine il proprio cognome pronuncerà la celebre frase: “… one more thing”.
Ne riparleremo, su questi server.
Saluti, M.
NB. L’autore possiede la maggior parte degli oggetti citati in questo articolo. Anzi, tutti, e in più edizioni, tranne, ovviamente, la tavoletta (questo solamente perché non è ancora stata messa in commercio).
NB II Durante la stesura di questo articolo è stata aperta una sola pagina internet. Un lemma di Wikipedia. Sulla Prima Rivoluzione Batava.
NB III Questo articolo è stato scritto con un Mac.




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