-Sì. Dovresti dirlo.
-Dici?
-Shout it loud.
-Ok.

Ora, io sono quel tipo di persona in grado di deludere praticamente qualsiasi genere di aspettative, ma on the other hand, sono anche incline a rispettare le promesse fatte mentre sono su un tram. Questo articolo è dedicato a quattro persone in una stanza. Tu, tu e tu. non tu. Tu.

nota: l’intero concerto che oggi giace sui dischi,
si è tenuto alla Royal Albert Hall di Londra nel 1966,
ad eccezione dell’ultimo pezzo, che è stato suonato
a Manchester, tagliato e incollato alla fine dell’album.
E’ importante? Questo non lo so. Davvero.

E’ il 1966. L’industria inglese calzaturiera è nel pieno del boom. Tutti vogliono gli stivaletti di pelle. I negozi ne comprano giorno per giorno, perchè se John L. e Paul M. decidessero di cambiare scarpe, nessuno ne comprerebbe più. I vecchi barbieri delle città britanniche non hanno la più pallida idea di come si taglino i capelli in quel modo. Buffe imitazioni di uno stile che non è ancora storia. Lasciati crescere i capelli. Tagliali con una scodella. Guarda la fila. La fila è lunga. Segui la fila che esce dal barbiere ed entra dentro la Hall. Quanti buchi servono per riempire la Royal Albert Hole?

La musica forse è migliore. La gente compra dischi e li ascolta sicuramente meno volte di quanto tu possa ascoltare la tua roba oggi. Come nasce il mito? Da un coito interroto. E’ ascoltare Jailhouse Rock o Hey Joe o You’ve Got to Hide Your Love Away per due o tre volte e poi aspettare tutto il giorno perchè la passino di nuovo, aspettare davanti al juke box con la moneta in mano. Aspettare che il dj decida di metterla di nuovo. Aspetta. Ne vuoi ancora. Encore. Non arriva. Arriva.
Eccola.
E’ un rock & roll fatto di memoria e desiderio, sempre sul punto di…
E’ una eterna prima volta. Tutte le successive hanno il gusto di una scoperta. Sta succedendo in quel momento. Dylan viene dall’altra parte dell’oceano. Indossa una camicia e una semplice giacca nera. Probabilmente non è vestito da niente. E’ in divisa da Dylan. Cinquanta anni dopo nè Battiato, nè Peter Doherty, nè Bowie, nè Paul Weller, nè Morgan, nè nessun altro ha trovato qualcosa di meglio da mettersi. Black suite.
***
Adesso basta. Adesso saliamo sul palco.
Nonostante sia tutto molto primordiale, il pubblico ha già imparato a fare il pubblico. Oggi gli succederà qualcosa di strano. Il pubblico americano conosce il Dylan del folk e dell’impegno politico, Bob è dei nostri, Bob è coerente e si interessa alla situazione della nazione. Bob è un sinistrofilo e canta per noi. Il pubblico inglese è più feroce e consumista. Ha già mangiato scarafaggi. Gli scarafaggi gli sono piaciuti. Il pubblico inglese è interessato alla situazione della sua nazione:
il rock & roll. Dylan ha conosciuto Tom Wilson. Tom Wilson è un produttore. E’
un uomo di colore che non sarà mai abbastanza celebre, nonostante con il passare degli anni il suo nome diventi sempre più grosso sulle quarte degli album. A Dylan insegna la via elettrica. Gli dice di andare elettrico. Gli dice di fare rock & roll. Dylan è accompagnato dai The Hawks,che poi diventeranno The Band.
Fuori i nomi. Leggili, sono importanti. Sono persone, come me e te.
Robbie Robertson: electric guitar
Rick Danko: bass, vocal
Richard Manuel: piano
Garth Hudson: organ
Mickey Jones: drums
Dylan sale sul palco della Royal Albert Hall. Fa sette pezzi, in acustico.
C’è poesia.
Ci sono le parole.
C’è la chitarra acustica.
Il pubblico folk è contento.
I ragazzetti rock & roll fumano sigarette e parlano
sotto voce.
C’è Dylan. C’è Desolation Row. C’è la ragazza con l’anello che fa le scintille ogni volta che lei parla. Sembra che vada tutto liscio. Non va liscio niente. L’esecuzione è perfetta. Rimarrà sui dischi. Dylan canta bene. La Band è impeccabile. Sul palco la tensione è insostenibile. La band o tiene gli occhi bassi, o fissa Dylan che tira dritto con lo sguardo fisso nel vuoto. Ha la faccia di uno che deve fare qualcosa.
Assomiglia ad un kamikaze, ma ha più stile e più esplosivo, sotto la giacca.
Succede tutto in un attimo. Nel tempo in cui ci si sfila una chitarra per prendere una elettrica. L’ultimo pezzo prima è stato Mr Tamburine Man. Il primo pezzo dopo è Tell Me Momma. E Dylan è uno che ha l’aria di non avercela mai avuta, una mamma.

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But I know that you know that I know that you show
Something is tearing up your mind.
Sette pezzi elettrici più uno. Like A Rolling Stone.
E’ il punto di rottura del rock & roll. E’ un punto di rottura nella storia della cultura popolare della western civilization, ovvero, di quel che vediamo quando ci svegliamo e ci guardiamo allo specchio e ogni giorno diciamo “Hello“.
Il più celebre scambio di battute tra pubblico e artista della storia:
-Judas! I’m never listening to you again, ever!”
…che voleva dire: ci hai traditi, a noi hippie. Ti sei messo a fare il rock & roll che piace ai ragazzetti, chi canterà per noi le canzoni di pace? chi darà voce al nostro patetico movimento roso dalle droghe e dall’intrinseca inconcludenza? A noi piacciono le band coerenti, che non ci mettono mai in difficoltà, che non ci fanno mai venire il dubbio che le nostre pettinature siano stupide. Che le nostre parole siano stupide. Non abbiamo un minimo di non-chalance.
-I don’t believe you!
Risponde Dylan. Ed è l’unico momento di tenerezza della sua vita, probabilmente. Lo dice con il tono recriminatorio delle sue canzoni, ma con una permolosità rintracciabile solo in qualche bambino di cinque anni a cui dicono che il suo
disegno non è abbastanza buono. Si direbbe quasi ferito.

-You’re a liar.
…e recupera il suo aplòmb, quasi. Sei un bugiardo. Tu dici le bugie. Non è vero. Voi siete cattivi con me. E’ di una secchezza assoluta, l’affermazione. Quello che dici e pensi tu è NON VERO. E’ un marchio di infamia che il pubblico ha sempre portato, e da quel momento è stato tremendamente esplicito.

-Play it fuckin’ loud!
E allora passiamo alle vie di fatto. Vi faccio vedere io. Tutto quello che conta, la band. Suonate forte. Abbiamo le canzoni, stiamo sul palco. Abbiamo gli strumenti e questo è il nostro show. Tutto quello che accade intorno, è del tutto irrilevante.
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E’ qui, al termine del concerto, che Dylan apre un buco nero, una singolarità inspiegabile. Quello che è quasi sicuramente vero, è che ogni tipo di spettacolo, o intrattenimento, ha senso nel momento in cui viene visto da qualcuno.
Questo vale per la Cappella Sistina, le partite di FA Cup dell’Arsenal, i concerti di Elton John e di Elvis. Eminem e Beyonce.
Probabilmente, è valido anche per il sesso: un rapporto sessuale senza almeno un altra persona presente nella stanza, non è neanche un rapporto sessuale. Durante il concerto più importante della storia, anche del futuro, Dylan sovverte questa logica,
facendo scomparire il pubblico. Rendendo del tutto irrilevante quello che il pubblico pensa, dice, fa. Il concerto non è più la gente che guarda qualcuno suonare, che gli dona senso e bellezza. Il pubblico non lo ha meritato. Forse non lo ha meritato mai, sicuramente non lo meriterà mai più. Si è dimostrato nella sua essenza peggiore: non vuole che accada la parte divertente: non sentirsi dire quel che vuole, nè sentirselo dire in modo cinico. Ogni cinismo è fittizio.
Il concerto in sè è il suono che producono gli uomini dagli strumenti. Le immagini e i suoni luminosi e jingle jangle che esplodono dal metallo degli strumenti. L’armonica che taglia e cuce, che ferisce e consola. Le scale armoniche. I bridge. Le linee melodiche. Si realizza che le onde sonore hanno una natura corpuscolare, quando bombardano e avvolgono i muri e i volti. Le onde sonore provocano lunghi tagli sulla pelle, ne esce sangue. Le onde generano petali che suturano le ferite. E’ carnale. E’ una cosa che solo gli esseri umani sanno fare.
La sola Like A Rolling Stone contiene lo stessa carica emotiva di mezza Iliade. C’è Ajace, dal coraggio ombroso, c’è Achille, permaloso e bellissimo, c’è Ulisse che è intelligente e sorride. C’è Elena. Ci sono i ricordi di Priamo, la prepotenza di Menelao e la tenera coerenza di Ettore. C’è una quantità di suoni che sembrano provenire o dal bronzo sbattuto per farsi coraggio, o da tutte le tue cose buttate in fondo ad un cassonetto dell’immondizia. C’è il suono del primo giorno – non ancora abbastanza caldo – di primavera, quando esci a succhiare un po’ di nuovo sole
e pretendi che sia warm.
Quando finisce Like A Rolling Stone, si sentono gli applausi. Qualcuno, fedele alla linea, fischia. Probabilmente si starà ancora tenendo stretto quel momento, e lo avrà pure raccontato in giro.

Dylan aspetta che il rumore degli strumenti scemi.
-Thank you.
E sorride.
Se ci avesse pensato su troppo avrebbe sputato, probabilmente, ma Bob
HE NEVER THREWS UP
***

La verità è che Dylan, nel 1966, a Londra, dunque a Manchester, da dentro il Buco del Re Alberto ha messo in chiaro una cosa molto grave. Come continua ad essere ancora oggi, c’è una parte di pubblico, che implorando di avere qualcosa di vero, in realtà non vuole altro che una bugia. Dall’altra, c’è una parte di pubblico che non sa cosa sia la verità. Vuole solo vedere cosa accadrà. E non è neanche del tutto consapevole. Questi ultimi sono i salvati, i primi, sono i sommersi. Dylan mette in luce l’enorme ipocrisia, la fragilità di qualsiasi cosa non sia estremamente individuale, come, nel suo caso: voler fare del rock & roll, voler esser più James Dean che il menestrello del folk.
Il punto della questione non è lo splendore del concerto. E’ nella semplicità con cui tutto è venuto fuori. Nell’arco di qualche canzone, demolisce già la morale della incoming Estate dell’Amore. E’ stato fischiato per un tradimento. Il tradimento doveva essere lecito. Quando una generazione, un movimento, viene ridicolizzato dal sua sua stessa icona-feticcio, c’è del marcio. Dylan l’ha capito prima di tutti, e ha fatto esercizio di libertà. Il concerto è splendido perchè The Band suona ad orologeria e Dylan prima è quasi perfetto, poi trasfigura la precisione apollinea
della prima parte in splendore dionisiaco.
Il concerto è importante.
E’ un dentro o fuori.
E’ essere o non essere, o ancora, essere contro sembrare.
E’ il pubblico che dice “sembri, non sei” e Dylan, all’altro capo del quadrato semiotico, che à la Kant butta giù che l’apparire è il mezzo con cui si manifesta l’essere. In altre parole, se suono un pezzo rock & roll, è evidente che sono una rock & roll star.
Avete pagato il biglietto.
Avete usato denaro.
Avete fatto la fila.
Pensateci su, quando comprate qualche album folk.
Siete solo il pubblico.
E’ pure la quintessenza dell’”Io non sono qui”. Riflesso negli occhi di ogni spettatore, come un incantesimo. Mette in ridicolo qualsiasi cosa prima, e qualsiasi cosa dopo. E’ un gran rifiuto.
Non esiste più lo stadio pieno, nè la corona, nè il mantello con l’ermellino, non esiste il guanto dorato, nè le pettinature mod. Non contano le giacche di pelle con le frange, nè la più grande quantità di energia elettrica richiesta per un concerto.
Non contano i bpm, nè la croce di lustrini e lucine. Non servono le provocazioni. Nè gli ologrammi. Nè le coreografie.

Nel 1966 abbiamo perso la verginità. Uno è salito sul palco, ed ha costruito un’aurea di tangibile mito intorno a sè, semplicemente facendo il contrario, ovviamente, di quello che gli era richiesto fare. Ha attratto respingendo. Ha smascherato ogni tipo di fede.
L.

da un vecchio fumetto:
-Chi sei tu?
-Uno che non riesce a credere a quello che vede!
-Allora sei un idiota?

"> Quando lavorano nelle basi, quando circolano per i corridoi sotterranei, quando camminano per le terre dell’impero o dormono nelle loro celle dalle pareti lattee, i militari vestono di bianco e di blu. Sotto il cielo della guerra, in mezzo al fango, nelle tende da campo, di fronte al nemico, di ritorno da una missione o al culmine di una battaglia, la loro divisa è nera con caschi di rubino. Gabbie rosse fulgenti proteggono visi da guerrieri che un trucco d’inchiostro fregia in rivoli come fossero lacrime di petrolio. Sotto i caschi, le loro facce sembrano incubi. Sui loro corpi, armature del buio si appoggiano fredde e regali come la notte che scende, plumbea, pesante, immensa. Le spalle sono disegnate dal tocco enfatico delle vesti che le temprano e le dilatano rendendo il busto un triangolo dalla base larga, rovesciato all’ingiù. Sotto l’armatura, c’è l’abito dei silenziosi spazi sotterranei e di una quotidianità lenta. Ma sotto il bianco e il blu di quell’abito, c’è la carne. E quella è ancora un tempio dedicato alla violenza. Marchiata lungo le braccia, sulle spalle, talvolta giù fino al fondo della schiena, la loro pelle è attraversata da tatuaggi: cerchietti in fila, come piccole borchie dipinte, testimoniano il numero dei nemici che il soldato ha immolato per la gloria di Heron.
A me sembra da pazzi. Ma a starci dentro, ad averla tutto intorno, beh, ogni cosa sembra meno assurda, meno incomprensibile, perché l’ambiente contamina sempre, almeno un po’, quello che siamo o ci sembra di essere.

Alcune figure nere dalla testa purpurea camminano in un blocco da dieci verso l’ingresso della base, fanno ritorno dopo un’operazione bellica. Ci passano accanto e, quando i loro sguardi si incrociano con i nostri, si battono due volte sul cuore con il pugno destro. Questo è il saluto nell’esercito.
Berlin mi sta portando a conoscere la collezione. La porteremo via, la porteremo a Kalamazoo. Ma prima bisogna arrivare nel posto segreto e, per farlo, lui resta vestito di bianco e di blu. Quando non combattono, i militari dell’impero somigliano in effetti a personaggi surreali. Principi e fate solenni, di seta, che abitano il mondo delle ombre. Anche io sono fasciata da una tuta blu con un cappuccio bianco. È per non attirare troppi sguardi sullo straniero, che, come noto, sarei io. Siamo usciti dalla base sotterranea facendoci sparare attraverso dei tubi verticali in una capsula di metallo e la prima boccata di aria fresca è stata come tornare alla vita.

Davanti a noi, sulla destra, si innalza un fungo di acciaio. Ai suoi piedi, un disco di cemento sul cui perimetro si aprono delle celle da cui entrano e escono i ragni meccanici, gli stessi che hanno attaccato me e i mercenari. Berlin li chiama “le sentinelle” e non si può dire che non facciano bene il loro lavoro. Il cappello del fungo ha invece una bocca che sputa e accoglie velivoli militari, controllati dalla base sotterranea.

Guardando una navicella che fa ritorno tagliando fiaccamente l’aria non troppo più in alto delle nostre teste, Berlin dice:
«Prenderemo uno di quelli che arriva alla città».
«Quale città?».
«La capitale. Heron».
«Ah. Voglio dire, è ok starsene a scambiare quattro chiacchiere con te, che sei simpatico e tutto il resto. Che hai dagli ottimi gusti musicali, eccetera… Va bene anche se lavori nell’esercito del paese più violento e tetro della storia “post-catastrofica”. È ok. Va bene.
Purché si resti ai margini, in periferia, magari seppelliti sotto terra, al sicuro, lontani da ragni assassini, da laser e proiettili, da bolle immobilizzanti e dalla neve… Non va più bene, per quanto mi riguarda, se bisogna entrare in città! Sono una persona sensibile io, parola che significa ben poco o forse troppo, in verità. Quello che voglio dire è che sono facilmente impressionabile. Capisci che intendo? A Kalamazoo si racconta che qui i prigionieri vengono appesi a testa all’ingiù e esposti alle porte della città. Testa all’ingiù! Capisci? A Kalamazoo è tanto se sappiamo cosa sia un prigioniero! Questo è il genere di cose che non mi va di vedere, perché un conto è la compassione, intesa come cum-patior,soffro con”, un moto dell’animo nobilissimo tra l’altro… Un conto è la compassione mista all’impotenza… Quella non la reggo. Non la reggo proprio. Non possiamo fare che vai tu, prendi i dischi e magari me li porti? Io ti aspetto nella tua cella sotterranea o qua all’aria aperta, se preferisci…», e intanto, in preda alla logorrea da ansia, comincio a dargli le spalle per tornarmene alla base.
«Davvero ti spaventa così tanto?»
Mi volto, alzo le sopracciglia, fendo i centimetri tra noi con uno sguardo intriso di autentica perplessità e faccio:
«Come fa a non spaventare te, piuttosto? Cosa vi fanno da piccoli? Come riuscite a sopportare di vivere in mezzo a tutto questo? Si chiama alienazione. È una cosa da incubo».
«Non lo so. Direi che ci educano a questo. Non so se sia giusto, così è».
Berlin sembra mortificato. E non mi è chiaro come funzioni la sua di compassione. Tollera di vedere nemici esposti come prosciutti al mercato. E poi soffre almeno un po’ a sapere che mi ha messo una bella dose di preoccupazione nel sangue. A guardarlo bene, ora, quasi giurerei che che sia possibile imprimergli emozioni in misura maggiore rispetto a chiunque altro conosca. Per questo gli chiedo:
«Piangi mai?».
«Sempre più spesso».
«Allora andiamo».
«Non voglio forzarti…»
Lo fa, senza volerlo, ma lo fa, mi forza. Ha senso che gli spieghi com’è che succede? No, perché riesco appena a spiegarlo a me stessa. Quindi riassumo la rassegnazione in un sorriso stentato e ci avviamo sulla strada per Heron.

Saliamo attraverso un ascensore su fino alla cupola del fungo. Ci sono cinque navicelle in fila, un paio di militari che scendono da una in arrivo: sono due donne in bianco e blu che si battono sul cuore. Questa volta, rispondo anche io al saluto, per cortesia, se non altro.
A bordo, ci sono quattro posti, sono tutti per noi, visto che siamo soli.
Una voce ci accoglie nella cabina.
«Identificazione vocale: si prega di pronunciare il codice di immatricolazione militare».
Berlin preme l’indice contro un pulsante alla sinistra della porta scorrevole che ci siamo appena lasciati alle spalle:
«EI26539»
Luce blu.
«Si prega di comunicare la destinazione».
«Heron».
Luce blu.
Si parte.

Berlin si sdraia su due sedili. Io resto seduta sul mio, davanti a lui. Fa penzolare il braccio destro, che diventa una retta perpendicolare al pavimento viola del velivolo. Il polso si piega, la mano riposa appoggiata sul suolo. Mentre il mantello scende morbido e resta immobile come fosse vetro soffiato, per un attimo mi scopro bloccata a guardare la magia delle linee che ogni tanto la natura e le circostanze offrono inaspettatamente agli occhi di chi riesce a vedere.

A Heron, quattro persone su cinque sono destinate a entrare nell’esercito. A sette anni inizia l’addestramento in accademia. Per i successivi dieci, i commilitoni sono l’unica famiglia di questi bambini. Finita l’accademia, avviene il rituale di flagellazione che simboleggia l’entrata nell’esercito e l’acquisizione di tutti i diritti di cittadino. Diritti che nei fatti sono mortificati dalle dinamiche e dall’essenza della dittatura stessa. Ma di questo abbiamo già parlato. Berlin è stato nella fanteria per dieci anni. Il nucleo base di questo corpo è composto da quaranta soldati. Ogni gruppo è caratterizzato da un elemento imprescindibile: l’amicizia. I militari di ciascun nucleo hanno condiviso per anni gli stessi maestri, le stesse camerate, la stessa vita in comune. La coesione dell’intera falange viene così ottimizzata da un profondo legame affettivo. Ricalcando il modello di combattimento su quello dell’antico esercito spartano, in battaglia i caduti delle prime linee vengono sostituiti con una meccanica ad altissima efficienza da quelli delle linee retrostanti. L’amicizia, in questo caso, può diventare un rischio rovinoso. Qualcuno potrebbe, ad esempio, soccorrere il compagno caduto di fronte o aiutarne uno al posto di un altro, inceppando, in concreto, il sistema. Per questo, si alterna una fila di un nucleo a quella di un altro. Ma può capitare che quel sistema si inceppi comunque. Tre anni fa, un amico di Berlin ha perso le gambe, l’altro è morto, il tutto nel giro di non più di un minuto. Per questo, si è fatto mettere nel corpo sussidiario dei cecchini a sparare bolle immobilizzanti e cerca di tenersi quanto più lontano dai confini della morte.

Abbiamo tre ore, tre ore per arrivare in città, raggiungere il nascondiglio della collezione di Berlin e ripartire. Centinaia di artisti. Fascicoli interi arrivati da un’altra epoca, conservati come quando furono chiusi nelle casse per resistere alla catastrofe. Questo è quello che mi aspetta. Mi aspetta la parte mancante di tutto quello che va saputo del rock e che io non ho ancora mai ascoltato e visto. Poter consegnare alla mia vita il momento in cui avrò davanti il tesoro di Berlin è un pensiero che scalda e scandisce ogni minuto del viaggio.


Sotto di noi, la neve si fa sempre più rada e affiorano macchie nere di terra e verde di erba, fino a quando le onde del terreno lasciano scorgere la cima di altre montagne, più lontane. A quel punto, si apre sotto di noi una conca di centinaia di graffe.

Al suo centro, si innalza possente, in una solennità tenebrosa, Heron. I palazzi sembrano ergersi come stalagmiti dal terreno, sembrano crescere come tronchi che hanno radici nella pietra. Domina il grigio, l’argento, il nero e gli occhi si colmano in un istante di una visione sinistra e bellissima. Un colpo d’occhio da vertigini sull’austerità, edifici slanciati dominano una natura a strapiombo sul sublime, vorrei guardare ancora da qua, dall’alto, ma stiamo già atterrando su una piattaforma ai margini della città. Non ci sono mura di cinta. Lungo tutto il suo perimetro, Heron pare sul punto di sconfinare oltre il terreno e cadere giù nella rupe. Invece sta lì, salda, fusa alla roccia, incrollabile.

Berlin è quasi indifferente di fronte a tutto questo, ma prova un po’ di orgoglio nel vedermi incollata al vetro della navicella. Si siede vicino a me e mi dice che useremo i tunnel sotterranei, lo fa per tranquillizzarmi e io sì, mi tranquillizzo. Riaffioreremo in superficie quando saremo arrivati nei pressi del luogo in cui da decenni viene nascosta la collezione.

Sulla piattaforma, atterrano velivoli di ogni genere, forma, grandezza, con a bordo prevalentemente militari. La nostra navicella viene subito ancorata al terreno, agganciandosi a delle rotaie che attraversano l’area in ogni direzione. Le altre scorrono davanti a noi, dietro, ai lati, tagliando la strada in curve e rette. Berlin indica la destinazione al computer di controllo e in poco tempo ci ritroviamo in discesa, imbocchiamo un tunnel e scorriamo veloci sotto terra. Mi spiega che questa è un’operazione pericolosa, perché una destinazione simile potrebbe creare sospetti su quali siano le sue intenzioni. Di solito, Berlin scende alla piattaforma di atterraggio e prosegue a piedi perché non vuole essere controllato. È solo uno dei tanti accorgimenti per evitare che si sappia che custodisce qualcosa che era destinato alla distruzione, all’oblio più assoluto.

La navicella riemerge in superficie come dalla porta di una miniera. Ci troviamo a pochi passi da una piazza di un quartiere desolante. Non c’è nessuno in giro, sembra di essere in una città fantasma e la cosa riesce ad apparire divertente ad entrambi perché cominciamo a parlare con voci strane per sentire come il vuoto degli edifici tutti intorno a noi fa rimbalzare le onde nelle nostre orecchie. Si crea una specie di eco elastica che si spiralizza, ci gira intorno, si intreccia come edera e poi diventa un boomerang sopra di noi, per poi scomparire. È uno dei quartieri più antichi di Heron e quindi più disadorni. Qui viveva la maggior parte dei fondatori di Kalamazoo, prima che scappassero, e per questo è considerato luogo nefasto, nessuno ci vive da più di un secolo. Camminiamo lungo vie abbandonate, risucchiate dalla decadenza, rosicchiate dal tempo.

Entriamo nell’atrio di una palazzina sulla cui facciata è cresciuta una vegetazione rossiccia. Un pozzo coperto da una lastra di ferro è al centro di un piccolo piazzale. Berlin estrae una chiave dal polsino. Sposta la lastra, alza una torta di cemento e mi invita a scendere lungo la parete interna del pozzo su cui si aggancia una scaletta. Lui mi segue e richiude l’entrata sopra di noi. Improvvisamente, il pozzo si illumina di una luce verdastra. Scendo con prudenza, poggio con cautela i piedi sul ferro e poco dopo sono sul fondo insieme a lui. Un’altra porta, un’altra chiave, un corridoio. Troviamo il tempo per raccontarci un paio di storie sulle nostre fobie, a partire dalla mia dei pipistrelli e dei cunicoli umidi. Ancora un’altra porta, un’altra chiave e davanti a noi si apre una stanza circolare, alta e dalle pareti coperte di scaffali che ospitano tutti i fascicoli di Berlin. Niente luccica, ma a me sembra ci sia la luminosità di una grotta piena di dobloni. Come solito in questi casi, penso bene di svenire.

Mi riprendo quasi subito. Ci metto un secondo a tranquillizzare Berlin, spiegando che quella dello svenimento è una pratica collaudata sin dalla nascita di mio fratello. È il mio corpo che mi salva dalle emozioni troppo forti, è una reazione del tutto normale per me. Per non forzare troppo il mio sistema emotivo, tuttavia, concordiamo sul fatto che è meglio se mi metto seduta. Mi appoggio ai piedi di una colonna che al centro della stanza ha un apparecchio grigio poggiato sopra. Berlin prende da uno scaffale un pesante fascicolo. Estrae un vinile, lo inserisce nell’apparecchio e mi consegna tra le mani il resto. Sulla copertina, campeggia il nome del gruppo: “Rolling Stones”. Lui si siede vicino a me, parte la canzone. E così, su di noi, piove una manciata di malinconia e di dolcezza.

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Intanto sfoglio pagine di foto, discutiamo delle labbra del cantante, che a me sembrano esagerate e che secondo lui sono molto belle. Partiamo da qui e finiamo a parlare di un soprannome che significa “rubino del martedì”, e poi dell’arcobaleno e del nero, di cavalli selvaggi, del diavolo, di cosa ci fa sentire soddisfatti. Anche questa volta, ci capita che un senso di pace venga a bussare alla nostra porta e che entri, senza aspettare di ricevere il nostro permesso. Non abbiamo molto tempo ma credo riusciremo a dilatarlo fino a farlo sembrare almeno tre volte tanto, lo riempiremo di tutto quello che possiamo e poi ce ne andremo, solo perché dobbiamo.

"> Luca scrive:


Guardo il messicano, e lo odio.

Sta assecondando una vague robotica e minimale, sta facendo musica per ascensori,

è una estetica perfettamente adeguata ai tempi. Lui non ha torto. Non è affatto anacronistico.

La sua musica parla di uno svuotamento della realtà, della fine delle nazioni, della dematerializzazione,

dell’economia che diventa finanza, delle vite che diventano sopravvivenze urbane.

E’ roba perfettamente moderna. E’ minimale. Non concede nulla.

Ho seri dubbi che sia opportuno portare questa musica davanti alle persone.

Lo so come stanno le cose. Semplicemente, si tratta di opporre resistenza.

E’ puerile. E’ molto umano. Non senza ambiguità, mi metto dall’altra parte. Mi metto dalla parte del rock&roll,

dove ai concerti se ti urtano non ti chiedono scusa, dove la gente suda.

La contraddizione indicibile sta nel rappresentare qualcosa creato per rimanere nel privato, in pubblico.

Nessuno vuole essere Murcof. E qui per me, il discorso finisce.


Matteo scrive:


Si costruiscono teorie sulla sua origine. Si ventila l’ipotesi di una sua provenienza da una delle ex-repubbliche sovietiche, si vira verso una sua declinazione bulgara e, infine, si trova un accordo, deciso anche, sulla genesi teutonica. Murcof, tedesco, di Amburgo. Che propone elettronica potente e che riempie lo spazio. [Si scoprirà, poi, che Murcof è messicano, di Tijuana. E propone musica sparsa, complessa, sottile e leggera, da Le Corbusier nello studio dell’analista].

Balzo in avanti e il mentre diventa già post. Breve racconto per citazioni e pensieri sparsi.

-Leggi
-”Some people are spoiled. Don’t eat them”
-Eh.



Matteo scrive:


Dentro la realtà

[soundcloud url="http://soundcloud.com/walwian/20100117-000843"]

commovente! si stupiscono perchè c’è la fila, e lasciano fuori dalla porta qualsiasi trito gioco di parole! in effetti, c’era solo molta fila.

In una stanza bianchissima, tipo l’astronave di 2001 odissea nello spazio. Con persone, sempre loro, sedute in silenzio ad ogni tavolo. Che ci fissano. -Mi sento inadeguato, mi guardo intorno e mi viene da chiedere scusa per il disturbo. -Hai ragione. Ma non sanno che a me fanno schifo. [questo dialogo non è mai avvenuto nella realtà. Trattasi, infatti, di post-reinterpretazione di un dialogo interiore, anch’esso mai avvenuto.] - Colpo gobbo dei fondatori! In missione ai bordi dell’elettronica. Quote live: “Non c’è più niente di naturale a ’sto mondo”. Ieri alle 23.25 tramite Facebook per iPhone.

-Guarda lì.
-Eh.
-Beh?
-Beh che?
-Ci sono i monoliti.
-Ah, è vero, i monoliti.

[soundcloud url="http://soundcloud.com/walwian/20100117-002043"]

Quando ricominceremo a parlare un italiano vagamente realistico, sarete i primi a saperlo.


Luca scrive:


Fumo sigarette.

Misuro il tempo in crampi.

Ripenso ai drink creoli.

Canticchio: “He was King Creole / comin as he goes into overdose / baby the time is right to…”

Ripenso al fatto attraverso l’alcool ho espresso desideri estremamente carnali:

New Orleans. La musica dei neri. I galli sgozzati ad Haiti per accompagnare i defunti dall’altra parte.

Il sudore.

Fa freddo.

Sono un uomo bianco. Me lo merito.

Voglio qualcosa di caldo: il sogno proibito dell’uomo bianco.

Gli altri salgono sul palco.


Matteo scrive:


Il colore dell’amaretto sour. Penso a Big Sur, e all’adolescenza. A quando volevo essere beat e usavo senza criterio la parola pederasta solamente perché non mi ero mai posto il problema di cercarla sul vocabolario. Poi immagino di nuovo l’età post-adulta (che è quella che vive chi ascolta musica post-rock e fa i post su Facebook e immagina scenari post-apocalittici). Ecco New Orleans, i bar fumosi. I disastri naturali. I disastri naturali e le conseguenze dell’anticapitalismo. La Croce Rossa americana
[ma sei matto? fai la donazione alla Croce Rossa americana? Eh, perché? Ma quelli salvano solo gli obesi].

[soundcloud url="http://soundcloud.com/walwian/20100117-003704"]

Un soundbite dell’indemoniata esibizione di murcof. il pubblico si scatena.

Stralci di conversazioni casuali che indirettamente coinvolgono un Walwian (a turno)

-E basta, è passata la moda dei cappelli alla Pete Doherty!
-Non so’ abbituato a sta in mezzo alla ggente

Reazione e dialogo conseguente:

-Che faccia aveva quello?
-Eh, non l’ho visto in faccia. Però in compenso ho visto quello col cappello da Pete Doherty.
-Era grasso.

Chi e perché abbia detto cosa, non può essere rivelato.


Luca scrive:


Mi confondo tra i fan dell’elettronica.

Ho capito perfettamente quello che sta per accadere.

La spiegazione sta nella semplicità della complessità.

Un messicano salirà sul palco con il suo tavolino e produrrà dei suoni.

Fa musica elettronica che dovrebbe creare un tappeto sonoro, una arredamento

di onde per un ambiente, un habitat per i pensieri e le sensazioni. Ha a che fare,

credo, con la decostruzione. Non c’è voce, non c’è ritornello.

Lo scopo finale, credo, sia quello di riprodurre l’universo e le galassie.

L’universo è come una grande scatola dentro la quale ci sono degli elementi.

Le galassie, i pianeti gassosi e tutto il resto, non sono altro che il modo in cui quegli

elementi si combinano, lasciati alla mercè delle leggi fondamentali della fisica.

La nostra galassia è una hall. Gli elementi sono i suoni del Senor Corona, le leggi fisiche

siamo noi, i nostri pensieri sono quel che si forma. O forse noi siamo i quel che si forma,

e i nostri pensieri sono le leggi fisiche secondo cui la materia si aggrega e si respinge.

Corona/Murcof lavora per sottrazione.

Deve essere come trovarsi davanti alle tele di Fontana.

Deve esserci stato un processo interessantissimo per essere arrivati qui,

ad un messicano con il nome da russo, o da tedesco, che preme tasti su un tavolo.

Per apprezzarlo, ci vuole molta intelligenza, molto self control, e molta cultura.

A me Fontana piace.

A me piace di più Giuditta & Oloferne.

Mi piace la trama, mi piacciono i colori e le scene con cui uno può giocare.

Mi piacciono gli esseri umani che fanno gli esseri umani.

Questo prevede un sacco di controindicazioni, ma le trovo tutte squisite ed adorabili.

“Ehi, aspetta un po’ un attimo…”

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Luca scrive:


Sono diversi. Addirittura, portano strumenti. Non vedo il microfono del cantante.

Non c’è il cantante. Il cantante sta spalmato su degli schermi che trasmettono immagini.

Ho capito. Il cantante sono le immagini. Ok, buono scambio, stiamo al gioco.

I Mokadelic. La maggior parte delle persone, li chiama Mokadelica.

Perchè è così che vanno le cose.

Sorrido.

La musica riempie tutto.

Le onde sonore. Eccole.

Risonanze. Si scontrano con le mie onde cerebrali e producono luce.

Il suono non si stacca dalla immagini.

E’ un mondo naturale. E’ un mondo in slow motion.

La parte umana si ferma all’esposizione. Le immagini sono emozionanti.

Lo è la natura ripresa ad alzo zero. Diventano emozionanti i piloti di biplano

e gli sciatori dal trampolino. Sono come cormorani. Altre immagini. Come

sarebbe il mondo se non ci fossimo. Come starebbero le cose.

Ci siamo, sottoforma di Mokadelic che sonorizzano la natura, che la guardano,

e fanno qualcosa di tipico della nostra specie: la narrano, la accompagnano.

Credo, ma non sarei così entusiasta nell’ammetterlo, che c’è un principio

molto religioso, in questa sensazione di incanto e fortuna, nell’esserci, nel

poter guardare e raccontare. Lo ammetto con estrema riluttanza: il nostro significato,

come specie, si compie qui, così. Nella narrazione della natura. Perchè facciamo

l’unica cosa che essa non è in grado di fare da sé: avere un’auto-coscienza, di narrarsi,

di ricordarsi, di leggersi, di ripetersi come informazione non-genetica.

Il tuffo dei gabbiani sott’acqua non è più bello o importante, perchè ci siamo noi.

Siamo qui per goderne.

Siamo qui per narrare.

“Questa cosa sta funzionando”


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Matteo scrive:


L’irrazionale e l’Universale. I Mokadelic non li conoscevo. Quando li ho visti, senza pulsanti e con gli strumenti in mano, ho pensato che quelli che bisognava venire ad ascoltare fossero loro. Mi sono sentito ignorante e mi sono rimproverato per essermi entusiasmato all’idea di andare ad ascoltare uno di cui, un giorno non meglio precisato del 2005, avevo comprato un album. Era il periodo in cui leggevo Rockerilla. In cui compravo qualsiasi disco, di qualsiasi genere, che avesse recensioni fumosamente entusiastiche. Mi sono sentito episodico e casuale. Soprattutto casuale. E la cosa, sconcertante all’inizio, è diventata consolatoria. Sono casuale. E allora?
Mi accorgo, con rammarico, di aver incrociato almeno dieci volte il chitarrista dei Mokadelic mentre cercavo Murcof. Qualcuno mi ricorda che loro, comunque, non sono i Led Zeppelin. Ha ragione, ma io non avrei riconosciuto neanche i Led Zeppelin. E poi comincio a guardare le immagini.
Una lucertola consumata dalle formiche, il decollo di uno Shuttle al contrario. Come sarebbero le cose se potessimo vivere fuori da noi stessi, fuori dal tempo, fuori dalle logiche causa-effetto. Come funzionerebbero le cose se Newton avesse torto e se tutti avessimo torto e se le divinità avessero torto e se Darwin avesse torto e se tutti, in ogni istante, avessimo contemporaneamente torto e ragione? Immagino la moltiplicazione degli universi, tutti diversi e con percorsi autonomi. Esisto in altri milioni di vite. In altrettante sono morto. In infinite non sono mai nato. Deve anche essercene un numero non ipotizzabile in cui la nascita e la morte non sono possibilità. I cormorani che fanno picchiate al rallentatore e verso l’alto. È come quando si legge un testo a partire dall’ultima parola, si analizzano i dettagli, ci si concentra sulle parole perché è tutto così maledettamente innaturale. Ci si sente in un altro Universo, costruito con logiche estranee. Non ci sono cose scontate, non esiste il riempimento automatico e il T9 è una cazzata. La cronologia delle ricerche. Stratificazione dei tentativi di conoscenza. Stratificazione dei fallimenti. Ci sarà di certo un Universo in cui la cronologia delle ricerche procede per sottrazione, in cui, anziché aggiungere, bisogna sottrarre. Capisco Murcof, e mi ricordo che in fondo l’avevo capito un po’ anche prima. Questa sera aveva semplicemente sbagliato Universo. Forse anche io. I Mokadelic mi piacciono. Hanno dei suoni consolanti. Adatti all’Universo che abitano in questo istante. Sono in sintonia, risuonano. Le immagini, è per le immagini. Se Murcof avesse avuto le immagini sarebbe stato diverso. Penso all’homo videns e mi vergogno per la retorica trita. La spiegazione risuona così banale che non me la spiego neanche e mi accontento di pensare che sia perché hanno gli strumenti.
C’è uno che ulula e una che suona le nacchere. Davvero. Non capisco il perché, poi mi convinco che anche loro, come Fernando Corona, abbiano sbagliato Universo.

"> In una cosa Heron è simile a Kalamazoo: l’isolamento è lo spirito dei nostri tempi. Dall’Impero di Heron non si esce. Chi ci è nato, ci resta, con solo qualche eccezione. Si può uscire da Heron se si è in missione con l’esercito, se si è in esplorazione di territori da conquistare, se si è una spia, se si muore. Non ci sono altre possibilità, non ci sono molte speranze. Prima del Secondo Medioevo, gli stati sembravano tutti più vicini tra loro perché la libertà era forgiata da circostanze più favorevoli. Si racconta ci fossero veicoli volanti che attraversavano i continenti, che una condizione di costante minaccia non attraversava ogni strada del mondo, che c’erano territori vastissimi senza guerre, che i confini erano disegnati e stabili quasi ovunque. L’Europa, che non era ancora tagliata dalle acque, che non era ancora un carnaio tra isole, aveva costruito una lunga pace dopo secoli di sangue. In quell’età, in Africa non c’era il più pericoloso e potente tra i paesi del mondo e, ovviamente, la terra su cui oggi si innalza Kalamazoo era sul fondo dell’oceano.

Heron ha un sovrano, che è anche capo supremo dell’esercito. Presidente perpetuo, Efren Bennz è un dittatore che fa il suo dovere di dittatore. Tiene saldi i principi che Cassius impresse sul destino di quel popolo di sopravvissuti, un destino cui i fondatori di Kalamazoo fuggirono con eroismo. Qui il valore militare viene prima di ogni altro, viene prima della famiglia e della religione. L’unica arte conosciuta è quella della guerra. Nei decenni, i beni accumulati nelle conquiste hanno solo alimentato la ricchezza delle élites e irrigato il terreno del potere personale. Una società stratificata e poco differenziata, rigida e profondamente povera. Su questo regna Efren. La dittatura qui, come forse in ogni altra luogo nel tempo e nello spazio, si fonda su un principio molto semplice e meschino che governa gran parte delle azioni umane: l’uomo è disposto a barattare indegnamente una quantità senza confine di felicità in cambio di una miserevole sicurezza.


Questo principio, tuttavia, si alimenta solo se tra gli individui la paura diventa un vizio diffuso in modo capillare e totalizzante. Il mondo là fuori viene dipinto come il nemico più intollerabile. Nemico della grandezza di Heron, nemico del benessere dei suoi cittadini, nemico della sua ideologia. Un’ideologia in realtà povera e basata sul rigore, sul prestigio della forza dell’impero, sulla superiorità della sua discendenza, sulla grandezza dei suoi sovrani. Allo stesso modo, la dittatura diventa garanzia contro le incertezze della vita interna. Economiche, in primo luogo. Ad ogni famiglia, viene periodicamente e equamente assegnato ciò che serve per la sopravvivenza in cambio di lavoro per la grande macchina da guerra di Heron. Anche i militari vengono retribuiti così, ma la loro reputazione e il loro potere è effettivamente maggiore rispetto a quello di un operaio, di un artigiano, di un contadino. Solo i più alti gradi dell’esercito accedono alla spartizione delle ricchezze che si riversano come cascate a partire dalla fonte primaria: le conquiste.

È così che la sicurezza mostra il suo volto il più feroce: la protezione da presunte minacce esterne e da eventuali rischi interni lascia completamente nudi di fronte al potere senza eccezioni che il tiranno stringe stretto tra le mani. A questo si aggiunge che la morte diventa qui una pena cui si va incontro alla velocità della luce. Non serve essere stati infedeli all’impero, basta una risposta poco prudente nei confronti di un militare, basta venir meno alle regole. E quando le regole non sono dettate da una carta, ma dalla mano implacabile di un’arbitrarietà che non conosce norme, consenso e contrappesi, nessuno può dirsi libero. La tortura, la prigione, l’isolamento sono deterrenti implacabili per chiunque non si uniformi ai dettami di un luogo che non conosce luce.

Nell’ultimo anno, ci sono state rivolte. Non sembra bastare più la legge della paura, che sia impietosa, come la pena di morte, o che sia viscidamente demagogica, come la distribuzione equa degli strumenti per la sopravvivenza.

Nell’ultimo anno, a Heron si è insinuato un germe, è arrivato lentamente, come la vecchiaia. Si è fatto strada tra la miseria e tra le voci. Quelle per cui esistono altre terre incontaminate da abitare e che forse c’è un posto, aldilà del mare, che la luce la conosce, in cui sicurezza e felicità non sono necessariamente in bilico su una brutale proporzione inversa. Questo germe è chiaramente il germe del malcontento, che è il primo motore della protesta.

Berlin non ha mai sedato una rivolta, ma sa bene che ogni volta la repressione è stata violenta, senza pietà. Dice che non vuole gli capiti perché la sua testa in questo momento è un mondo in disordine e non sa più chi sia il vero nemico. Spesso, più che alla fuga, pensa al fatto che debba appoggiare la rivoluzione, già da ora, già da prima che i confini dello stato siano definiti.
-E comunque, io non uccido, in realtà. Sparo bolle. Immobilizzanti.
-Bolle immobilizzanti?
-Sì, sono sfere trasparenti che escono da qui.
Apre il palmo della mano destra davanti al mio viso e abbassa come un ventaglio le dita fino a rimanere con l’indice puntato davanti ai miei occhi. L’afferro, lo guardo da più vicino e non vedo niente:
-Hai la pelle modificata? Spari bolle dai pori?
-No, no! Sparo con questo.
Mi mostra un guanto nero, che tiene legato ai pantaloni. Un tubo sottile parte da un cinturino e termina sull’indice. Nella stanza completamente bianca di Berlin, quel guanto nero sembra il neo che ho sul seno.


Siamo arrivati qui seduti su delle poltroncine, attraverso un tubo in discesa, siamo venuti nella sua stanza perché lui ha i miei vestiti e in questo posto posso mangiare qualcosa. Mi spiega che sono la sua ospite. Da una cabina di metallo estrae una zuppa che ha un sapore dolce, simile a quello delle patate. È buona e ne chiedo un’altra. È solo mentre sono al secondo piatto che mi accorgo che un cittadino di Heron si sta prendendo la mia fiducia con una facilità oggettivamente non accettabile. È solo che ora non trovo molte alternative alla fiducia. Ad esempio, in questo momento potrei morire di fame se non mi fidassi. In realtà, un’alternativa ci sarebbe: il lettore emozionale monouso. Ma non mi va di chiedergli di poter controllare la sua affidabilità. Mi sembrerebbe di offenderlo, mi sembrerebbe fuori luogo. Mi ha cercata e mi ha salvato la vita in fondo. Non mi pare molto credibile la possibile teoria della trappola, non penso proprio voglia farmi del male.

E così lui si chiama Berlin. Il nome di una città.
-Anche io ho il nome di una città.
-Sì ma il mio è migliore del tuo. È la città che dà il nome al disco più triste della storia del rock. Per me la tristezza è un valore importante, mi costringe a trovare vie di fuga.
Poi, continua a spiegarmi che qua a nessuno è consentito di ascoltare musica, tanto meno questo genere di musica. Lui lo fa di nascosto. Tiene la collezione fuori dalla base, in un posto segreto. Solo in alcuni casi, come per le trasmissioni, ne porta delle copie sotto terra. Da dove viene il suo tesoro?

Quando Cassius prese il potere, un ragazzo di diciassette anni, un musicista, salvò dalla distruzione del database i fascicoli sul rock che i fondatori di Kalamazoo non riuscirono a portare via. Si racconta che Cassius ne ordinò l’esecuzione capitale: dopo l’affronto dei fuggitivi, un gesto simile era da considerarsi intollerabile. C’è chi dice che fu ucciso nel bosco, altri sostengono che visse sugli alberi una lunga vita, chi in una grotta ai margini dell’oceano, altri ancora raccontano che trovò rifugio in una terra vicina. Ad ogni modo, quel ragazzo nascose la parte di collezione in un luogo che in pochissimi hanno conosciuto.

Ricapitolando, circa 150 anni fa, il rock conservato dalla catastrofe nel database africano fu in parte portato sull’isola di Kalamazoo, dove si disperse tra l’uragano e la battaglia e venne parzialmente recuperato dai Cercatori. Un’altra parte, destinato alla distruzione decretata da Cassius, fu invece salvato. E viene protetto da generazioni. Berlin ne è l’ultimo custode. Ogni custode ha avuto un nome legato alla musica, per questo va molto orgoglioso del suo.

-Ti racconto tutto questo, Oslo, perché ho usato il tuo lettore monouso su di te, mentre dormivi. L’ho trovato nella tua sacca e ora so che di te posso fidarmi.
-Hai rubato.
-Sì.
-E io ora come mi fido di un ladro?
Alza le spalle. E fa bene, che tanto si sa che la fiducia è sempre e solo il problema di chi se lo pone. Poi, Berlin si siede vicino a me, io guardo la tazza della seconda zuppa finita. Lui guarda le sue scarpe. Ha la voce di una persona buona e quando parla a me viene da sorridere, anche quando avrei voglia di arrabbiarmi. Forse è per il suo accento, che è così diverso dal mio. Forse è che c’è qualcosa di realmente indifeso che ancora fatico a risolvere.
-Se mi porterai a Kalamazoo, avrai una copia di tutta la mia collezione, catalogata in fascicoli integri, rimasti intatti dal giorno in cui il database fu separato.

-Perché non prendi un veicolo… che ne so… un veicolo militare e vai dove ti pare?
-I veicoli militari vengono comandati e controllati dalle basi. Se riesco a salire su un combo ho una possibilità vera di riuscire ad andarmene.

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Mi spiega che non verrò uccisa dai soldati solo perché Kalamazoo è attualmente “zona neutra”, non considerata nemica, nonostante le storie dei nostri paesi abbiano avuto origini segnate dall’ostilità.
Ma io sono comunque una straniera, ho sangue barbaro. Il solo fatto di aver dormito accanto a Berlin è considerato empio.
Perché lo hai fatto? Perché mi andava. Il fatto, poi, che lui abbia utilizzato la strumentazione dell’esercito per diffondere musica è ritenuta una grave violazione del codice militare. Perché lo hai fatto? Perché sì. Dice che non sarebbe la prima volta che infrange queste regole. Ad ogni modo, dopo che sarò stata ricondotta ai confini, verso il mare, lui avrà una settimana di isolamento. Ma se Nova accetterà, dalla spiaggia Berlin non tornerà indietro, non ci sarà pena per lui perché verrà con noi. Sparerà sugli altri militari che avranno avuto l’ordine di scortarmi e aspetteremo il combo per Kalamazoo.
Sembra un piano facile. Ma ho l’impressione che non lo sarà.
Tra l’altro, non c’è certezza che Berlin abbia le qualità per poter entrare a Kalamazoo, per superare i test di ingresso, ma lui accetta il rischio di non averle. Tuttavia, qualcosa mi sembra una carezza della speranza sul suo progetto: in lui deve essere sopravvissuto un attaccamento sano per la libertà, ingenuo, puro, incurante. Nonostante a Heron la libertà sia ostracizzata, lui ha deciso, forse senza saperlo, di accettare nel profondo solo le regole che condivide, le altre le critica o le infrange. Il suo spirito non è morto. Deve essere per questo che, seduti sul suo letto, ora Berlin canta Berlin, me la fa sentire con la sua voce e, mentre lo fa, guarda non so dove e muove la testa. In questo momento, quella canzone non è tanto triste come aveva detto. Anzi, sembra lanciare in quest’aria buia un pretesto per sentirsi un po’ felici.

Valentina Parasecolo


"> “Questa è la prima volta da qui a 60 anni che non c’è una band per cui uno farebbe qualsiasi cosa. Non esiste una band, oggi, per cui farei qualsiasi cosa.”

“Hai ragione. Io per esempio stravedo per i (omissis). Davvero. Ma non gli andrei neanche a comprare le sigarette.”

Parole dure, sicuramente. Qualche anno fa più spinosa fu la domanda che strillò in copertina NME: quanti degli Arctic Monkeys sono ancora vergini? L’inopportuna questione, con grande mancanza di tatto, nacque probabilmente a causa della giovanissima età dei componenti della band. Gli Arctics (o i Monkeys?) sono venuti fuori presto. Sono venuti fuori forte. Sono venuti fuori bene. Che cosa accade intorno a loro, mentre fanno album? Cosa accade al cuore della band? E soprattutto, perchè di loro non parla il telegiornale della sera? Com’è, al giorno d’oggi una band che esplode?

Gli Arctic saltarono fuori con un grandissimo disco. La maggior parte delle cose, sono opera del chitarrista-compositore: Alex Turner. E’ lui, il fulcro di quello che è accaduto, non solo all’interno della band.


WHO THE F*CK IS ALEX TURNER?

Alex ha scritto tre album con la band. La sua è probabilmente la più originale e più tecnicamente valida rock & roll band degli ultimi 20 anni. Fanno musica inglese, yes sure, e la cosa eccezionale è che non suonano come qualcun’altro. Hanno un loro suono – il suono del rock & roll degli anni ‘00 – un loro timbro, una loro originalità. Hanno superato la trascuratezza atavica nei confronti sezione ritmica della band. Hanno cambiato un mucchio di cose. Alex Turner è un front atipico. Senza aspettare il declino della sua band, con un gesto di serissima autarchia, ha dato vita ad un side-project, The Last Shadow Puppets, una band che trae ispirazione dalle sonorizzazioni e dal cinema inglese degli anni 60. E’ come dire che per salvare un matrimonio, si è fatto l’amante. Molto maturo, Alex.

Alex Turner è un ragazzo quieto. E’ un’anomalia. Non si fa spaccare i denti in una rissa, non rilascia interviste, non fa sparate, conduce una esistenza saggia. Ci eravamo abituati ai guai con la giustizia. Ci eravamo abituati alle droghe. Ci eravamo abituati alle fughe, alle risse, alle interviste incendiarie o patetiche. La finzione era più divertente degli album, ad un certo punto. Alex Turner si concede due vezzi: una capigliatura smaccatamente ispirata ai suoi idoli – cosa c’è di più innocente? – e insistere con l’idea di mettere la musica davanti a tutto, fare album.

La sua band è nata su myspace. MySpace, come tutto quello che proviene dal mondo dell’informatica, è profondamente in contrasto con l’estetica del rock & roll. Il rock & roll è il rumore delle cose che accadono e di chi ne cavalca l’onda, nell’eterna illusione di fregarsene. In effetti, è straniante immaginare una band che copia e incolla codice html per mettere widgets sul proprio profilo, quando solo 10 anni prima, la band che avrebbe dominato la scena del Paese, non ancora del tutto globale, si procurò il contratto volendo suonare per forza ad un concerto in cui non erano stati invitati. E’ una contraddizione affascinante:
Turner & The Monkeys nascono in mondo moderno, nascono su web, e appena mettono il becco fuori, iniziano a fare le cose all’antica. Fanno album, ignorando che la maggior parte del pubblico non ascolta più lp, ma scarica mp3 in maniera assolutamente random. Non è una cosa secondaria. C’è qualcuno che crea qualcosa per essere fruita in modo, e il pubblico ne fruisce in modo diametralmente opposto. Il rock come lo conosciamo è stritolato da questa distanza.

Il problema degli Arctic Monkeys, a dispetto di quello che dice NME (“Alex Turner l’uomo più cool del pianeta“), è che Alex non è un sex symbol. Nessuno nella band lo è. E’ schivo. E intorno a loro, non c’è una scena che possa dare di matto per una nuova, grandissima band, che per altro non ha affatto l’aria di essersi sparata all’esordio le cartucce migliori. Loro sono a posto. Hanno tutti i numeri. E’ il pianeta che ha smesso di ascoltare la musica, almeno nel modo in cui intendono i Monkeys. Turner rimane uno giovane adulto. Farà cose splendide. E’ scritto nel suo volto e nei suoi capelli. Ne suoi vestiti, nell’impressione che si stia vestendo come, ma in maniera così poco artefatta, neorealista, da sembrare immediata, vera, trasparente. La differenza di Alex Turner sta nell’aver preferito la Fender alla Gibson, scombussolando la tradizione, suonandola con quella posa vagamente retrò, ma che era tanto che non si vedeva. Nel modo in cui con la sua band ha riempito il palco di Glastonbury, nel suo

“This song is called Mardy Bum”

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e la melodia va. La melodia funziona. Passa le mani sulle tue guance. Accendi una sigaretta, accenna qualche passo di danza. Loro sono piccoli sul palco. Il pubblico sembra inghiottirli. Il buio sembra oscurarli. C’è qualcosa che brilla, c’è un ragazzo senza pose che canta una canzone, con una chitarra. Jeans e una felpa nera da quattro soldi. Non è cool. Il Glasto è pieno e ondeggia. Le canzoni funzionano e il pubblico è catturato. Rimane enorme. Il ragazzo diventa più grande. Sorridi. Sì. Hai capito. Sembra lui. Sembra lui senza cocaina, megalomania da insicurezza, senza un fratello ingombrante. E’ pura musica. Il peso è quello. L’autorevolezza muta è quella. E’ stare fermi davanti al microfono con lo sguardo asciutto e fisso. E’ non fare una piega. E’ salire  sul palco e dire ora suono la mia canzone e basta.

“You never gonna be my other”

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Ti puoi rilassare. Puoi accendere la prossima sigaretta e guardare mentre accade, once again and again. Puoi sorridere perchè ormai è così. The Chief ha un’erede. Andrà, arriverà dove lui non è stato mai, dove nessuno sa. Pensavamo fosse finita così, che non ci sarebbe stata un’altra storia da raccontare. E’ emozionante. Non se lo aspettava nessuno. Pensavamo che si sarebbero state solo truffe e mash up, remix e iTunes, reunion di bolliti e un certo cinismo glam. Non sarà più né il 1966, né il 1977, né il 1994. Sarà diverso. Si vede la linea, si vede la continuità. Come per il resto delle idee sconfitte, c’è una seconda vita solo quando le cose vanno veramente male. Il rock & roll è un animale del ‘900. Ne senti la mancanza solo quando non c’è. Ora è in una nicchia. Compresso. Aspetta il pubblico che guarda da un’altra parte, che non lo riconosce. Cova. Sopravvive. Do the evolution, Alex.

Luca




"> Scegli quale canzone usare come colonna sonora. Prima di leggere.


BLUE TRACK.EXIT TRACK. / EMERGENCY TRACK.

“Si era presentato in palestra. Era troppo vecchio. Non aveva mai sostenuto un combattimento. Non si era mai allenato. In vita sua, intendo. Aveva posato le sue cose da una parte, si era presentato con un sorriso e i soldi sufficienti per l’anticipo di due mesi. Si era spogliato e  si era messo a lavorare un sacco. Noi lo guardavamo. Faceva solo il sacco. Niente corda, niente pesi. Lui lavorava il sacco. Tra una sessione e l’altra, parlava con gli altri ragazzi, e anche con noi allenatori. Si faceva notare. Sembrava che fosse là da sempre. Era appena arrivato. Si chiamava Lloyd Mills. Non era nessuno. Pare che una volta avesse fatto a botte per strada e buttato giù uno più grosso di lui, altre storielle così. Pare che avesse 25 anni. Non era nessuno. Dopo quattro giorni io non lo guardavo più, ma mi stava simpatico. Ci chiacchieravo. Sembrava che stesse lì da sempre. Mark invece lo guardava. Mark non lo mollava un attimo. Lo studiava. Conoscevo Mark. Se Mark guardava, Mark apprezzava. Mark era stato pugile. Ne aveva messi giù tanti. Mark ne sapeva.”

-E’ il miglior cazzo di pugile che abbia mai visto.
-Ma chi?
-Quello. Lloyd Mills.
-Che cazzo dici…
-Sta zitto e guardalo. Non ha mai tirato di boxe, eppure è un talento. E’ perfetto. Ha una tecnica innata. Non riesco a smettere di…
-Guardarlo. Sì, lo. E ti piace. E’ vecchio. Non è nessuno.
-No. Sì, è vecchio. E’ qualcuno. Dammi retta. Guarda com’è solido. E veloce. E’ il miglior pugile che mi sia mai passato per le mani.
-Spiegami perchè e questo giro te lo pago io.
-Prima di tutto, è tecnico ed elegante. E’ leggero, ma è solido. Sì. Sarà un piuma, un welther. Cazzo, non sa niente di boxe e sembra perfetto per la boxe che piace a me. Fa da solo cose che non dovrebbe saper fare. E’ naturale. Io lo so. Quello è il più grande pugile che io abbia mai visto. Lo voglio, voglio essere il suo coach. Voglio svezzarlo. Voglio portarlo sul ring e vedere come tira giù qualche sacco di merda rumeno o polacco.
-Se lo dici tu allora deve essere vero. Secondo me non è nessuno. E’ un ragazzo simpatico.
-Quanti anni sono?
-Cosa?
-Quanti anni sono che siamo insieme?
-Tanti. Quindic… venti.
-Quante volte mi hai sentito dire una cosa del genere?
-Non lo so. Mai?
-Voglio allenarlo.
-E allora allenalo e non rompere i coglioni.
-Il più grande pugile.
-E’ un ragazzo simpatico. Non è nessuno.
-Di buono ha che si allena senza fare un fiato. Fatica e sorride. Questo te lo riconosco.
-Lui non si lamenta. Vincerà.
-E se perde? Magari ha un buon carattere.
-Vincerà. E’ un pugile forte ed elegante. Non gli sentiremo mai fare un fiato.
-Non si lamenta mai, è vero.
-Non dico bugie.


Li hai sentiti. Non li hai sentiti. Ti importa. Non ti importa. Mark ti allena. Mark ti coccola. Mark ti vizia. Uno aveva detto: a quell’età perchè non è andato a giocare a baseball? Poteva fare il catcher. Poteva mettersi in mezzo a un fottuto campo di segale a fare il catcher. Sarebbe stato un grande catcher. Mark lo aveva licenziato su due piedi. Non ti lamenti mai. Non ti stanchi mai. Non ci avevi mai pensato. Lo hai sentito dire da Mark. Prima non lo sapevi. Prima non ti importava. Prima la fatica non esisteva. Prima il dolore non esisteva. Non ci avevi mai pensato. E’ stata colpa di Mark. “Lui non fatica, non sente dolore, non si stanca e non si lamenta”. E’ stato come dire “non pensare all’elefante rosa”. L’elefante rosa è ovunque, adesso. Non sei abituato all’elefante rosa. Non ti ci fanno abituare. Non lo capisci. Ti spaventa. Non lo conosci. Senti l’acido lattico, senti la paura. Senti il dolore. Guarda l’elefante rosa. E’ alle spalle dello sparring partner. Fermati prima, tanto non ti stanchi mai. Lamentati di quel colpo. Tanto non l’hai mai fatto. Ti alleni. Smetti prima. Smetti sempre un po’ prima. Combatti per finta. Caschetti e protezioni. E’ come farlo dentro un box per bambini. E’ una imitazione di combattimento. Ti coccolano. Ti proteggono. Ti portano in alto. Dicono: non hai mai perso. Tu lo sai: non hai mai combattuto, davvero.

Combattimento, vero.
Vuoi fermarti. Vuoi fermarti un attimo. Vuoi sputare i pezzi di denti e il sangue. Vuoi sbendarti le mani. Solo un attimo. Non si smette. Si continua. Tu vuoi l’acqua e lo sgabello. Vuoi l’angolo. Solo un attimo. Trenta secondi per il tuo regno. Ti stanno pestando. E’ un massacro. Allunghi qualche colpo, lezioso. Apri la guardia. Ti apri al massacro. Non è la tua tecnica. E’ solo un po’ maniera. Guardia scoperta, sei patetico mentre cerchi di assomigliarti. Ti lamenti con l’arbitro mentre lui di spappola i reni e ti spezza l’altro labbro. Guardi il tuo angolo mentre lui colpisce al collo e al sopracciglio. Pensi che vuoi riposare un attimo nel bel mezzo del round. E’ un massacro. La tua unica strategia è sederti un attimo. Chiudere gli occhi, sputare il sangue e i pezzi. La tua strategia è voglio un po’ d’acqua. Ti lavora al costato mentre tu immagini quel che farai nel prossimo round. Il tempo non scorre. Lui non si ferma. E’ un round che non finirà mai. Prima di andare giù. Voglio il prossimo round. Voglio combattere come so fare. Un diretto. Vai giù. Stato confusionale, al tappeto. Hanno detto che hai pianto. Hanno detto che ti sei pisciato addosso. Hanno detto che hai urlato dal dolore. Tu non senti la fatica. Tu non senti il dolore. Hanno detto che hai pregato. Hanno detto che hai implorato. Hanno detto che sei finito. Aspettavi il prossimo round.

-Il più grande pugile un cazzo. Si è fatto massacrare come un cretino. Non ha i coglioni.
-Guarda che lo avevi detto tu.
-Fanculo. Che cazzo gli è preso? Fanculo.
-Gli è preso che ha perso un incontro.
-Ha perso un incontro? Ha perso un incontro? Lui non ha mai combattuto.
-Ha perso un incontro.
-Ascolta: io l’avevo visto. Non me lo sono sognato. Aveva i numeri, aveva tutto. Era il miglior pugile che avessi mai visto. Non gli ha retto la testa. Mi ha tradito. Non ha i coglioni.
-Deciditi, Mark. O non era vero prima, o non è vero adesso.
-Che cazzo significa?
-O era il tuo miglior pugile, e ha solo perso il suo primo incontro, o non era nessuno, e allora non c’è da incazzarsi. Le ha prese lui le botte. E tu per lui cosa hai fatto, eh grande coach? A parte osannarlo, e poi tirarlo giù?
-Io ci ho creduto. Ecco cosa ho fatto per lui. Gli ho permesso di fare quello che voleva fare. Le ha prese con il mio nome, con la mia faccia, con la mia palestra. Non mi ha detto: mi sto cacando sotto. Mi ha tradito.
-O ci ha provato, perchè voleva davvero combattere. Comunque non lo vedremo più, sta tranquillo. Te ne dimenticherai. L’incazzatura passerà. Hai puntato sul pugile sbagliato. Quello non era nessuno.
-Sì.
-E allora non incazzarti. E soprattutto non urlare.
-No. Non mi incazzo. Mi è già passata.
-Beviamo.
-Stupido stronzo di un ragazzino. Ci avevo creduto.

Hai succhiato i tuoi pranzi per un mese. Hai zoppicato per tre settimane. Non ci hai visto da un’occhio per cinque giorni. Continui ad avere gli incubi. Sogni il prossimo round. Ti svegli. C’è solo un altro mattino. Impara ad amare il mattino. Corricchia. Prova a saltellare. Il cervello sciacqua dentro la scatola cranica. Sembra che i denti debbano finire di cadere. E’ stato un brutto sogno. Hai visto il match una volta. Ti sei sentito finito. Hai rivisto il match la seconda volta. Ti sei sentito in colpa. Hai visto il match la terza volta. Hai cominciato a notare gli errori. La quarta volta li hai detti ad alta voce.  La quinta volta non hai capito chi fosse il pugile per terra. Dalla sesta in poi non ti sei più riconosciuto. Conservi i ritagli. Li guardi. Non sai più neanche di che cazzo parlano. Non te ne importa. Sei il più grande pugile.

-Cazzo, hai visto chi è entrato?
-No.
-Mark, è lui.
-Mi fa piacere.
-Eccolo. Controllati.
-Non sarà difficile.
-Ah, è vero. Non te ne frega più un cazzo.
-No.
Ci andò leggero. All’inizio. Gli chiese che cosa fosse venuto a fare. Lui disse che era venuto ad allenarsi. Lui gli aveva detto di no. Lui aveva posato la sacca e si era tolto la tuta. Disse che era venuto ad allenarsi, perchè stava bene, ormai. Mark gli disse che non poteva rimanere. Lui cominciò a lavorarsi il sacco. Come prima. Mark gli disse che non era più il suo allenatore. Lui salì sul ring e combattè, come prima. Mark gli disse che a quel punto poteva anche togliersi dai coglioni perchè della sua retta non se ne faceva niente. Disse che per gli amateurs c’erano tutte le palestre che desiderava. Lui scese dal ring e fece la corda. Mark gli disse che non aveva senso qualsiasi cosa avesse fatto. Lui smise con la corda e prese il sacco leggero. Mark guardò da un’altra parte. Lui andò a farsi la doccia. Mark lo seguì. Io li seguì, da fuori.

-Fatti la doccia, poi vattene. Non serve che stai qui.
-Ho tempo libero e voglia di allenarmi.
-Qui non ci stai per allenarti. Qui ti alleni per combattere. Tu non combatterai più con me. Nè con nessun altro, ma non mi riguarda. Tornatene per strada. Tornatene a casa.
-Fanculo.
-No, fanculo tu. Mi hai tradito.
-Ho perso. A chi importa?
-A me.
-Fanculo.
-Dopo quello che hai fatto ti presenti qui come il fottuto Mohamed Alì del cazzo?
-Sì.
-Esci dalla mia palestra, va a fare il catcher nel baseball o quello che cazzo ti pare. Ma non qui.
-Sai, non mi ricordo neanche dell’incontro. Anzi, non me ne frega proprio niente. Ho perso, e allora? I pugili perdono. Gli allenatori allenano.
-Io invece me ne ricordo. Mi ricordo come hai perso e perchè hai perso. Te ne devi andare. Non combatti più, e io non tengo uno in cui ho creduto ad allenarsi per buttare giù i chili dei cheesburger.
-Voglio combattere. Mi piace. Lo so fare. Tu lo sai. Io lo so.
-Io non so proprio niente. Chi cazzo credi di essere?
-Io sono il più grande pugile.
-Sei uno stupido.
-Sì, sono un pugile.
-
Forse sei un pugile. Non il mio. Vattene.
L’acqua che smise di scorrere e i rumori della sacca. Si stava rivestendo. Stavano zitti. Non li vedevo. Mark uscì dallo spogliatoio per primo. Sembrava tranquillo. Sembrava forte. Sembrava a posto. Poi uscì Lloyd. Sembrava il solito. Era solido. Sorrideva, salutò tutti come se sarebbe tornato il giorno dopo. Scherzò con il ragazzo che puliva i pavimenti. Il ragazzo lo chiamò campione. Lui accennò dei passi e un jab e chiuse la difesa come prima. Il ragazzo rise. Il ragazzo disse ehi campione. Lui fece un sorriso divertito e gli fece l’occhiolino. Colpì il sacco, come sempre. All’improvviso tornò serio, raccolse la borsa, e uscì. Andò via.

WHAT IS YOUR FINAL OPINION?

fatto da Luca.


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