Yes, there really is a Kalamazoo [7]
A Kalamazoo, la scienza e la tecnica sono osservate da occhi attenti, sono coccolate da mani materne, sono divorate da menti che non si sfamano mai. Succede in un vasto quartiere dai colori morbidi, i cui edifici, cubi con tetti ovoidali, sono disposti in una spirale al cui centro si trova un altro edificio: la sfera. Fatta di vetro e oltrepassata da uno scheletro di acciaio verniciato che la sorregge e ingentilisce con colori da arcobaleno, la sfera sembra la biglia con cui giocano i figli dei giganti. Dentro, il computer a cui sono collegati tutti i pannelli multimediali del quartiere, la centralina che dà luce e calore ai cubi, l’archivio delle scoperte e delle ricerche dei suoi scienziati.
Quando entro nel cubo-laboratorio di Dragan, Ago è già lì. Mi accolgono frettolosamente, sono nervosi, di quel nervosismo fratello dell’entusiasmo.
Dragan mi consegna delle cuffie:
-Nuova acquisizione. Segnale captato circa due ore fa, poco prima che di averti chiamato. Lo stiamo localizzando, è ormai questione di secondi.
Uno scioglilingua country, che spinge i miei fianchi in timidi movimenti convulsi, è la canzone che questa volta le onde epsilon hanno portato fin qua.
-Kalamazoo!
Dragan e Ago mi guardano perplessi, forse solo incuriositi.
-Kalamazoo, la canzone dice “Kalamazoo”. È nel solito inglese antico, la lingua del rock. Elenca nomi, sono città, possiamo controllare al centro topografico, ma sono quasi sicura che siano tutte città della vecchia America.
-Bene.
-Credete sia un caso?
-Cosa?
-Voglio dire, che arrivi qua una canzone che nomina questo posto.
Dragan, in piedi, poggia un pugno contro il suo fianco, un altro contro la scrivania e mi risponde con la convinzione dell’uomo di scienza:
-No. Non è un caso. Le onde epsilon si propagano in una sola direzione, è la loro caratteristica. Sono indirizzate verso ovest. L’intensità del segnale si mantiene su 3.7#, ormai ne sono sicuro. Arriva da oltre il mare, la fonte è in nel nord dell’Africa.
Un nome esce dalla mia bocca, il nome nessuno a Kalamazoo ama pronunciare.
-Heron?
-No, non viene proprio dalla città, ma da una terra del suo impero. Proviene dalla costa, la costa occidentale, non dall’entroterra. Arriva dal punto più vicino a Kalamazoo oltre le acque.
Ago, con il consueto tono di voce al limite dell’afonia, si affretta ad aggiungere:
-Certo è che chi manda questo segnale sa che non potrà arrivare troppo oltre la nostra isola. E se anche arrivasse, beh, le canzoni che porta finirebbero per allietare solo i pesci dell’oceano. Quindi, no… non è un caso se stiamo ascoltando queste canzoni. Siamo noi i destinatari… è un po’ emozionante… no?
-Sì lo è, lo è. Mi piace che abbiano scelto anche della musica che parla di noi. Musica che non ho mai sentito prima! Riuscite individuare il posto preciso da cui trasmettono?
-Sì. Come ho detto, serve solo un po’ di pazienza. Si sa che la pazienza è sempre la parte più difficile.
Mentre aspetto, Ago mi spiega che il Consiglio di Kalamazoo lo scorso anno ha autorizzato la messa in orbita di un satellite, il primo della storia del Nuovo Medioevo, che permette di osservare la terra a distanza di migliaia di graffe. Quelli del dipartimento Stelle, pianeti e affini ci hanno concesso l’utilizzo del relativo programma, Globus, giunto all’ultima fase di sperimentazione, per vedere in diretta, o quasi, cosa c’è nel punto da cui trasmettono le canzoni.
-Localizzato. Non viene da un villaggio, non viene da una città. Mi mostra una cartina appena stampata con indicato un punto blu.
La canzone sulle vibrazioni e la canzone sulle città dell’America sono propagate da un punto isolato che appartiene all’Impero.
-Potrebbe essere un accampamento dell’esercito dei mercenari – dice Ago.
Ma Dragan taglia corto sottolineando che non ci sono mercenari nell’impero di Heron, quelli se ne stanno in giro per le isole della vecchia Europa in questo momento. Gli avventurieri della notizia, una manciata di cittadini di Kalamazoo che rinunciano alle calde braccia della città per raccogliere informazioni sul resto del mondo, riportano bollettini di guerra impressionanti da quel continente. I mercenari se ne stanno lì a combattere adesso, non hanno da sbrigare lavoro a Heron. Nessuno osa sfidare l’Impero e l’Impero non ha bisogno di loro, avendo di suo l’esercito più potente in circolazione.
Chi sta propagando onde epsilon lo sta facendo probabilmente in solitudine, da una vallata silenziosa che dà sul mare e guarda verso Kalamazoo.
-Potrebbe trattarsi – suggerisco – di un avamposto dei militari di Heron.
Attiviamo Globus, sullo schermo del pannello appare, in tridimensione, il nome che scintilla circondato da un alone luminoso.
Dragan digita la password, la digita più volte, ma non riesce ad accedere al programma.
Chiama quelli del dipartimento Stelle, pianeti e affini. Dopo attese logoranti e insensate giustificazioni, all’occasione condite dai nostri sospiri e dalle nostre imprecazioni, Dragan riesce a farsi dire che, semplicemente, il sistema non funziona più. Che i tecnici sono tutti impegnati a risolvere la situazione. Che l’intervento potrebbe richiedere giorni. Che si scusano per il disagio. Che il sistema è ancora in fase di rodaggio.
E che, beh, poi si potrebbe trattare addirittura di un sabotaggio.
-Un SABOTAGGIO?!
-Sì, mi dispiace, non posso aggiungere altro.
Chiamata chiusa, l’operatore aggancia. La parola “sabotaggio” è qualcosa ai confini dell’incomprensibile per i cittadini di Kalamazoo. Nessuno di noi ricorda di avere avuto a che fare con sabotaggi, di averne avuto esperienza diretta, nemmeno indiretta. Esistono gli scherzi, esistono gli errori, esistono le proteste. Ma i sabotaggi non appartengono al nostro stile. Nessuno desidera boicottare il sistema e quindi nessuno lo fa. Non sappiamo se essere preoccupati. O se pensare che quelli del dipartimento, davanti all’inattesa scalfitura della loro punta di diamante, ne abbiano trovata proprio una bella di scusa. Sì, preferiamo concordare sul fatto che questo Globus è una fregatura e che quelli del dipartimento è meglio se si rimettono a guardare le costellazioni e a costruire navicelle spaziali.
Stavo facendo le pulizie di casa, quando ho realizzato che è meglio se esco. Quando decido di fare le pulizie, non ho altro motivo che non sia il bisogno di non pensare. Dato che invece continuo a pensare, nonostante detergenti, spugne e panni, dato che quel punto blu non riusce a smettere di essere l’oggetto unico della mia curiosità, dato che proprio quel punto sta diventando la meta finale delle mie intenzioni e che la cosa mi inquieta, beh, dato tutte queste cose, ho stabilito di andare a trovare chi di solito ha le parole più sagge e degne di essere ascoltate, il mio professore dell’accademia.
A Kalamazoo, non c’è l’obbligatorietà degli studi. Ma non conosco persona che non abbia studiato almeno fino ai quindici anni. Alcuni hanno tutori privati, la maggior parte, però, va all’accademia, dove si può mettere le mani e la testa su tutto, dallo sport alla cucina, dalla scienza alle arti. Chi poi, dopo i diciotto anni, decide di continuare a passarne almeno altri cinque sopra i libri, va all’università, ma questo è un altro discorso.
All’accademia, un professore, Castorp Swann, mi ha seguito sulle materie principali del mio corso per sette anni. Mi ha insegnato le lingue, quelle antiche e quelle contemporanee, mi ha insegnato la filosofia e la storia, ma soprattutto, mi ha insegnato a mettere una griglia sulle cose e a interpretarle. Fw>>
Quando arrivo, mi fa sedere in salotto e mangiamo i biscotti verdi che gli ho portato. Il Professor Swann non dà consigli con fare paternalistico, questo lo rende molto più elegante di tutti gli altri comuni maestri. Non ha le movenze rallentate, la pacatezza di un vecchio saggio. In lui, i flussi continui delle impressioni, e dei relativi pensieri, si trasformano in un’energica irrequietudine verbale e gestuale. Il mio più grande maestro batte la penna sul bracciolo della poltrona, mentre parla velocemente e infarcisce le conversazioni di battute caustiche e considerazioni veementi su personaggi, fatti, opinioni. Questo contribuisce a creare il fascino di una guida che ha piena sicurezza della sua visione, una guida che non ha bisogno di catechizzare nessuno, ma che è inevitabilmente generosa e autentica nell’accendere un po’ di luce sul cammino del suo allievo.
Dopo aver sbrigato i convenevoli del come stai e porta i saluti a casa, discutiamo di quanto successo al Consiglio, di quello che intendiamo fare all’ufficio, delle onde epsilon e, soprattutto, del fatto che mi accarezza un’idea che è ogni minuto più lusinghiera e trascinante: andare personalmente a vedere cosa nasconde il puntino blu.
Il professore mi consegna tra le mani un libro “Memorie di Perpetua Sans”. Sono appunti, scritti, biografia della fondatrice di Kalamazoo. Mi suggerisce due righe sottolineate su una pagina che profuma dell’usura magica del tempo.
“L’avevano capito gli antichi, l’avevano ripetuto alcuni moderni. Qua a Kalamazoo, tutti dovranno saperlo. Se c’è felicità in questo mondo, quella va cercata nel talento”.
Cosa è il talento?
-La parola talento viene dal greco antico “tàlanton”, che significava “bilancia”. In realtà, la cosa che pesava finì con il dare il nome anche alla cosa pesata, la moneta. Il talento è la dote migliore dell’intelletto e dello spirito, è desiderio, abilità, dote, ingegno. Il talento è voglia e volontà.
Cosa ci faccio?
-Devi trovarlo, curarlo e liberarlo, senza riserve, senza paure. Devi farlo brillare, esplodere.
Come lo trovo?
-Con l’esperienza. Io diffido sempre dagli imbecilli che sono spaventati dall’esperienza, da chi ha paura del passato altrui, da chi non vuole averne neanche uno per sé: significa non avere idea di come si possa arrivare a sentirsi pieni, di che senso abbia desiderare la vita. Io il mio talento l’ho scoperto alla tua età e l’ho coltivato. È fare lo sviluppatore di talenti, per questo sono un professore. Comunque, Kalamazoo soffre di un grave handicap che i suoi fondatori non desideravano: l’isolamento. I cittadini incontrano molte difficoltà se vogliono uscire di qua, se vogliono conoscere altre dimensioni. Le circostanze scoraggiano il viaggio e il viaggio è importante perché serve all’esplorazione. L’esplorazione porta il confronto. Il confronto è parte essenziale dell’esperienza e della scoperta di noi, di cioè che ci piace, di quello che non ci piace, di cioè che vorremmo essere e di ciò desideriamo cambiare. Tu, vuoi davvero uscire da qui?
-Non so, non ci avevo mai pensato prima d’ora, non pensavo di volermene andare da Kalamazoo. Ho sempre creduto fosse un’idea sciocca. Un suicidio, quasi. Ma, vedi, ora io voglio ascoltare quella musica, voglio conservarla, voglio che che venga suonata. Io voglio conoscere chi sembra come me.
-Probabilmente, il tuo talento è la musica, non il viaggio. Ma è evidente che il viaggio sarà indispensabile per afferrarlo meglio questo talento. Credo tu debba aspettare che Globus venga rimesso a posto. Se quello che vedrai non sono soldati pronti a far fuori il primo straniero, dovrai uscire da qui, lo devi al tuo talento. Sarà comunque un viaggio pericoloso, questo lo sai. Ma possiamo trovare il modo di renderlo più sicuro.
Valentina Parasecolo






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