The Walwian Media Journal
  • Home
  • walwian.com
  • Scrivici
  • Who's Who
  • Prologo

2000-2009


Ci sono voluti dieci anni, ma ne è valsa la pena. Dieci anni di pettinature che sono durate il tempo esatto di farsele crescere, per risultare irrimediabilmente già vecchie. I cappelli da camionista e quelli hip hop, le barbe e le frangette. Le pettinature shakespeariane rivisitate in chiave post-mod e le creste per famiglie. Due Vietnam al prezzo di uno e una assicurazione per la vita: quando saremo vecchi, avremmo qualcosa da raccontare ai nipoti. Le Torri Gemelle, il “cosa stavi facendo quando”, la morte di Michael Jackson, la Crisi, il Re Nero Obama, i G8 (tante piccole Yalta). Le nostre storie, da vecchi, saranno di profilo altissimo, ce la battiamo con gli anziani rincoglioniti di qualsiasi generazione, in barba alla “Fine della Storia” che preannunciava il “Nuovo Secolo Americano”. L’India, la Cina e dieci anni che ti hanno cavato da un’epoca personale fin sulla sua fine, che sia youth o maturità, non importa. Abbiamo scoperto cosa è un decennio, cosa vuol dire riempirlo, attraversarlo, esserne marchiati, aspettare che finisca seduti sul bordo. Sulla scrivania, trovano posto, contemporaneamente, e senza alcun costrutto, un berretto a bustina del vecchio esercito russo, una mazzo di carte da poker dell’FBI con le facce dei ricercati iraqeni (Saddam è l’asso di picche, se ve lo stavate chiedendo), una bussola e una copia di France Football, che vagheggia la rinascita dell’Olimpique di Marsiglia. Una giacca costosa, indumenti da quattro soldi, ed un manuale di qualcosa. Tutta roba che dovrebbe stare dentro un cassonetto, ora.

Un tizio con una spiccata attitudine all’arrampicarsi in posti, parlando dalla televisione, introduce un paio di concetti interessanti. “Esposizione” e “Difficoltà”.  Se uno guarda indietro per dieci anni, non si chiede cosa sia successo. Lo sanno tutti, cosa è successo. La domanda è:  “cosa è vero, cosa è falso?”. Come sempre? Certe volte è più “sempre” di altre volte. E questa è una di quelle.

“Esposizione”. Attraversare un deserto, o la tundra, non è tecnicamente complicato. Si tratta di camminare, disidradatarsi. Ma si è esposti ed isolati. Senza protezioni, senza una minima infrastruttura (di rapporti, per la comunicazione, per spostarsi) che sorreggano nel momento della difficoltà. Mi chiedo, mediaticamente parlando, chi sia stato, in questa decade, davvero esposto, davvero isolato. La risposta è nessuno. Forse. Quando John Lennon uscì dai Beatles, era esposto. Era esposto Burroughs. Quando Mohammed Alì disertò l’esercito americano, era esposto. Erano esposti Primo Levi (e non solo nella prigionia, ma nel racconto della prigionia) e Federico Fellini dopo Lo Sceicco Bianco e I Vitelloni. Era esposto Jimmy Dean. Era esposta l’intera trouppe di Apocalypse Now. Erano esposti/non protetti dalla loro esposizione, dal loro avventurarsi, con il mondo sul bordo a guardarli vivere o morire, farcela o non farcela, un passo indietro, aspettando un cenno di successo, come la luce verde, un ok, mefitico, rassicurante, per  poterli riabbracciare. Bob Dylan andò elettrico, a Portland, davanti ad un pubblico folk. La più grande esposizione dai tempi della maggiore età di Gesù Cristo. Dylan perchè aveva tradito il verbo, rotto con la tradizione: “Judas!” / “I don’t believe you! You’re a liar…” e alla band disse “Play it fuckin’ loud”. Suonatela forte, suonatela forte. E dopo l’esposizione/esibizione di Like a Rolling Stone, guarda il mondo che si ricompatta a sorreggere chi aveva avuto ragione. Cobain, ormai quasi venti fa, non era esposto. Si riteneva esposto. Gli fu ancor più fatale. Esposizione. Un ulteriore sfumatura di significato. Esposto/senza protezione. Esposto/davanti agli occhi di tutti. Ha a che fare con l’emancipazione, si direbbe. Indecent Exposures.

“Difficoltà”. Non c’è stato nulla di semplice. Dieci anni di difficoltà/complessità. La velocità di propagazione non ha niente a che vedere con la difficoltà. La difficoltà nel capire, a causa della complessità di un mondo con più interrelazioni, più caotiche, più determinanti. Non chiedetevi come, chiedetevi perchè. Perchè l’11/09? Perchè il Web 2.0 e perchè la Crisi? Non esiste alcun fenomeno vagamente rilevante che abbia una spiegazione univoca, o riconducibile ad una sola causa. O semplice. Sono scomparse le linee, come concetto. Viviamo in reti concentriche e deformate dalle gravità degli eventi, di ciò che accade, il mondo dei fatti che si deforma come lo spazio-tempo della fisica, se mai è esistita una differenza, una separazione. Indistricabile. E’ un aggettivo che si adatta a questo decennio. Difficoltà. Molto di quello che è nato in questi dieci anni, è difficile e complicato. Anche ciò che appare semplice, è intrinsecamente complesso. Sono morti gli inventori, sono nati i network. YouTube è una canale televisivo. Il know-how per concepirlo, farlo funzionare, farlo essere legale e standardizzato è semplicemente insostenibile, per pochi esseri umani. E se pochi esseri umani ci riuscissero, sarebbero dotati di tool tecnologici a loro volta complessi. Molto know how. Roba tosta, roba da matematici indiani.

Il meglio di questi 10 anni si misura pensando a cosa rimarrà, a cosa ha caratterizzato il decennio, che ne sarà considerato tipico. Il riferimento è a cosa ha segnato gli anni e la cultura musicale, lasciandosi segnare dagli anni. Animali perfettamente adattati all’ambiente. Kanye West, i Franz Ferdinand, i White Stripes. Beyonce, gli Strokes, i Muse. Uccellini e Uccellacci si mischiano, acriticamente, ambiguamente, tra classe e gradimento, tra popolarità e segno artistico, nelle lunghe liste dei giornali. Lo scervellarsi filologico che rotola dentro un pub: “gli Strokes sono una buffonata / gli Strokes sono fichi / chi cazzo sono gli Strokes? E i White Stripes, allora?”. Cosa importa? E’ importante? Ovviamente, no. E’ assolutamente irrilevante. Irrilevante come capire di che natura è stata la nostra identità culturale negli ultimi 10 anni, cosa ci ha ispirato, a cosa ci siamo ispirati, cosa ci ha rappresentati, esposti, identificati. Di che narrazione abbiamo fatto parte? Quale storia è stata la favola della nostra narrazione? Chi ha semplificato la nostra identità? Domande, in realtà, non del tutto secondarie, se si intende l’industria dell’intrattenimento come un gioco. E se si accetta l’assunto secondo il quale è tramite il gioco che il bambino conosce il mondo e riconosce se stesso, il suo ruolo, la sua parte. Chi fa parte di questa generazione, a dispetto dell’età anagrafica, ha impiegato questi dieci anni ad uscire dalla propria infanzia sociale, esistenziale, maybe, per approdare all’inizio della maturità, intesa come maggiore fattezza e determinazione delle forme, non con meno imbarazzi  di quelli con cui si è usciti dall’adolescenza verso the youth. Non è importante fermarcisi a pensare ogni 56 secondi, ma è bene ricordare che il rock & roll, l’arte, la pop culture, è di questo che parlano. Trasferiscono in simboli il clash che ogni generazione affronta, mutevolmente, e ciclicamente, come è ciclico il mutare delle stagioni della vita per milioni di esseri umani.

Questioni sostanziali: adesso ci sono dei cambiamenti, qui, ora.

Guardati alle spalle. Guarda la tua collezione di dischi. Guarda chi sei stato e chi è stato te. Guarda nello specchio. Solleva lo specchio e guarda il muro. Tocca il chiodo. Guarda. Dieci Anni. Nessuna citazione. Nessun ammiccamento. Nessuna pietà. Le cose che sono veramente contate, dall’iniziazione alla formazione, appartengono tutte ad altre generazioni. Sono più vecchie. Sono di tutti, ormai, ma non propriamente mie, tue, nostre. La nostra roba è un mucchio di merda caaarina. Prima ce ne accorgiamo, prima risolviamo la questione. Non si tratta di rinnegare. Non si tratta di rigetto. Si tratta di guardare e capire. La nostra roba è stata debole. Il che non vuol dire che non sia stata buona. E’ stata delicata. La nostra roba si è caratterizzata per una diffusa mancanza di fegato o semplicemente di grandeur, o di essenzialità. Dieci Anni. Ecco parte di quello che rimane.

Alone with everybody / Halfway Between The Gutters And Stars / Kid A / Standing On The Shoulder Of Giants / Amnesiac / Black Rebel Motorcycle Club / Britney / Origin Of Simmetry / Pop Tools / Audioslave / Come With Us / Elephant / Songs For The Deaf / Up The Bracket / Sea Change / Absolution / Canzoni dell’Appartamento / Get Born / Is This It? / Think Tank / Youth & Manhood / Franz Ferdinand / Down In Albion / Don’t Believe The Truth / Guero / Lullabies To Paralize / You Could Have It So Much Better / Life On Other Planets / Whatever People Say I Am That’s I Am Not / La Malavita / () / Send Away The Tigers / Studio150 / The Age Of Understatement / I Am… Sasha Ferce / Romance At Short Notice / The Good The Bad & The Queen / Como Te Llama? / Say Yes To Michigan / Blonde Comme Moi / Graduation / Riot Act / One Of The Boys.

Pezzi di pezzi di pezzi. Qui c’è solo qualcosa di questi dieci anni, incompleto (forse) e personalissimo (sicuramente). Ognuno ha le sue, ognuno ha i suoi. Butta giù i tuoi. Guardali in fila e chiediti a chi hai creduto veramente. E visto che everything must pass, chiediti se non sei, infine, davvero stanco, di questi Dieci Anni, vagamente scostante, solo perchè non ti calzano più addosso come pensavi. Una noia inquieta, che non sa di nostalgia, un distogliere lo sguardo, un non mettere la giacca dell’anno passato perchè tanto non mi riconosco neanche un po’. Il mondo diviso in tre: chi muore, chi fa imitazione di vita, chi evolve. Si tratta semplicemente di scelte, si tratta di fare i becchini al momento giusto. Se le sensazioni sono queste, è perchè tutto quello che siamo stati è già quel che siamo ora, e non va rivangato. Ci sono così tante cose da fare, ora. C’è così tanto da essere, ora. Se le sensazioni sono queste, è perchè sono passati Dieci Anni. Le cose cambiano.

A New Decade To You, L.

">

La gente pretende eternità universalità univocità tutte cose che con la vita non c’entrano niente. La gente si convince del dover giurarsi qualcosa del genere, qualcosa di quasi impossibile, perchè rifiuta l’idea di vedere le cose finire. Se ci si arrendesse con dignità a questa regola, la paura morirebbe di fame. Se ci rifiutasse di ingabbiare l’altro e di lasciarci ingabbiare, se saltassero le menzogne e le false aspettative, l’amore potrebbe non doversi esaurire, potrebbe essere assoluto, potrebbe essere fedele, o almeno sfacciatamente onesto, prepotentemente bello. Perchè avrebbe solo le sue regole da rispettare e quelle sono così semplici, sono naturali, immediate, istintive. Tutto è già sbagliato quando ti dicono “fidanzato”, quando ti dicono “mio”, tutto comincia a diventare fasullo e a sporcarsi. Perchè? Perchè non dire solo “tu sei la persona che amo”? Ti amo ora, nel presente, ti voglio e ti proteggo, non pretendo che tu mi appartenga, ho solo il desiderio di stare là a godermi come sei, restare nella poesia il più a lungo possibile. Siamo amanti, non fidanzati, siamo noi, invece che nostri. Potremmo smettere di avere paura di non essere capiti, di temere di vederci scappare tra le mani. Così si scoprirebbe che eternità universalità univocitàsono falsi problemi. Che non c’era bisogno di giurarseli. Che era facilissimo stare bene. Ma so che questo può spaventare, non a caso, non ho qualcuno a cui dire ti amo da un po’, forse non l’avrò mai, se non a patto di scendere a compromessi, cosa non molto rispettosa verso me stessa, in fin dei conti. E non a caso, comunque, la pillola A è stata creata. Inventata con l’idea che quelli che per me sono falsi problemi meritino risposte meno spaventose. A base di ossitocina e Kaplan (un principio attivo che prende il nome dal suo scopritore), la pillola A, dal greco “anteros”, è il carburante dell’amore corrisposto. Conserva intatte le emozioni come all’inizio, finché morte non vi separi. E visti i recenti studi sull’ibernazione incrociata alla realtà virtuale, non è detto che a Kalamazoo sia presto possibile avere anche un amore a prova di morte. La pillola A viene utilizzata da più del cinquanta per cento delle coppie di Kalamazoo, è una vera droga somministrabile anche attraverso cerotti. Nessuna controindicazione. Ti ritrovi solo con una macchia indelebile sulla nuca, all’altezza del cervelletto. Una macchia ocra lucente, quasi dorata, della grandezza di una nocciolina.

-Io ci ho ripensato: se Rosen tornasse e me lo chiedesse, forse sarei disposto a prenderla la pillola A.

-Probabilmente, te lo impedirei e poi, con il tempo, mi ringrazieresti.

Poco dopo, arrivano Ago e Dragan, che mi consegnano una scatola di metallo che serve a captare le onde epsilon, mi serviranno a rintracciare la fonte e a mettermi in contatto con Nova per il ritorno. Nel locale, suonano la solita musica di Kalamazoo, noiosa, fredda, ipnotica, vorrei sentire qualcosa che mi faccia venire voglia di alzarmi dalla sedia e ballare, vorrei un po’ do rock’n'roll. Sarò che non è una bella serata per dirmi a presto, scorre tra pensieri pigri, vagamente ansiogeni, sostanzialmente non piacevoli. Non servono a molto gli abbracci fuori dal locale, mentre la notte è iniziata da poco e mi dividono poche ore dall’incontro con Nova per la mia partenza. Ma a qualcosa servono le parole di Alexis “Se non torni entro il prossimo G, ti vengo a cercare”. Gli riesce sempre bene di essere protettivo.

Io, Nova e i militari viaggiamo su un Combo standard, sei posti, capace di attraversare un continente intero in un paio di ore, tenendosi a minimo due graffe da terra e dall’acqua, di volare sopra a crepe e burroni, di immergersi o di proteggersi dalle fiamme. E’ una delle punte di diamante dell’esercito del mercenari, uno spasso da migliore dei luna park, per un comune mortale. All’uscita da Kalamazoo, sotto la sua porta, sotto a quell’arco altissimo dalle pareti che sembrano bronzee o verdi o viola, come la pelle di una lucertola, due ufficiali della guardia ci controllano carte e documenti e si accertano della mia registrazione per il ritorno.

Ci lasciamo alle spalle la coltre invisibile del manto di amido elettronico e entriamo nel mondo là fuori. Non incontriamo vagabondi, banditi, non incontriamo nessuno pronto a colpirci, desideroso di farci del male, non incontriamo nessuno. Solo una natura vergine, solcata appena da qualche strada polverosa per i pochi viaggiatori che vengono dal mare e che raramente vanno verso il mare. Passiamo in mezzo agli alberi, all’altezza della pancia dei loro tronchi, a volte saliamo più in alto, se la via si fa troppo stretta. Qua fuori c’ero stata solo per brevi escursioni con i Cercatori, per il campeggio, per qualche gita. Quando il Combo si libra sopra l’oceano, realizzo che il passo che ho deciso di fare è irreversibile. Comunque vada, tornerà con i segni o magari non tornerà.

Vediamo già le coste dell’Africa quando Nova  comincia a raccontarmi la sua storia, quella terra si staglia sotto di noi. E’ fatta di montagne nuove, aspre, e di vallate coperte di neve

I due militari sono silenziosi, siedono davanti, il Combo si guida da sè.  Costeggiamo per qualche centinaio di graffe il confine nord ovest dell’Impero di Heron, scendiamo di quota quando il display con la mappa ci segnala che il puntino blu è vicino.

Nova mi racconta che si è arruolata sei anni prima, che ha portato con sè i figli, cresciuti nei campi di guerra, insieme a altri figli di soldati, alle loro mogli.

-Perchè l’hai fatto?

-Ricordi la festa di fine accademia?

Io non ho buona memoria per questo genere di cose, per riportare a galla quel ricordo dobbiamo fare un’operazione di recupero delle informazioni, luogo, presenti, aneddoti. Solo con i dettagli riesco a farmi tornare in mente la serata. Ricordo il mio vestito, liscio, stretto, rosa antico, ricordo che dietro aveva uno spacco. Mentre io e Nova andavamo verso la festa, quella sera, lo tiravo già a forza per tenere nascosto il mio corpo dagli occhi di uno studente universitario che camminava alle nostre spalle.

Appena sorrido davanti a questa immagine comparsa nella testa, vedo formarsi una crepa sul vetro anteriore del Combo che intanto procede lento a qualche passo dal terreno innevato, in un ambiente bianco, spettrale, in cui il cielo si distingue dall’orizzonte solo perchè appena più grigio. Ai nostri lati, file di montagne sembrano venirci addosso. Una crepa sul vetro, che si dilata. Sento un sibilo acuto attraversare l’aria accanto al mio orecchio sinistro. Istintivamente lo tocco, dita rosse, ho sangue sulla mano. Un boato grave, spaventoso, arriva dalle montagne o forse dalla strada davanti a noi. Guardo Nova, un’espressione di pietra le blocca il viso, gli occhi fissi sul militare che siede di fronte a me. Lui ha una guancia a brandelli, una fontana di sangue che si riversa sul sedile. L’altro urla:

-Mettete i caschi! I CASCHI!

Nova mi spinge sotto al sedile, accovacciata, tengo le mani strette contro le orecchie. Ma un altro boato attraversa le mie dita, entra nei timpani, afferro il casco che lei mi passa. Provo una paura senza precedente, stringo gli occhi, serro le ciglia forte, come quando nel sonno, da bambina, mi sforzavo di scappare da un incubo e di risvegliarmi.

Il Combo sobbalza come scosso da qualcosa. Tonfi sordi vengono da tettuccio. Quando riapro gli occhi, vedo Nova sparare verso l’altro, contro le lamiere. I proiettili fanno fori grandi come albicocche sopra di noi. Giro ancora di più la mia testa, con lo sguardo finisco sul militare che siede davanti a Nova e vedo una cosa che mi gela. Il tettuccio sopra di lui è completamente scoperchiato, un braccio metallico affonda dentro, la mano alla sue estremità afferra una spalla del soldato che con l’altra spara per liberarsi. Mi alzo da dietro il sedile. Guardo davanti a me mentre Nova mi grida di stare nascosta. Vedo il militare scaraventato a terra, sulla neve, fuori dall’abitacolo, due ragni di acciaio ma viscidi, con perle nere come occhi e gambe che terminano con mani tridattili, sono accanto a lui. Uno dei due ci guarda, mentre l’altro viene colpito da una raffica di colpi sparati dal militare sfigurato, che riesce a disintegrarlo. Nova si fa spazio tra i sedili, esce dallo squarcio sul tettuccio. Sull’avambraccio sinistro, uno scudo la protegge dai colpi del ragno meccanico. Con la mano destra impugna un’arma con cui spara senza sosta fino a quando il nemico collassa a terra tra le scintille. Poi esce dal Combo e raggiunge il militare che ha un braccio ferito. Riesce a trascinarlo nel veicolo.

È finita.

Sono sotto shock. Io non ci sono abituata alla violenza, non ho idea di cosa sia. Ho visto la morte qua, a un millimetro, arrivata dal niente. Fisso i rottami sulla neve, che si è sciolta intorno alla carcassa dei ragni. Sento un fischio ovattato nelle orecchie. Nova mi sta parlando, non la sento.

Andiamocene. Andiamocene. Andiamocene.

In quel momento, la scatola di metallo che mi hanno dato Ago e Dragan, emette un bip dalla sacca che ho con me. È il segnale che c’è una trasmissione in corso. Riesco a staccare gli occhi dal vuoto, apro la sacca, prendo la scatola, le cuffie e ascolto. Ci metto un po’ a concentrarmi, a capire cosa dica la voce che parla. Pronuncia parole su una chitarra fragile, su un piano timidissimo, racconta di una terra, quella da cui vengo, la vecchia Atlantide, risputata dagli oceani con la grande catastrofe. Un coro mi trascina fuori dalla dimensione senza senso e coordinate in cui mi trovo. Vengo ributtata a forza tra le voci, i suoni, i colori. Torno all’improvviso alla realtà.

Hail Altlantis,
Way down below the ocean where I wanna be she may be,
Way down below the ocean where I wanna be she may be,
Way down below the ocean where I wanna be she may be.
Way down below the ocean where I wanna be she may be,
Way down below the ocean where I wanna be she may be.
My antediluvian baby, oh yeah yeah, yeah yeah yeah,
I wanna see you some day

-Nova, io me ne vado, io seguo il segnale, è a pochi passi da qui. Io non vengo con voi.

-Io penso che questa sia una scelta da pazzi. Non ti faccio da mamma, Oslo, non spreco tempo a cercare di convincerti. Io ho due compagni da riportare a casa immediatamente. E tu hai non più di quattro secondi per decidere di venire con noi o di restare qua a morire.

-Servono meno di quattro secondi. Io resto.

-Bene. Allora prendi questi e spara a qualunque cosa si muova. Quando ne hai abbastanza, cercami.

Mi consegna uno scudo, un tubo lucente caricato a laser e proiettili e mi consiglia di non togliere il casco per nessuna ragione.

Io sto facendo la cazzata più grande della mia vita, credo sia evidente a chiunque.

In pochi minuti mi ritrovo sola, circondata dai fantasmi, che a malapena so che significa sparare, che un terzo del peso delle armi che ho addosso servirebbe a farmi venire un ernia. Devo fare solo qualche graffa, il segnale viene da poco più avanti. Cammino, mi guardo continuamente intorno, sento rumori ovunque, affretto il passo, mi faccio venire il fiatone. Ho tanto freddo. Viene giù acqua ghiacciata che si muove con un vento spietato che mi taglia la faccia. Vedo appena dove sto andando, la bufera è così forte che devo chiudere gli occhi, sono sola, cieca in un mondo sconosciuto. Chiudo gli occhi e cammino ancora. I miei piedi affondano nella neve fino a sentire uno scricchiolio, breve, appena udibile. Il terreno si fa di ghiaccio e io non ho idea di dove sto appoggiando i miei piedi, cerco solo di andare veloce e di essere leggera. Sento un peso terribile sul petto, è il freddo che si unisce alla fatica in un vincolo che uccide.

Credo che sto camminando in discesa, quando crollo a terra, ginocchia, mani, viso nella neve, tubo e scudo sulla schiena, casco incastrato tra le labbra e la nuca. Nessuna sensibilità degli arti, acqua ghiacciata scende ora piano e si posa addormentata sui miei occhi, sui capelli, le guance. La mia pelle bianca si mimetizza su uno scenario albino. Quando stai per morire, sei troppo stanco per fare qualcosa che non sia mollare. L’ultima cosa che vedo, sono tre sagome, credo siano spiriti. Vorrei chiedere aiuto, ma sono afona, come nei sogni.

Uno sconosciuto in una tenda sconosciuta in un luogo sconosciuto.

-Ciao, come ti senti?

-Male.

-E vuoi stare sola o vuoi compagnia quando stai male?

-Compagnia, grazie.

-Allora, se ti va, ti faccio compagnia io.

Lì, su un giaciglio che odora di terra e candele, a fatica riapro gli occhi. Con lentezza metto a fuoco il viso di chi mi parla. Ma quasi subito, mi vengono in mente due possibilità.

Per me le cose si metteranno o splendidamente o da schifo. Perché io non ho mai visto occhi così, mi viene da star male. Sovradimensionati, non hai scelta: o guardi loro e solo loro o quelli pretendono che abbassi lo sguardo in segno di sconfitta. Si schiacciano appena sotto il peso di sopracciglia chiare che sembrano confondersi con la pelle. Scendono un po’ verso i lati esterni, come un dipinto che cola. Negli occhi che vedo c’è qualcosa di decadente e di sbagliato. Forse se ne potrebbero trovare altri di occhi del genere. Se non fosse che sono grandi, grandi e verdi e luccicano. Mentre il quadro si scioglie, loro vivono. Negli occhi che ho davanti vedo un mondo che crolla e un atto di fiducia, una luce che ti mette a nudo e ti sbatte tra orrore e meraviglia, tra sublime e tragico, tra malinconia e dolcezza. Se fissi quegli occhi, ci vedi tutto e tutto sembra troppo.

scritto da Valentina Parasecolo.


">

">

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=wMD7Ezp3gWc&feature=fvw&w=300&rel=0]

“Se solo avessi paura, un po’ di paura, sarei un uomo salvo”.

Questo disse una sera Alexis, vomitando accovacciato sul tappeto della cucina di casa mia quattro bicchieri di Liquido, riserva 5. Il Liquido è una sostanza simile all’alcol, sapore analogo a quello di uno sciroppo di lamponi. Colore blu intenso. Abbatte barriere inibitorie e assicura l’oblio delle azioni per le sei ore successive al secondo bicchiere. Non è illegale perché, in genere, la gente sa controllarsi a Kalamazoo. Vietarlo sarebbe considerato quasi paternalistico, inopportuno. Alexis quella sera si rialzò, si asciugò la bocca con un panno da cucina acciuffato al volo, mi abbracciò forte biascicando un ti voglio bene, trascinandolo a forza tra i denti come l’ultimo addio prima della morte. Poi uscì e andò al suo primo appuntamento con Rosen.

Quella frase, lui la dimenticò il secondo dopo averla detta, probabilmente. Del resto, non ha ricordo neanche del resto della serata, delle prime ore insieme a lei: ha scordato le sue scarpe appena uscite dalla scatola e il mantello di raso tenuto al collo da una catena di rame, ha scordato come lo guardava divertita con la porta di casa alle spalle, ha scordato le confidenze timide, a volte sussurrate, appoggiati al bancone di un locale, ha scordato il primo bacio che sapeva di lamponi vomitati e di una voglia che non conosce schifo. Perché è la voglia dell’inizio, della prima volta. E la prima volta ha dentro i desideri accumulati nei secondi o nei giorni precedenti e conosce la fortuna di fregarsene di quelli successivi. Si compie in un attimo teso e sconsiderato, la prima volta è sempre come caricare una pistola e sparare, è l’eccitazione davanti al sipario che si apre. Scordarsi una cosa così è un peccato perché è il pezzo migliore, l’inizio è il momento più felice. Anche per questo hanno inventato la pillola A.

Comunque. “Se solo avessi paura, un po’ di paura, sarei un uomo salvo”. Lui l’ha dimenticata questa frase, a me viene spesso in mente. È una di quelle frasi che riaffiorano inaspettate, quando cammini solo, per strada, e ogni passo è protetto dai pensieri. Come le parole delle canzoni. Io sento che il mio cervello canta spesso i Ramones, il gruppo con cui mi sono conquistata il posto onorevole nella seconda divisione dei Cercatori. Hurry hurry hurry before I go insane, I can’t control my fingers, I can’t control my brain, Oh no no no no no. Appena fuori città, al confine con il bosco, trovai un pezzo di stemma dei Ramones stampato su un tessuto logoro, nascosto dalla terra umida. Iniziò la ricerca, misi annunci, chiesi in giro. In cambio di lezioni di cucina e inglese antico, barattai con un vecchio tre album che da decenni la sua famiglia teneva nascosti e dimenticati in mezzo a reperti polverosi risalenti alle origini di Kalamazoo. Con un po’ di risparmi del mio fondo-casa, comprai delle loro foto autografate che un ragazzino aveva trovato lungo il fiume. Una studentessa mi regalò una spilla e un poster che con la sorella aveva trovato nella vecchia villa dei nonni. E con questo ricco tesoro, un fascicolo quasi intero di un gruppo, mi presentai dai Cercatori, che mi accolsero pieni di fiducia, la famosa fiducia che ho calpestato a dovere.

Globus non funziona, il dipartimento Stelle, pianeti e affini ha abbracciato con imbarazzo il silenzio. Dall’Africa continuano a trasmettere la stessa musica, a intervalli irregolari di ore, a volte giorni. Il tempo che passa si è portato via la paura che serve alla salvezza e ha lasciato in cambio una curiosità morbosa. Se avessi ancora un po’ di paura, se ne avessi a sufficienza, io non andrei dove sto andando. Il Professor Swann si è rassegnato senza troppe resistenze al mio desiderio, ha fatto una chiamata e mi ha dato le indicazioni per organizzare la mia partenza. Me le ha introdotte con una domanda: ricordi Nova?

Chi se la scorda Nova? La mia compagnia dell’accademia, amica dal primo momento in cui l’ho vista muoversi, a qualche passo da me. Stava trattando con violento disprezzo un ragazzino che era stato il mio incubo peggiore per anni. Il primo giorno dell’accademia, scoprii che lui era di nuovo in classe con me, me lo ritrovavo ancora tra i compagni, dopo sei anni di scuole inferiori spesi a difendermi da domande crudeli, taglienti come le lame dei coltelli. Ma come ti vesti? Ma quanto sei sfigata? Ma quanto sei brutta? Quel primo giorno di accademia, a lui venne in mente di portare una nuova vittima nel mattatoio dell’offesa gratuita. Ma non sapeva due cose. La prima è che i bulli sono destinati al pensionamento precoce, all’accademia cominciano già a essere roba fuori moda. La seconda è che presentarsi a una come Nova esordendo con un “Che schifo di capelli, mi sembri una becchina” conduce probabilmente alla famosa valle di lacrime. Lei lo guardò, fulminea, testa-piedi, tirò fumo dalla sigaretta che stringeva tra le dita e con superiore eleganza, nera come la tunica che le stringeva un corpo ancora acerbo, gli diede le spalle. Lui rispose all’affronto con una spinta. A lei cadde la sigaretta che spense subito con gli scarponi, si voltò, occhi pieni di una rabbia forte e controllata, alzò le vesti a metà coscia e gli rifilò un calcio dritto dove fa più male. E fece molto male. Ci guardammo con sorrisi compiaciuti, ero già sua complice: in un momento, le mie paure furono esorcizzate e mi ritrovavo con il desiderio di avere qualcuno vicino. Per sette anni, fummo inseparabili. Dopo sette anni, con la festa del diploma, se la portarono via gli eventi. Io andai all’Università, lei si sposò e partorì due gemelli. La città divenne grande per noi, si accumulò il senso di colpa reciproco delle interminabili chiamate di colpo interrotte e non più fatte. Forse, sentivamo entrambe il peso di un tradimento, quello di aver deciso per strade diverse. Forse, avevamo stabilito tacitamente che ci eravamo servite l’una per l’altra abbastanza, che ci dovevamo lasciare libere di vivere, rimanendo complici solo nei ricordi.

Il cielo su Kalamazoo va a fuoco, io cammino veloce per il Quartiere bianco, entro nella Galleria sociale, che sta alle porte della piazza principale. Qua, ogni giorno, gruppi di cittadini stanno ordinati dietro a banchetti disposti sui lati. Sono rappresentanti di associazioni, club, partiti, uffici, dipartimenti. Chiunque abbia una petizione da far firmare, un evento da sponsorizzare, una causa da sostenere, una voce da far sentire, chiunque abbia bisogno o voglia di attrarre gente al proprio gruppo, viene qua, alla Galleria sociale, perché attraversa un quartiere molto trafficato, pieno di negozi, bar e ristoranti: i cittadini ci passano nelle pause dal lavoro o prima di tornare a casa, in momenti in cui sono più disposti ad ascoltare.

Il Professor Swann mi ha detto che è qui che troverò Nova, lei sa come aiutarmi.

Mi fermo più volte, la galleria è affollata, è ora di punta per il traffico pedonale di Kalamazoo. Mi guardo intorno, non la vedo, mi chiedo quanto potrà essere cambiata negli ultimi sette anni. Come saranno i lunghi e sottili capelli biondo cenere, i capelli che imbevevamo di camomilla concentrata nei pomeriggi spesi in camera a chiederci come si fa a piacere a un ragazzo, a chiedersi se quel ragazzo lo vedrà il riflesso del sole che fa la camomilla concentrata sui capelli biondo cenere.

A un certo punto, la mia attenzione viene rapita dalla voce di un uomo che protesta contro un banchetto. Mi avvicino, i curiosi sono stipati intorno alla scena.

-Chi ha bisogno di un esercito a Kalamazoo?! CHE DIAVOLO CI FATE VOI QUA?! Tornatevene da dove siete venuti!

L’uomo continua, non riceve risposta, è un monologo in cui cerca di arringare anche la folla:

-Guardateli, guardate questa gentaglia. Uomini senza patria, uomini senza scrupoli! Ammazzano per denaro. Si vendono al miglior offerente nell’interminabile guerra dell’odio. Tornatevene in Europa, lì avete il lavoro, qui non servite a niente! Andate via! Kalamazoo non vi dà i suoi figli, Kalamazoo non ha bisogno di voi!

Dietro al banchetto, tre militari dell’esercito dei mercenari. Uno di loro è una donna, è Nova. Io la guardo. Ha ancora il viso di una adolescente. Bella, pelle compatta, occhi vivaci, bocca che tiene a stento la risposta di fuoco che vorrebbe sputare addosso al pacifista. Il suo mento è solcato da una cicatrice, una frangia leggera le si apre sulla fronte, i capelli sono corti.

-E tu, Nova, tutti ti conoscono qua. Eri una cittadina di questo posto. Hai rinnegato le tue origini di pace per rincorrere una vita fatta di distruzione, di morte. Hai portato i tuoi figli in guerra. Sei una vergogna, un’umiliazione per tutti noi!

Si alza un applauso sommesso. Io intervengo, modulando la voce al punto tale che l’uomo mi possa sentire, facendomi spazio perché lei mi possa vedere.

-Tu sei libero di manifestare. Tutti a Kalamazoo conosciamo il valore della protesta. Ma le scelte personali di un cittadino appartengono alla sfera più intima e intangibile di un altro valore, quello a a cui teniamo di più, la libertà. Offendere in pubblico questa sfera fa un danno non solo all’offeso, ma a tutta la comunità che questa libertà difende!

Forse ci ho messo troppa enfasi. Qualcuno, alle mie spalle, si mette a ridere. Io farei lo stesso. Ad ogni modo, porto a casa un uno a zero decretato da un applauso nettamente più vigoroso di quello conquistato dall’avversario. Ma non è sufficiente a farmi smettere di sentirmi in imbarazzo. Quindi, forse vigliaccamente, forse per puro spirito di mediazione, consiglio con fare diplomatico e accattivante di lasciare i mercenari liberi di continuare a reclutare eventuali candidati, anche perché nella galleria c’è spazio pure per banchetti che ricordino i vantaggi e l’opportunità di non andarci in guerra. Informato a dovere, il cittadino sceglie, non c’è bisogno di cacciare nessuno dalla galleria o da Kalamazoo.

Quando la folla si disperde, Nova si avvicina a me. Nell’abbraccio, tremiamo come fanno gli amanti dopo una lunga attesa. L’emozione si stempera solo davanti a un tè, in un bar tutto fiorellini e velluti all’ingresso della galleria. Mi dice che la sua è una storia lunga da raccontare, che se decido di partire, avremo il tempo di parlarne. Aggiunge che il Professor Swann gli ha accennato la mia di storia, ma che vuole sentirla narrata da me. Lei sembra segnata da un passato ben più denso, fitto, profondo del mio e io mi sento quasi in imbarazzo a spiegare che voglio partire per una curiosità che forse è quasi un capriccio, che in questi anni io conosco solo ora un motivo per rinunciare al caldo abbraccio di Kalamazoo e che forse questo motivo non è neanche tanto valido. Lei risponde chiosando a margine la svolta della mia vita a 25 anni. Li firma così, insegnandomi qualcosa di indimenticabile:

“I moventi dell’azione nascono dal desiderio di cambiare e si desidera di cambiare quando non si è più felici. Oslo, io non penso esistano motivi validi o meno quando si tratta di cercare la felicità. Sentire che il motivo c’è è già la validità dell’azione. Non importa dove questa ti porterà, quello che conta è avere il coraggio di dar retta al movente, al motivo, al desiderio, di accettare il cambiamento perché la trasformazione è forse l’unica verità che abbiamo davanti agli occhi durante tutta la nostra vita. È una certezza degna di essere assecondata. Perché se il fiume scorre impetuoso, puoi costruire una palafitta. Ma verrà distrutta. O forse vivrai tutta la vita con la paura che accada. In alternativa, puoi costruirti una barca meravigliosa e lasciarti trasportare dall’acqua. Sarai sbattuta da una sponda all’altra, urtata dai rami tra le onde, vivrai l’ebrezza di una cascata, sarai cullata lentamente dal torrente, conoscerai le rive, finirai nel mare. Forse, alla fine dei conti, non avrà avuto senso, come non lo aveva stare fermi a guardare le acque su una palafitta aspettando di crollare giù. Ma io so che sarà stato di certo il percorso più meritevole di essere vissuto”.

Passiamo minuti in silenzio, ci guardiamo con tenerezza. Mi dice che lei e i suoi compagni sono venuti a Kalamazoo per reclutare soldati e perché, domani, si incontrerà con il Presidente, Ivoria Roi, e il Gran Consigliere, Fabulous O’Brien. Non faccio domande sul perché, lei non dà ulteriori spiegazioni. Tra due giorni ripartirà alla volta del Mediterraneo. Faranno scalo sulle coste africane. Sono disposti a scortarmi fino alla meta. Non mi importa se i mercenari sono persone con cui la fiducia va dosata, lei per me è la ragazzina con la tunica nera che dispensa calci a chi se li merita e è la donna che mi regala nuove lenti davanti a un té, sette anni dopo l’ultimo nostr0 saluto. Io mi fido di lei, quindi accetto, e mi ritrovo così, con solo una manciata di ore a dividermi da una barca meravigliosa che va, che naviga sulle acque violente e spaventose di un fiume in piena.

Valentina Parasecolo

">

Ho conosciuto per caso gli Arancioni Meccanici. Forse li ho conosciuti per forza. Forse io me ne stavo tranquillo a bere dopo un lungo viaggio, così ottuso dalle mie stesse aritmie da tenere in mano un drink colorato ed adolescenziale senza il minimo senso del pudore. Volevo un porto, mi becco una caipirinha. Francamente, non ricordo molto, ma sono pronto a giurare di aver visto per la prima volta gli Arancioni almeno due, tre o quattro volte. Non è un dato importante. Sicuramente è più indicativo dire di loro che dopo aver chiuso il concerto con una cover dei Primal Scream, sostengano che sono cover band dei Primal, appunto, e che l’ultimo pezzo sia roba loro.

In realtà gli Arancioni fanno un sacco di confusione. Dipende dal fatto che sono una rock & roll band. Come tutte le rock & roll band che si rispettino, hanno la loro lista di influenze. Dai Doors ai Primal, con tutti i suoni sgargianti degli anni 80, fino ad un passo più indietro. Il cantante degli Arancioni Meccanici, quando parla, ha un accento incredibile. Io non sono bravo con gli accenti. Ma lui ne ha uno tutto suo. Quando canta, la sua voce diventa diversa, e il gruppo, a dispetto del line up ballerino, prende coesione, e alza un muro di suono. Proprio come gli Stones. I Rolling Stones, o forse sì, qualche eco proprio dagli Stone Roses. Sempre di pietre, dure, si parla. Ma anche di pietra sinuosa. Cosa ne viene fuori? Il sound. Riconoscibile, adrenalinico, agitato. Gli Arancioni sono immediati. Gli Arancioni si offrono totalmente. Gli Arancioni fanno il loro spettacolo. Gli Arancioni, per usare una vecchia parola, they seem to be indomabili.

Li guardo suonare dentro una galleria d’arte. Mi sembra una scena che vale la pena di mettere in piedi, ripensando alle sigarette fumate fuori dai locali per conoscerci, alle trame dietro alle quinte per convincerli a venire – rileggetevi le interviste: è gente che per suonare è disposta ad occupare, come negli anni 70, e se questa pratica sembra buona e giusta a loro, che fanno lo show, chi siamo noi per dissentire? – e al volto di Fabio di ViaAudio quando gli abbiamo fatto capire che due chitarre, un basso, una batteria e uno scalmanato con microfono sarebbero dovuti entrare in uno spazio generalmente occupato da opere di vetro o ferro, tessuto e china. Invece questa volta ci sarebbero stati un mucchio di muscoli e ossa, dei nervi, e dell’elettricità. Una installazione alquanto ingombrante. Helter Skelter è una canzone tristemente famosa.

Ma oltre questo, e al fatto di essere molto bella, fissa un canone preciso, insieme ad Hey Joe di Jimy Hendrix e qualche altra. Stabilisce il canone dell’Elefante Che Entra Nella Stanza. Ed è esattamente quello che fanno con le loro canzoni gli Arancioni Meccanici. Hanno impreziosito i pezzi. Ci hanno messo i fili d’oro e le trame preziose. Le canzoni risplendono come scudi percossi da lance di ottone. Gli sbrilluccichii elettronici sono molto belli. Sono le loro stesse canzoni e venirne fuori, più carnali della post produzione, molto più basiche che acide, più metalli che non metalli (a cosa sto facendo riferimento? Ascoltate l’album. Ascoltate la produzione). Camera a schiaffo, sul carrellino. Verso l’uscita, guarda da fuori. C’è una rock & roll band che suona una canzone che si chiama Caravan of Love dentro una galleria d’arte. Sta accedendo, è accaduto, right here, right now.

Lo show degli Arancioni Meccanici, di cui ci rifiutiamo di spiegare il nome, perchè E’ evidente da dove venga, è stato dedicato, per gentile concessione di Gianfranco, a:

Paul, dichiarato ufficialmente morto.


">

Nonostante sia alto, l’impressione più immediata di Alessandro G. è stata quella di trovarsi davanti al Piccolo Principe. Probabilmente, a causa dei modi gentili, o della bellezza discreta, o dei capelli à la vague vagamente rinascimentale. Alessandro G. è biondo. E soprattutto, le cose essenziali, come nel caso del P.P., sono invisibili agli occhi.

Se si prende un cantautore e lo si fa suonare in una galleria d’arte, in un giorno feriale, davanti ai passanti, parlare di cose invisibili agli occhi può sembrare un azzardo. E’ stata, da parte di Alessandro il gentile, una prova di forza. Si è caricato la chitarra e la voce sulle spalle, ed ha riempito tutto con le sue canzoni. Si è intrufolato con la voce, e una volta abbastanza vicino, con le pennate ha fatto venir giù quello che rimaneva di ogni distanza. Ha suonato con forza. Ha suonato con coraggio. Ci ha messo mestiere, e ci ha messo spontaneità. E’ stato lieve ed intenso. E’ stato forse straniante vederlo suonare in una galleria d’arte? Era in piedi dove solitamente ci sono preziose installazioni di artisti, prestandosi al gioco di una esposizione vagamente innaturale, che sapeva di nudità. In fondo, l’intero affair è stato un gioco di esposizioni. Noi (Walwian) eravamo esposti, Grazian, si è esposto, la galleria stessa, si è esposta. Eravamo tutti nudi?

Alessandro Grazian è stato visto da molte persone. Durante il Live @  Leo Galleries, c’erano diverse persone. Nel futuro, crediamo, sarà visto da davvero molte persone. Io non so se Alessandro tifi il Genoa e se verrà mai rapito e messo dentro un albergo a Supramonte, ma, hush hush, in via del tutto confidenziale, l’avete sentito qui per la prima volta, sembra proprio quell’altro ragazzo lì. Solo che siamo negli anni 2000, agli sgoccioli, e tutto diventa più fluido, più commistioni, più intrecci, c’è stato Buckley e abbiamo imparato a confondere le tracce e gli odori.

Visioni periferiche 1. C’è qualcosa che tutti hanno visto, ci sono altre cose, che nessuno ha visto. Sono visioni periferiche, momenti, colti con la coda dell’occhio. Uno sono riuscito a conservarlo, è Alessandro che prima dello show gironzola per la galleria vuota, e canta e suona sua chitarra, osservando le carte sui muri. Le uniche carte. Non erano ancora arrivate le copie di Walwian, e in un gioco di rimandi, le carte già presenti erano osservate dal suonatore à la carta della serata. Proprio prima che gli strani disegni moderni lo guardassero suonare, come se fosse un’opera lui stesso, lui che è anche pittore. Il frammento si interrompe con un suono elettrico, un campanellino, collegato alla porta: inevitabilmente, era la rue che entrava dans la chambre.

Visioni periferiche 2. Si gironzola. E’ qualche momento prima che la maggior parte delle cose accada. Il tempo metereologico è brutto. Il tempo gioca brutti scherzi, va avanti e indietro, come le persone davanti alle vetrine. Si ritrae e si espande, corre e si contrae, quasi a scherzare i desideri, gli astanti, le ansie e le voglie. Attraverso la Leo Galleries. E’ uno spazio essenziale, che contiene diversi dettagli che la rendono ora molto moderna, come i lunghi tubi di metallo cromato che emettono luce e calore, ora vintage, come l’edera intrecciata alla grata di una grande finestra. Dai muri bianchi, emergono archetti di mattoni, discreti e occhiuti. Due colonne dall’aspetto antico scendono (colano?) dal soffitto, come a ricordare, in qualche modo, una persistenza della memoria. Cammino e ascolto qualcuno che fischietta. Sorrido. Mi pare assolutamente improbabile che Alessandro Grazian stia fischiettando il tema de I Soliti Ignoti.  Immagino che stia fischiettando qualcos’altro, qualcosa che non conosco, e  che gli somigli. In ultima analisi, non può essere quello. Glielo chiedo, sicuro di fare una magra figura. Invece è proprio così, e Alessandro mi racconta tutto quello che c’è intorno. Dopo tutto, siamo qui per apprendere dai curiosi.

">

">

">

">

A Kalamazoo, la scienza e la tecnica sono osservate da occhi attenti, sono coccolate da mani materne, sono divorate da menti che non si sfamano mai. Succede in un vasto quartiere dai colori morbidi, i cui edifici, cubi con tetti ovoidali, sono disposti in una spirale al cui centro si trova un altro edificio: la sfera. Fatta di vetro e oltrepassata da uno scheletro di acciaio verniciato che la sorregge e ingentilisce con colori da arcobaleno, la sfera sembra la biglia con cui giocano i figli dei giganti. Dentro, il computer a cui sono collegati tutti i pannelli multimediali del quartiere, la centralina che dà luce e calore ai cubi, l’archivio delle scoperte e delle ricerche dei suoi scienziati.

Quando entro nel cubo-laboratorio di Dragan, Ago è già lì. Mi accolgono frettolosamente, sono nervosi, di quel nervosismo fratello dell’entusiasmo.

Dragan mi consegna delle cuffie:

-Nuova acquisizione. Segnale captato circa due ore fa, poco prima che di averti chiamato. Lo stiamo localizzando, è ormai questione di secondi.

Uno scioglilingua country, che spinge i miei fianchi in timidi movimenti convulsi, è la canzone che questa volta le onde epsilon hanno portato fin qua.

-Kalamazoo!

Dragan e Ago mi guardano perplessi, forse solo incuriositi.

-Kalamazoo, la canzone dice “Kalamazoo”. È nel solito inglese antico, la lingua del rock. Elenca nomi, sono città, possiamo controllare al centro topografico, ma sono quasi sicura che siano tutte città della vecchia America.

-Bene.

-Credete sia un caso?

-Cosa?

-Voglio dire, che arrivi qua una canzone che nomina questo posto.

Dragan, in piedi, poggia un pugno contro il suo fianco, un altro contro la scrivania e mi risponde con la convinzione dell’uomo di scienza:

-No. Non è un caso. Le onde epsilon si propagano in una sola direzione, è la loro caratteristica. Sono indirizzate verso ovest. L’intensità del segnale si mantiene su 3.7#, ormai ne sono sicuro. Arriva da oltre il mare, la fonte è in nel nord dell’Africa.

Un nome esce dalla mia bocca, il nome nessuno a Kalamazoo ama pronunciare.

-Heron?

-No, non viene proprio dalla città, ma da una terra del suo impero. Proviene dalla costa, la costa occidentale, non dall’entroterra. Arriva dal punto più vicino a Kalamazoo oltre le acque.

Ago, con il consueto tono di voce al limite dell’afonia, si affretta ad aggiungere:

-Certo è che chi manda questo segnale sa che non potrà arrivare troppo oltre la nostra isola. E se anche arrivasse, beh, le canzoni che porta finirebbero per allietare solo i pesci dell’oceano. Quindi, no… non è un caso se stiamo ascoltando queste canzoni. Siamo noi i destinatari… è un po’ emozionante… no?

-Sì lo è, lo è. Mi piace che abbiano scelto anche della musica che parla di noi. Musica che non ho mai sentito prima! Riuscite individuare il posto preciso da cui trasmettono?

-Sì. Come ho detto, serve solo un po’ di pazienza. Si sa che la pazienza è sempre la parte più difficile.

Mentre aspetto, Ago mi spiega che il Consiglio di Kalamazoo lo scorso anno ha autorizzato la messa in orbita di un satellite, il primo della storia del Nuovo Medioevo, che permette di osservare la terra a distanza di migliaia di graffe. Quelli del dipartimento Stelle, pianeti e affini ci hanno concesso l’utilizzo del relativo programma, Globus, giunto all’ultima fase di sperimentazione, per vedere in diretta, o quasi, cosa c’è nel punto da cui trasmettono le canzoni.

-Localizzato. Non viene da un villaggio, non viene da una città. Mi mostra una cartina appena stampata con indicato un punto blu.

La canzone sulle vibrazioni e la canzone sulle città dell’America sono propagate da un punto isolato che appartiene all’Impero.

-Potrebbe essere un accampamento dell’esercito dei mercenari – dice Ago.

Ma Dragan taglia corto sottolineando che non ci sono mercenari nell’impero di Heron, quelli se ne stanno in giro per le isole della vecchia Europa in questo momento. Gli avventurieri della notizia, una manciata di cittadini di Kalamazoo che rinunciano alle calde braccia della città per raccogliere informazioni sul resto del mondo, riportano bollettini di guerra impressionanti da quel continente. I mercenari se ne stanno lì a combattere adesso, non hanno da sbrigare lavoro a Heron. Nessuno osa sfidare l’Impero e l’Impero non ha bisogno di loro, avendo di suo l’esercito più potente in circolazione.

Chi sta propagando onde epsilon lo sta facendo probabilmente in solitudine, da una vallata silenziosa che dà sul mare e guarda verso Kalamazoo.

-Potrebbe trattarsi – suggerisco – di un avamposto dei militari di Heron.

Attiviamo Globus, sullo schermo del pannello appare, in tridimensione, il nome che scintilla circondato da un alone luminoso.

Dragan digita la password, la digita più volte, ma non riesce ad accedere al programma.

Chiama quelli del dipartimento Stelle, pianeti e affini. Dopo attese logoranti e insensate giustificazioni, all’occasione condite dai nostri sospiri e dalle nostre imprecazioni, Dragan riesce a farsi dire che, semplicemente, il sistema non funziona più. Che i tecnici sono tutti impegnati a risolvere la situazione. Che l’intervento potrebbe richiedere giorni. Che si scusano per il disagio. Che il sistema è ancora in fase di rodaggio.

E che, beh, poi si potrebbe trattare addirittura di un sabotaggio.

-Un SABOTAGGIO?!

-Sì, mi dispiace, non posso aggiungere altro.

Chiamata chiusa, l’operatore aggancia. La parola “sabotaggio” è qualcosa ai confini dell’incomprensibile per i cittadini di Kalamazoo. Nessuno di noi ricorda di avere avuto a che fare con sabotaggi, di averne avuto esperienza diretta, nemmeno indiretta. Esistono gli scherzi, esistono gli errori, esistono le proteste. Ma i sabotaggi non appartengono al nostro stile. Nessuno desidera boicottare il sistema e quindi nessuno lo fa. Non sappiamo se essere preoccupati. O se pensare che quelli del dipartimento, davanti all’inattesa scalfitura della loro punta di diamante, ne abbiano trovata proprio una bella di scusa. Sì, preferiamo concordare sul fatto che questo Globus è una fregatura e che quelli del dipartimento è meglio se si rimettono a guardare le costellazioni e a costruire navicelle spaziali.

Stavo facendo le pulizie di casa, quando ho realizzato che è meglio se esco. Quando decido di fare le pulizie, non ho altro motivo che non sia il bisogno di non pensare. Dato che invece continuo a pensare, nonostante detergenti, spugne e panni, dato che quel punto blu non riusce a smettere di essere l’oggetto unico della mia curiosità, dato che proprio quel punto sta diventando la meta finale delle mie intenzioni e che la cosa mi inquieta, beh, dato tutte queste cose, ho stabilito di andare a trovare chi di solito ha le parole più sagge e degne di essere ascoltate, il mio professore dell’accademia.

A Kalamazoo, non c’è l’obbligatorietà degli studi. Ma non conosco persona che non abbia studiato almeno fino ai quindici anni. Alcuni hanno tutori privati, la maggior parte, però, va all’accademia, dove si può mettere le mani e la testa su tutto, dallo sport alla cucina, dalla scienza alle arti. Chi poi, dopo i diciotto anni, decide di continuare a passarne almeno altri cinque sopra i libri, va all’università, ma questo è un altro discorso.

All’accademia, un professore, Castorp Swann, mi ha seguito sulle materie principali del mio corso per sette anni. Mi ha insegnato le lingue, quelle antiche e quelle contemporanee, mi ha insegnato la filosofia e la storia, ma soprattutto, mi ha insegnato a mettere una griglia sulle cose e a interpretarle. Fw>> (more…)

">

Siamo anche qui, e qui, ecc…

Archives

  • March 2010
  • February 2010
  • January 2010
  • December 2009
  • November 2009
  • October 2009
  • September 2009
  • August 2009
  • July 2009
  • June 2009

Recent Comments

  • Dott.ssa Peola Borghese on Ecco come ci si innamora di John Cusack/Lloyd Dobler
  • mary on Ecco come ci si innamora di John Cusack/Lloyd Dobler
  • valentina on Ecco come ci si innamora di John Cusack/Lloyd Dobler
  • Peola Borghese on Ecco come ci si innamora di John Cusack/Lloyd Dobler
  • Daria on Coffee, Cigarettes & iPad

Tags

"yes" 8½ 9/11 10 11 12 13 14 14 juillet 1789 15 16 60's 65daysofstatic AAA about a boy acqua di colonia(lismo) addii aftershow parties a lad insane alexander kapranos alienazione alpha alì amici miei a new decade apple a qualcuno piace freddo a spasso con walwian berlin Black bugie cash daisy dylan giovani adulti heron kalamazoo live @ leo galleries moon oslo salutorget Steve jobs valentina parasecolo walwian ▋

© 2010 The Walwian Media Journal, All Rights Reserved.