Yes, there really is a Kalamazoo [6]
O c’è il silenzio o ci sono tre stadi. Nel primo caso, si medita e si lasciano lavorare angoscia, vuoto e solitudine come acqua ossigenata su un taglio. Brucia, poi passa.
Altrimenti, ci sono i tre stadi. E lì, si agisce.
I tre stadi sono: umiliazione, rabbia, disperazione. Sono queste le fasi che ogni innamorato che si rispetti deve passare quando viene lasciato.
Ecco a voi la fenomenologia dei tre stadi.
Caso: Alexis Gellar; maschio; 28 anni.
Informazioni: lasciato da 74 ore dopo 3 anni; con lettera; da Rosen Jusupov.
Tempi di osservazione: 13 ore circa.
Ore 09:46 – UMILIAZIONE
-La dignità. L’orgoglio. Mah.
-Vuoi bere qualcosa?
-No, dico, la dignità, l’orgoglio… ma che concetti sono? Che me ne faccio? Che se ne fa la gente? Sono idee fasulle. Che complicano le cose. Tu te ne fai qualcosa?
-Sì, credo. Non so. Sì, direi… dipende. Non so. Ma penso che ti faccia male stare senza lavorare. Già prima ti tormentavi abbastanza su questa questione, eppure lavoravi, voglio dire, avevi la testa impegnata. Ora che sei stato licenziato, colerai a picco. Sarà un bel casino.
-Lo so, lo so. Sì, voglio bere qualcosa. Usi il distributore creativo, no? Ecco, inserisci lo stato stato d’animo “depressione da abbandono”.
L’abbandono è una questione importante. Avevo dieci anni. Sette giorni al campeggio del catechismo, a un centinaio di graffe da qua. Ero tra i più piccoli del gruppo. Per la maggior parte dei ragazzini quella era l’occasione per assaporare un po’ di libertà dalla famiglia: credo che quasi tutti concordassero sul fatto che c’era di che essere felici a vivere un’esperienza simile. Per me, invece, quella sarebbe stata solo una vicenda traumatica. In sette giorni, non ce ne fu uno senza lacrime, non mi capacitavo di come i miei avessero voluto spedirmi in mezzo a una mandria di bambini appena cresciuti impegnati a rifilare a qualcuno il primo bacio o a schierarsi in gruppetti elitari alla cui guida c’erano splendidi tredicenni depositari del misterioso e ambito segreto della popolarità.
Io, nel frattempo, scoprivo solo come ci si poteva sentire soli, in fondo inadeguati, sostanzialmente esclusi. Scoprivo il pudore della doccia in bagni comuni. Scoprivo l’odore dei cipressi su una panchina di pietra, in mezzo a lucertole e polvere. Scoprivo cosa significa illudersi. Perché una notte mi svegliai all’improvviso, avevo faticato ad addormentarmi dato che la nostalgia mi logorava anche quando si trattava di trovare il sonno. Qualcuno nella camerata stava russando. Ma in un momento, fui convinta a russare fosse mia nonna, che finalmente ero tornata a casa, dalla mia famiglia, che ero al sicuro nel posto più sicuro del mondo: il suo grande e caldo letto. Mi riaddormentai con una sensazione indelebile. Quella che lascia l’inganno crudele della mente. Un inganno così doloroso, così spaventoso che delle volte ancora penso che forse quella notte io non mi sono mai svegliata, che ancora dormo in quella camerata triste, in mezzo a estranei, dove la luce entra da una finestra stretta, in alto, e i sogni, di cui questa vita è parte, sono l’unico posto sicuro a disposizione.
-Ecco qua: caffè, vaniglia, panna, cannella e varie sostanze per tirarti su l’umore.
-Ah. A me non piace la vaniglia. E neanche la cannella. E neppure le sostanze che mi tirano su l’umore. Ecco, voglio restare depresso. Lo sai che Rosen ha un altro?
-Davvero?
-Sì.
-Chi te l’ha detto?
-Nessuno.
-Li hai visti?
-No, no. Lo so e basta.
-Ah, lo supponi.
-No, lo so. È evidente, cazzo. Aveva un profumo nuovo una settimana prima che mi lasciasse. Un profumo buono e costoso, che sapeva un po’ di agrumi e un po’ di vaniglia, di quelli che fanno alla Boutique degli odori. Perché? Perché?!?! Si è comprata un profumo nuovo per piacere a un altro? No, magari. È chiaro il perché, mica sono scemo io. Gliel’avrà regalato quello.
-Quello chi?
-Uno.
-Uno chi?
-Uno sui 38, 40 anni massimo, uno di “bell’aspetto”, un “bell’uomo” ecco, con qualche bel capello grigio ai lati, con qualche bella rughetta ai bordi degli occhi, con la bella casa, il bel conto in banca, il bel lavoro e tutto il resto. Non so se ci siamo capiti…
-Sì, forse.
-Beh, io mi sono capito. Uno di quelli che una donna è un autocompiacimento in primo luogo. E pure in secondo e terzo. Per questo regalano profumi buoni e costosi. Senza fantasia. Tanto a che gli serve a loro la fantasia? Che tristezza.
Alexis si alza dal pavimento su cui era sdraiato. Si muove come un moscerino accanto a una lampadina, impaziente e senza criterio, cammina per la stanza.
-Adesso la chiamo, metto l’alteratore vocale.
-Dove l’hai preso?
-Me l’ha dato tuo fratello: ci fa gli scherzi telefonici.
Io non faccio obiezioni, anche se da amica dovrei consigliare di non farlo. Ma, dal momento che quello che sta attraversando è semplicemente lo stadio di una malattia, preferisco assecondare.
Rosen lavora al front office del dipartimento che produce la pillola A. La chiama lì, lei risponde. Lui si finge una donna innamorata che chiede informazioni sull’opportunità di prendere la pillola A e ne approfitta per fare il seguente commento:
-Sai, Rosen, il mio fidanzato è un ragazzo molto originale, è facile innamorarsi di uno così: pieno di vita, di creatività, molto bello poi. Molto, molto bello. Voglio che restiamo così innamorati fino alla morte. Tutte vorrebbero essere la ragazza di un tipo così. E io lo sono.
-Mi fa piacere.
-Fammi parlare, Rosen. È tanto dolce, pieno di attenzioni… Ma non attenzioni grossolane, non è un uomo che ti porta a cena al primo ristorante costoso dietro l’angolo. A lui neanche piacciono le ragazze che si esaltano davanti a certe iniziative. Non so se ci intendiamo io e lei. Il mio ragazzo mi porta a mangiare panini al chiaro di luna, seduti su un prato. Panini al chiaro di luna! Il mio ragazzo mi regala farfalle intagliate nel legno. Non scarpe di pitone. Non volgarissimi profumi da Boutique degli odori. Non è uno che il giorno in cui riesce a partorire l’idea di un buono per un centro benessere, si sente meritevole del premio alla fantasia. Il mio fa volare palloncini davanti alla finestra della mia camera.
-Sì, ma…
-Fammi finire. Voglio dire, il mio mi regala lenti colorate per vedere la vita.
Non so se ci siamo capiti, Rosen. Il romanticismo è un’arte. Non è un capitolo del manuale del quarantenne di bell’aspetto.
-Alexis, sei tu?
-No.
-Alexis, ti ho riconosciuto: da “palloncini” in poi devi aver toccato qualche pulsante dell’alteratore vocale. Sto sentendo la tua voce ora.
-Ah.
-Questa situazione è imbarazzante.
-Sì. Già.
Le chiude in faccia e, guardandomi, mentre bevo il suo caffè alla vaniglia con panna e cannella, aggiunge che l’imbarazzo non è una cosa che lo riguarda, ma che ci deve meditare su e quindi se ne torna a casa. Porta con sé Who’s Next degli Who. Andrà a farsi del male in solitudine.
Fw >> / GO ON! YEAH! /
Ore 13:38 – RABBIA
Raggiungo Alexis a casa sua. Preoccupata appunto per il male che si può fare in solitudine, gli porto il pranzo. Quando arrivo a casa sua, lo trovo seduto sul suo letto. Behind Blue Eyes in loop, gli dà quello che serve per sopravvivere, come stare attaccati a una flebo. In camera non si respira un’aria salubre. Ci sono residui ci cibo sparsi sul pavimento, vestiti in disordine mischiati a foto e libri. Su una parete, ha attaccato un grande foglio blu e con un gessetto bianco ha disegnato quella che dovrebbe essere una Rosen stilizzata. Vicino, ha elencato una serie di aggettivi denigratori per sminuirla.
-Perché mi fa stare meglio-, ci tiene a precisare.
-Ti ho portato il pranzo-, aggiungo mentre apro la finestra per fare entrare un po’ di aria pulita.
-Aria fresca?! Vuoi uccidermi? È come l’aglio per il vampiro in questo momento. Lasciami al mio abbrutimento, per favore.
-Come vuoi, ma almeno mangia.
-Sì, quello sì. Lo sai che ho scoperto? Sono entrato nel suo account, su Piattaforma.
-Non si fanno queste cose. Sono cose penose. E patetiche.
-Sì, vabbè. Io devo sapere. Mi ha lasciato praticamente senza motivi, te lo ricordi? Con una letterina da vera stronza… sì, ok, non riniziamo, tanto lo sappiamo tutti, no?!
Insomma, sai che ho scoperto? Che ha una cartella di file inaccessibile. Che se ne fa Rosen di una cartella così? Lo so io. Ci tiene i segreti sui suoi amanti, dentro ci saranno le foto. Ci saranno le registrazioni delle chiamate, che poi saranno piene di cose erotiche. Si diranno cose erotiche di sicuro, magari si filmano anche. Ecco, già mi sento male.
-Tu sei paranoico. Questa è ormai un’ossessione. Alexis, ora basta, devi smetterla. Un giorno, mia madre mi ha detto una cosa molto importante che devi ricordarti in momenti simili: “La brutta notizia è che l’amore porta tanto dolore, la bella è che quel dolore, prima o poi, finisce”. Non è il dolore di una morte. È solo amore. Finisce che neanche te ne accorgi, devi avere pazienza e basta: arriva la mattina in cui ti svegli, e non è più un peso pensare che lei non dormirà più vicino a te, che non sentirai la sua voce, che non uscirete per passeggiare, che non cenerete insieme, che…
-No, ecco, non ricordarmi queste cose. Non ricordarmi quando cenavamo insieme poi. Ci piaceva cucinare l’uno per l’altra e viceversa. Le sue preferite erano le patate con i funghi: il segreto della mia ricetta stava del burro e nel prezzemolo, sui funghi. E nel sentimento.
-Ok, molto bene. Ma voglio solo dire che invece che fregartene del tuo orgoglio, della tua dignità, del tuo imbarazzo, di te, comincia a fregatene di lei, mettiti già sulla strada a cui sei destinato.
-Ora la richiamo.
-No. Per favore.
-Sì, invece, deve darmi delle spiegazioni chiare. Quelle che non ha avuto il coraggio di darmi finora.
-Fai come vuoi, allora.
-Come tutti.
-Come tutti cosa?
-Tutti fanno come vogliono, in fin dei conti.
Si alza, va in corridoio e l’unica cosa che riesco a sentire dalla camera è il climax ascendente del tono della sua voce e il gran finale:
-E allora SPARISCI, sparisci dalla mia vita!!! VATTENE, SCOMPARI, DISINTEGRATI.
Rientra in camera dando un calcio alla porta. La porta che da ora ha un buco deforme e spigoloso, un danno che servirà a ricordare, nei giorni di serenità, quanto sia stupido non contenere sentimenti tipo la rabbia.
Ore 22:23 – DISPERAZIONE
Mi sto addormentando, quando mi chiama Alexis.
-Oslo, scusa se ti disturbo. Puoi venire sotto casa di Rosen?
-No. Perché sei sotto casa sua? Queste si chiamano molestie. Si chiama stalking. Ti prenderai una denuncia e io questa volta preferisco perdermelo lo spettacolo.
-Non drammatizziamo per favore. Sto seduto davanti al suo portone, ho deciso che ci resto fino a quando non si decide a tornare con me. Aspetterò in silenzio. Giorni e notti. Io la amo e l’unica cosa sensata ora è mostrarle che il mio amore non crolla.
-Bravo, molto bello.
-Sì, lo so.
-Ok. Però sembri un disperato. Insomma, non hai nessun segnale positivo da parte sua. Niente che faccia credere che a lei interessi qualcosa del tuo amore.
-Ah, come se per dimostrare amore servisse di essere ricambiati! Ma come ragioni Oslo? E poi non cerco l’approvazione di nessuno. Mi serve solo una coperta. Ho portato gli Who e cibo per una settimana, ma mi sono scordato della coperta. Saresti così gentile da…
-Sei una infinita, gigantesca, strabordante seccatura.
-“Seccatura”? Ma come parli? Dai, muoviti, per favore.
-Sì, sì, arrivo.
Appoggiato con una spalla a un muretto, seduto su uno scalino, con i lunghi capelli intrecciati intorno al collo come una sciarpa, Alexis guarda davanti a sé.
-Ancora non si è vista. Controlla le mie cose, mi arrampico sulla facciata e entro dalla finestra della cucina, che è difettosa e resta sempre appena aperta.
-Le stai entrando in casa. Te ne rendi conto?
-Prometto che è l’ultima cosa che faccio, rinuncio anche al sit-in pacifico. Entro, la sveglio con un bacio e la imploro di non lasciarmi.
-Che bella idea. Complimenti. Le prenderà un colpo. Già chiamo la polizia, anticipo gli eventi, così risparmiamo tempo e me ne torno a dormire prima.
Non faccio in tempo a dirlo che sta già all’altezza del secondo piano. Sale veloce come una scimmia, uno scalatore, un artista da circo. Entra dalla finestra della cucina. Dopo pochi minuti, si illumina prima una stanza, poi un’altra, poi un’altra ancora. Passa del tempo, intanto, in cuffia, Baba O’Riley mi vuole bene come il migliore dei compagni. Così ben costruita, insolita, intelligente, è tra le mie canzoni preferite, non credo la tradirò mai.
Alexis esce dal portone sull’assolo finale di violino.
-In casa di Rosen non c’è nessuno. Non c’è Rosen. Non c’è niente.
-Sarà da un’amica. O, già, no, scusa: sarà dal suo quarantenne piacente.
-No, non hai capito. Casa è vuota. Non c’è niente. Non ci sono vestiti, non c’è cibo, non ci sono libri, creme, pannelli multimediali, nulla. Solo i mobili e è rimasto appena il suo odore.
-Si sarà trasferita in un altro quartiere! Gli inconvenienti di un ex come te sono un motivo sufficiente. Non è scema, lei.
Dalle mie spalle arriva una voce femminile, dolce:
-Ciao Alexis.
Mi volto, lungo la via illuminata solo da un po’ di luna e da qualche lampione a cilindro, avanza una donna sorridente. È la signora che vive nell’appartamento accanto a quello di Rosen, stesso pianerottolo.
-Ciao, sto cercando Rosen, sai dove è?
-Ha finito di portare via la sua roba questa mattina, è andata al lavoro per l’ultima volta e poi si metteva in viaggio.
-In viaggio per dove?
-Non so, la tua ragazza è una molto silenziosa, lo sai. Mi ha detto solo che se ne andava via da Kalamazoo.
-Cosa? E comunque è la mia ex ragazza, non la mia ragazza. Ma mi piace che dici che è la mia ragazza, quindi, come non detto, continua almeno tu a pensare che ancora lo sia. Ad ogni, modo, che significa che è andata via da Kalamazoo? Ecco, mi ha preso troppo sul serio oggi, quando le ho detto di sparire.
-Hai sentito quello che ha detto? Che Rosen ha finito il trasloco questa mattina. Pianificava già da un bel pezzo la partenza, evidentemente. Sei proprio tonto tu certe volte.
-L’amore mi annebbia.
Lo dice con un sorriso, credo che gli sia appena arrivata in faccia la secchiata d’acqua dopo la sbornia. È brutto, ma quasi da subito capisci che ti fa bene.
-Imparerai ad avere pazienza, il tempo ti chiarirà che fine ha fatto Rosen e quando lo scoprirai forse già non te ne importerà più niente. Certo, è strano che qualcuno desideri andar via da Kalamazoo: dove altro puoi andare?
-Non so, non mi interessa, non ora. Andiamo via, andiamo a dormire.
VALENTINA PARASECOLO WAS HERE




![il blues dell'abbandono non riguarda i palazzi [falso]](http://www.walwian.com/wp-content/uploads/2009/11/sconosciuto-6.jpg?w=295)


Leave a Reply