Yes, there really is a Kalamazoo [5]
C’è odore di ruggine per strada. C’è aria di pioggia e profumo di ferro. Sale dalle fabbriche e si mischia con l’umidità di questo pomeriggio appena iniziato. Arrivo in ufficio che non c’è nessuno, le vetrate lasciano entrare una luce opaca.
Attraverso la sala principale, giro a sinistra. “Seconda divisione”. Apro la porta. Scendo le scale.
La nostra stanza non è un granché, ma io, da brava principale, ho pensato di abbellire le pareti con un po’ di foto, cartoline, disegni, poster, verniciate colorate. Non è proprio l’opera di un fine arredatore, ma fa respirare un’atmosfera accogliente, come quella che dovrebbe avere una sala prove di un gruppo rock: il genere di cose che serve a far star bene i miei “subalterni”. A dir la verità, di subalterni ne ho solo uno. E suppongo che presto non avrò più neanche quello. Ago è uno molto in gamba, attento, diligente, appassionato, pieno di intuizioni e interessi. Ed è una persona onesta.
Certo, non è propriamente il campione della cosiddetta “competenza sociale”: la timidezza gli incide l’animo così a fondo che il viso, i gesti, la voce, tutto da fuori riflette inesorabilmente quel marchio che sta dentro e non si cancella. 31 anni, e le uniche donne della sua vita sono, sono state e probabilmente saranno sempre, la madre e le ragazze delle sue strisce. Ago, infatti, nel tempo libero, fa il disegnatore erotico e gestisce il club del fumetto insieme a un fisico elettronico, Dragan, dalla cui matita escono i migliori supereroi di Kalamazoo. C’è chi lo potrebbe chiamare uno sfigato, ma a me lui piace e poi questa etichetta sembra sempre un po’ infelice e insensata, come la maggior parte delle etichette, in fondo, è cosa nota.
Riga in mezzo, capelli ricci fino alle spalle, tunica al ginocchio e pantaloni stretti di cotone rosso. Quando mi vede, si sistema il cordoncino che gli gira intorno alla testa, all’altezza della fronte e abbassa lo sguardo per qualche istante per poi rialzarlo con un sorriso incastrato su una faccia inebetita.
-Ciao, mi hai chiamato tu, vero? Hai saputo del Consiglio? Io… non so cosa dire… mi dispiace.
E lui, mentre a testa bassa gioca con un pennarello, borbotta:
-Sì, sì, ho saputo. Non importa, non è colpa tua, tu non c’entri. Il tuo progetto era molto buono. Il tuo progetto era ottimo. Non te lo hanno neanche fatto presentare… Sono stati dei bastardi. Non è colpa tua. Il tuo amico è stato grande. Sarà quel che sarà, sarà quello che vorranno al Palazzo Ottante… Tra pochi muniti c’è la riunione dell’Ufficio, ora gli altri sono a pranzo.
-Come hanno preso la notizia?
-Abbiamo seguito tutto in diretta, dal pannello in sala. Qui eravamo in pochi. Un paio della prima divisione tutti esaltati perché hanno trovato un nuovo reperto (…Aladdin Sane o qualcosa di simile…), il capo e io. Li odio quelli della prima divisione. Gli altri erano lì al Consiglio con te. Come l’hanno presa? Il capo stava prendendo un caffè e voleva far finta di non seguire, se ne stava seduto sul divanetto, con il nuovo disco in mano mentre gli altri due gli pendevano dalle labbra. Ma lui stava zitto, ascoltava la diretta, era in tensione per il tuo ritardo, perché non avevi il progetto. Il reperto non era una gran preoccupazione in quel momento, era… diciamo…un interesse di secondo ordine. Poi, quando il Presidente ha cominciato a provocare, si è alzato, ha sbattuto il disco per terra, ha dato una spinta a uno di quelli della prima divisione e si è fiondato davanti al pannello. Dovevi vederlo, Oslo, dovevi vederlo. Sono stati minuti impagabili. La Roi si è presa tutti gli insulti coniati dalla notte dei tempi, più alcuni creati apposta per l’occasione.
-Non era arrabbiato con me?
-No, non credo. E quando Alexis è intervenuto, è andato in estasi. Sviolinate a non finire. “Se tra un mese abbiamo ancora un ufficio, a questo gli offro il lavoro”…
-Di sicuro lo accetterebbe.
-Oslo, c’è altro di cui dobbiamo parlare. C’è qualcosa di importante, importantissimo che devi vedere, anzi ascoltare…
Veniamo interrotti dall’interfono: “Tutti i cercatori sono pregati di venire nella sala riunioni”.
Il capo si mette le mani in faccia e la schiaccia e allunga in una smorfia di stanchezza, poi sospira e inizia a parlare:
-Non dovevano esserci riunioni oggi. Doveva esserci un incontro, nel mio ufficio. Tra me e la qui presente: Oslo. Per l’occasione, io avrei atteso paziente dietro alla mia scrivania, l’avrei guardata entrare con la testa bassa, l’avrei osservata sedersi e sistemare con imbarazzo la coda che le era finita tra le gambe. Le avrei ricordato che si era presentata a una fondamentale audizione pubblica in ritardo e non preparata, le avrei ricordato che si era caricata ostinatamente di una responsabilità di cui non ha avuto rispetto, le avrei ricordato che ci aveva esposto alla vergogna della sciatteria. A quel punto, l’avrei vista tartagliare qualche scusa. Poi, l’avrei licenziata.
Bene, un inizio di riunione esaltante. Perfetto per mettermi a mio agio.
-Ma. Ma. Il destino si è scomodato per l’occasione e ha pensato bene di scombinare le carte in tavola. Così, come tutti sappiamo, su questo ufficio si è abbattuto qualcosa di ben peggiore di un’umiliazione dovuta a un impiegato distratto e negligente. Qui si è abbattuta l’umiliazione dei potenti! In 48 anni, non una sola volta ho avuto occasione per volere infangare il sacro nome di questa città. Ma qui, qui, ci troviamo innanzi a un affronto premeditato o sconsiderato alle gloriose origini di noi Cercatori del Rock! Un affronto che arriva diretto dalla Presidenza e forse anche dal Consiglio! Per questo, ora, in questo mese che ci divide dalla decisione di farci chiudere o meno, dobbiamo tenere la testa alta, sfoderare la nostra dignità! E per questo, faremo un sit-in di protesta. Porteremo un po’ di musica nella piazza principale (come del resto voleva fare Oslo, le va riconosciuto), e distribuiremo volantini. Ricorderemo la storia di Kalamazoo, ricorderemo perché siamo nati e dimostreremo che siamo linfa per questa città. Fw>>
-Potremo fare uno striscione: -esordisce uno della prima divisione.-“Orgoglio Rock”.
-Sublime.
A me viene da ridere. Ago si nasconde dietro a una cartellina e fa quello che non va fatto quando devi far in modo di non ridere e di non far ridere il tuo complice: sussulta, trema, fa intendere che è crollato di fronte alla tensione. Quindi mi accodo e rido anche io.
-Cosa c’è che non va?
-Scusa capo, mi ha fatto ridere il nome, scusa anche a te… è l’enfasi che di solito mi fa quest’effetto.
-Beh, di enfasi ne servirà tanta. Sappiatelo. L’enfasi è il carburante degli spiriti.
-Non del mio.
-Uh, siamo in vena di sarcasmo e polemiche, Oslo. Come se le circostanze in cui ti ritrovi si addicessero a uscite del genere. Sempre molto audace, sempre senza vergogna, complimenti. Nel frattempo, vi distribuisco le bozze del volantino principale: l’ho buttato giù a pranzo.
Tralascio di riportare il contenuto del volantino perché è solo un concentrato trascurabile di retorica e ridondanza. Ma vi racconto, in breve e nel caso non lo sapeste, cosa ci ha portati fin qui.
Come noto, 165 anni fa la catastrofe ha ridisegnato terre e mari. Nella più violenta e terribile creazione della natura che l’umanità potesse ricordare, fu spazzata via gran parte di questa e delle sue opere. Prima della catastrofe, cinque database, con gran parte della conoscenza umana, furono dislocati nelle zone che si ritenevano più sicure. Dentro a ogni database, furono caricati sia file, sia materiale “hardware” come copie di fondamentali opere d’arte, immagini, libri, album, tessuti, plastici di luoghi, fiale con sostanze, eccetera. Ogni database è composto da dodici casse: i file sono in una di queste, il resto è contenuto nelle altre undici. Architettura, pittura, scultura, letteratura, spettacolo e cinema, storia e filosofia, biologia e medicina, religione, scienze matematiche, chimica, informatica. Uno dei cinque database, quello che ha la quantità più ricca e preziosa di reperti, è a bordo di una nave, in mezzo all’Oceano Pacifico. Dei cinque database, solo due se ne salvarono: il museo galleggiante e quello nell’antico Nord Africa, a Heron. I fondatori di Kalamazoo vengono da lì.
Heron era solo un villaggio, costruito da una comunità di sopravvissuti raccolti dalle acque del Mediterraneo. Ora è un impero. L’heron, o bennu, o phoinix, significa fenice, simbolo di rinascita: quel luogo doveva essere destinato a segnare il nuovo inizio. La sua fondazione fu però a breve segnata da un progetto autoritario che prese piede, spontaneo e ineluttabile, in una generale cecità alimentata dal bisogno. Un giorno, colui che sarebbe stato ricordato con il nome di Cassius, si trovò tra i pensieri uno che era particolarmente crudele, uno che più o meno recitava così: “Ehi, ma lo sai che vi dico? Che io voglio tutto il potere. Qui la gente è traumatizzata ancora, siamo tornati all’epoca primitiva o poco più. Pensa solo a cercare cibo (e quasi tutte le specie sono estinte, quindi c’è poco da cercare). Si lotta ancora contro la morte dopo averla vista in faccia e nella sua faccia peggiore. Si lotta per la sopravvivenza, contro la fame, contro le malattie. Il database serve a ben poco. I bisogni sono primari. Quindi, io ne approfitto. Mi prendo il cosiddetto monopolio della forza, che poi sta alla base di ogni vero stato. Faccio il leader, mi circondo di un gruppetto di gente che dà ordini su quello che va fatto e su come farlo, li faccio sentire al sicuro e intanto divento il capo assoluto. Faccio un popolo di guerrieri in pochi anni, e poi mi conquisto tutto quello che posso perché bramo un potere leggendario. E vi dico di più. Dato che la situazione volgerebbe molto a mio favore, distruggo il database. Si torna alle origini. Mi tengo solo ed esclusivamente armi e medicine”. Le cose si misero proprio male, la sua fame fu assecondata dalla maggioranza e solo un piccolo gruppo si oppose: “Noi siamo contrari. Combatteremo contro la tua crudeltà”. E io vi ammazzo tutti, ecco cosa rispose Cassius. Dalla sua aveva una folla che con una mano nutriva e accudiva, e con un’altra condannava e frustava. Una notte, gli oppositori, una comunità di non più di trecento persone, riuscirono a prendere quasi tutte le casse del database e scapparono. Con loro avevano i file, l’intera parte scientifica e tecnologica, ingegneristica, architettonica, la storia e la filosofia e una porzione dell’arte (reperti di letteratura, cinema e musica). Il resto restò ad Heron, sotto la legge arbitraria di Cassius. Gli oppositori, guidati da Perpetua Sans e Milo Armonio, arrivarono sulle coste di ciò che era rimasto emerso del Marocco. Salparono con mezzi di fortuna e arrivano nella nuova Atlantide, fatta di montagne, colline e fiumi, un vasto lembo di terra rigurgitato dalle acque a migliaia di graffe dalle coste africane e europee. Qui avrebbero fondato Kalamazoo. E qui vennero raggiunti da una milizia di Cassius e la battaglia fu fermata solo da un uragano inatteso e provvidenziale che respinse i nemici. Non ci attaccarono mai più. Ma gli uomini di Cassius ancora ci controllano, vivono nascosti nei boschi, là da dove arrivano anche le famiglie, i nomadi, i solitari e gli avventurieri che chiedono cittadinanza o rifugio alla nostra città.
Ad ogni modo, quell’uragano che spezzò lo scontro, distrusse anche alcune delle casse che i difensori della libertà erano riusciti a strappare a un destino rovinoso: la fetta di arte sottratta al database di Heron si disperse come tanti fogli al vento.
Nei decenni, i governi di Kalamazoo hanno istituito dipartimenti e uffici per il recupero del materiale andato perso in quell’occasione. Solo sei anni fa, con la Presidenza Albert, furono finanziate le ricerche sul rock, dopo che fu accertato che sulla nostra isola, più di un secolo e mezzo prima, andò perso anche questo capitolo di una storia straziata dagli eventi.
Finita la riunione, Ago mi trascina nella nostra stanza. Mi racconta che ieri notte era andato al laboratorio di Dragan per mostrargli delle nuove tavole:
-Stiamo lavorando a un fumetto con una superoina-supererotica. Una che se ce l’avessi dav… Oh, scusa…
Non si sa come mai, ma Ago si vergogna quando si tratta di raccontare che cosa disegna e cosa gli “suscita” quello che disegna. Soprattutto, se si tratta di raccontarlo a una donna, come si preoccupasse di mettermi in imbarazzo, come se fosse possibile.
-Insomma, stavo aspettando che staccasse, per andare a bere qualcosa insieme e discutere delle tavole. A un certo punto, mentre lavorava al solito condizionamento dei segnali, o forse all’acquisizione di nuovi dati con gli apparati sperimentali, capta delle onde epsilon a lungo raggio. Quelle che usa l’esercito dei mercenari, per esempio, per comunicare a distanza.
-E cosa avete sentito?
-Questo:
I, I love the colorful clothes she wears
And the way the sunlight plays upon her hair
I hear the sound of a gentle word
On the wind that lifts her perfume through the air
I’m pickin up good vibrations
She’s giving me excitations
I’m pickin up good vibrations
She’s giving me excitations
I’m pickin up good vibrations
She’s giving me excitations
I’m pickin up good vibrations
In quella canzone io scompaio per alcuni minuti in una contemplazione avida e curiosa, in un crescendo intenso e signorile e al tempo stesso leggero e luccicante di cori e strumenti strani…
-Theremin, è un theremin…
E poi chitarra, basso, cembalo, batteria.
-Da dove la stanno trasmettendo?
-Stiamo cercando di localizzare la fonte.
-Dobbiamo saperlo. Al più presto. Io devo saperlo.
Mi siedo sul divano, crollo su un fianco e comincio a pensare che mi sento meglio, che forse, lontano da qui, a distanze di prati, città sommerse, strade seppellite, oceani, c’è qualcuno come me e ci sta cercando.







4 Comments
In questo strano sabato sera a casa tra antibiotici, internet e musica, questo nuovo episodio è stato un bellissimo regalo arrivato da “lontano da qui”, a distanza di oceani, ma che ha colpito nel segno.
Amedeo
11/21/2009
Ottimo come sempre
Perru
11/22/2009
Uff…mi tocca aspettare fino a sabato prossimo
Boris
11/23/2009
grazie a tutti! qui arriva il giorno del ringraziamento, sono emozionata di ritrovarmi faccia a faccia con la tradizione, che è una nemica di lunga data del resto. per l’occasione, scriverò la sesta davanti a un tacchino, sperando sia una musa stimolante. anzi, “neurotonica”, lllà, che bella parola, imparata or ora.
buon walwian a tutti
Valentina
11/23/2009
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