Yes, there really is a Kalamazoo [4]

La purezza non è roba da bambini. Chi vi ha insegnato questa cosa si sbagliava, vi ha portato fuori strada. La purezza ha a che fare con l’esperienza. I puri sono quelli che non sono capaci di fare delle offese ricevute motivo sufficiente per non rischiare di riceverne altre. Sono i coraggiosi con problemi di memoria, gente che non si cura di ciò che è stato. Sono quelli che l’esperienza non riuscirà mai ad abbrutire. Il meglio della società, in sostanza, animali rari e preziosi; quindi, ritenetevi fortunati se ne incontrate qualcuno.
Ho imparato questa verità alla terza o quarta sofferenza d’amore. Credo l’autore indiretto sia stato Werner. Breve digressione descrittiva e di celebrazione. Werner aveva ricci neri su un viso disegnato da una mano celeste. Le sue sopracciglia nere fregiavano la fronte come due pennellate di antico inchiostro cinese su pelle appena bronzea. Il suo sorriso si apriva a luna costringendo gli occhi a contrarsi in nette virgole rovesciate. Mentre i suoi occhi, tra loro appena più distanti del dovuto, erano un difetto messo lì a ricordare con poesia che la perfezione non appartiene a questo mondo.
Un giorno, mi lasciò senza dirmelo. Due settimane dopo, due settimane passate a cercare in ogni modo di parlarci, lo vedi baciarsi con la sua ex in facoltà.
Più mi sforzavo di non provare dolore, più torrenti di lacrime mi inondavano la faccia. E più soffrivo, più capivo che per nessuna ragione al mondo avrei permesso a quelle lacrime di decidere il mio futuro. Quel pianto era semplicemente nel presente e sul passato e era per Werner: un momento tutto per lui di autentico dolore. Niente di più, in fondo. Mentre piangevo, è lì che ho scoperto di essere una pura e i puri si tamponano il sangue e poi capiscono che quel sangue è ragione sufficiente per giustificare la ritirata dalla battaglia, ma non il ritiro dalla guerra. Rimozione del dolore, schiaffo in faccia al rancore e la prossima ferita sarà bella, dolorosa e sorprendente come fosse la prima.

Alexis ama molto questa teoria, per ovvie ragioni. Una volta si era addirittura messo in testa di averla inventata lui; infatti poi abbiamo litigato. Gli capita ogni volta che qualche pensiero altrui gli risulta particolarmente affine: si deve immedesimare con l’autore, prendere la paternità del concetto. Un vezzo sgradevole che di solito argino concludendo con “Pensala come vuoi, ne ho almeno altre dieci di teorie come e meglio di questa. Prenditi pure i diritti, non me ne faccio niente, te li regalo”. A quel punto, si ammutolisce e riflette sulla possibilità di stare nel torto. Si rinfresca il cervello e poi ammette di essersi sbagliato.
Sto tamponando anche ora, che mi sento umiliata per quello che è successo nel Consiglio. Anche ora che minimizzo buttandomi a terra e ridendoci su insieme a Alexis. Del resto, questa umiliazione non è una faccenda d’amore, è piuttosto il tipo di umiliazione per la quale ho imparato a rendere la guarigione abbastanza rapida.
Arrivata a casa, capisco che quello che voglio è solo riprendere il fiato dall’ultima ora in attesa che mi chiamino dall’ufficio.
Tolgo le borchie che mi pesano sulle spalle, butto il mantello sul pavimento, slaccio il corpetto di velluto che mi stringe il busto, sfilo gli stivali che avevo messo per piantare le portulache e cammino a piedi nudi sul pavimento caldo. Vado verso il distributore creativo di bevande, una macchina che in molti mi invidiano, una novità del dipartimento Cose utili e efficienti per la casa: inserisci il tuo stato d’animo e lui, come il più amichevole e bravo barista, si inventa una bevanda con gli ingredienti in polvere che hai caricato dentro, una bevanda fatta solo per te, per allietare il tuo umore nei minuti successivi. Esempio. Sei stanco?: caffè, guaranà, zenzero e vaniglia. Sei stressato?: camomilla, kava, novocaina, tenanina, valeriana e lamponi. Sei depresso?: cioccolata, panna, essenza di wafer, colorante. Ah, sei depresso perché stai ingrassando?: inutile che ve lo dica, acqua. E poi c’è la modalità alcolica, ma ora non ve la racconto. Sta di fatto che quelli del dipartimento Cose utili e efficienti per la casa si danno un sacco da fare, non si può proprio negare.
Mentre mi dirigo verso il distributore, una foto, a terra, laggiù, tra la poltrona e la colonna centrale della luce, attira la mia attenzione. Mi avvicino, la raccolgo. È Ian Curtis. Che diavolo ci fa Ian Curtis sul pavimento? Dovrebbe starsene rinchiuso nella copia del fascicolo sui Joy Division, il suo gruppo. Di solito, non faccio copie anche dei fascicoli degli artisti che abbiamo in archivio, ma quello che avevamo ricostruito sulla loro storia, sulla sua soprattutto, era qualcosa di particolarmente prezioso, qualcosa che volevo conservare anche in modo più intimo. Il fascicolo sui Joy Division è uno dei più completi: abbiamo due video, sei immagini, la biografia di Ian Curtis e persino un film che i Cercatori del Cinema avevano nel loro di archivio.

Prima di rimettere a posto la foto, mi fermo a osservare il viso di Ian: ha gli occhi di uno che non vuole essere guardato. Ma niente da fare, quegli occhi divorano l’attenzione di chiunque abbia un po’ di tenerezza o disperazione nel cuore. Così belli, sembrano fatti di infiniti pezzetti di vetro, smarriti eppure attenti, profondamente saggi o del tutto inconsapevoli. Dicono in fondo quanto l’esistenza sia un gioco tragico e insensato frammisto a una grazia che ha del divino.
Il fascicolo non c’è. Inutile starvi a elencare tutti i posti in cui lo cerco. Non c’è, è sparito. Tra i cinquanta pezzi di rock che tengo in casa, manca anche Unknown Pleasures, il loro album.
Salgo al piano di sopra, a casa dei miei. Vado diretta in camera di Lyon perché quando qualcosa non sta nella mia zona, forse sta nella sua camera e quasi sicuramente è già rotto. Fw>>
In camera, alleva tartarughe d’acqua in un grosso recipiente che emana miasmi ammorbanti a causa di un cibo liofilizzato che gli somministra quotidianamente e anche più volte durante la giornata secondo criteri del tutto arbitrari.
Non escludo che questa della puzza sia anche una tattica per tenere alla larga gli estranei dal suo spazio vitale, spazio di cui è piuttosto geloso.
Quando entro, sta sdraiato sul letto a fissare il soffitto e con delle cuffie attaccate al suo pannello multimediale sta ascoltando qualcosa.
-Togli quelle cuffie.
Si mette seduto, è preoccupato e, quando è preoccupato, borbotta e assume l’assetto fisico di un panda, con un po’ di gobba e una goffaggine disarmante.
-Oh…
-Vorrei sapere chi t’ha dato l’autorizzazione a prendere le mie cose.
-Scusa… Te ne avrei parlato oggi…
-Parlato del fatto che mi prendi le cose in casa senza chiederlo?
-No, voglio dire, non solo.
In questi momenti, io smetto di ascoltare, mi sale la rabbia e parto con la scenata isterica. Di quelle che i maschi imparano a conoscere e progressivamente sminuire già in tenera età con le madri, passando appunto per le sorelle, per poi finire con fidanzate e mogli.
Non so come mai, ma questa volta rinuncio ai miei minuti di sano rimprovero femminile, resisto e chiedo spiegazioni.
-Cioè?
-Qualche giorno fa sono sceso a casa tua, no?, e…
-Ecco, cominciamo da qui, che già non ci siamo: che sei venuto a fare?
-…cercavo un po’ di cioccolata…
-L’hai trovata? Ne ho una al doppio ripieno nocciola e granuli di miele che è… è… non puoi capire, devi assaggiarla. Sì, vabbè, insomma, perché hai preso le mie cose?
-Non ho trovato la cioccolata, mi stavo annoiando, mi sono messo a guardare i tuoi dischi e i fascicoli e mi piaceva questa copertina…
Mi mostra Unknown Pleasures, che intanto era finito tra la coperta e il suo sedere, poi continua:
-Ho messo il supporto circolare nel tuo pannello e ho ascoltato. È la cosa più bella che abbia mai sentito. Sono sceso diverse volte in questi giorni, poi oggi ho deciso di portare tutto in camera… Non riesco a smettere di ascoltarlo.
Mi siedo sul letto, mi racconta che c’è una canzone, She’s Lost Control, che è la sua preferita. Si chiede cosa sia quel suono secco e denso. È un basso. Nei video, Peter Hook, il bassista, ha un’imitazione del Rickenbacker, un Hondo, FireGlo. Ma gli spiego che sono quasi sicura che in studio, per registrare, abbia usato qualcos’altro, non so cosa.
-Sono il miglior gruppo della storia.
-Che ne sai? Non hai ascoltato altro.
-A proposito, perché non diffondete tutta la musica che avete in archivio? Che poi chi se ne frega se è musica antica? Sempre meglio dello schifo che sta in giro…
-Già, non parliamo di questo argomento, non oggi.
-Comunque, Ian Curtis è un fico. Aveva le crisi epilettiche, scriveva testi che parlano di me e io non riesco a smettere di ascoltarli da giorni. Sono i migliori. Tu lo sai che si è suicidato a ventitré anni? Lo sai che A era l’anniversario della sua morte? Ho anche fermato gli orologi e il calendario di casa per celebrare quello che i posteri devono ricordare come il giorno più triste dell’umanità (tono enfatico, nda). Li tengo fermi per una settimana…
-Che cosa?
-Sì, per lutto.
Lyon in un certo senso vive in un mondo suo, ma è molto lucido, non è come sembra. Lyon fa certe cretinate spesso solo per autocompiacersi, per riderci su per conto suo. L’ironia, il nonsense, il sarcasmo, gli scherzi sono per lui valori non necessariamente da condividere: sono parte di una festa che può godersi anche da solo. Il suo gesto, che in effetti è una pura cazzata, non va interpretato tanto come il gesto di un fan rimbecillito, ma quasi come la presa in giro dello stereotipo di quel fan. Insomma: quando ha fermato il tempo, di sicuro ci stava ridendo su, era consapevole di essere ridicolo. Quindi, ha senso che gli dica che per colpa della sua scema celebrazione di morte, ho rischiato il licenziamento e dato il via a una catena inesorabile di disgrazie? Ha senso che gli dica che è un coglione? Probabilmente no.
-Sei un coglione.
-Sì lo so.
Una voce, dall’ingresso, tuona:
-Lyon, imbecille!, hai manomesso tu il calendario?! Hai toccato il pannello della palazzina?
È mio padre, che appena rientrato in casa deve aver scoperto l’ideona settimanale di Lyon.
-In bocca al lupo.
-Mi sa che è incazzato. Può essere che si è accorto che quando ho fermato la data, ho mandato in blocco la centralina dell’acqua calda… per sbaglio… Ah, comunque, ti hanno cercato dall’ufficio appena prima che rientrassi.
-Che hanno detto? Tono?
-Non era quello che ti comanda, il capo. Era qualcuno della tua divisione, ha detto che è urgente, che deve farti vedere una cosa.
Mi alzo, ma solo dopo avergli dato uno spintone fraterno. Una volta, quando ancora ci dilettavamo nella lotta greco-romana sul letto della nonna, sarebbe caduto all’indietro. Adesso, non lo sposto di un millimetro, è una roccia. L’unica mossa vincente che ho a disposizione rimane il solletico: non a caso, il tempo della lotta è stato dichiarato “finito”. Ride, si rimette le cuffie e si stende di nuovo, occhi chiusi. Attende così che il prossimo invasore del suo spazio vitale varchi il confine.
by Valentina Parasecolo




6 Comments
Ancora ancora ancora!!!Quando arriva sabato prossimo????
Boris
11/15/2009
Tu non lo sai che effetto ha avuto su di me questo episodio. Non lo sai! Ti adoro Vale, cazzo se ti adoro! Devi continuare, mi sto appassionando troppo.
Melissa
11/15/2009
Grande 4° episodio
Perru
11/15/2009
“She’s Lost Control”. Un cerchio che si chiude. Grazie.
Amedeo
11/19/2009
Io non so un cazzo, e tu lo sai che non so un cazzo! Mi sta piacendo da morire.
Ivana
12/3/2009
Notavo ,da sola peraltro, il mio crescente entusiasmo e, non so come spiegarlo, un senso di condivisione di questa cosa così bella che è Kalamazoo.
Ivana
12/3/2009
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