Yes, there really is a Kalamazoo [3]

I Sessanta più uno siedono ordinati a semicerchio davanti a me, disposti in tre file. Due ragazzi vestiti di blu stanno ritirando delle tazze ormai vuote dai loro banchi. Hanno approfittato dei miei ventitré minuti di ritardo per prendersi il tè. Davanti a loro, siedono quelli della prima divisione e curiosi e tecnici che registrano le audizioni e le mandano in onda per tenere i cittadini aggiornati su cosa ne è della ‘res publica’.
-Buongiorno, mi scuso per il clamoroso ritardo.
Mentre mi siedo su una poltrona viola e oro, mi chiedo subito da dove sia uscita la parola “clamoroso”. Loro non sembrano chiederselo, sembrano solo preoccupati del buon sapore di tè che è rimasto in bocca.
Il Presidente, Ivoria Roi, prende in mano un foglio che ha sul banco, forse il programma con le audizioni del giorno. Alza la testa e mi guarda, poi la riabbassa. Una testa piccola la sua, contornata da capelli mogano elettrici con occhi che sono spilli, spilli accesi dietro a lenti che non si vedono più da decenni. Alla sua sinistra, siede Fabulous O’Brien, il Gran Consigliere, colui che presiede l’assemblea dei Sessanta, il Consiglio.
Ivoria, quattro lauree e la scoperta di una cura contro la mutazione genetica dei talloni, è una donna la cui menopausa esaspera istericamente gli accenti emotivi nelle cose che dice e che fa. Accenti che già sarebbero acuti senza che eventi fisiologici facciano la loro parte.
Tanto per capirci. Il giorno della sua elezione, ad azzurro di un anno fa, scoppiò in lacrime, davanti alla grande piazza di Kalamazoo affollata di cittadini, come una miss adolescente nei secondi dell’incoronazione. Al momento del discorso, un ragazzotto lentigginoso, forse lo stagista di un funzionario, si avvicinò al palchetto per sistemare i fogli e l’amplificatore vocale. Lei, irrazionale, gli rifilò uno schiaffetto bello compìto e borghese su una mano. Si era spaventata: pensava gli rubassero i fogli. I tecnici non ripresero questa scena, ma io la vidi, ero in piedi alla destra del palco. Sembrano cose da niente. Ma per me, ogni tic comportamentale, ogni gesto, parola può essere la cifra simbolica e più intima di una persona. Non so se è chiaro che un anno fa io non tifavo per l’elezione di Ivoria Roi e averla davanti oggi non mi fa stare a mio agio, soprattutto con ventitré minuti di ritardo da farmi perdonare e nessuno straccio di progetto tra le mani.

Quella idea, la mia idea sulla gioia, quella per far scrosciare i soldi pubblici, è arrivata per via del mio migliore amico, Alexis, e della sua storia d’amore. La sua ex, appena conosciuta con il nome di “stronza”, per molto tempo è stata la fetta della sua di gioia. Lei si chiama Rosen. È bionda, minuta, con perfette labbra sottili e sguardo distratto da cose più importanti di te. È una che se ne sta aggrappata a un silenzio di quelli che non sai se dietro dietro c’è niente o c’è troppo da dire. Alexis, se non si fosse capito, è un flusso continuo di passioni incontenibili, entusiasmi, imprecazioni, grandi drammi e grandi feste. Per questo, si è innamorato subito di una così. Per compensare. Ma si sa, la gente come Rosen fa del suo silenzio una rete pericolosa per la gente che in silenzio non ci sa stare. E così ci vuole poco a dare il via alla rutilante pantomima dei coraggiosi corteggiatori dei muti e degli indecisi. Io ci misi del mio in questa cosa e, dato che la modestia è spesso solo un intralcio, posso dire fermamente che fui determinante. Pensai di contattare il Dipartimento Ologrammi e Immagini virtuali, trovarono divertente la mia idea e accettarono di metterci le mani nel tempo libero. A Kalamazoo questo tipo di divertimento è sacro, viene prima di ogni compenso. Comunque, gli diedi una registrazione di uno dei pochi video che avevamo in archivio, lo elaborarono con altre immagini prese da un poster logoro, da un film biografico e da un booklet.
Un giorno di rosa, quando l’aria umida fa male alla testa ma è così densa che puoi quasi afferrarla, Rosen, tornando dal lavoro, con i capelli scomposti quanto basta a rendere una giovane donna ancora più bella, trovò Bob Dylan sulla strada di casa. Lui, un ologramma in bianco e nero graffiato dal tempo, se ne stava seduto in mezzo alla via con una camicia bianca, una chitarra, un microfono da registrazione davanti e cantava che se non fosse stato per lei Alexis non avrebbe trovato la porta, non avrebbe neanche visto il pavimento, sarebbe stato sveglio tutte le notti ad aspettare la luce del mattino, se non fosse stato per lei.
Ci vollero due minuti e trentadue secondi a fare in modo che Alexis avesse accesso alla gioia di essere ricambiati.
E fu lì che cominciai ad avere prove del fatto che la roba che tenevamo in archivio poteva servire a qualcosa, che poteva servire a fare sorprese, a consolare, a distrarsi, a sentirsi meno soli, persino a far innamorare. Che non funzionava solo con me.
Il rock ormai è come una scatola di ricordi preziosi, eppure abbandonati, persi in soffitta. Una memoria dimenticata. Noi dell’ufficio sappiamo che quella scatola esiste, la curiamo, custodiamo, ma non ne diffondiamo realmente il contenuto. Questo non ha senso. Questo va cambiato. Così, in queste settimane ho raccolto prove della relazione tra la musica dimenticata e la gioia. Il progetto che dovrebbe far scrosciare i soldi sui Cercatori vuole dimostrare che mettere ologrammi come quello di Bob Dylan in mezzo alle piazze, nei corridoi delle Università, nei ristoranti, nei salotti di casa, nelle vie affollate e negli angoli abbandonati di Kalamazoo fa stare meglio le persone. Un’idea del genere merita il plauso collettivo e strette di mano a profusione.
Fabulous O’Brien, cresta grigia e barba pannosa, mi guarda dritto negli occhi e mi dà la parola.
-Sì, bene, grazie a tutti voi per aver accettato di ascoltare il progetto dell’Ufficio dei Cercatori del Rock, io sono…
E qui succede l’impensabile.
Ivoria Roi, che nel frattempo si è messa a fissare il foglio davanti a sé, accenna una gomitata sul fianco di Fabulous O’Brien. Lui non fa in tempo a voltarsi per sentire cosa ha da bisbigliargli, che Ivoria subito si impossessa del centro della scena:
-L’Ufficio dei Cercatori del Rock?
Il Gran Consigliere, perplesso:
-Sì, l’Ufficio dei Cercatori del Rock, hanno l’audizione per questa mezz’ora.
-Oh, questa è bella! Cosa è il rock? Ma soprattutto, a chi è venuto in mente di istituire un ufficio simile? Ahahahah!!!
La risata più fastidiosa della storia delle risate fastidiose. Acuta, con sussulti nasali e riprese di fiato vagamente rauche. Eppure, evidentemente tra i Sessanta c’è chi trova giusto lasciarsi trascinare dal momento ilare e asseconda scoppiando in una fragorosa sghignazzata. Nessuno sa, però, se quella risata è frutto dell’ignoranza o di una provocazione.
Fw >> / further information /
-Ahahahah!!! Ne ho sentite di cose strane, ma questo ufficio batte anche quello degli studiosi di poesia del XXI secolo e il dipartimento contro la depressione della domenica pomeriggio, dipartimento che tra l’altro trovo abbastanza utile.
-Ah sì, ci sono andato un paio di volte. Sono stati provvidenziali. Ho passato domeniche m-e-m-o-r-a-b-i-l-i grazie a loro. Comunque, Ivoria, questo ufficio fa delle buone cose, conservano musica antica, la recuperano, la catalogano…
-Musica antica? Signorina, tu sei libera di presentare il tuo progetto, ma credo che, a norma dell’articolo 7, comma 3, della nostra Costituzione, io abbia piena facoltà di invitare questo Consiglio a rivedere, in sede di riorganizzazione del corpo burocratico che… se non sbaglio è… il prossimo mese, la scelta di continuare a investire denaro pubblico su un ufficio simile.
-Non credo sia questo il momento per discutere di una questione del genere. Permettimi di dire che mi sembra inappropriato, avventato, dovremmo rivedere il bilancio quadrimestrale poi…
-Sì, sì, hai ragione, ma non sperare che, numeri alla mano e sede opportuna, non faccia pressione per un taglio del genere. Soprattutto in un momento in cui le priorità sono ricerca scientifica e sviluppo agricolo. Ma toglietemi una curiosità, poi, che diavolo è questo rock? Ahahahah!!!
Ahahahahah.
Ahahahahah.
Ahahahahah.
Ridono tutti. O così mi sembra. Forse ride solo lei. Ma a me sembra un esercito di risate, tutte schierate contro di me.
Ed io, io che ho passato intere mattinate a scandagliare edifici abbandonati nel raggio di centinaia di graffe da qua solo per trovare una registrazione, io che ho speso lunghi pomeriggi a tentare di captare messaggi nello spazio intra-terrestre di qualcuno così disperato da voler barattare un vecchio disco, io che ho trascorso infinite serate a farmi compagnia con chitarre malinconiche e distorte, voci ruvide e dolcissime, bassi sinuosi e essenziali, batterie ossessive e gentili, io sono in difficoltà. Io non so cosa rispondere.

Dalle fila dietro di me, un ragazzo della prima divisione dei Cercatori, corre ai ripari:
-Come stava accennando il Gran Consigliere, vorrei precisare che il nostro ufficio è stato istituito sotto la presidenza Albert, sei anni fa, per recuperare e conservare reperti musicali del rock.
-Interessante, il Presidente Albert ha avuto sempre idee bizzarre… ma, insisto, cosa è questo rock? Qualcuno sa spiegarlo?
-Il rock è un genere nato negli antichi Stati Uniti, nel XX secolo, prende il nome da…
Ma una voce, familiare, calda, vicina, inattesa, interrompe il primo della classe:
-Il rock è un amico che con cui ridi fino alle lacrime, è un nemico che ti dà un pugno in faccia, è una fidanzata che ti ascolta fino a notte fonda.
E poi è ubriacarsi, fare a botte, scopare. E è vaffanculo coglioni che fate certe domande del cazzo.
Il Consiglio tace, immobile. Quelli della prima divisione sono divisi a metà: statue sgomente e gente orgogliosa che se la ride sotto i baffi.
Io mi sento a casa perché Alexis è qui e ora possiamo andarcene. Il resto, che ormai tende a toni da circo, è poi un insieme di imbarazzo, sdegno e sdrammatizzazioni, Ivoria viene assalita dalle vampate, Fabulous cerca di riportare l’ordine nella sala, i curiosi hanno avuto quello che cercavano, i tecnici non potevano chiedere di meglio. Mentre noi, i Cercatori del Rock, abbiamo chiaramente i giorni contati.
Mentre io e Alexis torniamo verso casa, l’odore di vernice appena passata sul colonnato di Viale degli Antenati entra forte nelle nostre narici. Camminiamo in una città che ora ci sembra più stanca e lontana. Mi racconta che mi ha seguito perché se qualcuno corre in quel modo, probabilmente sta andando in volata incontro ai guai. E se quel qualcuno è uno che per te conta… insomma, non puoi rischiare di vederlo schiantato da qualche parte.
Mi ricorda che la prima parte del suo intervento era una cosa che avevo detto io una sera in cui avevamo fumato fiori di Chandra, quella che coltiva lui nell’orto di casa. Questo è uno di quei momenti morbidi in cui scopri che qualcuno, almeno qualcuno, ha custodito parole tue che tu stesso avevi dimenticato, un momento che fa stare bene.
Poi mi dice:
-Ora le cose andranno di merda. Probabilmente mi licenziano. Non presento il mio progetto, è evidente che non sono in una condizione, diciamo, di credibilità.
-A dirla tutta, non credo serva un genio, e tanto meno servono i soldi di quelli là, per sapere che un mondo con meno sofferenze d’amore è un mondo meno creativo e quindi più inutile. Voglio dire, la tua idea sui danni sentimentali non era un granché in fondo. Anzi, ti dirò, guai a ridurli questi danni.
-Forse hai ragione. Ad ogni modo, carissima, le cose andranno di merda soprattutto per voi che vi ritroverete tutti senza un cazzo da fare visto che l’Ufficio ve lo chiudono di sicuro… Mi spiace, era inevitabile.
-Figurati…
-Tra poco il grande capo ti chiama e sarà un bel casino.
-Sì, ok, lo so. Basta. Lo so senza che me lo ricordi.
Lui ride e poi continua:
-Il Presidente è una stronza o un’ignorante, non ho ancora capito e non so cosa sia peggio.
-Non mi interessa. Oggi Kalamazoo mi ha dato una coltellata al petto per la prima volta.
Stiamo in silenzio alcuni secondi, poi faccio:
-Sto ancora sanguinando, non vedi? Non vedi?
A quel punto mi butto a terra, rantolando, fingendo la morte imminente.
Alexis ride, ancora. Si siede per terra, sui ciottoli del viale, vicino a me. Siamo soli sulla strada, noi e l’odore di vernice in questa città che da oggi ci sembra più stanca e lontana.
ValentinaParasecolo



7 Comments
Spero che ne venga fuori un libro
Perru
11/7/2009
Spero che Walwian diventi pure una casa editrice
Valentina
11/7/2009
Ci stiamo lavorando…
Matteo
11/8/2009
Vi prego continuate a pubblicare!Anche io attendo la versione libro!!!
Boris
11/8/2009
Da leggere tutto d’un fiato…un intenso intreccio di piccoli particolari descritti nelle loro più intense sfaccettature….si, e ciò che mi piace leggere tutto d’un fiato, anzi, che si fa leggere tutto d’un fiato…”…se non fosse stato per lei”….
bliunò
11/9/2009
Ho letto i primi tre episodi tutti d’un fiato, li ho stampati e li conservo condividendo la stessa speranza di poter presto trovarmi a rileggere questa storia su un libro. Perché il talento di Valentina è così evidente da non lasciare altre possibilità a chi si ritrova tra le mani questo gioiellino. Grazie a lei per avermi regalato sincere emozioni ed a voi che ci consentite di leggerla su questo spazio.
Amedeo
11/11/2009
“Qualcuno ha custodito parole tue che tu stesso avevi dimenticato..” sai quando leggi veloce e poi ritorni su una frase perchè non vuoi che sfugga? Che bello ricordare/rivevere quella sensazione attraverso questa tua frase. Sorpresa e lieve imbarazzo, sentirsi un pò speciali senza essersene accorti.
Ivana
12/3/2009
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