This is football.
This is football.
Pier Paolo Pasolini cova diverse passioni. La sociologia, la poesia, girare film. Di
PPP ci rimangono le immagini della Rai, salotti televisivi. Fior di teste gli rivolgono
domande, e lui risponde, con
una sensibilità infinita, prevedendo
quello che stava per accadere. Fa
notare la realtà delle cose, quando
dice che i figli della working class sono quelli vestiti da poliziotti. I borghesi hanno
le Nikon e gli eskimo. Oggi è lampante, quasi stucchevole. Ieri non si capiva, era un
concetto invisibile, come una premonizione. Nel tempo libero, Pier Paolo ha una
peculiare predilezione per i giovani virgulti delle borgate romane. Paga con interessi
salatissimi. Pier Paolo fa il terzino. Probabilmente, il miglior terzino della sua
generazione. Gioca come fluidificante. Vuol dire che parte da dietro, e si spinge in
avanti, a lunghe falcate, un po’ come Giacinto Facchetti, ma con più consapevolezza
della situazione sociale. Ci vuole forza intelligente, per farlo. Pasolini aveva
un fisico filiforme e nervoso, avrebbe potuto giocare
nell’Olanda di Johan Cruyff. Con quella fronte ampia
e la statura notevole, poteva anche andare a
ragionare in area sui calci piazzati. Aveva
piedi educati e grande forza, anch’essa nervosa. Due
cose molto europee. Una era il comunismo, burocratizzato, grigio, aberrante, prima
e dopo la Primavera di Praga. L’altra era il calcio totale dell’Olanda. Erano entrambi
utopie. Johan Cruyff si accorge di avere numerose doti. E’ molto intelligente e molto
bravo a giocare a pallone. Di origine ebrea, l’Olandese si aggirava con la palla
al piede come Nureyev sul palco, e nello stesso modo in cui il ballerino russo
lanciava la falcata, Johan agganciava il pallone al volo. Ogni singolo muscolo teso
nell’aria fredda, la ricaduta di cemento e molle, a terra. Era pura supremazia. Era
bellezza fisica. Era un pensiero oltre l’utopia. Il comunismo suggeriva un
egualitarismo sterile. La mossa preferita di Johan era un passo doppio con cui
occultava il pallone all’avversario diretto, celandolo dietro il proprio corpo. Si girava

e se ne andava da un’altra parte, non
necessariamente in avanti. Un completo
dominio dello spazio e del tempo. Prendeva
il pallone, e a dispetto di altri 21 esseri
umani, lo faceva suo. Quando gli sembrava abbastanza, un compagno arrivava a
dargli man forte. Nell’Olanda di Cruyff tutti dovevano far risaltare la propria
individualità, alla pari. Il difensore, attaccava, l’attaccante rientrava. Niente era
Fw>> / batti tu il calcio d’angolo /
come sembrava e ognuno poteva essere ciò che desiderava. Primus inter pares,
Johan, il tiranno nell’Arancia Meccanica, come e più freddo e spietato di Alex, si
issò sul tetto d’Europa solo in virtù della sua prepotente bellezza. Arroganti
intelligente, sostenne la propria superiorità, con non-chalance e prepotenza. Una
prepotenza calvinista, una supremazia nata dal lavoro, dall’applicazione maniacale
di schemi e metodi. Era apollineo e cartesiano, nelle sue controllatissime giravolte.
E’ stato il migliore di tutti. Fu battuto solo dai
tedeschi, quando i Tedeschi erano imbattibili.
Un ragazzo con i baffi non molto bravo a giocare
a pallone: Gerd Muller. Peculiarità: era
impossibile impedirgli di segnare. La band di
Johan fu fermata anche dagli Argentini, in un Mondiale deciso dalla dittatura dei
colonnelli. Gli stadi delle torture, un paese in cui gli oppositori piovevano giù dagli
aeroplani. Johan non ci andò. Per un ricatto, perchè non gli davano abbastanza
soldi, perchè non voleva giocare per i colonnelli. Non si sa. Non andò. Fu il più
grande di tutti i tempi, per come innovò, per come giocò, per come parlò, per come
perse, per come allenò, perchè non è stato un ingenuo come Pelè, nè un disgraziato
come Maradona. Fu più intelligente di loro, e non
meno decisivo nell’indirizzare il
corso della cose. Gli Olandesi probabilmente
sono il popolo più forte nel gioco del
calcio. Sono sempre stati pochi, e la percentuale di calciatori magnifici tra le fila di
una nazione così modestamente popolata, è impressionante. Paragonabile forse alla
quantità di geni di origini ebraiche, diciamo. In più gli Olandesi vivono in modo
agiato in un Paese che offre molte opportunità. I Brasiliani sono milioni, e la
maggior parte di loro non può scegliere cosa fare. Esisteranno tanti centravanti
Brasiliani quanti sono titti gli Olandesi, è un fatto statistico che ne vengano fuori di
forti. I Brasiliani sono il più numeroso tra i popoli che giocano a calcio. Il
Brasile non stupisce, annoia, come tutto quello che è tanto, che è scontato, e alla fin
fine, poco prezioso. La ridanciana superficialità dei latini, al confine con una
inconsapevolezza e la sventurata attitudine maldestra propria dei mediterranei. I
Brasiliani che si giocano tutti gli averi nella vittoria della squadra carioca, nel 1950,
al Maracana, e che perdono tutto, perdono tutti, si impiccano e piangono per anni, a
causa di un Uruguay corsaro e semplicissimo e bravo. La madre di Rafael Van Der
Vaart vive in una roulotte. Non è povera. E’ una hippie. Vive in una comune. Che il
figlio guadagni milioni di euro, non la condiziona, non le interessa. Coltiva fiori,
beve tea. Probabilmente fuma, ed è
felice per suo figlio. Rimane un mistero,
che un bambino nato in un ambiente così
fortemente anti-competitivo, sia diventato
il più giovane capitano dell’Ajax. L’Ajax è
il club, indissolubilmente legato agli ebrei della città, di Amsterdaam.
Normalmente, passa il tempo a schiacciare sotto i tacchetti i
sogni delle tifoserie antisemite. In alcuni periodi le prende. In altri periodi, più
fortunati, l’Ajax si aggirà per l’Europa come la banda di Inglorious Bestards, ma con
più eleganza. Rafael Van Der Vaar ha fatto sovente a botte, scambiandosi sputi e
calci, con un ragazzo slavo nato in scandinavia, Zlatan Ibrahimovic, probabilmente
uno dei venti esseri umani mai esistiti più abili nel gioco del calcio (la connotazione
numerica serve a far capire perchè un calciatore sia pagato così tanto. Meno utile di
un medico, ma di medici ne esistono milioni, un calciatore è in grado di fare
cose che a quasi nessuno riescono. Marco Van Basten contro l’Urss fece un gesto
tecnico irripetibile, tutt’ora irripetuto, e anche il più prudente economista sa che il
valore di qualcosa è dato dalla sua rarità). Zlatan è un uomo molto arrogante e
molto intelligente, dotato di una forza sorniona e leonina, di un senso estetico
cubista e anarchico. Zlatan è un uomo dei tempi moderni. E’ dotato di meno senso
morale di un gatto, guidato da un individualismo sordo a qualsiasi buon
senso. Di antico, ha la personalità, fortissima,
irriconducibile ad una ragione comune. Egli
vince, ovunque vada. Insulta e sovrasta tutti.
Ama una donna bellissima, e più grande di lui, di
una bellezza intelligente e raffinata, ed in questo
c’è una maturità infinita che dona dignità anche al resto dei suoi gesti. Anche a
quelli più controversi, come quando disse al maleducato pubblico di San Siro di
succhiargli il cazzo. Lo avevano fischiato perchè lui aveva detto che essendo ricco e
bravo, gli sarebbe piaciuto girare l’Europa, nella sua carriera.Guardando
Ibrahimovic si capisce perfettamente che non abbia la più pallida idea di star
facendo uno sport di squadra.
Drammaticamente, tratta tutti
allo stesso modo, considerando
nessuno alla sua altezza, e tutti alla mercè del suo arbitrio. A proposito di prendere a
calci il pubblico. Eric Cantona si fece espellere per un anno
perchè, molto britannicamente, decise di dare un calcio in faccia ad un tizio che lo
insultava, dopo un gol. Cantona era nato in Francia. Guascone, abilissimo,
divertente, divertito, sempre sopra le righe, ma senza mai risultare eccessivamente
volgare o sguaiato, egli rappresentava di più che l’ennesimo numero sette del
Manchester United. Egli era la condensazione di un sogno, di un esperimento
politico che non ebbe mai luogo, quello di una fusione, a caldo, o a freddo, non
importa, della Francia con l’Inghilterra. Due tra i più interessanti tra i dualismi
europei, sul punto di fondersi, alla nascita dell’ottocento, per mano di Napoleone,
fermato dall’ammiraglio Nelson. Un altro numero sette dello United, George Best, è
noto ai più per la sua attitudine da viveur fuori dal campo. Invece era in grado di
segnare fino a sei volte durante la stessa partita. Come egli stesso ebbe
modo di sottolineare, se fosse stato meno noto per la sua incredibile bellezza,
sarebbe stato ritenuto facilmente più forte di Pelè. Che ormai si può dire, era un
rimbambito, e probabilmente ha capito la metà di quel che gli è successo. Il calcio si
gioca in grandi campi verdi, molto semplicemente. I tempi e gli spazi permettono
agli antropos di avere libertà e respiro, in un modo così equilibrato da lasciar
emergere le qualità più intime. Il pigro galleggia tra le linee degli operosi. L’estroso
si ricava una nicchia tra i marosi dei ricercatori di utilità. Il volenteroso e lo
stakanovista possono essere ovunque e fare tutto il necessario. Si può cogliere la
solitudine dell’ala destra, o guardare, semplicemente, un uomo mentre pensa. Un
uomo che accetta il destino, un uomo che non si rassegna. Vigliaccamente qualcuno
si nasconde tra le pieghe del gioco, e il reduce dall’infortunio, o il vecchio bollito
provano a fare qualcosa, pietosamente. C’è chi pontifica, c’è chi redarguisce. C’è
chi, come Cantona, play to fight the idea of losing. L’idea dello sconfiggere la
sconfitta, è ben lontana dalla lampante
e volgare idea di vittoria. Ce ne son
molti, di calciatori,
perdenti, talentuosissimi, e mai
vincenti. O raramente vincenti. Roberto
Mancini ha allo stesso tempo vinto poco e tanto, massima espressione dell’arte di
vivere a culo verso. Da calciatore ha raccolto prestigiose vittorie, un pò come Denis
Bergkamp. Ma non abbastanza per diventare un divo, assolutamente riconosciuto.
Campione del mondo, si avvia a questa sorte anche Francesco Totti, toro e
libellula. Ognuno di loro prigioniero dei propri sogni, tanti ultimi Re di Scozia, esuli
nel proprio sconfinato talento, in squadre non abbastanza potenti. Jari Litmanen,
finlandese e distante da tutto e tutti. Quasi per una conseguenza strutturalista, gli
esseri umani si dispongono in camo su tre linee. Con naturale istinto, son più coloro
che si occupano della difesa, e pochi, e con grandi responsabilità, quelli che si
prendono cura di sferrare l’attacco, tanto quanto il branco si chiude e avanza con
una ruttura vagamente piramidale. Ci vuole l’intervento della cultura, per cambiare
questo stato di cose. Nella mente di Cruyff allenatore a Barcellona, nacque l’idea di
poter giocare con solo tre uomini in difesa, lasciando che il resto si dedicasse
all’esplorazione e alla conquista. Idee simili, coltivava Arrigo Sacchi, più cauto, più
accurato, ma non meno fedele a iddio, nel rendergli grazia tramite opere che
rendessero il suo mondo più bello. Italiano di passaporto e nel modo di scandire
le parole, Arrigo Sacchi fu sempre convinto che il gruppo non potesse caricare di
ipocrite responsabilità il singolo, affidandosi fideisticamente ad esso, e che il
singolo dovesse partecipare alla vita del gruppo, dando il suo contributo
organicamente. Costrinse fior di artisti, come in un nuovo rinascimento, a mettersi a
disposizione degli artigiani, condividendo
fatica e gloria. Negli workshop gli
artigiani erano tecnicamente peritissimi, e
gli artisti condividevano intuizioni,
rubabano il mestiere. A Roma giocano due
squadre di calcio. Per un inspiegabile scherzo del destino, la prima ad essere
fondata, non porta il nome della città, così, quella che noi oggi chiamiamo Lazio,
dovremmo chiamarla Roma. E non dovrebbe vestire di celeste, ma di
giallorosso. Viceversa, per quanto riguarda l’A.S. Roma, che se avesse trovato
occupato il dominio cittadino, alla sua fondazione, avrebbe quasi
sicuramente optato per il nome della regione in cui la città si trova. La Roma è uno
dei club più affascinanti d’Europa, la Lazio, uno dei club più folli
e sfortunati. Laziali sono stati sghembi poeti danesi, come Laudrup il giovane,
oppur eguitti insopportabili, come Chinaglia, che la lasciò per gli assurdi New York
Cosmos. E appena sbarcato in America, non ebbe esitazioni nell’acquistare una 44
Magnum, mentre il compagno Re Cecconi veniva ucciso da un gioielliere durante il
gioco di una finta rapina. Nella Lazio giocò Gascoigne, uno dei più brillanti talenti
inglesi, discendente diretto di Dylan Thomas, centrocampista incredibilmente
intuitivo, e molto intraprendente. Usciva di casa, lasciando aperto il portone del
cerchio di centrocampo. Sembrava esattamente il contrario di quello che faceva. Era
lento e macchinoso, appariva inarrestabile e fluidamente risucchiato verso la rete
avversaria, alla prova dei fatti. E proprio in Inghilterra, giace, senza pace, la
squadra del Manchester City, sempre di celeste vestita, sempre prigioniera della
malinconia di antiche vittorie e travolta da improvvise ricchezze, come fu la Lazio
dei venditori di pomodori. Il City vanta i tifosi
più irrazionali d’Europa, gente capace
di cantare agli avversari, in vantaggio di
quattro reti dopo venti minuti “boring! boring!”. O ancora peggio, o meglio, forse, di
intonare cori come “adesso non cantate più”, perchè, dopo una tragica caporetto,
il City aveva trovato la forza di fare un misero gol, contro i sei degli avversari. Il
calcio non lo si può descrivere con stanche metafore, che lo rendano appetibile ad
un pubblico che non vuole amarlo, o che lo ama nel modo sbagliato. Il calcio è carne
ancora viva, nonostante i segnali mortiferi. Ci sono due modi di intendere il calcio.
Per il primo, esso non esiste, con gli spalti vuoti. L’Arsenal che vince l’FA Cup, ha
un minimo senso, se batte i suoi avversari davanti ad un pubblico. Ogni atto,
è giustificato, reso reale, dalla presenza del pubblico. E’ il calcio inteso come
spettacolo. Ma esiste un altro modo di vedere il calcio. E per questo verso, il calcio
esiste se viene giocato. Esiste nello sguardo a ferra di Raul Gonzales Blanco prima di
tirare un rigore. Esiste comunque. E’ l’attimo, continuo, sommerso, in cui dei singoli
esseri umani, tatticamente, istintivamente, si spostano in campo aperto, naufraghi,
partecipi, scostanti, appassionati. E’ l’attimo in cui la corsa della palla viene
interrotta con l’interno del piede. L’attimo in cui il regista decide di aprire il gioco.
E’ l’attimo in cui i centravanti è senza palla, e si muove nello spazio. E’ l’attimo in
cui il giocatore, colui che pratica il gioco, conta quante volte la palla dovrà entrare
nella porta, perchè egli si metta ancora una volta alle spalle l’idea della sconfitta. Il
calcio esiste, perchè può esistere senza il pubblico: può per lunghi e indimenticati
attimi, ignorare la compresenza del resto del mondo. Come quando chi calcia una
palla di mezzo interno collo la sente aderire al piede, in gesto che è
l’equivalente sportivo della compresenza, questa sì, lecita, benedetta, tra natura e
cultura, nella ghiera dell’Opinel. Come durante i supplementari di Italia-Germania
del 1970, come durante Barcellona-Sampdoria del 92. Il calcio che si auto-
organizza, che sfugge l’aneddotica. Perchè tutto quello che accade, è dentro il
campo. E per ognuno, è una questione privata, semplicemente. Come se
tutto smettesse di essere metafora di qualcos’altro, in una coincidenza tra significati
e significati. Perchè nella pratica (nella prassi?) del calcio c’è la verita che soggiace
al gioco. O più radicalmente, c’è la stranezza di un gioco che rifiuta le categorie che
individuano una attività ludica come simulazione, che rifiuta di essere consapevole
della sua irrealtà.
Luca di Walwian.


One Comment
Il più bell’articolo mai scritto sul calcio.
Germano D'Ambrosio - Calciomercato.com
11/11/2009
Leave a Reply