This is football.

November 10th, 2009 in sport by Luca1 Comment

This is football.


Pier Paolo Pasolini cova diverse passioni. La sociologia, la poesia, girare film. Di


PPP ci rimangono le immagini della Rai, salotti televisivi. Fior di teste gli rivolgono


PPPdomande, e lui risponde, con


una sensibilità infinita, prevedendo


quello che stava per accadere. Fa


notare la realtà delle cose, quando


dice che i figli della working class sono quelli vestiti da poliziotti. I borghesi hanno


le Nikon e gli eskimo. Oggi è lampante, quasi stucchevole. Ieri non si capiva, era un


concetto invisibile,  come una premonizione. Nel tempo libero, Pier Paolo ha una


peculiare predilezione per i giovani virgulti delle borgate romane. Paga con interessi


salatissimi. Pier Paolo  fa il terzino. Probabilmente, il miglior terzino della sua


generazione. Gioca come fluidificante. Vuol dire che parte da dietro, e si spinge in


avanti, a lunghe falcate, un po’ come Giacinto Facchetti, ma con più consapevolezza


della situazione sociale. Ci vuole forza intelligente, per farlo. Pasolini aveva


a Zacintoun fisico filiforme e nervoso, avrebbe potuto giocare


nell’Olanda di Johan Cruyff. Con quella fronte ampia


e la statura notevole, poteva  anche andare a


ragionare in area sui calci piazzati. Aveva


piedi educati e grande forza, anch’essa nervosa. Due


cose molto europee. Una era il comunismo, burocratizzato, grigio, aberrante, prima


e dopo la Primavera di Praga. L’altra era il calcio totale dell’Olanda. Erano entrambi


utopie. Johan Cruyff si accorge di avere numerose doti. E’ molto intelligente e molto


bravo a giocare a pallone. Di origine ebrea, l’Olandese si aggirava con la palla


al piede come Nureyev sul palco, e nello stesso modo in cui il ballerino russo


lanciava la falcata, Johan agganciava il pallone al volo. Ogni singolo muscolo teso


nell’aria fredda, la ricaduta di cemento e molle, a terra. Era pura supremazia. Era


bellezza fisica. Era un pensiero oltre l’utopia. Il comunismo suggeriva un


egualitarismo sterile. La mossa preferita di Johan era un passo doppio con cui


occultava il pallone all’avversario diretto, celandolo dietro il proprio corpo. Si girava

golden duck - flyin' dutch cruyff



e se ne andava da un’altra parte, non


necessariamente in avanti. Un completo


dominio dello spazio e del tempo. Prendeva


il pallone, e a dispetto di altri 21 esseri


umani, lo faceva suo. Quando gli sembrava abbastanza, un compagno arrivava a


dargli man forte. Nell’Olanda di Cruyff tutti dovevano far risaltare la propria


individualità, alla pari. Il difensore, attaccava, l’attaccante rientrava. Niente era

Fw>> / batti tu il calcio d’angolo /


come sembrava e ognuno poteva essere ciò  che desiderava. Primus inter pares,


Johan, il tiranno nell’Arancia Meccanica, come e più freddo e spietato di Alex, si


issò sul tetto d’Europa solo in virtù della sua prepotente bellezza. Arroganti


intelligente, sostenne la propria superiorità, con non-chalance e prepotenza. Una


prepotenza calvinista, una supremazia nata dal lavoro, dall’applicazione maniacale


di schemi e metodi. Era apollineo e cartesiano, nelle sue controllatissime giravolte.


diego, numero 10E’ stato il migliore di tutti. Fu battuto solo dai


tedeschi, quando i Tedeschi erano imbattibili.


Un ragazzo con i baffi non molto bravo a giocare


a pallone: Gerd Muller. Peculiarità: era


impossibile impedirgli di segnare. La band di


Johan fu fermata anche dagli Argentini, in un Mondiale deciso  dalla dittatura dei


colonnelli. Gli stadi delle torture, un paese in cui gli oppositori piovevano giù dagli


aeroplani. Johan non ci andò. Per un ricatto, perchè non gli davano abbastanza


soldi, perchè non voleva giocare per i colonnelli. Non si sa. Non andò. Fu il più


grande di tutti i tempi, per come innovò, per come giocò, per come parlò, per come


perse, per come allenò, perchè non è stato un ingenuo come Pelè, nè un disgraziatoo rey


come Maradona. Fu più intelligente di loro, e non


meno decisivo nell’indirizzare il


corso della cose. Gli Olandesi probabilmente


sono il popolo più forte nel gioco del


calcio. Sono sempre stati pochi, e la percentuale di calciatori magnifici tra le fila di


una nazione così modestamente popolata, è impressionante. Paragonabile forse alla


quantità di geni di origini ebraiche, diciamo. In più gli Olandesi vivono in modo


agiato in un Paese che offre molte opportunità. I Brasiliani sono milioni, e la


maggior parte di loro non può scegliere cosa fare. Esisteranno tanti centravanti


Brasiliani quanti sono titti gli Olandesi, è un fatto statistico che ne vengano fuori di


forti. I Brasiliani sono il più numeroso tra i popoli che giocano a calcio. Il


Brasile non stupisce, annoia, come tutto quello che è tanto, che è scontato, e alla fin


fine, poco prezioso. La ridanciana superficialità dei latini, al confine con una


inconsapevolezza e la sventurata attitudine maldestra propria dei mediterranei. I


Brasiliani che si giocano tutti gli averi nella vittoria della squadra carioca, nel 1950,


al Maracana, e che perdono tutto, perdono tutti, si impiccano e piangono per anni, a


causa di un Uruguay corsaro e semplicissimo e bravo. La madre di Rafael Van Der


Vaart vive in una roulotte. Non è povera. E’ una hippie. Vive in una comune. Che il


figlio guadagni milioni di euro, non la condiziona, non le interessa. Coltiva fiori,


Raffaello ervìvì Van der Vaartbeve tea. Probabilmente fuma, ed è


felice per suo figlio. Rimane un mistero,


che un bambino nato in un ambiente così


fortemente anti-competitivo, sia diventato


il più giovane capitano dell’Ajax. L’Ajax è


il club, indissolubilmente legato agli ebrei della città, di Amsterdaam.


Normalmente, passa  il tempo a schiacciare sotto i tacchetti i


sogni delle tifoserie antisemite. In alcuni periodi le prende. In altri periodi, più


fortunati, l’Ajax si aggirà per l’Europa come la banda di Inglorious Bestards, ma con


più eleganza. Rafael Van Der Vaar ha fatto sovente a botte, scambiandosi sputi e


calci, con un ragazzo slavo nato in scandinavia, Zlatan Ibrahimovic, probabilmente


uno dei venti esseri umani mai esistiti più abili nel gioco del calcio (la connotazione


numerica serve a far capire perchè un calciatore sia pagato così tanto. Meno utile di


un medico, ma di medici ne esistono milioni, un calciatore è in grado di fare


cose che a quasi nessuno riescono. Marco Van Basten contro l’Urss fece un gesto


tecnico irripetibile, tutt’ora irripetuto, e anche il più prudente economista sa che il


valore di qualcosa è dato dalla sua rarità). Zlatan è un uomo molto arrogante e


molto intelligente, dotato di una forza sorniona e leonina, di un senso estetico


cubista e anarchico. Zlatan è un uomo dei tempi moderni. E’ dotato di meno senso


morale di un gatto, guidato da un individualismo sordo a qualsiasi buonMancini era cashmir


senso. Di antico, ha la personalità, fortissima,


irriconducibile ad una ragione comune. Egli


vince, ovunque vada. Insulta e sovrasta tutti.


Ama una donna bellissima, e più grande di lui, di


una bellezza intelligente e raffinata, ed in questo


c’è una maturità infinita che dona dignità anche al resto dei suoi gesti. Anche a


quelli più controversi, come quando disse al maleducato pubblico di San Siro di


succhiargli il cazzo. Lo avevano fischiato perchè lui aveva detto che essendo ricco e


bravo, gli sarebbe piaciuto girare l’Europa, nella sua carriera.Guardando


Ibrahimovic si capisce perfettamente che non abbia la più pallida idea di staril cigno van basten


facendo uno sport di squadra.


Drammaticamente, tratta tutti


allo stesso modo, considerando


nessuno alla sua altezza, e tutti alla mercè del suo arbitrio. A proposito di prendere a


calci il pubblico. Eric Cantona si fece espellere per un anno


perchè, molto britannicamente, decise di dare un calcio in faccia ad un tizio che lo


insultava, dopo un gol. Cantona era nato in Francia. Guascone, abilissimo,


divertente, divertito, sempre sopra le righe, ma senza mai risultare eccessivamente


volgare o sguaiato, egli rappresentava di più che l’ennesimo numero sette del


Manchester United. Egli era la condensazione di un sogno, di un esperimento


politico che non ebbe mai luogo, quello di una fusione, a caldo, o a freddo, non


importa, della Francia con l’Inghilterra. Due tra i più interessanti tra i dualismi


europei, sul punto di fondersi, alla nascita dell’ottocento, per mano di Napoleone,


fermato dall’ammiraglio Nelson. Un altro numero sette dello United, George Best, è


noto ai più per la sua attitudine da viveur fuori dal campo. Invece era in grado di


segnare fino a sei volte durante la stessa partita. Come egli stesso ebbe


modo di sottolineare, se fosse stato meno noto per la sua incredibile bellezza,


sarebbe stato ritenuto facilmente più forte di Pelè. Che ormai si può dire, era un


rimbambito, e probabilmente ha capito la metà di quel che gli è successo. Il calcio si


gioca in grandi campi verdi, molto semplicemente. I tempi e gli spazi permettono


agli antropos di avere libertà e respiro, in un modo così equilibrato da lasciar


emergere le qualità più intime. Il pigro galleggia tra le linee degli operosi. L’estroso


si ricava una nicchia tra i marosi dei ricercatori di utilità. Il volenteroso e lo


stakanovista possono essere ovunque e fare tutto il necessario. Si può cogliere la


solitudine dell’ala destra,  o guardare, semplicemente, un uomo mentre pensa. Un


uomo che accetta il destino, un uomo che non si rassegna. Vigliaccamente qualcuno


si nasconde tra le pieghe del gioco, e il reduce dall’infortunio, o il vecchio bollito


provano a fare qualcosa, pietosamente. C’è chi pontifica, c’è chi redarguisce. C’è


chi, come Cantona, play to fight the idea of losing. L’idea dello sconfiggere lahe plays to fight the idea of losing


sconfitta, è ben lontana dalla lampante


e volgare idea di vittoria. Ce ne son


molti, di calciatori,


perdenti, talentuosissimi, e mai


vincenti. O raramente vincenti. Roberto


Mancini ha allo stesso tempo vinto poco e tanto, massima espressione dell’arte di


vivere a culo verso. Da calciatore ha raccolto prestigiose vittorie, un pò come Denis


Bergkamp. Ma non abbastanza per diventare un divo, assolutamente riconosciuto.


Campione del mondo, si avvia a questa sorte anche Francesco Totti, toro e


libellula. Ognuno di loro prigioniero dei propri sogni, tanti ultimi Re di Scozia, esuli


nel proprio sconfinato talento, in squadre non abbastanza potenti. Jari Litmanen,


finlandese e distante da tutto e tutti. Quasi per una conseguenza strutturalista, gli


esseri umani si dispongono in camo su tre linee. Con naturale istinto, son più coloro


che si occupano della difesa, e pochi, e con grandi responsabilità, quelli che si


prendono cura di sferrare l’attacco, tanto quanto il branco si chiude e avanza con


una ruttura vagamente piramidale. Ci vuole l’intervento della cultura, per cambiare


questo stato di cose. Nella mente di Cruyff allenatore a Barcellona, nacque l’idea di


poter giocare con solo tre uomini in difesa, lasciando che il resto si dedicasse


all’esplorazione e alla conquista. Idee simili, coltivava Arrigo Sacchi, più cauto, più


accurato, ma non meno fedele a iddio, nel rendergli grazia tramite opere che


rendessero il suo mondo più bello. Italiano di passaporto e nel modo di scandire


le parole, Arrigo Sacchi fu sempre convinto che il gruppo non potesse caricare di


ipocrite responsabilità il singolo, affidandosi fideisticamente ad esso, e che il


singolo dovesse partecipare alla vita del gruppo, dando il suo contributo


organicamente. Costrinse fior di artisti, come in un nuovo rinascimento, a mettersi a


he's the Bestdisposizione degli artigiani, condividendo


fatica e gloria. Negli workshop gli


artigiani erano tecnicamente peritissimi, e


gli artisti condividevano intuizioni,


rubabano il mestiere. A Roma giocano due


squadre di calcio. Per un inspiegabile scherzo del destino, la prima ad essere


fondata, non porta il nome della città, così, quella che noi oggi chiamiamo Lazio,


dovremmo chiamarla Roma. E non dovrebbe vestire di celeste, ma di


giallorosso. Viceversa, per quanto riguarda l’A.S. Roma, che se avesse trovato


occupato il dominio cittadino, alla sua fondazione, avrebbe quasi


sicuramente optato per il nome della regione in cui la città si trova. La Roma è uno


dei club più affascinanti d’Europa, la Lazio, uno dei club più folli


e sfortunati. Laziali sono stati sghembi poeti danesi, come Laudrup il giovane,


oppur eguitti insopportabili, come Chinaglia, che la lasciò per gli assurdi New York


Cosmos. E appena sbarcato in America, non ebbe esitazioni nell’acquistare una 44


Magnum, mentre il compagno Re Cecconi veniva ucciso da un gioielliere durante il


gioco di una finta rapina. Nella Lazio giocò Gascoigne, uno dei più brillanti talenti


inglesi, discendente diretto di Dylan Thomas, centrocampista incredibilmente


intuitivo, e molto intraprendente. Usciva di casa, lasciando aperto il portone del


cerchio di centrocampo. Sembrava esattamente il contrario di quello che faceva. Era


lento e macchinoso, appariva inarrestabile e fluidamente risucchiato verso la rete


avversaria, alla prova dei fatti. E proprio in Inghilterra, giace, senza pace, la


squadra del Manchester City, sempre di celeste vestita, sempre prigioniera della


malinconia di antiche vittorie e travolta da improvvise ricchezze, come fu la Lazio


raul gonzales y blancodei venditori di pomodori. Il City vanta i tifosi


più irrazionali d’Europa, gente capace


di cantare agli avversari, in vantaggio di


quattro reti dopo venti minuti “boring! boring!”. O ancora peggio, o meglio, forse, di


intonare cori come “adesso non cantate più”, perchè, dopo una tragica caporetto,


il City aveva trovato la forza di  fare un misero gol, contro i sei degli avversari. Il


calcio non lo si può descrivere con stanche metafore, che lo rendano appetibile ad


un pubblico che non vuole amarlo, o che lo ama nel modo sbagliato. Il calcio è carne


ancora viva, nonostante i segnali mortiferi. Ci sono due modi di intendere il calcio.


Per il primo, esso non esiste, con gli spalti vuoti. L’Arsenal che vince l’FA Cup, ha


un minimo senso, se batte i suoi avversari davanti ad un pubblico. Ogni atto,


è giustificato, reso reale, dalla presenza del pubblico. E’ il calcio inteso come


spettacolo. Ma esiste un altro modo di vedere il calcio. E per questo verso, il calcio


esiste se viene giocato. Esiste nello sguardo a ferra di Raul Gonzales Blanco prima di


tirare un rigore. Esiste comunque. E’ l’attimo, continuo, sommerso, in cui dei singoli


esseri umani, tatticamente, istintivamente, si spostano in campo aperto, naufraghi,


partecipi, scostanti, appassionati. E’ l’attimo in cui la corsa della palla viene


interrotta con l’interno del piede. L’attimo in cui il regista decide di aprire il gioco.


E’  l’attimo in cui i centravanti è senza palla, e  si muove nello spazio. E’ l’attimo in


cui il giocatore, colui che pratica il gioco, conta quante volte la palla dovrà entrare


nella porta, perchè egli si metta ancora una volta alle spalle l’idea della sconfitta. Il


calcio esiste, perchè può esistere senza il pubblico: può per lunghi e indimenticati


attimi, ignorare la compresenza del resto del mondo. Come quando chi calcia una


palla di mezzo interno collo la sente aderire al piede, in gesto che è


l’equivalente sportivo della compresenza, questa sì, lecita, benedetta, tra natura e


cultura, nella ghiera dell’Opinel. Come durante i supplementari di Italia-Germania


del 1970, come durante Barcellona-Sampdoria del 92. Il calcio che si auto-


organizza, che sfugge l’aneddotica. Perchè tutto quello che accade, è dentro il


campo. E per ognuno, è una questione privata, semplicemente. Come se


tutto smettesse di essere metafora di qualcos’altro, in una coincidenza tra significati


e significati. Perchè nella pratica (nella prassi?) del calcio c’è la verita che soggiace


al gioco. O più radicalmente, c’è la stranezza di un gioco che rifiuta le categorie che


individuano una attività ludica come simulazione, che rifiuta di essere consapevole


della sua irrealtà.


Luca di Walwian.

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Author: Luca

Luca è nato nel 1982 a giugno, mese che continua, imperterrito, a citare. Lo fa, si direbbe, attratto dall'inebriante fascino del grano nella provincia italiana. Esperto di pezzi di molte cose, si specializza in guerra fredda e cappelli. Riuscendo nell'impresa di fondere le due cose con controverso talento. Spera che "The Walwian" possa, un giorno, essere stampato con torchio e caratteri mobili. SCRIVIMI

One Comment

Il più bell’articolo mai scritto sul calcio.

Germano D'Ambrosio - Calciomercato.com

11/11/2009

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Siamo anche qui, e qui, ecc…

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