South & North / Volume 2
- Verso North/ Preludio / Spad VII S2489 by Francesco De Gregori
- Verso South / Preludio / Geordie by Fab De Andrè
- Verso North / Più Vicino / La Topolino Amaranto by Paolo Conte
- Verso South / Più Vicino / Maggese by Cesare Cremonini
- Verso North / Dentro! / Quelli Che Ben Pensano by Frankie Hi Nrg
- Verso South / Dentro! / Un Ragazzo di Strada by I Corvi
- Verso North / Vie di Fuga: Sky / Dollars & Cents by Radiohead
- Verso South / Vie di Fuga: Sea / Speed Of Sound by Pearl Jam
* 1 *
– Verso North/ Preludio / Spad VII S2489 by Francesco De Gregori -
Leonardo DV dipinge le nebbioline. E’ una grossa novità. E’ un’anticipazione alla vague di lineo. Le piante sono giuste. I paesaggi sono giusti. E’ un mondo sfumato e rurale. E’ piatto e incolore. E’ una bruma fredda soakin’ into the bones. E’ pura rarefazione dell’umanità. Le linee sono basse, le strade sono tirate con i campassi e la squadre. C’è la mia fattoria, c’è la tua fattoria. C’è fumo e vapore in inverno, condensa che viene su da grandi orti e coltivazioni estensive. Oggi dura pochi secondi, attraversata a grande velocità, mentre l’acqua piena di cocaina irriga i campi, scorre cartesianamente. Mucche e pulcini su scala industriale. E’ un non-luogo antico. E’ isolato dalla sua stessa planimetria, è indeterminato, mancanza di qualsiasi traccia discreta. E’ quiete invernale, è pura antropizzazione e mattina diossinica e lattiginosa. Tra le righe, il percorso di un TIR, ricorda la natura meramente produttiva della vita/ valle padana. E’ un terreno segnato dall’introduzione delle nuove tecniche agricole, alla fine del Medioevo, al nascere dell’Età Moderna.
*2*
- Verso South / Preludio / Geordie by Fab De Andrè -
Le colline sono alte. Le colline sono inspiegabili e magiche. Le colline sono bazzicate da gruppi di umani dall’antichità. Nota la dicotomia. Le colline di ulivi, guarda la terra. Sembra sempre arida, sembra bruciata. Probabilmente arde da migliaia di anni. I Sabini coltivano l’oro dolce delle olive. I Sabini sono soci dei Romani. C’è stato melting pot, ingegneria sociale e pianifcazioni demografiche, stupri e ratti, patti e matrimoni. Non puoi rivoltare una zolla che non sia stata già toccata. Nota la dicotomia. Dopo gli uliveti, c’è la macchia e i boshi selvatici, feriti dai pali dell’energia elettrica e da sperlonche statali. E’ un territorio ripiegato su se stesso, una orografia corrucciata e giovane, improvvisamente impervia, appena finisce la campagna mediocre delle produzione pre-industriali. Non ci sono contrade, ci sono paesotti arroccati e immutabili, costruiti all’inizio del Medioevo, nati dalla fuga e dal sopruso, dalla paura e dalla ottusa sicurezza che sarebbe durato per sempre. Sono rifuggi impauriti, oggi quieti e lentamente marciti, senza inquinamento, ma arrugginiti e cadenti. Inesorabile declino di una civiltà anacronistica. Non si trasformano in oasi ecologiche e tecnologiche perché gli indigeni utilizzano i propri danari per organizzare feste pagane alla fine dell’inverno. Valuta moderna bruciata alla dea Cerere, cantanti televisivi in luogo delle statue dei santi, che solo ieri erano peni pagani issati nelle grotte, o adagiati, eretti sui campi. E’ una civiltà sgretolata, stritolata da tutto. Arroccata e teneramente morente, naturalmente legata alla sussistenza, ai pesi calcolati in etti, in cui ogni novità che viene introdotta rimane per sempre una novità (sentite il timbro irrimediabilmente antico della parola, priva della “u”, che porta complessità e una pronuncia meno comoda, ma più intelligente, proprio come le nostre impugnature ergonomiche).
*3*
- Verso North / Più Vicino / La Topolino Amaranto by Paolo Conte -
Dentro c’è interland e terra provinciale. La terra è ricca e grassa. I sindaci sono grassi e hanno buoni bilanci. Il tessuto dei piccoli centri, è ricco e borghese, nel senso primordiale del termine. C’è una cura quasi sassone nel modo in cui il mondo viene pettinato. C’è una quiete cortese che sopisce i riti arcaici da Virgilio a Pavese, riti pagani di fiamme e sperma, di falò alla luna e latte sulle zolle misto a cenere. E’ una civiltà di contrade quiete, di minuscoli centri urbani nati lungo le vie, che si estendono in modo simile ad ogni civiltà fluviale. Il Po non è il Nilo, il Nilo è la ragnatela di canali di irrigazione, solcati con paziente buonsenso e un certo spaventoso pragmatismo. Dormono i tumulti degli Anni Venti, dorme il provincialismo post-bellico, la piccola produzione resiste, con dotta e manesca pruderie, al terziario senza senso. Il tessuto sociale resiste a fatica alla brasilianificazione. Compaiono grate e grettezza. Gli esseri umani giovani attraversano lo spazio delle loro vite, minuto e diladato dal latifondo, su auto di proprietà. Si ritrovano in locali. Non viene praticato il picarismo stradaiolo tipico del South, che spinge in giro, senza meta (e senza metà), fuori, dove ci sono le manine di primavera. Let’s talk about money. Non c’è niente da fare. E’ ineluttabile. Non accade niente di interessante, dove non girano i danari, in occidente. Non c’è modo di sfuggire al giro delle fabrichètte. I possessori delle fabrichètte blindano le ville e votano Lega. Sono abbastanza provinciali. Non meno dei possessori dei nuovi latifondi southisti. Ma c’è un click, così intimamente moderno, che accomuna, per azione e reazione, a volte per ribellione, con strappi e strattoni simbolici e concreti, i luoghi dove gli ingranaggi della produzione si muovono, ai luoghi delle idee, ai luoghi della sensibilità. Gli esseri umani sono una specie sensibilissima, come gli anemoni di mare. Se non succede niente, non fanno niente. Se qualcosa si muove, cominciano ad ondeggiare, a sfiorarsi, a riprodurre se stessi e a propagarsi, attraverso gli oggetti, le parole, le idee. Circoli vagamente virtuosi, quasi salvi dal vizio dell’inetta immobilità, al netto delle umane fragilità e dell’enorme limite di trovarsi nel settore sbagliato della parte in cancrena del mondo.
Fw >> / this land is our land. /
I soldi delle fabrichètte, più o meno sporchi, più o meno eccitanti, sono serviti per dipingersi il mondo in modo più gradevole, in modo rispettabile ed ordinato. In modo sicuramente contestato, contestabile, e per molti versi odioso come ogni cosa provinciale e racchiusa, ma almeno, decoroso. Per certo c’è una certa austera serietà, che rende anche il vivere a culo verso molto più divertente che altrove, secondo la legge della commedy percui tanto è più compito chi rivece la torta in faccia, tanto più sarà accentuato l’effetto comico. Come ovunque, l’abitudine toglie gran parte delle voglia di scherzarci su. Le periferie ingrigite, son divertenti, solo quelle degli altri.
*4*
- Verso South / Più Vicino / Maggese by Cesare Cremonini -
Questa è una questione privata. Questo è tra me, e tu che vivi in provincia, giù. Qualcuno doveva pur dircelo. / Il numero degli abitanti è medio. Le dimensioni delle città sono medie. Le distanze sono medie. Sono le città dei regni del centro, e nella loro medietà c’è tutta la manifestazione della loro mediocre centralità. Sono cittadine segnate nel cuore da vaghi ricordi dei The Romans (l’impero più rock & roll dell’antichità?), cardi e decumani confusi dalle caotiche stratificazioni medioevali e comunali. Appena fuori della città /guarda le tracce / la realtà subisce, da se stessa, un sottilissimo processo di randomizzazione. Tutto diventa inspiegabile senza informazioni riservate, senza conoscere le storie minute, senza andare a curiosare. Si perde ogni principio logico. Tutto è in preda al particolare. Il giardiniere si inerpica sulla schiena della collinetta e e rimette il profilattico sugli innaffiatoi che bagnano il prato inglese (altrimenti si rovinano!). Il prato inglese, perfettamente tinge di verde il terreno, fin dove i muri bianchi e il vetro specchiato e l’acciaio salgono in verticale. La fabbrica accanto marcisce nella metallo-merda in putrefazione. La gente vive in case popolari o villini, altrove. Hanno costruito pollai di lamiera. Sono sporchi e scaleni, e i proprietari probabilmente pronunciano con disprezzo la parola zingaro, ma sono white trash e rednecks. Il bianco-verde della fabbrica perfetta con il giardiniere: come i colori di una piccola squadra locale, è nel logo della nuova hacienda. Vivacchia sullo stabilimento-cadavere che era di proprietà della corp più importante di tutti i tempi – non è affatto vero, è una valutazione morale – che si chiama come un tremendo stato americano noto per il record di condanne a morte. E’ una singolarità. E’ caratterizzante. Che ci faceva qui una fabbrica fica? Noi non capiamo. Non si può capire. Esiste solo sapere/non sapere. Ogni isola produttiva sembra vivere scollegata dal contesto, ogni fabbrica arruginisce o prospera in una realtà parallela. E’ un feudalesimo 2.0. Sono luoghi profondamente feudali, dove il benessere è diffuso in maniera discontinua, e discretamente, il danaro, rimane impantanato in sacche improduttive di privilegio e caso. Piccoli valvassori non crescono, uno stuolo di figli secondo geniti che sperperano risorse per garantirsi una sussistenza di alto bordo. Non c’è dignità in questo danaro, non c’è la severa ansia di abellire il mondo, per rendere grazia a Dio e scoprire di non essere destinati alla dannazione. Non c’è calvinismo. C’è un cattolicesimo pagano e vampiresco, una devozione amorale e morbidissima. Nessuno usa il danaro in modo intelligente, che vorrebbe dire: in modo avido ed utilitaristico, ma dinamico, spregiudicato. Non c’è la sfavillante malvagità del profitto, c’è la putrescente calma della scrematura sull’incasso. Il mondo intorno ne risente, sfigurato - ma in maniera assolutamente sostenibile / qui non esistono veri estremi / dall’incuria e dall’abbandono. Le corriere e i treni, riservati agli strati normali e umili della popolazione, puzzano e tremano. I bordi delle strade, ancorchè privati, sono incolti. Come è incolto chiunque li guardi, li tolleri, li foraggi con il lasseiz –faire. E’ una tana di tepore e stasi. Fa venire il vomito, ipnotizza, consola. Abbiamo visto le menti peggiori della nostra generazione parassiti di se stesse, e quelle migliori, liquefarsi nel nulla della loro incompiutezza. Inetti. I figli sono i nervi del futuro. Qui, i figli sono le budella che succhieranno un po’ di nutriente prima della defecazione del plusvalore. Non c’è alibi, per queste giovani vite di provincia. E’ una tara, come quelle dei nati da chi scopa tra consanguinei. Non esiste genio. Non esiste splendore. Non può esistere. Che cosa è un miserabile? Cosa siamo noi? Cosa accade in queste tribù? Il non riconoscimento dei limiti / una irrimediabile mancanza di know how / a qualsiasi livello / la mancata consapevolezza dei limiti / una dispersione di risorse / la giustificazione / la derisione / la quiescenza / l’inettitudine del capace che non fa / l’insuperabile non poter fare / la protervia silente di chi non sa fare, ma potrebbe e giace e lascia giacere la sua e anche le vite degli altri / l’inverno del nostro scontento / l’insoddisfazione / scostante / un continuo accecamento che si protrae di estemporanea fortuna in estemporanea fortuna, di sopravvivenza agiata in sopravvivenza agiata o umile o normale. E la cosa incredibile è che non ci si campa poi così male. Ma qualcuno doveva pur dircelo / Mi dispiace sia venuto fuori così. / No, cosa dici. Qui la vita è orrenda. / Non lo è. / Si, lo è! / Che cosa è la vita, che vuol dire vivere in un posto? / Non lo so / Neanche io.
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