Neorealismi/Jazz
In giro circola una voce strana. In giro i ragazzi lo dicono. In giro le ragazze ammiccano e occhieggiano. Lo sanno tutti. E’ risaputo. E’ common law. L’ultima cosa venuta fuori dall’Italia, ad esclusione di quelle che ridefiniscono verso l’alto i parametri dell’illegalità, è il neorealismo. Il neorealismo si è beccato la nicchia lasciata vuota dalla musica. Non c’era il rock & roll. Non c’erano le band. C’erano
gli attori e i registi. C’erano le storie. Il cinema era quasi nuovo. Una forma espressiva quasi all’apice della sua storia. In Italia non c’è Chuck Berry nè Jerry Lee Lewis. C’è la Magnani e c’è Fellini da cucciolo. Rossellini e il nostro Elvis, De Sica. Elvis era un ladro e un grassone e un bianco che si fingeva Re Creolo (and he went into overdose). Elvis ha ispirato la maggior parte dei cantanti. Un effetto farfalla strano: chi ama gli emuli di successo di Elvis, come Mick Jagger, John Lennon, Strummer, odia Elvis. E’ colpa dei concerti in serie a Las Vegas, è colpa dei musicarelli, è colpa del suo essere stato per famiglie fin dall’Ed Sullivan Show, con il suo bacino peccaminoso e francamente patetico, disinnescabile. Eppure il Re era il rock & roll, tanto quanto De Sica, che gli somigliava fin dal tipo di bellezza fisica, morbida, era il neorealismo. De Sica era un divo. Era un divo Elvis.
Nascevano e morivano nella divinità della loro natura. Siamo occidentali. Le divinità in fondo ci irritano. Ne abbiamo troppe, e non ce n’è mai una quando serve. Preferiamo gli eroi. Preferiamo quelli che muoiono presto, rapidamente, stupidamente. Il nostro rock & roll era il neorealismo. Il rock & roll non è affatto realistico. Può essere crudo, può essere spontaneo, può essere immediato. Ma non è mai realistico. Il rock & roll è verosimile, semplifica e accentua. Il neorealismo semplificava e accentuava. Era pura mistificazione. Era puro inganno. Era pura ricostruzione della realtà. I neorealisti hanno tecnica. I neorealisti sono natural born directors. Girano per istinto. Girano affinando la tecnica. Non importa che si arrabattino nel dopoguerra. Lo fanno con il piglio di chi lavora con la major alle spalle. Rossellini è un maniaco. Luchino Visconti è un perfezionista. De Sica è calligrafico e manierista.
Sono geni. Sono bravi con la tecnica. La tecnica segna la distanza dalla strada. Sono ideologicamente stradaioli. Lo sono perchè costretti dalle esigenze. Girano film in modo apollineo. Il neorealismo sfocia in Fellini, da Lo Sceicco Bianco ad Amarcord. Fellini alza la posta. Un neorealismo onirico. Giù la maschera. Stiamo facendo film. E’ come Dylan che scende dal ciuco del folk e sale sul cavallo del rock. Tra Fellini e De Sica ci sono gli stessi passi che separano il secondo Dylan dai i primi gruppi rock & roll. Le strade tra rock & roll e neorealismo si biforcano. Il neorealismo fa lingua in bocca con il jazz. La prima commedia italiana di successo in America si chiama “I Soliti Ignoti”. E’ il primo film che utilizza del jazz nella colonna sonora. E’ di Mario Monnicelli. Usa un linguaggio neorealista per raccontare una storia assolutamente surreale, buffonesca, inverosimile, tanto quanto può essere reale la vita descritta in The Great Escape dei Blur o in album dei Kinks. Quello che si vede nello schermo non conta. Nessuna storia è reale. Nessuna storia è realista. E’ il modo in cui è stata creata, ad esserlo. E’ comunque una narrazione. I Francesi non ne sapevano un cazzo di rock
& roll, ma sono sempre stati cool, così se ne sono inventato uno loro. La nouvelle vague. Truffaut e Godard raccontano bugie. Inventano situazioni. Imitano per sottrazione la realtà. Non aggiungono elementi alla città, ai volti, agli abiti. Spogliano, sottraggono, sfilettano. Probabilmente tagliano e tagliano e tagliano e chiedono agli scenografi di togliere questo e quello. Di lasciare solo una radio o un cappello. Guarda come girano. Guarda il film mentre viene girato. Presa diretta. Non fare due volte la stessa scena. Applica in modo elegante, sì, ma scoperto, senza affettazione, la tecnica registica. I film di Fellini e Rossellini sembrano girati da geni innati, come quadri di Michelangelo e dei Rinascimentali, fino a Caravaggio. A volte non nascono registi. Fellini non nasce regista. Ma è regista in ogni attimo. Ha i migliori direttori della fotografia di tutti i tempi. E’ gente che non ti fa girare se si fa troppo tardi, chi se ne
frega se costa di più, poi, tutto il baraccone. Dopo una certa, ce ne annamo. Sono grandi film. Chi guarda si sente intimamente spettatore. Chi non si sente spettatore davanti a 8 e ½, deve andare a fare il regista. Di corsa. La sensazione guardando Jules et Jim, o Fino All’Ultimo Respiro, è diametralmente opposta. Sembrano riprese fatte da un ragazzo profondamente innamorato del cinema, che scolasticamente, devotamente, spontaneamente, fa un film. Sono film che dicono: prendi il tuo amico belloccio e giratene uno tutto tuo. E’ la differenza tra un linguaggio intimamente proprio di chi lo produce, che ne è anche inventore, il neorealismo, e un linguaggio appreso, studiato, amato, riprodotto, non artificiosamente, ma con sapienza emulativa, la nouvelle vague. Conosco almena mezza dozzina di persone intelligentissime e divertenti che potrebbero essere ottimi registi nouvelle-vague. Non conosco nessuno in grado di concepire qualcosa come La Dolce Vita. Così, di conseguenza, per contiguità tra linguaggi, chi non ascolta il jazz come semplice pubblico è pronto per fare il jazzista, sta dalla parte sbagliata del palco. C’è un mucchio di gente che è pronta a fondare una rock & roll band e scrivere qualcosa di molto simile a Get Born
dei Jet. Segui le tracce del fuggitivo, della lepre creativa. Il rock & roll è un genere fatto da gente che imita altra gente. Che vorrebbe essere altra gente, che si ispira ad altra gente e nella migliore delle circostanze riesce a citarla, impreziosendo con tocchi personali quel che è già stato fatto. Il jazz è frontiera mobile. Musica di musicisti. Il rock & roll è musica per il pubblico, tanto quanto il neorealismo era in origine per il pubblico e la nouvelle vague per i cinefili. Qui il parallelismo si intreccia in un chiasmo, come l’elica del dna. Ci si scambiano i ruoli. Si parte con il neorealismo e il jazz semanticamente accostati dalla
discriminante dall’interiorizzazione della tecnica e dalla radicale separazione che costruiscono tra makers e audience. La nouvelle vague e il rock & roll sono emulazione, sono voglia di essere qualcos’altro. Creano un rapporto incestuoso con il pubblico. Immedesimazione. Apprendimento della tecnica al fine /ri/produrre , produrre di nuovo-nouvelle. Sono anche molto infantili. Sono puro piacere epidermico:
“adesso facevamo che io suonavo la chitarra e tu eri il cantante e dici: “you gotta roll with it.”
“adesso facevamo che io ero il regista e tu Belmondo, e poi tu facevi la faccia da mascalzone.”
Il neorealismo, e il jazz, nella loro bellezza pressochè assoluta, invece, sono divertimenti per adulti. Adulti soli, più che per soli adulti. C’è la serietà, divertita, magari, del mestiere, nella fotografia dei neorealisti. C’è l’applicazione, magari spontanea, degli attori. Ma nelle scene si avverte la pausa per il pranzo e la concentrazione perchè la luce va via. La concisione perchè, nei casi più sfortunati, la pellicola è poca. E questo non sottrae nulla all’estetica del genere. In qualche modo, oggi, soprattutto, il neorealismo sembra nella forma così curato e studiato da risultare rinascimentale, per le precisioni delle autonomie/anatomie. E paga in questo tentativo esplicito di riprodurre il vero, onesto, maniacale, un gap, risvegliando in noi la nostra natura di spettatori, come Verga non riusciva mai ad essere vero, più imitava la realtà, più la simulava, più se ne distanziava. Cosa è vero dunque? Esiste qualcosa che non sia una narrazione della realtà, ma sia una sua appendice artistica, una propagazione, una declinazione, una sua sfumatura? Il jazz, musica adulta, è inimitabile. Il jazz è l’unico (non) furto riconosciuto alla cultura afroamericana. Probabilmente, al contrario del tribale rock, è il primo prodotto dei discendenti africani integrati in un contesto occidentale. E’ il punto di incontro. E’ una nascita originale. E’ irriproducibile, come il neorealismo, dai non professionisti del genere. E’ pura cultura, con i suoi controtempi e le sue costruzioni, così innaturali, come i movimenti dei boxer – si spinge a destra per andare a sinistra, ci si sporge per proteggersi, dice Eastwood nel suo film di genere – . Si parla di jazz senza pudore, ed ogni parola si dipinge di ostentazione. E’ un marchio di raffinatezza. Non c’è altro modo che l’umiltà per ascoltare il jazz. Forse non va neanche confessato. E’ pura tecnica. Ha qualcosa di erotico, e infatti, per chi è abituato al rock & roll, dire che si ascolta il jazz suona come millantare le nuove avventure sessuali dopo anni di masturbazione. Il jazz è pura struttura. E’ urbano. Ha a che fare con le strade ortogonali e le tubature e le luci al neon e la sopraelevata di Chicago. Il jazz può essere caldo o molto freddo, e non credo che nessuno a parte un centinaio di persone sulla faccia della terra, sappiano davvero come funziona, cos’è, e come si fa a farlo, ovvero, a creare delle canzoni jazz, sempre che esistano delle canzoni jazz. Il jazz è la modernità del dopo. Il jazz, forse, è una lingua e una tecnica di scrittura. Jazz sono i romanzi noir, nel loro sincopato (vi sfido a trovare delle righe di jazz che non usino questa parola in modo pressochè automatico) racconto della verità. La verità è quantistica. La verità è frammentaria e randomizzata dall’aumento delle variabili. Il jazz sembra assecondare questa nature of reality, senza tentare di narrarla, ma semplicemente, soggiacendovi ed emergendo, sonicamente, ad un volume più alto. Una specie di radiazione sonora.
be gentle, please, L.



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