Long train runnin'

Da adolescenti crediamo tutti di dover finire dentro un libro. Vuoi perché risucchiati dallo studio, vuoi perché egoticamente convinti dell’unicità delle nostre storie. L’essere unici e, allo stesso tempo, integrati o, meglio, disintegrati. Les ados, ci ricordo nell’ingenuità delle azioni, nella timida tenerezza dei giorni di sole e di pioggia e di non importa cosa. Ci ricordo nelle prime sigarette perché tanto non comincio, ci ricordo nelle prime sbronze perché così mi diverto. L’età della segregazione sessuale. I maschi da una parte e le femmine dall’altra. Ci si incontrava, alcuni si incontravano, solamente per fugaci e imbarazzati scambi e ricerche ed esperimenti finanziati dalle tempeste di ormoni che ci smuovevano i corpi. Bastava così poco per fare scienza. Era tutto gratis e il futuro era ancora eternamente presente. Ci ricordo tra le pagine di quel libro, come miliardi di altri nella storia, con le stesse facce, gli stessi pensieri, le stesse straordinariamente insostenibili preoccupazioni. Oggi non voglio guardare indietro, né voglio celebrare i bei tempi che furono, né li voglio condannare, né rimpiangere. Ogni epoca della nostra esistenza si completa e si consuma nel momento in cui viene vissuta. Sinceramente non saprei dire con esattezza quando ho smesso di essere un adolescente e ho provato a diventare, lentamente e inanellando una lunga serie di fallimenti, un uomo adulto. Forse quando ho tolto Vitalogy dal lettore cd della macchina, forse quando ho comprato il primo album dei Sigur Rós, forse quando ho rimesso Vitalogy nel lettore cd e ho sentito i nervi staccarsi e ho stretto i pugni e irrigidito le braccia come mi succede quando sento nel petto di aver perduto qualcosa e di averla perduta per sempre.

Forse è stato quel momento, quando Vitalogy ha cambiato significato, il punto in cui si è rotto tutto. In cui ho smesso di sentrimi interessante, in cui ho ceduto e ho accettato l’eventualità di non finirci, dentro un libro e, invece, sono finito qui dentro. O qui sopra, come dite voi che siete di passaggio. Comunque non è di questo che vorrei parlare. Vorrei parlare del perché credo di odiare le persone e del mio incontro con il Genio, che non è una persona vera e propria e che non punta, con molta onestà, neanche ad esserlo. Ma cominciamo dall’odio, il vero motore della nostra civiltà (o di ciò che ne rimane). Ciò che rimane di un’illusione. Il concetto stesso di civiltà si poggia su una grande, confusissima, illusione. Questa è la storia di un gallo che imparò a saltare la corda. No, questa è la storia di me che odio le persone. Io odio. Io odio tutto. Io odio tutti. Io ho paura di tutto. Ho paura di tutti. Mi vergogno per gli uomini, mi vergogno per me stesso. Sono stanco, ho molto sonno. Vorrei solo esplodere in lunghi insulti. Vorrei solo gridare la mia solitudine celeste. Vorrei solo cadere e precipitare dove nulla più può arrivare. Provo vergogna, provo ribrezzo e repulsione. Sono un essere spregevole, perché non ci riesco. Non ci riesco ad essere presente, non riesco ad essere costante, non riesco ad essere affidabile. Io odio. Odio odio odio odio odio. E me ne frego. Mi disinteresso, mi rattristo. Perché io sono sempre in coda, sono sempre abbastanza intelligente per capire. Per capire tutti, per capire gli altri, per abbassare la testa, per fare quel cazzo di inchino cattolico e porgere l’altra fottuta guancia. Non riesco neanche a parlare come uno che prova a parlare come parlerebbe un mafioso italoamericano doppiato in un b-Movie da uno che non parla inglese. Voglio farmi doppiare da un muto. Odio. Odio. E me me frego. La vita, in questo preciso istante, assomiglia a una dolorosa attesa della morte. Se qualcuno mi doppiasse nella lingua dei segni, e io dovessi apprendere il mio pensiero da quei gesti che non conosco e che non capisco, credo potrei convincermi di stare in pace. Di essere una persona migliore di quello che sono. Di non odiare nessuno, in fondo al cuore. E invece no. L’odio è radicato nelle cose che faccio, la mia vita e le scelte nascono dal disprezzo. Se sono vegetariano non è per amore della natura ma per il disprezzo che provo per essa. Per il disgusto che provo nei confronti della morte, per il disagio che mi attanaglia nel momento in cui azzanno un cadavere. Privare qualcosa della vita per poi potersela ficcare in bocca. Masticare il sangue, inghiottire i muscoli, scartare il grasso. Sentire l’odore delle cose morte, lasciare che muoiano dentro di noi, fare da cimitero per chili di carne in putrefazione. Tutto nasce dal disgusto, tutto nasce dall’odio. Il mio diventa più vero quando sono sui mezzi di trasporto, quei luoghi in cui nessuno ha uno scopo preciso, in cui tutti aspettano solo di essere spostati da un posto all’altro, come bestie appese ai ganci di un macello. Ci si consegna a un vettore, che è indipendente da noi e che di noi se ne frega. Augé parlava di non luoghi. Luoghi di identità volatili, numeriche. Qui fuori c’è una nebbia densa come non ne vedevo da tempo. Dà una strana trasparenza alle cose. Il Genio mi siede accanto.

“Manuale per OSS”, operatori socio-sanitari. Bisogna essere coraggiosi per farlo. Operatori socio sanitari. Vuol dire esistere per aiutare le persone. No, non ce la farei mai. Io le odio le persone. Le odio a tal punto e talmente forte è la mia repulsione per la gente tutta che, beh, io mi sento in colpa e ho sempre il sorriso stampato. Qui sui mezzi di trasporto, per la precisione sui treni, io pulisco i cessi. Io odio le persone perché credono di essere dei fottuti dèi, dei fottuti esseri perfetti che poi espellono merda, come farebbe qualsiasi animale con del sangue, un cuore, un apparato digerente. Masticano il cuore dei loro fratelli. Il Genio viene con me durante il lavoro. Io sono quello che l’annunciatrice del treno, che oggi è bassa, con i capelli corti e lisci e gli occhi di un colore irrilevante, definisce colui che si occupa di igienizzare e ramazzare e badare ai vostri cessi e che pulisce tutta la pipì che non riuscite proprio a fare dentro il buco, che raccoglie tutta la carta che gettate a terra perché buttarla nel cesso è troppo difficile per voi animali mangiacarne, che sparate scorre liberatorie e ve ne fregate di chi vi sta attorno. Lo dice prima di ogni viaggio, come se fosse un vanto o un merito avere uno come me a bordo. “Ringraziamo quello che pulisce i servizi igienici” così si sente appagato e non parla male di noi e si sente motivato e apprezzato e percepisce il valore intrinseco di quello che fa. Per carità, io lo so che quello che faccio è fondamentale tanto quanto portarlo a destinazione, il treno. Io lo so. I passeggeri non ci pensano mai e alla fine mi fa anche piacere che l’annunciatrice lo ricordi ogni volta. Però, e non so perché, non parlano mai del Genio. Lui è sensibile e, anche se non ne sono sicuro, mi sembra che ogni tanto ci rimanga male. Fw>>
Io ci vivo sui treni, il genio viene sempre con me, mi canta nelle orecchie. Una volta, prima di lavorare sui treni, prima che pensassi di voler viaggiare (e porca Troia non lo sapevo che il viaggiare si sarebbe tradotto nel pulire i cessi in movimento senza soluzione di continuità, senza sosta) pulivo i cessi di un museo. Uno pensa che nei musei ci vadano solo persone di un certo spessore, solo gente perbene, solo gente pulita, solo gente educata. È una cazzata. Ve lo dico io, e di me, chiariamolo subito, vi dovete fidare. Perché o vi fidate o andate a ‘fanculo.
Dunque, io pensavo, e il genio non ha mai fatto niente per smentirlo -il genio mente, non vi dovete fidare del Genio-, che quella gente così sporcasse pochissimo, che facesse la pipì dentro il buco, che le scorre le tenesse per sé, che facesse solo piccole scoregge interiori.

Era una cazzata.
C’era uno, e credo fosse imbattibile, che era un vero campione. Questa era la scena. Ogni mattina, in quel museo, mi facevano fare il turno delle 11.00. A me stava bene, perché a quell’ora i bagni sono ancora quasi puliti, dal turno delle 8.00. Così ogni mattina passavo per i cessi, controllavo la carta igienica, il sapone, i tovaglioli per asciugarsi le mani, svuotavo i cestini e così via. Era facile. Avevo un paio di grosse cuffie come ce le hanno i bidelli dei film americani. I bidelli quelli giovani. Nere. Ascoltavo i Tool. Li ascoltavo tanto, sempre. Mi piaceva che il cantante fosse un ex militare che aveva mandato tutto all’aria per arredare i negozi di animali con il Feng Shui. Per me era un grosso campionissimo. Il Feng Shui per arredare i negozi di animali. E poi fai quella musica lì. O sei un campione o sei uno molto fortunato. Era nato in un posto che si chiama Ravenna ma che sta in Ohio e poi aveva girato l’America perché alla madre le si era fuso il cervello o robe così. Comunque avevo la mia cassetta preferita: lato A con Aenima scritto con la A e la E attaccate e lato B con solo Epitaph dei King Crimson, ripetuta cinque volte consecutive per quando dovevo passare lo straccio -passare lo straccio è come ballare un lento e Epitaph era la mia idea di lento. Comunque, ogni mattina, questo tizio aspettava che io entrassi in bagno per correre e chiudersi a cagare. A parte la premeditazione, che uno dice vabbè sta cercando la sua regolarità e mangia crusca e lo deve fare, ma gli urletti di piacere? Comunque.

Oggi, nella carrozza numero 4 c’era un prete con una tale faccia da stronzo e con gli occhi gonfi e fuori dalle orbite e con i capelli bianchi, diradati nella parte superiore della testa. Uno vecchissimo, che faceva un movimento disgustoso con la bocca, come se stesse assaggiandosi la lingua, in continuazione. Aveva una radiolina grigia attaccata all’orecchio, il volto inclinato da un lato, come se non riuscisse a far incontrare suono e udito rimanendo in posizione eretta -mi faceva pensare a quando da bambino, per far curvare le macchine nei videogiochi, mi inclinavo anche io. La teneva con la mano sinistra, con la destra modulava le frequenze. Si sentiva distinta la radiocronaca delle partite. Era vestito di nero, con una croce d’argento spillata al petto. Accanto a lui c’era una suora che soffriva il mal d’auto, d’aereo e di treno. Sudamericana, ma non saprei dire di dove. Era vestita da suora, e ho intercettato, da una sua conversazione con due pie zitelle -suore in borghese, come mi suggerisce il Genio- sedute di fronte a lei, che faceva parte dell’ordine di Santa Marta e che andava a fare gli esercizi a Roma. Io non lo so che cosa fanno le suore quando fanno gli esercizi. E non so neanche che peculiarità abbia l’ordine di Santa Marta. Il prete tossisce facendo un gran baccano e senza mettere la mano davanti alla bocca. Si raschia la gola, rutta e tira su col naso e poi, una volta raccolto il catarro e lo schifo in bocca, ricomincia il suo movimento disgustoso con le labbra e con la lingua. L’ordine di Santa Marta, fondato a Ventimiglia -no, dal vescovo di Ventimiglia mi corregge il Genio- dice la suora, gestisce un ospizio per suore a Firenze. Un ospizio per suore? Ho chiesto al genio, che al riguardo sembrava molto ferrato visto che aveva sentito l’esigenza di interrompere, sardonico, le mie elucubrazioni sugli esercizi delle suore. <Gli esercizi sono un tempo prolungato di silenzio e solitudine> e pian piano, come bolle di sapone che incontrano un puntaspilli, le suorine che correvano attorno al colonnato del Bernini fotografate da tanti turisti americani in pantaloncini corti e sandali in pieno autunno, scoppiavano una a una. Anche le pie zitelle, di Venezia, cominciarono a tossire. La scena, soprattutto per noi che siamo del settore, era piuttosto preoccupante vista l’aria da peste nera modello 1300 -1348, dal deserto del Gobi, dice il Genio- che gira in questo paese. La suora dorme, il che ci fa preoccupare perché se uno che di solito sta male dorme e poi si sveglia, è praticamente certo che prima o poi tiri fuori tutto il cibo spirituale di cui si è alimentato nei giorni precedenti e lo sparga addosso al dirimpettaio. Per evitare il contagio e il vomito di Massa, il direttorio Global Train Ltd., che è l’Agenzia per cui il Genio & I lavoriamo, mi aveva incaricato di sorvegliare il quartetto. Capirete che a me, di sorvegliare la gente non è che interessi molto. Anche perché, ogni volta che vedo qualcuno in faccia, mi viene in mente solo il colore paonazzo che può assumere il suo volto mentre si sforza per andare in bagno o penso al livello di riempimento della sua vescica o penso cose del genere e nessuno mi sembra più assomigliare a un essere umano. Il Genio dice che così sembrano tutti più umani, ma il Genio è pure uno che, quando pulisce le tavolette sozze con i peli attaccati e lo strato di grasso umidiccio sopra, ascolta Händel -Lascia ch’io pianga, dal Rinaldo e lo sai che lo cantava anche Farinelli perché al tempo quelli come loro [qui indica il prete e la suora ndr] non le facevano cantare le donne e allora dovevano fare tutto gli uomini che però venivano castrati e Rinaldo è tratto dall’opera di Tasso che non è quello della famiglia dei mustelidi ma è quello di Gerusalemme Liberata e delle Crociate e…- ok ok Genio ok. Comunque tu ascolti Händel no? Ecco. Sì, lo so che ascolti anche altre cose e che la cosa che preferisci quando togli il calcare è Autechre -Xylin Room, Xylin Room- perché ti eccita le sinapsi e ti muovi come uno spazzolino elettrico. Lo so. Però adesso noi dobbiamo stare qui a sorvegliare questi e dobbiamo fare finta di niente. Fare finta di niente. Mi fanno ridere quelli del Direttorio. Andate lì e fate finta di niente. Poi ci fanno mettere la tuta rosso fuoco con scritto “Addetto all’igiene” sopra. E sto lì che fischietto e faccio finta di niente. Come minimo, il meno sospettoso comincia a guardarsi intorno per cercare LO scarafaggio. Quelli più arguti puntano il dito verso il negro o il pakistano di turno, quelli smart contro il napoletano. Sappiate che nel 99% dei casi, queste tre categorie hanno ragione e, per quanto ne disprezzi i modi e i tempi, questa è statistica e questi sono numeri. Me li ha dati il Genio. Come vi ho detto prima, non dovete credere a nulla di quello che dice il Genio. Compresi i numeri. I numeri. Insieme al Genio abbiamo cominciato a giocare. C’è quella cosa nuova, che si chiama win for life e che ha il nome delle campagne benefiche di Amnesty. Sembra quasi una petizione di Nessuno tocchi Caino. A proposito, un paio di giorni fa ne hanno fatto fuori un altro in Virginia. Me lo ha detto il Genio. Io ci credo, a lui -voi non fatelo- perché tanto vale farlo. Se passi tanto tempo con una persona è molto più difficile non credere a tutto quello che dice piuttosto che adagiarsi e accontentarsi della sua versione dei fatti. A me sta bene. Il Genio non è una persona vera e non punta a esserlo. Il Genio non fa che ripetere che con quei soldi potrebbe andarci all’università e potrebbe studiare le cose infinitamente piccole, come le chiama lui. Credo sia una materia interessante. Difficile, ma interessante. Serve passione, credo. Il Genio ha passione, è l’unica persona che conosco che abbia passione. Sono fortunato ad averlo qui accanto, mentre sorveglio il clero del vagone 4 e cerco di ignorare i dettagli.

I dettagli di quello che faccio. I dettagli non li ignoro, trovo più semplice non conoscerli. Non lo voglio sapere, nei dettagli. Per questo il genio viene sempre con me. Anche lui ha la tuta rossa, come la mia, come vi ho detto. La porta tutta chiusa, con la zip del pezzo sopra tirata su fin sotto il collo. Io la giacca me la lego attorno alla vita. sia che faccia caldo sia che faccia freddo -tanto “Addetto all’igiene” c’è scritto pure sulla maglietta. Fa freddo solo fuori, fa caldo solo fuori. Qui dentro la temperatura è sempre costante: 22 gradi. E non c’è nessuno che ci possa fare qualcosa. Non c’è nessuno che sia in grado di farci un bel niente. Pare abbiano nascosto il termostato da qualche parte dentro il motore. Pare che la Global Trains Ltd. lo faccia impostare dalla fabbrica e che quando si rompe il termostato o si muore di caldo o si muore di freddo o si sta bene se fuori è bene oppure si butta il treno. Queste sono le regole. Questo è il mercato. A tutti sta bene così, anche al Genio.
Il Genio è più alto di me. E io non sono poi troppo basso. Cioè, forse sono un po’ sotto la media, ma il genio, lui sì che è fuori misura. Mi pare che un giorno mi abbia detto di essere alto sette piedi. Io non sono una cima, ma se i sette piedi in questione sono i suoi, secondo me supera i due metri e mezzo. Infatti ancora non ho capito il motivo per cui abbia deciso di lavorare qui, di fare un lavoro del genere, in cui, in teoria, più basso sei e meglio ti vengono le cose. Ma io non sono interessato ai dettagli e ho sempre avuto paura di ferirlo con questa domanda. Deve averne passate di tutti i colori, per via della sua altezza. Ne sono certo. E non è solo l’altezza, sono le spalle, la testa, il petto. è l’essere più enorme che abbia mai visto. Secondo me è per questo motivo che si è fissato con le cosine infinitamente piccole. Per ripicca. Per trovare gente più sfigata di lui. Eppure di cosini piccoli per i bagni ne passano tanti. Il Genio ha trovato un metodo infallibile per calcolarne la misura in base agli schizzi essiccati che trova. Sugli orinali appesi è ancora più facile. Però, come gli ho fatto notare io, perché sennò per lui è sempre tutto troppo logico, in quel caso bisogna anche tenere in considerazione l’altezza della persona e non solo l’orizzontalità del gesto. Comunque, riesce a stimare con esattezza le misure. Lo sappiamo perché abbiamo fatto le prove. Non con i viaggiatori, è chiaro, ma tra di noi. Senza cose ambigue, l’abbiamo presentata come ricerca scientifica per testare nuovi prodotti e per valutare nuove strategie di pulizia. E, in effetti, è vero. Se uno conosce come spruzza che cosa, e conosce la misura media della cosa che spruzza, riesce anche a stimare l’area che, in media, si sporcherà di più e, di conseguenza, la superficie da a) proteggere e b) pulire. Conoscere queste due variabili è essenziale per a) comprare materiali e prodotti b) assumere personale necessario. Io a loro non glielo ho detto di non credere a una sola parola di quello che dice il Genio. Così ci hanno creduto. Loro sono i dirigenti della Global Train Ltd. e si sono anche offerti come prime cavie e hanno costretto tutti i dipendenti a farlo. Io ho suggerito al Genio di escludere i dirigenti dal calcolo della media perché loro, tanto, sui treni non ci salgono mai. E se ci salgono, il bagno glielo dobbiamo pulire sia prima che dopo ogni pisciatina -il che è davvero un problema perché ce ne è uno diabetico che va al bagno ogni dieci minuti e uno con un problema allo sfintere che gli dà il cambio. Comunque.

C’è un uomo che punta la pistola a un cane con il pelo macchiato di rosa. Nel sedile alle spalle del prete -che ormai si è addormentato sulla radiolina- c’è una ragazza, sulla trentina. Capelli corti, occhiali con la montatura spessa. La montatura è gialla. Si abbina al grigio dei sedili del treno. La combinazione giallo e grigio mi piace molto. Il Genio non è d’accordo perché la trova “silenziosa” dice, ma io non capisco che intenda. Ha il computer davanti. Con quello che sembra un film ma che invece assomiglia a una violenza dolorosissima. Alla fine l’uomo spara verso il cane, lo manca, il cane guaisce, la donna -c’erano due donne- la donna con l’abito scuro dà una capocciata all’uomo, la donna con la parrucca bionda si asciuga il sangue che le cola dall’angolo destro della bocca, la donna con l’abito scuro che è chiaramente quella più attiva delle due accoltella l’uomo che aveva mancato il cane con un grande e fallico coltello da cucina spuntato da non so dove. L’uomo cade a terra con il gigantesco coltello fallico piantato nei reni. L’uomo non aveva mancato il cane, lo aveva preso e gli aveva fatto saltare un pezzo della calotta cranica. La donna bionda porta il cane dal veterinario. Sembrano felici, il cane e il veterinario. La donna bionda sale su un montacarichi e la donna con il vestito scuro siede sul letto d’ospedale con quello che ha accoltellato. Gli parla. Sembrano amici, sembrano amanti. L’ispettore mangia un panino. C’è un divano vuoto. Non sento la musica ma la Fiorentina ha fatto gol. Il prete, svegliatosi di soprassalto, si lascia andare in un’imprecazione che sentiamo solo io e il Genio. Ci guardiamo. La ragazza sembra molto intelligente. Peccato che abbia un pessimo gusto in fatto di film. Il Genio pensa che il film sia un capolavoro e mentre mi confessa di averlo visto si esibisce in uno dei suoi fanatici rapporti dettagliati sullo scibile che io, chiaramente, non scio ancora -si chiama beautiful creatures, del 2000 è una schifosa e perversa visionaria delirante agonia che dura 86 minuti. Bla bla bla. Mi metto le cuffie, Maurizio Pollini che suona il Notturno di Chopin. Mi appoggio a una valigia tra il vagone 3 e il 4. Con gli occhi continuo a guardare la suora degli esercizi.

Dentro di me non riesco a fare a meno di pensarci. Perché uno per fare gli esercizi, che sono solitudine e silenzio, deve spostarsi con un treno e inquinare e spendere denaro e farmi stare qui a sorvegliarlo? Il Genio mi fa notare che il proprietario della valigia si stava insospettendo. Lo fisso deciso. La sua prima reazione è quella di distogliere lo sguardo. Poi solleva gli occhi. Cerca di capire se la valigia è proprio la sua. Ma quella valigia è la nostra? Vai a vedere, vai. Ma papà! Vai, fai finta che devi andare in bagno e controlla. Ma vacci tu! Vai, hai capito che ti ho detto? -e secondo il genio questa frase non è mai stata utilizzata veramente da nessun genitore tranne quelli che si ispirano, per l’educazione dei propri figli, a un telefilm americano- uffa. E poi c’è la figlia che si alza e lui che fa finta di leggere il giornale. La figlia che ciondola che ci guarda sbuffando e io che con il dito indico la dicitura “Addetto all’igiene” sulla targhetta del genio. Quella ci crede -e sbaglia, perché non dovete mai credere al Genio- e torna indietro riprendendo in mano il cellulare e mettendosi di nuovo le cuffie nelle orecchie. Il padre la segue con lo sguardo. Lei si infila due dita in bocca mimando il gesto del vomito. Non ho capito se si riferisse al padre, alla suora, a me, al Genio, al nostro lavoro o ai risultati del nostro lavoro.




4 Comments
ho letto questa storia in mezzo alla campagna.
ora, qui. con il motore acceso e i riscaldamenti altissimi.
fuori c’è gelo e natura, agricoltura e provincia.
il grano dorme sottoterra, rust never sleeps.
una pattuglia di carabinieri si è fermata a fare accertamenti,
perché in qualche modo, be’ sì, davo nell’occhio.
uno degli agenti mi ha chiesto cosa stessi facendo.
gli ho detto che leggevo, e lui ha detto che doveva essere molto lungo.
ho risposto e fatto l’unica cosa da fare:
gli ho detto che era un bel racconto di Walwian e gli ho dato un biglietto da visita.
È stato molto gentile e mi è sembrato, nonostante la situazione inusuale, sinceramente interessato a noi. Mi ha chiesto se ero web master, e io ho confessato che siamo solo un blog che ha comprato un dominio. Non siamo una testata. L’agente è stato molto comprensivo. Io, a scanso di equivoci, mi sarei arrestato.
Speriamo di diventare il blog più letto tra le forze dell’ordine, perché sarebbe davvero carino, anche se credo che noi abbiamo più bisogno di loro di quanto loro di noi.
buonanotte, mi chiedo come sarà rileggere questo, qui ora, quando sarà giorno, da qualche altra parte.
Ps: il racconto di Matteo ha una apparenza più innocua, più serena di salutorget. non mi lascio ingannare. È una trappola.
Luca di Walwian
11/15/2009
Anche io, a scanso di equivoci, ti avrei arrestato ⚠
Matteo
11/15/2009
Ieri sera, fuori da Termini due barboni parlavano tra di loro:
“hai mai letto le sacre scritture?”
“no”
“male, dicono tutto e il contrario di tutto,potrei trovarci anche una giustificazione a me, e il modo di mandarmi sul rogo…
Signorina,lei invece scappi, le streghe,quelle, non le giustificano mai”
Era più basso, e senza tuta rossa, ma era lì.
Avevo bisogno che qualcuno mi dicesse del Genio, per poterlo riconoscere,
che mi dicesse di non credergli, anche se io ci credo lo stesso…
Hélène
11/15/2009
[...] Train Runnin’ – Epilogo Prima di inziare, qui trovate la prima parte. Adesso possiamo riprendere da dove avevamo [...]
Long Train Runnin’ – Epilogo « The Walwian
2/1/2010
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