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dal nostro inviato al fronte, Germano DA
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<<La tentazione è quella lasciare a questo articolo un commento di circa 257 pagine, intitolato, semplicemente, “L’Olanda spiegata ad un bimbo” o ancora meglio “L’importanza di essere Olandesi“. Come una volta ci disse un affranto Corrado Augias “fate secondo coscienza“.>>
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Luca di Walwian

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One for the money, two for the show

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Due attacchi prolifici, dunque gol e spettacolo assicurati. Così era stata “venduta” Italia-Olanda, pantomima calcistica organizzata dal regime a Pescara per dare spunto all’ennesima passerella mediatica sui cadaveri abruzzesi. Un clima di euforia pallonara che a sorpresa aveva contagiato anche chi vi scrive, recatosi nella città di D’Annunzio con in tasca una schedina prefigurante il risultato di 2-2. Senza però aver considerato che, laddove c’è stereotipo, non c’è Olanda. Laddove c’è l’italica voglia di fare la sagra del gol per regalare un sorriso alle popolazioni martoriate (cui sono stati regalati numerosi biglietti omaggio), c’è la nordica indifferenza verso tali retoriche preveggenze. Nonché avversione – mi piace pensarlo – per la storia dei biglietti omaggio.


Di stereotipi, a Pescara, si sente l’odore già dal casello autostradale. È la più italiana delle città: c’è il mare, i residui di un’industrializzazione scellerata, orrende opere viarie che deturpano il centro, il freddo umido. La tribuna stampa è tirata a lucido, i giocatori dell’Italia arrivano allo stadio vestiti con l’abito buono, giacca cravatta e sguardo concentrato. Uno pensa: l’Italia – con una mezza specie di tridente – ha il dovere di intrattenere gli astanti con giocate funamboliche, l’Olanda per non essere da meno risponderà con fuochi d’artificio. Cioè 2-2, o al limite 1-1, come un collega mi confessa di aver giocato. E invece non si considera che nell’Italia i funamboli sono già tutti caduti (senza rete). Ma soprattutto, che all’Olanda non frega un emerita ceppa di questa partita. Del terremoto, delle popolazioni martoriate entrate a scrocco, dei test in vista del Mondiale, della mia schedina Snai. Tanto che prova ad attaccare, ma poi pensa: a me che me ne viene? E allora desiste. L’Italia di contro prova a non far annoiare il caloroso pubblico pro-Cassano; segna addirittura di mano, un cliché anche quello. Lo 0-0 finale è la recensione di una festa mancata.


Come in quel film in cui si capisce tutto alla fine (alla The Illusionist, per capirci), solo dopo il novantesimo mi rendo conto di quanto ero stato cieco, davanti ai chiari segnali che avevo ricevuto. Non ultimi gli anti-estetici calzettoni turchese – ma qui Mesiano non c’entra – con cui si presenta in campo l’Olanda: una scelta casual, come a dire: siamo scesi con i primi calzettoni che abbiamo trovato in casa, qualche problema? Ma è nella mixed zone che l’irriverenza degli Orange esplode davanti ai miei occhi. Sfliano gli azzurri, di nuovo con l’abito della domenica: si rivolgono ai giornalisti con affabilità berlusconiana. Un paio (Pirlo e Cannavaro) si inventano un codice secondo il quale senza divisa ufficiale non si possono rilasciare interviste. E quasi tutti a cadere dalle labbra dei campioni del mondo. Passa l’Olanda, che non è proprio l’Uzbekistan, e nessuno se ne accorge. Hanno una tenuta da sfigati: giacchino di tuta a coprire una polo celestina parecchio nerd. Parlano coi due-tre colleghi olandesi presenti in modo informale; a tratti ho l’impressione che si stiano raccontando l’ultimo libro letto. I provincialissimi giornalisti italiani fanno le moine solo al milanista Huntelaar, ma lui fa un gesto controcorrente: mentre parla con Sky, si beve un cartone di succo di frutta. Sono una rock’n’roll band, pagata per gareggiare contro un’orchestra di liscio. Presentarsi si sono presentati, però con lo spirito di chi è invitato ad una festa di cui non conosce (e non vuole conoscere) il nome del festeggiato, ma è lì solo per fottere un paio di birre e filarsela. Noi avevamo preparato dei rustici, ma loro ci hanno pisciato sopra. Non avevano voglia di mangiarli.

Germano D.A.

 

 

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La purezza non è roba da bambini. Chi vi ha insegnato questa cosa si sbagliava, vi ha portato fuori strada. La purezza ha a che fare con l’esperienza. I puri sono quelli che non sono capaci di fare delle offese ricevute motivo sufficiente per non rischiare di riceverne  altre. Sono i coraggiosi con problemi di memoria, gente che non si cura di ciò che è stato. Sono quelli che l’esperienza non riuscirà mai ad abbrutire. Il meglio della società, in sostanza, animali rari e preziosi; quindi, ritenetevi fortunati se ne incontrate qualcuno.

Ho imparato questa verità alla terza o quarta sofferenza d’amore. Credo l’autore indiretto sia stato Werner. Breve digressione descrittiva e di celebrazione. Werner aveva ricci neri su un viso disegnato da una mano celeste. Le sue sopracciglia nere fregiavano la fronte come due pennellate di antico inchiostro cinese su pelle appena bronzea. Il suo sorriso si apriva a luna costringendo gli occhi a contrarsi in nette virgole rovesciate. Mentre i suoi occhi, tra loro appena più distanti del dovuto, erano un difetto messo lì a ricordare con poesia che la perfezione non appartiene a questo mondo.

Un giorno, mi lasciò senza dirmelo. Due settimane dopo, due settimane passate a cercare  in ogni modo di parlarci, lo vedi baciarsi con la sua ex in facoltà.

Più mi sforzavo di non provare dolore, più torrenti di lacrime mi inondavano la faccia. E più soffrivo, più capivo che per nessuna ragione al mondo avrei permesso a quelle lacrime di decidere il mio futuro. Quel pianto era semplicemente nel presente e sul passato e era per Werner: un momento tutto per lui di autentico dolore. Niente di più, in fondo. Mentre piangevo, è lì che ho scoperto di essere una pura e i puri si tamponano il sangue e poi capiscono che quel sangue è ragione sufficiente per giustificare la ritirata dalla battaglia, ma non il ritiro dalla guerra. Rimozione del dolore, schiaffo in faccia al rancore e la prossima ferita sarà bella, dolorosa e sorprendente come fosse la prima.

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Alexis ama molto questa teoria, per ovvie ragioni. Una volta si era addirittura messo in testa di averla inventata lui; infatti poi abbiamo litigato. Gli capita ogni volta che qualche pensiero altrui gli risulta particolarmente affine: si deve immedesimare con l’autore, prendere la paternità del concetto. Un vezzo sgradevole che di solito argino concludendo con “Pensala come vuoi, ne ho almeno altre dieci di teorie come e meglio di questa. Prenditi pure i diritti, non me ne faccio niente, te li regalo”. A quel punto, si ammutolisce e riflette sulla possibilità di stare nel torto. Si rinfresca il cervello e poi ammette di essersi sbagliato.

Sto tamponando anche ora, che mi sento umiliata per quello che è successo nel Consiglio. Anche ora che minimizzo buttandomi a terra e ridendoci su insieme a Alexis. Del resto,  questa umiliazione non è una faccenda d’amore, è piuttosto il tipo di umiliazione per la quale ho imparato a rendere la guarigione abbastanza rapida.

Arrivata a casa, capisco che quello che voglio è solo riprendere il fiato dall’ultima ora in attesa che mi chiamino dall’ufficio.

Tolgo le borchie che mi pesano sulle spalle, butto il mantello sul pavimento, slaccio il corpetto di velluto che mi stringe il busto, sfilo gli stivali che avevo messo per piantare le portulache e cammino a piedi nudi sul pavimento caldo. Vado verso il distributore creativo di bevande, una macchina che in molti mi invidiano, una novità del dipartimento Cose utili e efficienti per la casa: inserisci il tuo stato d’animo e lui, come il più amichevole e bravo barista, si inventa una bevanda con gli ingredienti in polvere che hai caricato dentro, una bevanda fatta solo per te, per allietare il tuo umore nei minuti successivi. Esempio. Sei stanco?: caffè, guaranà, zenzero e vaniglia. Sei stressato?: camomilla, kava, novocaina, tenanina, valeriana e lamponi. Sei depresso?: cioccolata, panna, essenza di wafer, colorante. Ah, sei depresso perché stai ingrassando?: inutile che ve lo dica, acqua. E poi c’è la modalità alcolica, ma ora non ve la racconto. Sta di fatto che quelli del dipartimento Cose utili e efficienti per la casa si danno un sacco da fare, non si può proprio negare.

Mentre mi dirigo verso il distributore, una foto, a terra, laggiù, tra la poltrona e la colonna centrale della luce, attira la mia attenzione. Mi avvicino, la raccolgo. È Ian Curtis. Che diavolo ci fa Ian Curtis sul pavimento? Dovrebbe starsene rinchiuso nella copia del fascicolo sui Joy Division, il suo gruppo. Di solito, non faccio copie anche dei fascicoli degli artisti che abbiamo in archivio, ma quello che avevamo ricostruito sulla loro storia, sulla sua soprattutto, era qualcosa di particolarmente prezioso, qualcosa che volevo conservare anche in modo più intimo. Il fascicolo sui Joy Division è uno dei più completi: abbiamo due video, sei immagini, la biografia di Ian Curtis e persino un film che i Cercatori del Cinema avevano nel loro di archivio.

Immagine 9

Prima di rimettere a posto la foto, mi fermo a osservare il viso di Ian: ha gli occhi di uno che non vuole essere guardato. Ma niente da fare, quegli occhi divorano l’attenzione di chiunque abbia un po’ di tenerezza o disperazione nel cuore. Così belli, sembrano fatti di infiniti pezzetti di vetro, smarriti eppure attenti, profondamente saggi o del tutto inconsapevoli. Dicono in fondo quanto l’esistenza sia un gioco tragico e insensato frammisto a una grazia che ha del divino.

Il fascicolo non c’è. Inutile starvi a elencare tutti i posti in cui lo cerco. Non c’è, è sparito. Tra i cinquanta pezzi di rock che tengo in casa, manca anche Unknown Pleasures, il loro album.

Salgo al piano di sopra, a casa dei miei. Vado diretta in camera di Lyon perché quando qualcosa non sta nella mia zona, forse sta nella sua camera e quasi sicuramente è già rotto. Fw>> (more…)

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Da adolescenti crediamo tutti di dover finire dentro un libro. Vuoi perché risucchiati dallo studio, vuoi perché egoticamente convinti dell’unicità delle nostre storie. L’essere unici e, allo stesso tempo, integrati o, meglio, disintegrati. Les ados, ci ricordo nell’ingenuità delle azioni, nella timida tenerezza dei giorni di sole e di pioggia e di non importa cosa. Ci ricordo nelle prime sigarette perché tanto non comincio, ci ricordo nelle prime sbronze perché così mi diverto. L’età della segregazione sessuale. I maschi da una parte e le femmine dall’altra. Ci si incontrava, alcuni si incontravano, solamente per fugaci e imbarazzati scambi e ricerche ed esperimenti finanziati dalle tempeste di ormoni che ci smuovevano i corpi. Bastava così poco per fare scienza. Era tutto gratis e il futuro era ancora eternamente presente. Ci ricordo tra le pagine di quel libro, come miliardi di altri nella storia, con le stesse facce, gli stessi pensieri, le stesse straordinariamente insostenibili preoccupazioni.
Oggi non voglio guardare indietro, né voglio celebrare i bei tempi che furono, né li voglio condannare, né rimpiangere. Ogni epoca della nostra esistenza si completa e si consuma nel momento in cui viene vissuta. Sinceramente non saprei dire con esattezza quando ho smesso di essere un adolescente e ho provato a diventare, lentamente e inanellando una lunga serie di fallimenti, un uomo adulto. Forse quando ho tolto Vitalogy dal lettore cd della macchina, forse quando ho comprato il primo album dei Sigur Rós, forse quando ho rimesso Vitalogy nel lettore cd e ho sentito i nervi staccarsi e ho stretto i pugni e irrigidito le braccia come mi succede quando sento nel petto di aver perduto qualcosa e di averla perduta per sempre.

Forse è stato quel momento, quando Vitalogy ha cambiato significato, il punto in cui si è rotto tutto. In cui ho smesso di sentrimi interessante, in cui ho ceduto e ho accettato l’eventualità di non finirci, dentro un libro e, invece, sono finito qui dentro. O qui sopra, come dite voi che siete di passaggio. Comunque non è di questo che vorrei parlare. Vorrei parlare del perché credo di odiare le persone e del mio incontro con il Genio, che non è una persona vera e propria e che non punta, con molta onestà, neanche ad esserlo.
 Ma cominciamo dall’odio, il vero motore della nostra civiltà (o di ciò che ne rimane). Ciò che rimane di un’illusione. Il concetto stesso di civiltà si poggia su una grande, confusissima, illusione.
Questa è la storia di un gallo che imparò a saltare la corda. No, questa è la storia di me che odio le persone. Io odio. Io odio tutto. Io odio tutti. Io ho paura di tutto. Ho paura di tutti. Mi vergogno per gli uomini, mi vergogno per me stesso. Sono stanco, ho molto sonno. Vorrei solo esplodere in lunghi insulti. Vorrei solo gridare la mia solitudine celeste. Vorrei solo cadere e precipitare dove nulla più può arrivare. Provo vergogna, provo ribrezzo e repulsione. Sono un essere spregevole, perché non ci riesco. Non ci riesco ad essere presente, non riesco ad essere costante, non riesco ad essere affidabile. Io odio. Odio odio odio odio odio. E me ne frego. Mi disinteresso, mi rattristo. Perché io sono sempre in coda, sono sempre abbastanza intelligente per capire. Per capire tutti, per capire gli altri, per abbassare la testa, per fare quel cazzo di inchino cattolico e porgere l’altra fottuta guancia. Non riesco neanche a parlare come uno che prova a parlare come parlerebbe un mafioso italoamericano doppiato in un b-Movie da uno che non parla inglese. Voglio farmi doppiare da un muto. Odio. Odio. E me me frego. La vita, in questo preciso istante, assomiglia a una dolorosa attesa della morte. Se qualcuno mi doppiasse nella lingua dei segni, e io dovessi apprendere il mio pensiero da quei gesti che non conosco e che non capisco, credo potrei convincermi di stare in pace. Di essere una persona migliore di quello che sono. Di non odiare nessuno, in fondo al cuore. E invece no. L’odio è radicato nelle cose che faccio, la mia vita e le scelte nascono dal disprezzo. Se sono vegetariano non è per amore della natura ma per il disprezzo che provo per essa. Per il disgusto che provo nei confronti della morte, per il disagio che mi attanaglia nel momento in cui azzanno un cadavere. Privare qualcosa della vita per poi potersela ficcare in bocca. Masticare il sangue, inghiottire i muscoli, scartare il grasso. Sentire l’odore delle cose morte, lasciare che muoiano dentro di noi, fare da cimitero per chili di carne in putrefazione. Tutto nasce dal disgusto, tutto nasce dall’odio. Il mio diventa più vero quando sono sui mezzi di trasporto, quei luoghi in cui nessuno ha uno scopo preciso, in cui tutti aspettano solo di essere spostati da un posto all’altro, come bestie appese ai ganci di un macello. Ci si consegna a un vettore, che è indipendente da noi e che di noi se ne frega. Augé parlava di non luoghi. Luoghi di identità volatili, numeriche. Qui fuori c’è una nebbia densa come non ne vedevo da tempo. Dà una strana trasparenza alle cose. Il Genio mi siede accanto.

“Manuale per OSS”, operatori socio-sanitari. Bisogna essere coraggiosi per farlo. Operatori socio sanitari. Vuol dire esistere per aiutare le persone. No, non ce la farei mai. Io le odio le persone. Le odio a tal punto e talmente forte è la mia repulsione per la gente tutta che, beh, io mi sento in colpa e ho sempre il sorriso stampato. Qui sui mezzi di trasporto, per la precisione sui treni, io pulisco i cessi. Io odio le persone perché credono di essere dei fottuti dèi, dei fottuti esseri perfetti che poi espellono merda, come farebbe qualsiasi animale con del sangue, un cuore, un apparato digerente. Masticano il cuore dei loro fratelli. Il Genio viene con me durante il lavoro. Io sono quello che l’annunciatrice del treno, che oggi è bassa, con i capelli corti e lisci e gli occhi di un colore irrilevante, definisce colui che si occupa di igienizzare e ramazzare e badare ai vostri cessi e che pulisce tutta la pipì che non riuscite proprio a fare dentro il buco, che raccoglie tutta la carta che gettate a terra perché buttarla nel cesso è troppo difficile per voi animali mangiacarne, che sparate scorre liberatorie e ve ne fregate di chi vi sta attorno. Lo dice prima di ogni viaggio, come se fosse un vanto o un merito avere uno come me a bordo. “Ringraziamo quello che pulisce i servizi igienici” così si sente appagato e non parla male di noi e si sente motivato e apprezzato e percepisce il valore intrinseco di quello che fa. Per carità, io lo so che quello che faccio è fondamentale tanto quanto portarlo a destinazione, il treno. Io lo so. I passeggeri non ci pensano mai e alla fine mi fa anche piacere che l’annunciatrice lo ricordi ogni volta. Però, e non so perché, non parlano mai del Genio. Lui è sensibile e, anche se non ne sono sicuro, mi sembra che ogni tanto ci rimanga male. Fw>> (more…)

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Ototeman, o totem. Chiama il coyote! Chiama il coyote! Hai bisogno della sua furbizia e dei suoi denti. C’è uno spirito maligno nella credenza dei piatti. Li scuote nella notte, finché il rumore della porcellana non giunge fino alla stanza. Emerge, si insinua, tra il suono delle parole. Hai un fucile Winchester e un coltello da caccia. Hai un pallone da calcio e una poltrona di vecchia stoffa macchiata di colori ad olio. Se proprio dovesse andare male, hai del Crystall Ball, tossico, una bandoliera e un mitra a scintille. Come si batte un mostro? Il principio è semplice: se puoi ferirlo, puoi anche ucciderlo. Dov’è il 101nesimo battaglione aviotrasportato? Dormono in una fattoria tedesca di legno. Non arriveranno mai in tempo. Oh, no! Lo spirito maligno ha la testa di gufo e indossa un manto nero, sottratto al cadavere di Epaminonda. Ha una sciabola, rubata ad una delle Giubbe Blu che ha già ammazzato, nascosto tra le fila degli indiani Comanche, durante un assalto notturno. Ti aspetta. E’ un agguato, in agguato. Ti prenderà sulla strada tra la tana-teepe e il letto. Chiama il coyote! Chiama il coyote!

r.d.a.d.c.

-C’era una volta, tanto tempo fa, nel mezzo della savana (tu sai perfettamente che cosa è la savana e che è in Africa, e che,  precisamente, stiamo parlando di quella ai margini del Serengeti), un regno senza confini. Un giorno, un uomo più debole degli altri, ma un po’ più furbo, indossò la pelle di un giaguaro morto di febbre. Poi prese un bastone, il ramo secco di una acacia, e si arrampicò su di un albero (tu sai che arrampicarsi sugli alberi non è così facile come cercano di farti credere). Ogni volta che passava un altro uomo, lui lo indicava con un bastone-scettro e diceva:

io sono re

E gli altri uomini, che non avevano studiato, lo guardavano e annuivano. Tutti sapevano che l’uomo era re. Stava su un ramo, un ramo che tutti consideravano d’oro, anche se non lo era. Era di legno, ma siccome sopra c’era seduto un re, gli altri uomini accettavano di credere che fosse dorato, e tutti lo chiamarono il ramo d’oro. Un giorno, un giovane uomo, chiese al re:

come sei diventato re?

Il re rispose:

sono salito su questo ramo d’oro, e mi sono fatto re.

E il giovane uomo disse:

io voglio essere re.

E l’uomo che si era fatto re rispose:

Sono io ad essere seduto sul ramo d’oro, ora. Devi uccidere me.

E il giovane uomo che voleva essere re:

io ti ucciderò!

Il re lo guardò. E disse:

Tu mi ucciderai, e sarai re. Arriverà un altro giovane uomo, quando tu sarai vecchio, come tu sei giunto a me. Vorrà essere re a posto tuo, e ti ucciderà, ti soffocherà, ti taglierà con la lama e ti annegherà e tu morrai e poi lui ti ucciderà. Sei sicuro di voler diventare re?

L’uomo disse:

Sì.

Così il giovane uomo uccise il vecchio e divenne re a posto suo. Ogni giorno viveva guardingo (tu sai che questa parola vuol dire che si guardava sempre le spalle) e rassegnato, perchè sapeva che prima o poi sarebbe arrivato un nuovo giovane uomo, così simile a lui quando era salito sul ramo, e lo avrebbe ucciso.

Perchè?

E’ così che è, che è sempre stato, e che sarà. E’ molto importante che accada. Ognuno deve uccidere il suo re. E diventare re. Tu sai cosa è un rito di iniziazione.

Sì! E’ quando gli Indiani d’America si mettono le punte nel petto che fanno male, o quando gli Africani si buttano dal tetto della capanna dello stregone, e dopo diventano grandi e possono usare le armi dei cacciatori e dei guerrieri.

Bisogna uccidere il padre.

No!

Non devi uccidermi davvero! E’ per finta. Ma devi farlo, e poi sarai adulto.

Sì! Allora va bene.

Siamo come una tribù. C’è uno stregone, un re, e un giovane guerriero. Quando hai male alla pancia, lo stregone arriva e ti mette la mano sullo stomaco, e il la sua mano è magica, e il mal di pancia se ne va. Quando hai bisogno di armi nuove, vai dal re e gli chiedi:

Le mie armi sono rotte. Vorrei delle nuove armi.

Ci sono dei totem e dei riti. Ci sono delle magie. Il re, quando è al mare, chiede allo stregone di tramutarlo in pesce-tonno. E così si getta tra le onde, e il guerriero lo segue, coraggiosamente attaccato alla sua pinna dorsale. Lo stregone resta sulla spiaggia, e fa vaticini. Ordina gli aghi di pino e gli unghenti e i colori per le maschere.  Conosce le qualità delle piante, e le canzoni che canta di notte, anch’esse magiche, hanno la capacita di addormentare il giovane guerriero. E a volte, anche il re. Soprattutto, il re e lo stregone, sanno tramutare in suono gli strani segni incisi sulla carta. Da quei segni, nascono le storie, da quelle storie, le credenze del giovane guerriero. Nessuno sa da dove vengano le carte con gli strani segni sopra.

the blood on the tracks must be ours

Ti incuriosiscono le cose.  Alcune cose sono spaventose. Altre sono stupende. Molto spesso, non si capisce come funzionino. Le certezze sono poche. La Terra è più vecchia della lampada in soggiorno. La lampada in soggiorno è più vecchia della madre di tua madre. Il resto non è completamente spiegabile. Sei come un uomo primitivo. Hai la magia. Per gli altri guerrieri, ad un certo punto dell’iniziazione,diventa religione. Tu sei primitivo. Per te esiste solo una contiguità tra magia e la spiegazione migliore, più verosimile, delle cose, chiamata scienza, o qualcosa di simile ad essa.

come utilizzare correttamente un propulsore.

Fw >> / lancia la lancia pesa un’oncia + nel prossimo numero, donne nude./

(more…)

"> This is football.


Pier Paolo Pasolini cova diverse passioni. La sociologia, la poesia, girare film. Di


PPP ci rimangono le immagini della Rai, salotti televisivi. Fior di teste gli rivolgono


PPPdomande, e lui risponde, con


una sensibilità infinita, prevedendo


quello che stava per accadere. Fa


notare la realtà delle cose, quando


dice che i figli della working class sono quelli vestiti da poliziotti. I borghesi hanno


le Nikon e gli eskimo. Oggi è lampante, quasi stucchevole. Ieri non si capiva, era un


concetto invisibile,  come una premonizione. Nel tempo libero, Pier Paolo ha una


peculiare predilezione per i giovani virgulti delle borgate romane. Paga con interessi


salatissimi. Pier Paolo  fa il terzino. Probabilmente, il miglior terzino della sua


generazione. Gioca come fluidificante. Vuol dire che parte da dietro, e si spinge in


avanti, a lunghe falcate, un po’ come Giacinto Facchetti, ma con più consapevolezza


della situazione sociale. Ci vuole forza intelligente, per farlo. Pasolini aveva


a Zacintoun fisico filiforme e nervoso, avrebbe potuto giocare


nell’Olanda di Johan Cruyff. Con quella fronte ampia


e la statura notevole, poteva  anche andare a


ragionare in area sui calci piazzati. Aveva


piedi educati e grande forza, anch’essa nervosa. Due


cose molto europee. Una era il comunismo, burocratizzato, grigio, aberrante, prima


e dopo la Primavera di Praga. L’altra era il calcio totale dell’Olanda. Erano entrambi


utopie. Johan Cruyff si accorge di avere numerose doti. E’ molto intelligente e molto


bravo a giocare a pallone. Di origine ebrea, l’Olandese si aggirava con la palla


al piede come Nureyev sul palco, e nello stesso modo in cui il ballerino russo


lanciava la falcata, Johan agganciava il pallone al volo. Ogni singolo muscolo teso


nell’aria fredda, la ricaduta di cemento e molle, a terra. Era pura supremazia. Era


bellezza fisica. Era un pensiero oltre l’utopia. Il comunismo suggeriva un


egualitarismo sterile. La mossa preferita di Johan era un passo doppio con cui


occultava il pallone all’avversario diretto, celandolo dietro il proprio corpo. Si girava

golden duck - flyin' dutch cruyff



e se ne andava da un’altra parte, non


necessariamente in avanti. Un completo


dominio dello spazio e del tempo. Prendeva


il pallone, e a dispetto di altri 21 esseri


umani, lo faceva suo. Quando gli sembrava abbastanza, un compagno arrivava a


dargli man forte. Nell’Olanda di Cruyff tutti dovevano far risaltare la propria


individualità, alla pari. Il difensore, attaccava, l’attaccante rientrava. Niente era

Fw>> / batti tu il calcio d’angolo /

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Siamo anche qui, e qui, ecc…

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