O c’è il silenzio o ci sono tre stadi. Nel primo caso, si medita e si lasciano lavorare angoscia, vuoto e solitudine come acqua ossigenata su un taglio. Brucia, poi passa.
Altrimenti, ci sono i tre stadi. E lì, si agisce.
I tre stadi sono: umiliazione, rabbia, disperazione. Sono queste le fasi che ogni innamorato che si rispetti deve passare quando viene lasciato.
Ecco a voi la fenomenologia dei tre stadi.
Caso: Alexis Gellar; maschio; 28 anni.
Informazioni: lasciato da 74 ore dopo 3 anni; con lettera; da Rosen Jusupov.
Tempi di osservazione: 13 ore circa.
Ore 09:46 – UMILIAZIONE
-La dignità. L’orgoglio. Mah.
-Vuoi bere qualcosa?
-No, dico, la dignità, l’orgoglio… ma che concetti sono? Che me ne faccio? Che se ne fa la gente? Sono idee fasulle. Che complicano le cose. Tu te ne fai qualcosa?
-Sì, credo. Non so. Sì, direi… dipende. Non so. Ma penso che ti faccia male stare senza lavorare. Già prima ti tormentavi abbastanza su questa questione, eppure lavoravi, voglio dire, avevi la testa impegnata. Ora che sei stato licenziato, colerai a picco. Sarà un bel casino.
-Lo so, lo so. Sì, voglio bere qualcosa. Usi il distributore creativo, no? Ecco, inserisci lo stato stato d’animo “depressione da abbandono”.
L’abbandono è una questione importante. Avevo dieci anni. Sette giorni al campeggio del catechismo, a un centinaio di graffe da qua. Ero tra i più piccoli del gruppo. Per la maggior parte dei ragazzini quella era l’occasione per assaporare un po’ di libertà dalla famiglia: credo che quasi tutti concordassero sul fatto che c’era di che essere felici a vivere un’esperienza simile. Per me, invece, quella sarebbe stata solo una vicenda traumatica. In sette giorni, non ce ne fu uno senza lacrime, non mi capacitavo di come i miei avessero voluto spedirmi in mezzo a una mandria di bambini appena cresciuti impegnati a rifilare a qualcuno il primo bacio o a schierarsi in gruppetti elitari alla cui guida c’erano splendidi tredicenni depositari del misterioso e ambito segreto della popolarità.
Io, nel frattempo, scoprivo solo come ci si poteva sentire soli, in fondo inadeguati, sostanzialmente esclusi. Scoprivo il pudore della doccia in bagni comuni. Scoprivo l’odore dei cipressi su una panchina di pietra, in mezzo a lucertole e polvere. Scoprivo cosa significa illudersi. Perché una notte mi svegliai all’improvviso, avevo faticato ad addormentarmi dato che la nostalgia mi logorava anche quando si trattava di trovare il sonno. Qualcuno nella camerata stava russando. Ma in un momento, fui convinta a russare fosse mia nonna, che finalmente ero tornata a casa, dalla mia famiglia, che ero al sicuro nel posto più sicuro del mondo: il suo grande e caldo letto. Mi riaddormentai con una sensazione indelebile. Quella che lascia l’inganno crudele della mente. Un inganno così doloroso, così spaventoso che delle volte ancora penso che forse quella notte io non mi sono mai svegliata, che ancora dormo in quella camerata triste, in mezzo a estranei, dove la luce entra da una finestra stretta, in alto, e i sogni, di cui questa vita è parte, sono l’unico posto sicuro a disposizione.
-Ecco qua: caffè, vaniglia, panna, cannella e varie sostanze per tirarti su l’umore.
-Ah. A me non piace la vaniglia. E neanche la cannella. E neppure le sostanze che mi tirano su l’umore. Ecco, voglio restare depresso. Lo sai che Rosen ha un altro?
-Davvero?
-Sì.
-Chi te l’ha detto?
-Nessuno.
-Li hai visti?
-No, no. Lo so e basta.
-Ah, lo supponi.
-No, lo so. È evidente, cazzo. Aveva un profumo nuovo una settimana prima che mi lasciasse. Un profumo buono e costoso, che sapeva un po’ di agrumi e un po’ di vaniglia, di quelli che fanno alla Boutique degli odori. Perché? Perché?!?! Si è comprata un profumo nuovo per piacere a un altro? No, magari. È chiaro il perché, mica sono scemo io. Gliel’avrà regalato quello.
-Quello chi?
-Uno.
-Uno chi?
-Uno sui 38, 40 anni massimo, uno di “bell’aspetto”, un “bell’uomo” ecco, con qualche bel capello grigio ai lati, con qualche bella rughetta ai bordi degli occhi, con la bella casa, il bel conto in banca, il bel lavoro e tutto il resto. Non so se ci siamo capiti…
-Sì, forse.
-Beh, io mi sono capito. Uno di quelli che una donna è un autocompiacimento in primo luogo. E pure in secondo e terzo. Per questo regalano profumi buoni e costosi. Senza fantasia. Tanto a che gli serve a loro la fantasia? Che tristezza.
Alexis si alza dal pavimento su cui era sdraiato. Si muove come un moscerino accanto a una lampadina, impaziente e senza criterio, cammina per la stanza.
-Adesso la chiamo, metto l’alteratore vocale.
-Dove l’hai preso?
-Me l’ha dato tuo fratello: ci fa gli scherzi telefonici.
Io non faccio obiezioni, anche se da amica dovrei consigliare di non farlo. Ma, dal momento che quello che sta attraversando è semplicemente lo stadio di una malattia, preferisco assecondare.
Rosen lavora al front office del dipartimento che produce la pillola A. La chiama lì, lei risponde. Lui si finge una donna innamorata che chiede informazioni sull’opportunità di prendere la pillola A e ne approfitta per fare il seguente commento:
-Sai, Rosen, il mio fidanzato è un ragazzo molto originale, è facile innamorarsi di uno così: pieno di vita, di creatività, molto bello poi. Molto, molto bello. Voglio che restiamo così innamorati fino alla morte. Tutte vorrebbero essere la ragazza di un tipo così. E io lo sono.
-Mi fa piacere.
-Fammi parlare, Rosen. È tanto dolce, pieno di attenzioni… Ma non attenzioni grossolane, non è un uomo che ti porta a cena al primo ristorante costoso dietro l’angolo. A lui neanche piacciono le ragazze che si esaltano davanti a certe iniziative. Non so se ci intendiamo io e lei. Il mio ragazzo mi porta a mangiare panini al chiaro di luna, seduti su un prato. Panini al chiaro di luna! Il mio ragazzo mi regala farfalle intagliate nel legno. Non scarpe di pitone. Non volgarissimi profumi da Boutique degli odori. Non è uno che il giorno in cui riesce a partorire l’idea di un buono per un centro benessere, si sente meritevole del premio alla fantasia. Il mio fa volare palloncini davanti alla finestra della mia camera.
-Sì, ma…
-Fammi finire. Voglio dire, il mio mi regala lenti colorate per vedere la vita.
Non so se ci siamo capiti, Rosen. Il romanticismo è un’arte. Non è un capitolo del manuale del quarantenne di bell’aspetto.
-Alexis, sei tu?
-No.
-Alexis, ti ho riconosciuto: da “palloncini” in poi devi aver toccato qualche pulsante dell’alteratore vocale. Sto sentendo la tua voce ora.
-Ah.
-Questa situazione è imbarazzante.
-Sì. Già.
Le chiude in faccia e, guardandomi, mentre bevo il suo caffè alla vaniglia con panna e cannella, aggiunge che l’imbarazzo non è una cosa che lo riguarda, ma che ci deve meditare su e quindi se ne torna a casa. Porta con sé Who’s Next degli Who. Andrà a farsi del male in solitudine.
Fw >> / GO ON! YEAH! /
">In giro circola una voce strana. In giro i ragazzi lo dicono. In giro le ragazze ammiccano e occhieggiano. Lo sanno tutti. E’ risaputo. E’ common law. L’ultima cosa venuta fuori dall’Italia, ad esclusione di quelle che ridefiniscono verso l’alto i parametri dell’illegalità, è il neorealismo. Il neorealismo si è beccato la nicchia lasciata vuota dalla musica. Non c’era il rock & roll. Non c’erano le band. C’erano
gli attori e i registi. C’erano le storie. Il cinema era quasi nuovo. Una forma espressiva quasi all’apice della sua storia. In Italia non c’è Chuck Berry nè Jerry Lee Lewis. C’è la Magnani e c’è Fellini da cucciolo. Rossellini e il nostro Elvis, De Sica. Elvis era un ladro e un grassone e un bianco che si fingeva Re Creolo (and he went into overdose). Elvis ha ispirato la maggior parte dei cantanti. Un effetto farfalla strano: chi ama gli emuli di successo di Elvis, come Mick Jagger, John Lennon, Strummer, odia Elvis. E’ colpa dei concerti in serie a Las Vegas, è colpa dei musicarelli, è colpa del suo essere stato per famiglie fin dall’Ed Sullivan Show, con il suo bacino peccaminoso e francamente patetico, disinnescabile. Eppure il Re era il rock & roll, tanto quanto De Sica, che gli somigliava fin dal tipo di bellezza fisica, morbida, era il neorealismo. De Sica era un divo. Era un divo Elvis.
Nascevano e morivano nella divinità della loro natura. Siamo occidentali. Le divinità in fondo ci irritano. Ne abbiamo troppe, e non ce n’è mai una quando serve. Preferiamo gli eroi. Preferiamo quelli che muoiono presto, rapidamente, stupidamente. Il nostro rock & roll era il neorealismo. Il rock & roll non è affatto realistico. Può essere crudo, può essere spontaneo, può essere immediato. Ma non è mai realistico. Il rock & roll è verosimile, semplifica e accentua. Il neorealismo semplificava e accentuava. Era pura mistificazione. Era puro inganno. Era pura ricostruzione della realtà. I neorealisti hanno tecnica. I neorealisti sono natural born directors. Girano per istinto. Girano affinando la tecnica. Non importa che si arrabattino nel dopoguerra. Lo fanno con il piglio di chi lavora con la major alle spalle. Rossellini è un maniaco. Luchino Visconti è un perfezionista. De Sica è calligrafico e manierista.
Sono geni. Sono bravi con la tecnica. La tecnica segna la distanza dalla strada. Sono ideologicamente stradaioli. Lo sono perchè costretti dalle esigenze. Girano film in modo apollineo. Il neorealismo sfocia in Fellini, da Lo Sceicco Bianco ad Amarcord. Fellini alza la posta. Un neorealismo onirico. Giù la maschera. Stiamo facendo film. E’ come Dylan che scende dal ciuco del folk e sale sul cavallo del rock. Tra Fellini e De Sica ci sono gli stessi passi che separano il secondo Dylan dai i primi gruppi rock & roll. Le strade tra rock & roll e neorealismo si biforcano. Il neorealismo fa lingua in bocca con il jazz. La prima commedia italiana di successo in America si chiama “I Soliti Ignoti”. E’ il primo film che utilizza del jazz nella colonna sonora. E’ di Mario Monnicelli. Usa un linguaggio neorealista per raccontare una storia assolutamente surreale, buffonesca, inverosimile, tanto quanto può essere reale la vita descritta in The Great Escape dei Blur o in album dei Kinks. Quello che si vede nello schermo non conta. Nessuna storia è reale. Nessuna storia è realista. E’ il modo in cui è stata creata, ad esserlo. E’ comunque una narrazione. I Francesi non ne sapevano un cazzo di rock
& roll, ma sono sempre stati cool, così se ne sono inventato uno loro. La nouvelle vague. Truffaut e Godard raccontano bugie. Inventano situazioni. Imitano per sottrazione la realtà. Non aggiungono elementi alla città, ai volti, agli abiti. Spogliano, sottraggono, sfilettano. Probabilmente tagliano e tagliano e tagliano e chiedono agli scenografi di togliere questo e quello. Di lasciare solo una radio o un cappello. Guarda come girano. Guarda il film mentre viene girato. Presa diretta. Non fare due volte la stessa scena. Applica in modo elegante, sì, ma scoperto, senza affettazione, la tecnica registica. I film di Fellini e Rossellini sembrano girati da geni innati, come quadri di Michelangelo e dei Rinascimentali, fino a Caravaggio. A volte non nascono registi. Fellini non nasce regista. Ma è regista in ogni attimo. Ha i migliori direttori della fotografia di tutti i tempi. E’ gente che non ti fa girare se si fa troppo tardi, chi se ne
frega se costa di più, poi, tutto il baraccone. Dopo una certa, ce ne annamo. Sono grandi film. Chi guarda si sente intimamente spettatore. Chi non si sente spettatore davanti a 8 e ½, deve andare a fare il regista. Di corsa. La sensazione guardando Jules et Jim, o Fino All’Ultimo Respiro, è diametralmente opposta. Sembrano riprese fatte da un ragazzo profondamente innamorato del cinema, che scolasticamente, devotamente, spontaneamente, fa un film. Sono film che dicono: prendi il tuo amico belloccio e giratene uno tutto tuo. E’ la differenza tra un linguaggio intimamente proprio di chi lo produce, che ne è anche inventore, il neorealismo, e un linguaggio appreso, studiato, amato, riprodotto, non artificiosamente, ma con sapienza emulativa, la nouvelle vague. Conosco almena mezza dozzina di persone intelligentissime e divertenti che potrebbero essere ottimi registi nouvelle-vague. Non conosco nessuno in grado di concepire qualcosa come La Dolce Vita. Così, di conseguenza, per contiguità tra linguaggi, chi non ascolta il jazz come semplice pubblico è pronto per fare il jazzista, sta dalla parte sbagliata del palco. C’è un mucchio di gente che è pronta a fondare una rock & roll band e scrivere qualcosa di molto simile a Get Born
dei Jet. Segui le tracce del fuggitivo, della lepre creativa. Il rock & roll è un genere fatto da gente che imita altra gente. Che vorrebbe essere altra gente, che si ispira ad altra gente e nella migliore delle circostanze riesce a citarla, impreziosendo con tocchi personali quel che è già stato fatto. Il jazz è frontiera mobile. Musica di musicisti. Il rock & roll è musica per il pubblico, tanto quanto il neorealismo era in origine per il pubblico e la nouvelle vague per i cinefili. Qui il parallelismo si intreccia in un chiasmo, come l’elica del dna. Ci si scambiano i ruoli. Si parte con il neorealismo e il jazz semanticamente accostati dalla
discriminante dall’interiorizzazione della tecnica e dalla radicale separazione che costruiscono tra makers e audience. La nouvelle vague e il rock & roll sono emulazione, sono voglia di essere qualcos’altro. Creano un rapporto incestuoso con il pubblico. Immedesimazione. Apprendimento della tecnica al fine /ri/produrre , produrre di nuovo-nouvelle. Sono anche molto infantili. Sono puro piacere epidermico:
“adesso facevamo che io suonavo la chitarra e tu eri il cantante e dici: “you gotta roll with it.”
“adesso facevamo che io ero il regista e tu Belmondo, e poi tu facevi la faccia da mascalzone.”
Il neorealismo, e il jazz, nella loro bellezza pressochè assoluta, invece, sono divertimenti per adulti. Adulti soli, più che per soli adulti. C’è la serietà, divertita, magari, del mestiere, nella fotografia dei neorealisti. C’è l’applicazione, magari spontanea, degli attori. Ma nelle scene si avverte la pausa per il pranzo e la concentrazione perchè la luce va via. La concisione perchè, nei casi più sfortunati, la pellicola è poca. E questo non sottrae nulla all’estetica del genere. In qualche modo, oggi, soprattutto, il neorealismo sembra nella forma così curato e studiato da risultare rinascimentale, per le precisioni delle autonomie/anatomie. E paga in questo tentativo esplicito di riprodurre il vero, onesto, maniacale, un gap, risvegliando in noi la nostra natura di spettatori, come Verga non riusciva mai ad essere vero, più imitava la realtà, più la simulava, più se ne distanziava. Cosa è vero dunque? Esiste qualcosa che non sia una narrazione della realtà, ma sia una sua appendice artistica, una propagazione, una declinazione, una sua sfumatura? Il jazz, musica adulta, è inimitabile. Il jazz è l’unico (non) furto riconosciuto alla cultura afroamericana. Probabilmente, al contrario del tribale rock, è il primo prodotto dei discendenti africani integrati in un contesto occidentale. E’ il punto di incontro. E’ una nascita originale. E’ irriproducibile, come il neorealismo, dai non professionisti del genere. E’ pura cultura, con i suoi controtempi e le sue costruzioni, così innaturali, come i movimenti dei boxer – si spinge a destra per andare a sinistra, ci si sporge per proteggersi, dice Eastwood nel suo film di genere – . Si parla di jazz senza pudore, ed ogni parola si dipinge di ostentazione. E’ un marchio di raffinatezza. Non c’è altro modo che l’umiltà per ascoltare il jazz. Forse non va neanche confessato. E’ pura tecnica. Ha qualcosa di erotico, e infatti, per chi è abituato al rock & roll, dire che si ascolta il jazz suona come millantare le nuove avventure sessuali dopo anni di masturbazione. Il jazz è pura struttura. E’ urbano. Ha a che fare con le strade ortogonali e le tubature e le luci al neon e la sopraelevata di Chicago. Il jazz può essere caldo o molto freddo, e non credo che nessuno a parte un centinaio di persone sulla faccia della terra, sappiano davvero come funziona, cos’è, e come si fa a farlo, ovvero, a creare delle canzoni jazz, sempre che esistano delle canzoni jazz. Il jazz è la modernità del dopo. Il jazz, forse, è una lingua e una tecnica di scrittura. Jazz sono i romanzi noir, nel loro sincopato (vi sfido a trovare delle righe di jazz che non usino questa parola in modo pressochè automatico) racconto della verità. La verità è quantistica. La verità è frammentaria e randomizzata dall’aumento delle variabili. Il jazz sembra assecondare questa nature of reality, senza tentare di narrarla, ma semplicemente, soggiacendovi ed emergendo, sonicamente, ad un volume più alto. Una specie di radiazione sonora.
be gentle, please, L.
">
- Verso North/ Preludio / Spad VII S2489 by Francesco De Gregori
- Verso South / Preludio / Geordie by Fab De Andrè
- Verso North / Più Vicino / La Topolino Amaranto by Paolo Conte
- Verso South / Più Vicino / Maggese by Cesare Cremonini
- Verso North / Dentro! / Quelli Che Ben Pensano by Frankie Hi Nrg
- Verso South / Dentro! / Un Ragazzo di Strada by I Corvi
- Verso North / Vie di Fuga: Sky / Dollars & Cents by Radiohead
- Verso South / Vie di Fuga: Sea / Speed Of Sound by Pearl Jam
* 1 *
– Verso North/ Preludio / Spad VII S2489 by Francesco De Gregori -
Leonardo DV dipinge le nebbioline. E’ una grossa novità. E’ un’anticipazione alla vague di lineo. Le piante sono giuste. I paesaggi sono giusti. E’ un mondo sfumato e rurale. E’ piatto e incolore. E’ una bruma fredda soakin’ into the bones. E’ pura rarefazione dell’umanità. Le linee sono basse, le strade sono tirate con i campassi e la squadre. C’è la mia fattoria, c’è la tua fattoria. C’è fumo e vapore in inverno, condensa che viene su da grandi orti e coltivazioni estensive. Oggi dura pochi secondi, attraversata a grande velocità, mentre l’acqua piena di cocaina irriga i campi, scorre cartesianamente. Mucche e pulcini su scala industriale. E’ un non-luogo antico. E’ isolato dalla sua stessa planimetria, è indeterminato, mancanza di qualsiasi traccia discreta. E’ quiete invernale, è pura antropizzazione e mattina diossinica e lattiginosa. Tra le righe, il percorso di un TIR, ricorda la natura meramente produttiva della vita/ valle padana. E’ un terreno segnato dall’introduzione delle nuove tecniche agricole, alla fine del Medioevo, al nascere dell’Età Moderna.
*2*
- Verso South / Preludio / Geordie by Fab De Andrè -
Le colline sono alte. Le colline sono inspiegabili e magiche. Le colline sono bazzicate da gruppi di umani dall’antichità. Nota la dicotomia. Le colline di ulivi, guarda la terra. Sembra sempre arida, sembra bruciata. Probabilmente arde da migliaia di anni. I Sabini coltivano l’oro dolce delle olive. I Sabini sono soci dei Romani. C’è stato melting pot, ingegneria sociale e pianifcazioni demografiche, stupri e ratti, patti e matrimoni. Non puoi rivoltare una zolla che non sia stata già toccata. Nota la dicotomia. Dopo gli uliveti, c’è la macchia e i boshi selvatici, feriti dai pali dell’energia elettrica e da sperlonche statali. E’ un territorio ripiegato su se stesso, una orografia corrucciata e giovane, improvvisamente impervia, appena finisce la campagna mediocre delle produzione pre-industriali. Non ci sono contrade, ci sono paesotti arroccati e immutabili, costruiti all’inizio del Medioevo, nati dalla fuga e dal sopruso, dalla paura e dalla ottusa sicurezza che sarebbe durato per sempre. Sono rifuggi impauriti, oggi quieti e lentamente marciti, senza inquinamento, ma arrugginiti e cadenti. Inesorabile declino di una civiltà anacronistica. Non si trasformano in oasi ecologiche e tecnologiche perché gli indigeni utilizzano i propri danari per organizzare feste pagane alla fine dell’inverno. Valuta moderna bruciata alla dea Cerere, cantanti televisivi in luogo delle statue dei santi, che solo ieri erano peni pagani issati nelle grotte, o adagiati, eretti sui campi. E’ una civiltà sgretolata, stritolata da tutto. Arroccata e teneramente morente, naturalmente legata alla sussistenza, ai pesi calcolati in etti, in cui ogni novità che viene introdotta rimane per sempre una novità (sentite il timbro irrimediabilmente antico della parola, priva della “u”, che porta complessità e una pronuncia meno comoda, ma più intelligente, proprio come le nostre impugnature ergonomiche).
*3*
- Verso North / Più Vicino / La Topolino Amaranto by Paolo Conte -
Dentro c’è interland e terra provinciale. La terra è ricca e grassa. I sindaci sono grassi e hanno buoni bilanci. Il tessuto dei piccoli centri, è ricco e borghese, nel senso primordiale del termine. C’è una cura quasi sassone nel modo in cui il mondo viene pettinato. C’è una quiete cortese che sopisce i riti arcaici da Virgilio a Pavese, riti pagani di fiamme e sperma, di falò alla luna e latte sulle zolle misto a cenere. E’ una civiltà di contrade quiete, di minuscoli centri urbani nati lungo le vie, che si estendono in modo simile ad ogni civiltà fluviale. Il Po non è il Nilo, il Nilo è la ragnatela di canali di irrigazione, solcati con paziente buonsenso e un certo spaventoso pragmatismo. Dormono i tumulti degli Anni Venti, dorme il provincialismo post-bellico, la piccola produzione resiste, con dotta e manesca pruderie, al terziario senza senso. Il tessuto sociale resiste a fatica alla brasilianificazione. Compaiono grate e grettezza. Gli esseri umani giovani attraversano lo spazio delle loro vite, minuto e diladato dal latifondo, su auto di proprietà. Si ritrovano in locali. Non viene praticato il picarismo stradaiolo tipico del South, che spinge in giro, senza meta (e senza metà), fuori, dove ci sono le manine di primavera. Let’s talk about money. Non c’è niente da fare. E’ ineluttabile. Non accade niente di interessante, dove non girano i danari, in occidente. Non c’è modo di sfuggire al giro delle fabrichètte. I possessori delle fabrichètte blindano le ville e votano Lega. Sono abbastanza provinciali. Non meno dei possessori dei nuovi latifondi southisti. Ma c’è un click, così intimamente moderno, che accomuna, per azione e reazione, a volte per ribellione, con strappi e strattoni simbolici e concreti, i luoghi dove gli ingranaggi della produzione si muovono, ai luoghi delle idee, ai luoghi della sensibilità. Gli esseri umani sono una specie sensibilissima, come gli anemoni di mare. Se non succede niente, non fanno niente. Se qualcosa si muove, cominciano ad ondeggiare, a sfiorarsi, a riprodurre se stessi e a propagarsi, attraverso gli oggetti, le parole, le idee. Circoli vagamente virtuosi, quasi salvi dal vizio dell’inetta immobilità, al netto delle umane fragilità e dell’enorme limite di trovarsi nel settore sbagliato della parte in cancrena del mondo.
Fw >> / this land is our land. /
I soldi delle fabrichètte, più o meno sporchi, più o meno eccitanti, sono serviti per dipingersi il mondo in modo più gradevole, in modo rispettabile ed ordinato. In modo sicuramente contestato, contestabile, e per molti versi odioso come ogni cosa provinciale e racchiusa, ma almeno, decoroso. Per certo c’è una certa austera serietà, che rende anche il vivere a culo verso molto più divertente che altrove, secondo la legge della commedy percui tanto è più compito chi rivece la torta in faccia, tanto più sarà accentuato l’effetto comico. Come ovunque, l’abitudine toglie gran parte delle voglia di scherzarci su. Le periferie ingrigite, son divertenti, solo quelle degli altri.
*4*
- Verso South / Più Vicino / Maggese by Cesare Cremonini -
Questa è una questione privata. Questo è tra me, e tu che vivi in provincia, giù. Qualcuno doveva pur dircelo. / Il numero degli abitanti è medio. Le dimensioni delle città sono medie. Le distanze sono medie. Sono le città dei regni del centro, e nella loro medietà c’è tutta la manifestazione della loro mediocre centralità. Sono cittadine segnate nel cuore da vaghi ricordi dei The Romans (l’impero più rock & roll dell’antichità?), cardi e decumani confusi dalle caotiche stratificazioni medioevali e comunali. Appena fuori della città /guarda le tracce / la realtà subisce, da se stessa, un sottilissimo processo di randomizzazione. Tutto diventa inspiegabile senza informazioni riservate, senza conoscere le storie minute, senza andare a curiosare. Si perde ogni principio logico. Tutto è in preda al particolare. Il giardiniere si inerpica sulla schiena della collinetta e e rimette il profilattico sugli innaffiatoi che bagnano il prato inglese (altrimenti si rovinano!). Il prato inglese, perfettamente tinge di verde il terreno, fin dove i muri bianchi e il vetro specchiato e l’acciaio salgono in verticale. La fabbrica accanto marcisce nella metallo-merda in putrefazione. La gente vive in case popolari o villini, altrove. Hanno costruito pollai di lamiera. Sono sporchi e scaleni, e i proprietari probabilmente pronunciano con disprezzo la parola zingaro, ma sono white trash e rednecks. Il bianco-verde della fabbrica perfetta con il giardiniere: come i colori di una piccola squadra locale, è nel logo della nuova hacienda. Vivacchia sullo stabilimento-cadavere che era di proprietà della corp più importante di tutti i tempi – non è affatto vero, è una valutazione morale – che si chiama come un tremendo stato americano noto per il record di condanne a morte. E’ una singolarità. E’ caratterizzante. Che ci faceva qui una fabbrica fica? Noi non capiamo. Non si può capire. Esiste solo sapere/non sapere. Ogni isola produttiva sembra vivere scollegata dal contesto, ogni fabbrica arruginisce o prospera in una realtà parallela. E’ un feudalesimo 2.0. Sono luoghi profondamente feudali, dove il benessere è diffuso in maniera discontinua, e discretamente, il danaro, rimane impantanato in sacche improduttive di privilegio e caso. Piccoli valvassori non crescono, uno stuolo di figli secondo geniti che sperperano risorse per garantirsi una sussistenza di alto bordo. Non c’è dignità in questo danaro, non c’è la severa ansia di abellire il mondo, per rendere grazia a Dio e scoprire di non essere destinati alla dannazione. Non c’è calvinismo. C’è un cattolicesimo pagano e vampiresco, una devozione amorale e morbidissima. Nessuno usa il danaro in modo intelligente, che vorrebbe dire: in modo avido ed utilitaristico, ma dinamico, spregiudicato. Non c’è la sfavillante malvagità del profitto, c’è la putrescente calma della scrematura sull’incasso. Il mondo intorno ne risente, sfigurato - ma in maniera assolutamente sostenibile / qui non esistono veri estremi / dall’incuria e dall’abbandono. Le corriere e i treni, riservati agli strati normali e umili della popolazione, puzzano e tremano. I bordi delle strade, ancorchè privati, sono incolti. Come è incolto chiunque li guardi, li tolleri, li foraggi con il lasseiz –faire. E’ una tana di tepore e stasi. Fa venire il vomito, ipnotizza, consola. Abbiamo visto le menti peggiori della nostra generazione parassiti di se stesse, e quelle migliori, liquefarsi nel nulla della loro incompiutezza. Inetti. I figli sono i nervi del futuro. Qui, i figli sono le budella che succhieranno un po’ di nutriente prima della defecazione del plusvalore. Non c’è alibi, per queste giovani vite di provincia. E’ una tara, come quelle dei nati da chi scopa tra consanguinei. Non esiste genio. Non esiste splendore. Non può esistere. Che cosa è un miserabile? Cosa siamo noi? Cosa accade in queste tribù? Il non riconoscimento dei limiti / una irrimediabile mancanza di know how / a qualsiasi livello / la mancata consapevolezza dei limiti / una dispersione di risorse / la giustificazione / la derisione / la quiescenza / l’inettitudine del capace che non fa / l’insuperabile non poter fare / la protervia silente di chi non sa fare, ma potrebbe e giace e lascia giacere la sua e anche le vite degli altri / l’inverno del nostro scontento / l’insoddisfazione / scostante / un continuo accecamento che si protrae di estemporanea fortuna in estemporanea fortuna, di sopravvivenza agiata in sopravvivenza agiata o umile o normale. E la cosa incredibile è che non ci si campa poi così male. Ma qualcuno doveva pur dircelo / Mi dispiace sia venuto fuori così. / No, cosa dici. Qui la vita è orrenda. / Non lo è. / Si, lo è! / Che cosa è la vita, che vuol dire vivere in un posto? / Non lo so / Neanche io.
* L *
">
Starsene in una casetta ad accudire la mamma malata. Ogni tanto pronunciare frasi politicamente ambigue, molto umane. Scrivere poca musica, e strana. Le cose stanno così, perché non dovremmo prenderlo a calci? Di uomini e tamburi. Tamburi di latta.
Lindo Ferretti ha un bel nome e una brutta faccia. Anni fa se ne stava sul palco, e incendiava. Non teneva il cerino in mano come Diogene. Non esplorava gli angoli bui, con il suo senno e la sua forza. Scientemente, si dava fuoco, e lo appiccava anche sulla tua bella schiena e con un robusto spintone ci si rotolava insieme a ustionarsi nell’angolo buio. Ed era meglio che a casa, prima, avessi studiato. Molto semplice, molto doloroso, molto veritiero.
Lindo Ferretti in arte Cccp, e poi, con un tempismo di rara lucidità, CSI. E poi tutto il resto, seguendo la parabola handicappata e ferita delle sue utopie, e dei luoghi delle utopie. “Affinità & Divergenze tra noi e il Compagno Togliatti al Raggiungimento della Maggiore Età”. Con un titolo del genere, non aveva neanche bisogno di scrivere un buon album.
Invece l’album ridefiniva lo status dell’arte del punk e del rock, tra avanguardia e propaganda, world wide. E’ facile immaginare la scena punk fine anni settanta come una specie di internazionale dove ognuno faceva un po’ come gli pareva. I Pistols diedero il via ad un correntone in cui la coerenza era essere incoerenti e stupidi. Nacquero come una pubblicità per un negozio di vestiti e suonavano canzoni punk. Era una scatola cinese di
significati. Era come se dicessero:
“Siamo i più veri di tutti e siamo solo una truffa, puoi vedere attraverso di noi e sapere che siamo qui solo per i soldi. Siamo la banda degli onesti. Ora se ne hai il coraggio, metti su un disco dei doors e prova a credere ad una sola parola.”
E già il fatto che io tenti di inquadrare il Pistols-Pensiero mi spedisce nel limbo dei poveretti, per direttissima. Vincono sempre loro. Basta che dicano “non è vero“.
Forse, la più grande operazione di disvelamento dai tempi della Caverna, o di Sexy Sadie. Non a caso Johnny Rotten è uno dei più lucidi intellettuali del Novecento, e puoi vederlo fare a pugni con uno struzzo in un reality show. Coerentemente incoerenti. Puoi fare un blitz a casa di Eddie Vedder e trovare Jeff Ament che mette a posto le banconote, e sarebbe ingeneroso, ma nessuno saprebbe cosa dire. Johnny Rotten si è scaraventato in avanti per non cadere indietro. Questi erano tipi tosti, e marci.
I Clash erano eroi, ma non erano teppaglia/marmaille. Joe Strummer era tanto un figlio dell’imperialsimo britannico quanto della middle class urbana e cittadina. Fece precise scelte di campo, sorrette da una cultura ed intelligenza personali difficilmente rintracciabili a qualsiasi livello, nello show biz. Ci furono i Devo, con gli strani coni di plastica in testa e le dita di Borroughs ovunque. Si intervistavano reciprocamente con Mcluhan, tanto per passare il tempo.
La scena punk è sempre stato un posto molto interresante, ma forse meno complesso di quanto si tende ad immaginare, tenendo conto che l’impronta semantica del rock & roll, sbarrava la strada a incroci particolarmente arditi. I clash erano politici, non erano complessi.
Per quanto riguarda i CCCP e Lindo Ferretti, invece, i sottointesi erano mostruosamente culturali. Se vi interessano i risultati rispetto ai processi, probabilmente queste righe sono un mucchio di falsità. Ma è nei processi che si annida la differenza dei CCCP. Majakovskij, Pavese, Fenoglio, Gramsci e la stratificazione della politica sulla grassa terra emiliana, allo sgocciolare via del Novecento, verso la dissoluzione delle coordinate cartesiane, formerly known as Cold War Politics. L’orrore nel rimanere soli con la propria esistenza, quando l’impero feticcio si liquefà, non sotto i colpi di un Papa mediaticamente ecumenico -non sotto la spinta di un sindacato polacco con le belle bandiere- ma sotto il peso della propria mastodontica falsità.
Direbbero in qualche università americana (hanno fatto una cosa carina: studiano Gramsci perché funziona, e non ecessariamente diventano comunisti) a causa delle perdita di informazioni, delle opacità, alle diseconomie informative a proposito dei più intimi modi di produzione.
Ha suscitato scandalo e riprovazione la svolta di Ferretti. Non gli si perdona di aver suonato e detto determinate cose, prima, e di aver preso posizioni così poco illiminate, ed illuministiche poi. Gli si nega senza mezzi termini, la possibilità di cambiare. Le accuse e i giudizi sono feroci. Ma d’altonde, chi non vuol essere giudicato, non ha neanche la scappatoia della morte.
Forse la questione va completamente ribaltata. Ferretti può diventare quel che vuole, non tanto in base ad un generale principio di autodeterminazione, ma perché ognuno di noi è la propria storia, e quella di Lindo Ferretti è chiarissima. E’ lui stesso una stratificazione di intelligenza e cultura, di sensibilità e ferocia: brutalmente, non deve dimostrare nulla. Siamo noi i famelici pezzenti che abbiamo bisogno di una linea, e cerchiamo in lui un Togliatti che ce la detti. E siamo così miseri nell’irritarci se rimaniamo senza. Ci definiamo per negazione, applichiamo le mostrine sulle nostre spalle, con un giuramento che prevede l’ulitima ottusa prova di fedeltà alla linea: criticare il capo. E Lindo?
E lindo ha torto. La questione è semplice e breve. E dunque? Che fare? Nulla. Ferretti si è ritirato. Ha combattuto e dato, e ora accudisce la madre malata. Non si potrebbe biasimarlo neanche se venisse fuori che è diventato come è diventato, per non dare un dispiacere a lei.
È un cattivo esempio? Perché, qualcuno lo ha davvero seguito/ascoltato/capito/compatito, prima, al di la di metter il suo disco in cameretta? No. Siamo pubblico, siamo il pubblico, e in quanto tale, facciamo schifo. E comunque, possiamo sempre non comprare più il biglietto. L’accanirsi sul Ferretti attuale, è lecito, credo che sia un diritto legalmente riconosciuto, dunque è okkey. Non è elegante.
E forse questo è uno dei casi in cui essere moralmente eleganti, acquiescere ad un gentleman’s agreement, è preferibile ad esercitare un diritto a cui abbiamo avuto accesso acquistando dei dischi.
L.
">
C’è odore di ruggine per strada. C’è aria di pioggia e profumo di ferro. Sale dalle fabbriche e si mischia con l’umidità di questo pomeriggio appena iniziato. Arrivo in ufficio che non c’è nessuno, le vetrate lasciano entrare una luce opaca.
Attraverso la sala principale, giro a sinistra. “Seconda divisione”. Apro la porta. Scendo le scale.
La nostra stanza non è un granché, ma io, da brava principale, ho pensato di abbellire le pareti con un po’ di foto, cartoline, disegni, poster, verniciate colorate. Non è proprio l’opera di un fine arredatore, ma fa respirare un’atmosfera accogliente, come quella che dovrebbe avere una sala prove di un gruppo rock: il genere di cose che serve a far star bene i miei “subalterni”. A dir la verità, di subalterni ne ho solo uno. E suppongo che presto non avrò più neanche quello. Ago è uno molto in gamba, attento, diligente, appassionato, pieno di intuizioni e interessi. Ed è una persona onesta.
Certo, non è propriamente il campione della cosiddetta “competenza sociale”: la timidezza gli incide l’animo così a fondo che il viso, i gesti, la voce, tutto da fuori riflette inesorabilmente quel marchio che sta dentro e non si cancella. 31 anni, e le uniche donne della sua vita sono, sono state e probabilmente saranno sempre, la madre e le ragazze delle sue strisce. Ago, infatti, nel tempo libero, fa il disegnatore erotico e gestisce il club del fumetto insieme a un fisico elettronico, Dragan, dalla cui matita escono i migliori supereroi di Kalamazoo. C’è chi lo potrebbe chiamare uno sfigato, ma a me lui piace e poi questa etichetta sembra sempre un po’ infelice e insensata, come la maggior parte delle etichette, in fondo, è cosa nota.
Riga in mezzo, capelli ricci fino alle spalle, tunica al ginocchio e pantaloni stretti di cotone rosso. Quando mi vede, si sistema il cordoncino che gli gira intorno alla testa, all’altezza della fronte e abbassa lo sguardo per qualche istante per poi rialzarlo con un sorriso incastrato su una faccia inebetita.
-Ciao, mi hai chiamato tu, vero? Hai saputo del Consiglio? Io… non so cosa dire… mi dispiace.
E lui, mentre a testa bassa gioca con un pennarello, borbotta:
-Sì, sì, ho saputo. Non importa, non è colpa tua, tu non c’entri. Il tuo progetto era molto buono. Il tuo progetto era ottimo. Non te lo hanno neanche fatto presentare… Sono stati dei bastardi. Non è colpa tua. Il tuo amico è stato grande. Sarà quel che sarà, sarà quello che vorranno al Palazzo Ottante… Tra pochi muniti c’è la riunione dell’Ufficio, ora gli altri sono a pranzo.
-Come hanno preso la notizia?
-Abbiamo seguito tutto in diretta, dal pannello in sala. Qui eravamo in pochi. Un paio della prima divisione tutti esaltati perché hanno trovato un nuovo reperto (…Aladdin Sane o qualcosa di simile…), il capo e io. Li odio quelli della prima divisione. Gli altri erano lì al Consiglio con te. Come l’hanno presa? Il capo stava prendendo un caffè e voleva far finta di non seguire, se ne stava seduto sul divanetto, con il nuovo disco in mano mentre gli altri due gli pendevano dalle labbra. Ma lui stava zitto, ascoltava la diretta, era in tensione per il tuo ritardo, perché non avevi il progetto. Il reperto non era una gran preoccupazione in quel momento, era… diciamo…un interesse di secondo ordine. Poi, quando il Presidente ha cominciato a provocare, si è alzato, ha sbattuto il disco per terra, ha dato una spinta a uno di quelli della prima divisione e si è fiondato davanti al pannello. Dovevi vederlo, Oslo, dovevi vederlo. Sono stati minuti impagabili. La Roi si è presa tutti gli insulti coniati dalla notte dei tempi, più alcuni creati apposta per l’occasione.
-Non era arrabbiato con me?
-No, non credo. E quando Alexis è intervenuto, è andato in estasi. Sviolinate a non finire. “Se tra un mese abbiamo ancora un ufficio, a questo gli offro il lavoro”…
-Di sicuro lo accetterebbe.
-Oslo, c’è altro di cui dobbiamo parlare. C’è qualcosa di importante, importantissimo che devi vedere, anzi ascoltare…
Veniamo interrotti dall’interfono: “Tutti i cercatori sono pregati di venire nella sala riunioni”.
Il capo si mette le mani in faccia e la schiaccia e allunga in una smorfia di stanchezza, poi sospira e inizia a parlare:
-Non dovevano esserci riunioni oggi. Doveva esserci un incontro, nel mio ufficio. Tra me e la qui presente: Oslo. Per l’occasione, io avrei atteso paziente dietro alla mia scrivania, l’avrei guardata entrare con la testa bassa, l’avrei osservata sedersi e sistemare con imbarazzo la coda che le era finita tra le gambe. Le avrei ricordato che si era presentata a una fondamentale audizione pubblica in ritardo e non preparata, le avrei ricordato che si era caricata ostinatamente di una responsabilità di cui non ha avuto rispetto, le avrei ricordato che ci aveva esposto alla vergogna della sciatteria. A quel punto, l’avrei vista tartagliare qualche scusa. Poi, l’avrei licenziata.
Bene, un inizio di riunione esaltante. Perfetto per mettermi a mio agio.
-Ma. Ma. Il destino si è scomodato per l’occasione e ha pensato bene di scombinare le carte in tavola. Così, come tutti sappiamo, su questo ufficio si è abbattuto qualcosa di ben peggiore di un’umiliazione dovuta a un impiegato distratto e negligente. Qui si è abbattuta l’umiliazione dei potenti! In 48 anni, non una sola volta ho avuto occasione per volere infangare il sacro nome di questa città. Ma qui, qui, ci troviamo innanzi a un affronto premeditato o sconsiderato alle gloriose origini di noi Cercatori del Rock! Un affronto che arriva diretto dalla Presidenza e forse anche dal Consiglio! Per questo, ora, in questo mese che ci divide dalla decisione di farci chiudere o meno, dobbiamo tenere la testa alta, sfoderare la nostra dignità! E per questo, faremo un sit-in di protesta. Porteremo un po’ di musica nella piazza principale (come del resto voleva fare Oslo, le va riconosciuto), e distribuiremo volantini. Ricorderemo la storia di Kalamazoo, ricorderemo perché siamo nati e dimostreremo che siamo linfa per questa città. Fw>>
">A
A
One for the money, two for the show
A
A
Due attacchi prolifici, dunque gol e spettacolo assicurati. Così era stata “venduta” Italia-Olanda, pantomima calcistica organizzata dal regime a Pescara per dare spunto all’ennesima passerella mediatica sui cadaveri abruzzesi. Un clima di euforia pallonara che a sorpresa aveva contagiato anche chi vi scrive, recatosi nella città di D’Annunzio con in tasca una schedina prefigurante il risultato di 2-2. Senza però aver considerato che, laddove c’è stereotipo, non c’è Olanda. Laddove c’è l’italica voglia di fare la sagra del gol per regalare un sorriso alle popolazioni martoriate (cui sono stati regalati numerosi biglietti omaggio), c’è la nordica indifferenza verso tali retoriche preveggenze. Nonché avversione – mi piace pensarlo – per la storia dei biglietti omaggio.
Di stereotipi, a Pescara, si sente l’odore già dal casello autostradale. È la più italiana delle città: c’è il mare, i residui di un’industrializzazione scellerata, orrende opere viarie che deturpano il centro, il freddo umido. La tribuna stampa è tirata a lucido, i giocatori dell’Italia arrivano allo stadio vestiti con l’abito buono, giacca cravatta e sguardo concentrato. Uno pensa: l’Italia – con una mezza specie di tridente – ha il dovere di intrattenere gli astanti con giocate funamboliche, l’Olanda per non essere da meno risponderà con fuochi d’artificio. Cioè 2-2, o al limite 1-1, come un collega mi confessa di aver giocato. E invece non si considera che nell’Italia i funamboli sono già tutti caduti (senza rete). Ma soprattutto, che all’Olanda non frega un emerita ceppa di questa partita. Del terremoto, delle popolazioni martoriate entrate a scrocco, dei test in vista del Mondiale, della mia schedina Snai. Tanto che prova ad attaccare, ma poi pensa: a me che me ne viene? E allora desiste. L’Italia di contro prova a non far annoiare il caloroso pubblico pro-Cassano; segna addirittura di mano, un cliché anche quello. Lo 0-0 finale è la recensione di una festa mancata.
Come in quel film in cui si capisce tutto alla fine (alla The Illusionist, per capirci), solo dopo il novantesimo mi rendo conto di quanto ero stato cieco, davanti ai chiari segnali che avevo ricevuto. Non ultimi gli anti-estetici calzettoni turchese – ma qui Mesiano non c’entra – con cui si presenta in campo l’Olanda: una scelta casual, come a dire: siamo scesi con i primi calzettoni che abbiamo trovato in casa, qualche problema? Ma è nella mixed zone che l’irriverenza degli Orange esplode davanti ai miei occhi. Sfliano gli azzurri, di nuovo con l’abito della domenica: si rivolgono ai giornalisti con affabilità berlusconiana. Un paio (Pirlo e Cannavaro) si inventano un codice secondo il quale senza divisa ufficiale non si possono rilasciare interviste. E quasi tutti a cadere dalle labbra dei campioni del mondo. Passa l’Olanda, che non è proprio l’Uzbekistan, e nessuno se ne accorge. Hanno una tenuta da sfigati: giacchino di tuta a coprire una polo celestina parecchio nerd. Parlano coi due-tre colleghi olandesi presenti in modo informale; a tratti ho l’impressione che si stiano raccontando l’ultimo libro letto. I provincialissimi giornalisti italiani fanno le moine solo al milanista Huntelaar, ma lui fa un gesto controcorrente: mentre parla con Sky, si beve un cartone di succo di frutta. Sono una rock’n’roll band, pagata per gareggiare contro un’orchestra di liscio. Presentarsi si sono presentati, però con lo spirito di chi è invitato ad una festa di cui non conosce (e non vuole conoscere) il nome del festeggiato, ma è lì solo per fottere un paio di birre e filarsela. Noi avevamo preparato dei rustici, ma loro ci hanno pisciato sopra. Non avevano voglia di mangiarli.
Germano D.A.
La purezza non è roba da bambini. Chi vi ha insegnato questa cosa si sbagliava, vi ha portato fuori strada. La purezza ha a che fare con l’esperienza. I puri sono quelli che non sono capaci di fare delle offese ricevute motivo sufficiente per non rischiare di riceverne altre. Sono i coraggiosi con problemi di memoria, gente che non si cura di ciò che è stato. Sono quelli che l’esperienza non riuscirà mai ad abbrutire. Il meglio della società, in sostanza, animali rari e preziosi; quindi, ritenetevi fortunati se ne incontrate qualcuno.
Ho imparato questa verità alla terza o quarta sofferenza d’amore. Credo l’autore indiretto sia stato Werner. Breve digressione descrittiva e di celebrazione. Werner aveva ricci neri su un viso disegnato da una mano celeste. Le sue sopracciglia nere fregiavano la fronte come due pennellate di antico inchiostro cinese su pelle appena bronzea. Il suo sorriso si apriva a luna costringendo gli occhi a contrarsi in nette virgole rovesciate. Mentre i suoi occhi, tra loro appena più distanti del dovuto, erano un difetto messo lì a ricordare con poesia che la perfezione non appartiene a questo mondo.
Un giorno, mi lasciò senza dirmelo. Due settimane dopo, due settimane passate a cercare in ogni modo di parlarci, lo vedi baciarsi con la sua ex in facoltà.
Più mi sforzavo di non provare dolore, più torrenti di lacrime mi inondavano la faccia. E più soffrivo, più capivo che per nessuna ragione al mondo avrei permesso a quelle lacrime di decidere il mio futuro. Quel pianto era semplicemente nel presente e sul passato e era per Werner: un momento tutto per lui di autentico dolore. Niente di più, in fondo. Mentre piangevo, è lì che ho scoperto di essere una pura e i puri si tamponano il sangue e poi capiscono che quel sangue è ragione sufficiente per giustificare la ritirata dalla battaglia, ma non il ritiro dalla guerra. Rimozione del dolore, schiaffo in faccia al rancore e la prossima ferita sarà bella, dolorosa e sorprendente come fosse la prima.

Alexis ama molto questa teoria, per ovvie ragioni. Una volta si era addirittura messo in testa di averla inventata lui; infatti poi abbiamo litigato. Gli capita ogni volta che qualche pensiero altrui gli risulta particolarmente affine: si deve immedesimare con l’autore, prendere la paternità del concetto. Un vezzo sgradevole che di solito argino concludendo con “Pensala come vuoi, ne ho almeno altre dieci di teorie come e meglio di questa. Prenditi pure i diritti, non me ne faccio niente, te li regalo”. A quel punto, si ammutolisce e riflette sulla possibilità di stare nel torto. Si rinfresca il cervello e poi ammette di essersi sbagliato.
Sto tamponando anche ora, che mi sento umiliata per quello che è successo nel Consiglio. Anche ora che minimizzo buttandomi a terra e ridendoci su insieme a Alexis. Del resto, questa umiliazione non è una faccenda d’amore, è piuttosto il tipo di umiliazione per la quale ho imparato a rendere la guarigione abbastanza rapida.
Arrivata a casa, capisco che quello che voglio è solo riprendere il fiato dall’ultima ora in attesa che mi chiamino dall’ufficio.
Tolgo le borchie che mi pesano sulle spalle, butto il mantello sul pavimento, slaccio il corpetto di velluto che mi stringe il busto, sfilo gli stivali che avevo messo per piantare le portulache e cammino a piedi nudi sul pavimento caldo. Vado verso il distributore creativo di bevande, una macchina che in molti mi invidiano, una novità del dipartimento Cose utili e efficienti per la casa: inserisci il tuo stato d’animo e lui, come il più amichevole e bravo barista, si inventa una bevanda con gli ingredienti in polvere che hai caricato dentro, una bevanda fatta solo per te, per allietare il tuo umore nei minuti successivi. Esempio. Sei stanco?: caffè, guaranà, zenzero e vaniglia. Sei stressato?: camomilla, kava, novocaina, tenanina, valeriana e lamponi. Sei depresso?: cioccolata, panna, essenza di wafer, colorante. Ah, sei depresso perché stai ingrassando?: inutile che ve lo dica, acqua. E poi c’è la modalità alcolica, ma ora non ve la racconto. Sta di fatto che quelli del dipartimento Cose utili e efficienti per la casa si danno un sacco da fare, non si può proprio negare.
Mentre mi dirigo verso il distributore, una foto, a terra, laggiù, tra la poltrona e la colonna centrale della luce, attira la mia attenzione. Mi avvicino, la raccolgo. È Ian Curtis. Che diavolo ci fa Ian Curtis sul pavimento? Dovrebbe starsene rinchiuso nella copia del fascicolo sui Joy Division, il suo gruppo. Di solito, non faccio copie anche dei fascicoli degli artisti che abbiamo in archivio, ma quello che avevamo ricostruito sulla loro storia, sulla sua soprattutto, era qualcosa di particolarmente prezioso, qualcosa che volevo conservare anche in modo più intimo. Il fascicolo sui Joy Division è uno dei più completi: abbiamo due video, sei immagini, la biografia di Ian Curtis e persino un film che i Cercatori del Cinema avevano nel loro di archivio.

Prima di rimettere a posto la foto, mi fermo a osservare il viso di Ian: ha gli occhi di uno che non vuole essere guardato. Ma niente da fare, quegli occhi divorano l’attenzione di chiunque abbia un po’ di tenerezza o disperazione nel cuore. Così belli, sembrano fatti di infiniti pezzetti di vetro, smarriti eppure attenti, profondamente saggi o del tutto inconsapevoli. Dicono in fondo quanto l’esistenza sia un gioco tragico e insensato frammisto a una grazia che ha del divino.
Il fascicolo non c’è. Inutile starvi a elencare tutti i posti in cui lo cerco. Non c’è, è sparito. Tra i cinquanta pezzi di rock che tengo in casa, manca anche Unknown Pleasures, il loro album.
Salgo al piano di sopra, a casa dei miei. Vado diretta in camera di Lyon perché quando qualcosa non sta nella mia zona, forse sta nella sua camera e quasi sicuramente è già rotto. Fw>> (more…)
">Da adolescenti crediamo tutti di dover finire dentro un libro. Vuoi perché risucchiati dallo studio, vuoi perché egoticamente convinti dell’unicità delle nostre storie. L’essere unici e, allo stesso tempo, integrati o, meglio, disintegrati. Les ados, ci ricordo nell’ingenuità delle azioni, nella timida tenerezza dei giorni di sole e di pioggia e di non importa cosa. Ci ricordo nelle prime sigarette perché tanto non comincio, ci ricordo nelle prime sbronze perché così mi diverto. L’età della segregazione sessuale. I maschi da una parte e le femmine dall’altra. Ci si incontrava, alcuni si incontravano, solamente per fugaci e imbarazzati scambi e ricerche ed esperimenti finanziati dalle tempeste di ormoni che ci smuovevano i corpi. Bastava così poco per fare scienza. Era tutto gratis e il futuro era ancora eternamente presente. Ci ricordo tra le pagine di quel libro, come miliardi di altri nella storia, con le stesse facce, gli stessi pensieri, le stesse straordinariamente insostenibili preoccupazioni. Oggi non voglio guardare indietro, né voglio celebrare i bei tempi che furono, né li voglio condannare, né rimpiangere. Ogni epoca della nostra esistenza si completa e si consuma nel momento in cui viene vissuta. Sinceramente non saprei dire con esattezza quando ho smesso di essere un adolescente e ho provato a diventare, lentamente e inanellando una lunga serie di fallimenti, un uomo adulto. Forse quando ho tolto Vitalogy dal lettore cd della macchina, forse quando ho comprato il primo album dei Sigur Rós, forse quando ho rimesso Vitalogy nel lettore cd e ho sentito i nervi staccarsi e ho stretto i pugni e irrigidito le braccia come mi succede quando sento nel petto di aver perduto qualcosa e di averla perduta per sempre.

Forse è stato quel momento, quando Vitalogy ha cambiato significato, il punto in cui si è rotto tutto. In cui ho smesso di sentrimi interessante, in cui ho ceduto e ho accettato l’eventualità di non finirci, dentro un libro e, invece, sono finito qui dentro. O qui sopra, come dite voi che siete di passaggio. Comunque non è di questo che vorrei parlare. Vorrei parlare del perché credo di odiare le persone e del mio incontro con il Genio, che non è una persona vera e propria e che non punta, con molta onestà, neanche ad esserlo. Ma cominciamo dall’odio, il vero motore della nostra civiltà (o di ciò che ne rimane). Ciò che rimane di un’illusione. Il concetto stesso di civiltà si poggia su una grande, confusissima, illusione. Questa è la storia di un gallo che imparò a saltare la corda. No, questa è la storia di me che odio le persone. Io odio. Io odio tutto. Io odio tutti. Io ho paura di tutto. Ho paura di tutti. Mi vergogno per gli uomini, mi vergogno per me stesso. Sono stanco, ho molto sonno. Vorrei solo esplodere in lunghi insulti. Vorrei solo gridare la mia solitudine celeste. Vorrei solo cadere e precipitare dove nulla più può arrivare. Provo vergogna, provo ribrezzo e repulsione. Sono un essere spregevole, perché non ci riesco. Non ci riesco ad essere presente, non riesco ad essere costante, non riesco ad essere affidabile. Io odio. Odio odio odio odio odio. E me ne frego. Mi disinteresso, mi rattristo. Perché io sono sempre in coda, sono sempre abbastanza intelligente per capire. Per capire tutti, per capire gli altri, per abbassare la testa, per fare quel cazzo di inchino cattolico e porgere l’altra fottuta guancia. Non riesco neanche a parlare come uno che prova a parlare come parlerebbe un mafioso italoamericano doppiato in un b-Movie da uno che non parla inglese. Voglio farmi doppiare da un muto. Odio. Odio. E me me frego. La vita, in questo preciso istante, assomiglia a una dolorosa attesa della morte. Se qualcuno mi doppiasse nella lingua dei segni, e io dovessi apprendere il mio pensiero da quei gesti che non conosco e che non capisco, credo potrei convincermi di stare in pace. Di essere una persona migliore di quello che sono. Di non odiare nessuno, in fondo al cuore. E invece no. L’odio è radicato nelle cose che faccio, la mia vita e le scelte nascono dal disprezzo. Se sono vegetariano non è per amore della natura ma per il disprezzo che provo per essa. Per il disgusto che provo nei confronti della morte, per il disagio che mi attanaglia nel momento in cui azzanno un cadavere. Privare qualcosa della vita per poi potersela ficcare in bocca. Masticare il sangue, inghiottire i muscoli, scartare il grasso. Sentire l’odore delle cose morte, lasciare che muoiano dentro di noi, fare da cimitero per chili di carne in putrefazione. Tutto nasce dal disgusto, tutto nasce dall’odio. Il mio diventa più vero quando sono sui mezzi di trasporto, quei luoghi in cui nessuno ha uno scopo preciso, in cui tutti aspettano solo di essere spostati da un posto all’altro, come bestie appese ai ganci di un macello. Ci si consegna a un vettore, che è indipendente da noi e che di noi se ne frega. Augé parlava di non luoghi. Luoghi di identità volatili, numeriche. Qui fuori c’è una nebbia densa come non ne vedevo da tempo. Dà una strana trasparenza alle cose. Il Genio mi siede accanto.

“Manuale per OSS”, operatori socio-sanitari. Bisogna essere coraggiosi per farlo. Operatori socio sanitari. Vuol dire esistere per aiutare le persone. No, non ce la farei mai. Io le odio le persone. Le odio a tal punto e talmente forte è la mia repulsione per la gente tutta che, beh, io mi sento in colpa e ho sempre il sorriso stampato. Qui sui mezzi di trasporto, per la precisione sui treni, io pulisco i cessi. Io odio le persone perché credono di essere dei fottuti dèi, dei fottuti esseri perfetti che poi espellono merda, come farebbe qualsiasi animale con del sangue, un cuore, un apparato digerente. Masticano il cuore dei loro fratelli. Il Genio viene con me durante il lavoro. Io sono quello che l’annunciatrice del treno, che oggi è bassa, con i capelli corti e lisci e gli occhi di un colore irrilevante, definisce colui che si occupa di igienizzare e ramazzare e badare ai vostri cessi e che pulisce tutta la pipì che non riuscite proprio a fare dentro il buco, che raccoglie tutta la carta che gettate a terra perché buttarla nel cesso è troppo difficile per voi animali mangiacarne, che sparate scorre liberatorie e ve ne fregate di chi vi sta attorno. Lo dice prima di ogni viaggio, come se fosse un vanto o un merito avere uno come me a bordo. “Ringraziamo quello che pulisce i servizi igienici” così si sente appagato e non parla male di noi e si sente motivato e apprezzato e percepisce il valore intrinseco di quello che fa. Per carità, io lo so che quello che faccio è fondamentale tanto quanto portarlo a destinazione, il treno. Io lo so. I passeggeri non ci pensano mai e alla fine mi fa anche piacere che l’annunciatrice lo ricordi ogni volta. Però, e non so perché, non parlano mai del Genio. Lui è sensibile e, anche se non ne sono sicuro, mi sembra che ogni tanto ci rimanga male. Fw>> (more…)
">Ototeman, o totem. Chiama il coyote! Chiama il coyote! Hai bisogno della sua furbizia e dei suoi denti. C’è uno spirito maligno nella credenza dei piatti. Li scuote nella notte, finché il rumore della porcellana non giunge fino alla stanza. Emerge, si insinua, tra il suono delle parole. Hai un fucile Winchester e un coltello da caccia. Hai un pallone da calcio e una poltrona di vecchia stoffa macchiata di colori ad olio. Se proprio dovesse andare male, hai del Crystall Ball, tossico, una bandoliera e un mitra a scintille. Come si batte un mostro? Il principio è semplice: se puoi ferirlo, puoi anche ucciderlo. Dov’è il 101nesimo battaglione aviotrasportato? Dormono in una fattoria tedesca di legno. Non arriveranno mai in tempo. Oh, no! Lo spirito maligno ha la testa di gufo e indossa un manto nero, sottratto al cadavere di Epaminonda. Ha una sciabola, rubata ad una delle Giubbe Blu che ha già ammazzato, nascosto tra le fila degli indiani Comanche, durante un assalto notturno. Ti aspetta. E’ un agguato, in agguato. Ti prenderà sulla strada tra la tana-teepe e il letto. Chiama il coyote! Chiama il coyote!

-C’era una volta, tanto tempo fa, nel mezzo della savana (tu sai perfettamente che cosa è la savana e che è in Africa, e che, precisamente, stiamo parlando di quella ai margini del Serengeti), un regno senza confini. Un giorno, un uomo più debole degli altri, ma un po’ più furbo, indossò la pelle di un giaguaro morto di febbre. Poi prese un bastone, il ramo secco di una acacia, e si arrampicò su di un albero (tu sai che arrampicarsi sugli alberi non è così facile come cercano di farti credere). Ogni volta che passava un altro uomo, lui lo indicava con un bastone-scettro e diceva:
io sono re
E gli altri uomini, che non avevano studiato, lo guardavano e annuivano. Tutti sapevano che l’uomo era re. Stava su un ramo, un ramo che tutti consideravano d’oro, anche se non lo era. Era di legno, ma siccome sopra c’era seduto un re, gli altri uomini accettavano di credere che fosse dorato, e tutti lo chiamarono il ramo d’oro. Un giorno, un giovane uomo, chiese al re:
come sei diventato re?
Il re rispose:
sono salito su questo ramo d’oro, e mi sono fatto re.
E il giovane uomo disse:
io voglio essere re.
E l’uomo che si era fatto re rispose:
Sono io ad essere seduto sul ramo d’oro, ora. Devi uccidere me.
E il giovane uomo che voleva essere re:
io ti ucciderò!
Il re lo guardò. E disse:
Tu mi ucciderai, e sarai re. Arriverà un altro giovane uomo, quando tu sarai vecchio, come tu sei giunto a me. Vorrà essere re a posto tuo, e ti ucciderà, ti soffocherà, ti taglierà con la lama e ti annegherà e tu morrai e poi lui ti ucciderà. Sei sicuro di voler diventare re?
L’uomo disse:
Sì.
Così il giovane uomo uccise il vecchio e divenne re a posto suo. Ogni giorno viveva guardingo (tu sai che questa parola vuol dire che si guardava sempre le spalle) e rassegnato, perchè sapeva che prima o poi sarebbe arrivato un nuovo giovane uomo, così simile a lui quando era salito sul ramo, e lo avrebbe ucciso.
Perchè?
E’ così che è, che è sempre stato, e che sarà. E’ molto importante che accada. Ognuno deve uccidere il suo re. E diventare re. Tu sai cosa è un rito di iniziazione.
Sì! E’ quando gli Indiani d’America si mettono le punte nel petto che fanno male, o quando gli Africani si buttano dal tetto della capanna dello stregone, e dopo diventano grandi e possono usare le armi dei cacciatori e dei guerrieri.
Bisogna uccidere il padre.
No!
Non devi uccidermi davvero! E’ per finta. Ma devi farlo, e poi sarai adulto.
Sì! Allora va bene.
Siamo come una tribù. C’è uno stregone, un re, e un giovane guerriero. Quando hai male alla pancia, lo stregone arriva e ti mette la mano sullo stomaco, e il la sua mano è magica, e il mal di pancia se ne va. Quando hai bisogno di armi nuove, vai dal re e gli chiedi:
Le mie armi sono rotte. Vorrei delle nuove armi.
Ci sono dei totem e dei riti. Ci sono delle magie. Il re, quando è al mare, chiede allo stregone di tramutarlo in pesce-tonno. E così si getta tra le onde, e il guerriero lo segue, coraggiosamente attaccato alla sua pinna dorsale. Lo stregone resta sulla spiaggia, e fa vaticini. Ordina gli aghi di pino e gli unghenti e i colori per le maschere. Conosce le qualità delle piante, e le canzoni che canta di notte, anch’esse magiche, hanno la capacita di addormentare il giovane guerriero. E a volte, anche il re. Soprattutto, il re e lo stregone, sanno tramutare in suono gli strani segni incisi sulla carta. Da quei segni, nascono le storie, da quelle storie, le credenze del giovane guerriero. Nessuno sa da dove vengano le carte con gli strani segni sopra.

Ti incuriosiscono le cose. Alcune cose sono spaventose. Altre sono stupende. Molto spesso, non si capisce come funzionino. Le certezze sono poche. La Terra è più vecchia della lampada in soggiorno. La lampada in soggiorno è più vecchia della madre di tua madre. Il resto non è completamente spiegabile. Sei come un uomo primitivo. Hai la magia. Per gli altri guerrieri, ad un certo punto dell’iniziazione,diventa religione. Tu sei primitivo. Per te esiste solo una contiguità tra magia e la spiegazione migliore, più verosimile, delle cose, chiamata scienza, o qualcosa di simile ad essa.

Fw >> / lancia la lancia pesa un’oncia + nel prossimo numero, donne nude./
">
Pier Paolo Pasolini cova diverse passioni. La sociologia, la poesia, girare film. Di
PPP ci rimangono le immagini della Rai, salotti televisivi. Fior di teste gli rivolgono
domande, e lui risponde, con
una sensibilità infinita, prevedendo
quello che stava per accadere. Fa
notare la realtà delle cose, quando
dice che i figli della working class sono quelli vestiti da poliziotti. I borghesi hanno
le Nikon e gli eskimo. Oggi è lampante, quasi stucchevole. Ieri non si capiva, era un
concetto invisibile, come una premonizione. Nel tempo libero, Pier Paolo ha una
peculiare predilezione per i giovani virgulti delle borgate romane. Paga con interessi
salatissimi. Pier Paolo fa il terzino. Probabilmente, il miglior terzino della sua
generazione. Gioca come fluidificante. Vuol dire che parte da dietro, e si spinge in
avanti, a lunghe falcate, un po’ come Giacinto Facchetti, ma con più consapevolezza
della situazione sociale. Ci vuole forza intelligente, per farlo. Pasolini aveva
un fisico filiforme e nervoso, avrebbe potuto giocare
nell’Olanda di Johan Cruyff. Con quella fronte ampia
e la statura notevole, poteva anche andare a
ragionare in area sui calci piazzati. Aveva
piedi educati e grande forza, anch’essa nervosa. Due
cose molto europee. Una era il comunismo, burocratizzato, grigio, aberrante, prima
e dopo la Primavera di Praga. L’altra era il calcio totale dell’Olanda. Erano entrambi
utopie. Johan Cruyff si accorge di avere numerose doti. E’ molto intelligente e molto
bravo a giocare a pallone. Di origine ebrea, l’Olandese si aggirava con la palla
al piede come Nureyev sul palco, e nello stesso modo in cui il ballerino russo
lanciava la falcata, Johan agganciava il pallone al volo. Ogni singolo muscolo teso
nell’aria fredda, la ricaduta di cemento e molle, a terra. Era pura supremazia. Era
bellezza fisica. Era un pensiero oltre l’utopia. Il comunismo suggeriva un
egualitarismo sterile. La mossa preferita di Johan era un passo doppio con cui
occultava il pallone all’avversario diretto, celandolo dietro il proprio corpo. Si girava

e se ne andava da un’altra parte, non
necessariamente in avanti. Un completo
dominio dello spazio e del tempo. Prendeva
il pallone, e a dispetto di altri 21 esseri
umani, lo faceva suo. Quando gli sembrava abbastanza, un compagno arrivava a
dargli man forte. Nell’Olanda di Cruyff tutti dovevano far risaltare la propria
individualità, alla pari. Il difensore, attaccava, l’attaccante rientrava. Niente era
Fw>> / batti tu il calcio d’angolo /
">


![il blues dell'abbandono non riguarda i palazzi [falso]](http://www.walwian.com/wp-content/uploads/2009/11/sconosciuto-6.jpg?w=295)







