Yes, there really is a Kalamazoo [2]

A proposito di cosa è cambiato. Puntualizziamo subito che è ovvio che tutto cambia, continuamente. Ma certi giorni le cose cambiano diversamente, più a fondo, anzi, più in velocità. Oggi è il mio giorno libero, dopo un paio di settimane a casa a lavorare a un progetto. Di solito, per il giorno libero si vanno a fare cose utili per tutti, perché avete capito che qua a Kalamazoo ci piace fare i virtuosi. Io ho stabilito di fare la mia parte andando giù al piazzale della zona ovest a piantare portulache, cioè fiori di vetro, quelli là che muoiono appena è tempo di mettersi una sciarpa. Perché sì, è poetico, in fondo, vedere con quanta bellezza affrontano la fine, con quale fragilità, così sfrontata: buoni motivi per rendergli omaggio. Vado con Alexis, il mio migliore amico. Lui si compiace di avere questo nome perché ha scoperto che un pensatore politico, a suo dire molto in gamba, qualche secolo fa si chiamava nello stesso modo. Del resto, lui si occupa di queste cose. Lavora per il dipartimento Sperimentazione politico-sociale. Alexis è alto sei parentesi e mezzo, è molto magro e sembra un affresco d’altri tempi. Occhi che sono gocce nere, lunghi capelli che gli arrivano compatti al petto e braccia sempre aperte ad accogliere i fedeli. E poi ha la pelle disegnata di tatuaggi in almeno dodici lingue di cui undici non più parlate. È un pezzo di arte antica finito a pontificare in un presente crudele su un domani che non è mai stato tanto indecifrabile.

Questa mattina, mentre affondo le mani nella terra delle aiuole, lui se ne sta seduto al contrario, con le braccia incrociate sullo schienale della panchina e la fronte appoggiata contro il ferro. Un angelo con le ali a riposo e troppi pensieri in volo. Medita stringendo in una mano una copia di un’opera di teoria politica, in quell’altra una lettera d’amore e d’addio. In altre parole, la soluzione e l’origine dei mali.
-Insomma, ho avuto questa idea…
-Quale idea?
-Senti qua, mi fa alzando la testa e leggendo ad alta voce un passo del libro, “l’umanità è giustificata, individualmente o collettivamente, a interferire sulla libertà di azione di chiunque soltanto al fine di proteggersi: il solo scopo per cui si può legittimamente esercitare un potere su qualunque membro di una comunità civilizzata, contro la sua volontà, è per evitare danno agli altri”. La mia libertà finisce laddove comincio a romperti le scatole.
-Quindi?
-Non è roba mia. È di John Stuart Mill. È il principio del danno. Cioè, non è il titolo dell’opera, quella ha un altro nome. Questo che ho letto è il principio del danno.
-Il principio inteso come ‘origine’ o come ‘concetto’?
-Che vuoi dire?
-Principio come inizio o come essenza, come norma, regola, assioma, postulato?
-La seconda. È il principio del danno.
-Ho capito.
-Il principio del danno.
-Ok, sì, chiaro.
-Il principio che limita la libertà. Comunque, il punto è: che cosa è questo danno di cui parla quella vecchia brava testa di cazzo di Mill? Pisciare sul tuo giardino? Rubare mele dai tuoi alberi? Offrire polpette avvelenate al tuo cane? Beh, direi di sì. Ma se volesse dire anche altro?
Poi, abbassa il libro, alza la mano che tiene la lettera, se la porta davanti agli occhi e prosegue: -Passiamo a questa lettera. Scrive quella adorabile stronza della mia ex “Caro blablabla… sei un ragazzo speciale… blabla… fare l’amore con te rimarrà sempre la migliore cosa della mia vita… sei un fico… blabla… fare l’amore con te…”. Ah, no, questa l’ho già letta… ma ecco, sì, ecco qua, arriviamo al punto, a quando dice, ecco… “Ora ho bisogno di pensare, preferisco se non ci vediamo per un po’. Ps: per favore, puoi ridarmi la mia crema per i piedi? Quella al cetriolo viola: la gialla puoi anche tenertela”
-Uh, quasi offensiva direi.
-Offensiva? Questa lettera è la cosa più volgare e frustrante e deprimente e oltraggiosa della storia delle lettere d’amore e d’addio. Oltre che mi lusinghi in modo… così… così furbescamente lungimirante nel caso ti venisse voglia di tornare, mi insulti dicendo che mi lasci perché devi riflettere, cioè mi lasci senza scuse manco lontanamente dignitose. E, come se non ti bastasse, sadica, chiedi indietro la tua stramaledettissima crema per piedi come se me ne facessi qualcosa di una melma viola da quattro soldi!, come se me ne fregasse qualcosa di imbrattarmi di merda puzzolente i piedi! Io lo facevo per te, lo facevo per te di usare quella crema, perché lo facevamo insieme, dopo il bagno, perché ci piaceva rincorrerci per casa lasciando le orme viola in giro.
-Davvero vi rincorrevate con i piedi viola?
-Sì, nudi. Certe volte.
-Davvero?
-Sì. Torniamo all’idea. Io non ho più voglia di mangiare, non ho voglia di dormire, non ho voglia di vivere. Da ben 46 ore. 46 lunghissime, desolanti, amarissime ore. E di chi è la colpa? Di chi ha scritto questa lettera. Perché l’autrice di questa lettera è una stronza e mi ha procurato un danno. E me l’ha procurato per la sua inconsapevolezza, per l’incapacità di fare lo sforzo di indagare i suoi sentimenti e partorire un addio appena più significativo, appena più elaborato, appena più profondo. Perché la suddetta stronza mi lascia ma non è neanche capace di essere così coraggiosa e decorosa da evitare di imbastire su una bella rete vischiosa di adulazioni. Perché calpesta la poesia dei nostri piedi viola, ci sputa sopra chiedendomi con una rozzezza senza precedenti di riavere la crema al cetriolo.
-Beh, anche io la rivorrei la mia crema. Ma hai ragione, non è stata molto elegante…
-Infatti. E di sicuro, non imparerà mai ad esserlo e la sua mancanza di tatto, di intelletto e cuore continuerà a mietere valanghe di vittime, diventerà un problema sociale. Per questo, il principio del danno va esteso. Va esteso ai danni sentimentali. Colposo, doloso e preterintenzionale. Se sei distratto, scemo o stronzo, non importa. Importa che se mandi lettere così, la comunità civilizzata è legittimata a esercitare su di te un potere. Anche contro la tua volontà. Sanzioni, in primo luogo. Eventuale restrizione della libertà per i reticenti. Non è stato dimostrato ancora che con un’interpretazione ampia di questo principio non si rechino benefici complessivi per la collettività tutta. Dico in termini di felicità, ovvio. Che poi la felicità porta un sacco di altre cose positive… Per questo, oggi presento al Consiglio e al Presidente il progetto “Simulazione sociale sull’estensione del concetto giuridico di danno all’ambito sentimentale: quali benefici per la società?”. Ci lavoro da prima che mi lasciasse, tanto lo sapevo che sarebbe andata a finire così. Fw>>
-Non usi la pillola A?
-Scherzi? No, ovviamente no.
-Ma tu credi davvero che otterrai il finanziamento?
-Certo, utilizzerò la Macchina per la sperimentazione delle scienze sociali. Non è un progetto costoso. Inserisco input, output, possibili variabili, domanda e in una settimana ho il ritratto di come sarebbe una società dove devi stare attento a spezzare il cuore alla gente.
-Hai detto “oggi” prima, vero? Oggi?!
-Sì, oggi è il venti di arancio. Oggi i Sessanta più uno decidono chi benedire con una pioggia di soldi. Lo presento visto che un mese fa hanno fatto la legge sull’implementazione della gioia. Ne hai sentito parlare, no?
-Certo. Ovvio, certo che sì. Anche io presento… Ma oggi non è C?
-No, oggi è G venti, G venti di arancio.
-Che ora?
-Sono le dieci meno dieci. Meno dodici.
E dopo questo, mi alzo, do una pacca sulle spalle a Alexis, gli auguro buona fortuna, calpesto un paio di portulache e comincio a correre.

Il secondo G del mese il Consiglio riunito in seduta straordinaria con il Presidente ascolta i rappresentanti dell’amministrazione, i quali propongono “progetti attinenti o collaterali alle linee politiche definite dal braccio legislativo e rese esecutive con bandi dal Presidente”. In pratica: se il Consiglio ha fatto una bella legge sull’importanza di coltivare gerani e il Presidente ha pubblicato il bando, tutta l’amministrazione si scervella per avere idee valide su come coltivare al meglio questi gerani. Tutti i vari dipartimenti, le agenzie, gli uffici, le divisioni, le squadre che si occupano di agricoltura e floricultura, decoro, psicologia, studio dei colori e, insomma, qualsiasi staff abbia a che fare con l’importanza di coltivare gerani si presenta davanti ai Sessanta più uno con un progetto che gli permetta di ottenere finanziamenti. Loro, i Sessanta più uno, ascoltano, prendono appunti, si consultano e dopo una settimana danno il responso. Io, un mese fa, ho avuto una grande idea sull’implementazione della gioia. Una di quelle che quando arriva ti ribalti giù dal letto e rotoli sul pavimento per la felicità, di quelle che dici ‘Oh, ma veramente è la mia? Ma lo sai quanto ti ho aspettato, Idea?! Eh, lo sai? Grazie, grazie che sei arrivata’. Per questo, ho tormentato il capo per due settimane. Dai, fai parlare me. Fai presentare a me il progetto. Sono io che posso ottenere il finanziamento per i Cercatori. Sono io che posso far scrosciare qua tutti i soldi di questo mese. Abbi fede e coraggio. Fai parlare me.
Chi sei tu? Seconda divisione?! Ah.
Snobismo, riluttanza, perplessità e poi accettazione. Ma con riserve. Non importa. La fiducia ha un sapore migliore se me la devo conquistare.

Al centro di Kalamazoo il cielo si restringe, perché è in collina. Per questo correre per la piana di Kalamazoo è molto meglio che correre per le vie e tra i palazzi del centro di Kalamazoo. Anche se qui regna il bianco e le mura celano giardini ombrosi che nascondono case, statue e pozzi. Quelle mura all’improvviso si interrompono per lasciare spazio a piazze, fontane, colonnati, vie e scale che corrono ripide verso altri luoghi nascosti o verso parchi illuminati, mentre i panorami si aprono sublimi su pianure e altre colline di un mondo abbandonato. Corro senza il mio progetto tra le mani, mentre mi chiedo come sia stato possibile, come sia stato possibile fare un errore del genere, sbagliare data. Io sono stata a casa per giorni e pensavo solo a scrivere e organizzare e calcolare e non ho tenuto il conto dei giorni, sapevo di avere più o meno un paio di settimane, non mi ero fatta lo schema preciso delle scadenze. Ma ricordo che l’altro ieri ho guardato allo schermo dell’ingresso della nostra palazzina, proprio l’altro ieri e l’altro ieri era A, quindi oggi deve essere C, il mio giorno libero, non G. Ma Alexis è uno preciso, molto più preciso di me e se ha detto che oggi è G, allora l’altro ieri non era A ,ma E, e oggi non è C, ma G. Maledetta G, maledette A, C, E e G. La mia udienza era fissata alle dieci e devo arrivare nella zona est in pochi minuti. Corro, corro, corro, bianco, mura, giardini, piazze, fontane, colonnati, vie, scale, parchi, panorami, pianure, colline scivolano tutti via ai lati, insignificanti, superflui. Corro, corro, corro e quando arrivo sono le dieci e ventitré.
A dirmelo è lo stesso capo che mi disprezza dal quarto scalino della scalinata del Palazzo Ottante.
-Dilettanti cialtroni e villani. Dilettanti cialtroni e villani.
Ecco cosa sembriamo, ecco quello che pensano di noi ora. Prima eravamo sognatori, eravamo inutili, eravamo autoreferenziali, magari, eravamo degli improduttivi, per alcuni, appassionati, ostinati, per altri, ma eravamo dei dignitosi Cercatori di Musica. Ora siamo dei dilettanti. Cialtroni e villani. Un imbarazzo senza precedenti… E lo sai di chi è la colpa?
-…mia, Signore?
-No, no, non direi. La colpa è la mia che sono così rincretinito da pensare che potessi essere in grado di gestire una responsabilità simile.
-Mi dispiace, io ho sbagliato… io… io ho corso, ho corso tanto…
-No, tu hai solo corso il rischio di essere buttata fuori a calci da questa squadra. E lo stai ancora correndo questo rischio: hai sette minuti, sette, per entrare e convincerli che non gli abbiamo rubato mezz’ora. Ma io, in quei sette minuti, non ci voglio neanche stare.
-Capisco, Signore.
-Dentro trovi gli altri della prima divisione. Io vado, ho da fare cose importanti io: i tuoi colleghi in gamba hanno trovato un vinile in una cava a duecento graffe da qua. Capito? Un VINILE. Con tanto di copertina intatta. Scritte rovinate ma immagine intatta. Una roba strana: c’è ritratto un uomo, o forse è una donna. Capelli rossi corti e uno scarabocchio che sembra un fulmine tatuato sul viso. Sarà una roba tribale, ma potrebbe essere rock. C’è scritto qualcosa del tipo “Alladin Sane”.
-Un sano aladino o… potrebbe essere anche “A Lad Insane”, un ragazzo matto, dall’inglese antico.
-Sì, vabbè, insomma, ho da fare.
Il capo si rimette il cappello in testa. Testa pelata su corpo tozzo e mantella verde. Uno stereotipo, più che una persona. Uno stereotipo del capo, di quello d’altri tempi, di quelli andati. Uno stereotipo che poco ha a che fare con il rock’n'roll e che ha più a che fare semplicemente con gli uffici.
Mentre lui sparisce alla sinistra della mia visuale, deglutisco e salgo la scalinata.
Entro.
Yes, there really is a Kalamazoo ep.1



2 Comments
“Alexis è alto sei parentesi e mezzo, è molto magro e sembra un affresco d’altri tempi”…..questo è un marchio di alta scuola, complimenti
Perru
11/1/2009
sanzioni e restrizioni della libertà per tutelare la felicità sentimentale, programmi di implementazione della gioia. questo sì che è andare dritto al punto, al cuore del problema!
Ivana
11/29/2009
Leave a Reply