edda visto da unòrsominòre.
“The gravitational force exerted on a given body (i.e., particle) by the whole system of bodies within a simulation can be obtained by the vectorial summation of…”kappa/Emiliano M.Astronomy & Astrophysics, submitted, Oct 20 2009 – c ESO 2009
Si possono sempre fare ricerche, tra i solchi. Si può guardare meglio. Ma probabilmente kappa/Emiliano Merlin è l’unico rocker al mondo che abbia una precisa opinione sui codici paralleli per simulazioni cosmologiche. E’ un astrofisico. E di questa cosa, qui a Walwian, siamo tutti molto impressionati. D’altra parte, i boriosi Pink Floyd facevano space rock già quarant’anni fa. Il chitarrista e cantante kappa/Emiliano Merlin, con il nome d’arte di unòrsominòre. (si scrive così, con gli accenti e i punti, come dice lui) invece mette qualcosa di cosmico in ogni sua canzone. E’ materia oscura, non polvere di stelle. E non è un vezzo. E’ l’empty vacuum che sta là fuori, e che prima o poi ci divorerà tutti. Nel frattempo kappa/Emiliano ha studiato, è cresciuto, ha suonato, ha scritto. Lui è un pezzo della scena indie italiana. E’ un lungo percorso, quello dell’indie, che nasce sul finire degli anni ottanta, e ci porta fino ai Verdena o, se non siete in vena di giovanilismi, agli Afterhours. Ma niente nasce dal niente, e da qualche parte pure lui sarà venuto. Ce lo racconta lui stesso, perchè un altro pezzo della scena, Stefano Edda Rampoldi, dopo anni di silenzio è tornato. Emiliano ha preso la faccenda come merita, seriamente, e la intepreta per noi.


kappa/Emiliano scrive:
Ho letto qualche recensione di questo disco e pare che la cosa giusta da fare sarebbe parlarne come opera a sé, slegata dal contesto, e non come il ritorno di Stefano Edda Rampoldi dopo 13 anni di buio totale e non solo sulla sua vita artistica. Beh, immagino sia così, ma io non ci riesco, quindi niente.
Edda cantava nei Ritmo Tribale, che c’erano già quando After e Marlene stavano iniziando e i Verdena ancora poppavano. Io mi ricordo quando è uscito Psycorsonica (che già era tardi), si apriva con Oceano e sembravano proprio gli Alice, e in 12 Linee c’era il pattern di batteria di Wooden Jesus dei Temple of the Dog, e io pensavo, ma cazzo allora si può fare anche qui. Non so se lo capivo bene lui, che saltellava di qua e di là con i capelli lunghissimi e la gonna, e aveva questa faccia da tossico (e con un motivo valido), e cantava cose con una vocina stridula e acidella che non aveva niente a che vedere con, per dire, un Vedder. Non che non mi piacesse, ma boh, gli preferivo roba più sofferente (più sofferente? Ah beata gioventù). Però ricordo bene certi suoi versi, a livello del miglior Agnelli, sì sì, e anche, iddio mi perdoni, di certi cantautori italici. E ricordo anche la sensazione di scontro fra lui e il resto della band che traspariva nei solchi del disco, gente alle sue spalle che voleva cantare e non era capace, tipo.
L. di Walwian scrive, di nascosto, tra le righe, le vite degli altri:
Ce ne stiamo tutto il tempo ad ascoltare allo stesso modo in cui si guarda con la coda dell’occhio. Visioni periferiche, con la coda dell’orecchio. Al massimo, osservazioni partecipate. kappa/Emiliano ha un flash a livello sinaptico. “Si può fare anche da qui”. Vuoi un piano americano? Sì. Voglio che si vedano le mani, lungo i fianchi, che si alzano e prendono qualcosa. La chitarra. Prendi la chitarra. Ti inquadro dal basso, con le luci del palco come delle stelle. Come deve essere? Non importa come “deve essere”, importa solo come “è stato”. Voglio vedere le cose mentre accadono. Sono un guardone. And this guy’s honest. Be quite honest honey!
Edda suona, kappa/Emiliano guarda Edda, Emiliano suona, nuove note, arrivano fino a qui. Cosa è accaduto, mentre guardavi, mentre suonavi, Emiliano?
kappa:
Beh insomma questo tizio a un certo punto è sparito e nessuno ne ha saputo più niente. Il suo gruppo senza di lui non vale una cicca e infatti dura un altro disco (pietose reunion a parte). E lui non si sa dov’è, come quello dei Manic Street Preachers nessuno ne sa niente; chi dice che è in India perchè è are krishna, chi che è morto, e invece lui è a bucarsi a Milano, esplode, reimplode, entra in comunità, e poi esce e fa il muratore, il muratore sul serio. E fra un cantiere e l’altro scrive queste canzoni e adesso, dopo 13 anni, le pubblica.
Io voglio scrivere di questo disco perché secondo me è un disco epocale, nel senso che segna un’epoca. Se non fosse di Edda ma di qualcun altro, non so, di un Vasco Brondi per dire (è il paragone più immediato, per via dei suoi scarni, degli arrangiamenti semplici e insieme attenti, per la strumentazione acustica e la voce in primo piano), cosa ne scriverei? Cosa se ne scriverebbe? Probabilmente passerebbe lo stesso per un bel disco, per un ottimo disco. Ma perdio è di Edda e allora è un capolavoro, è più di un disco, è il ritorno di un pezzo della nostra adolescenza che lui lo voglia o no, perché Edda non è più solo suo ma è di noi tutti che c’eravamo e la musica la vivevamo nella pelle.
L. di Walwian scrive:
kappa, urla “Vecchio”. Ecco, ora tu Edda devi venire fuori dalla collina erbosa, dietro sì, che si veda bene il cantiere, c’è la luce giusta. Cammina come fossi stanco, come se fossi stato stanco per tanti anni, e ora, il disco, è il tuo riposo. Nelle canzoni, c’è il tuo distendere le membra. Sei un operaio, sei stanco. Tu kappa gli corri incontro. E sei contento, e all’ultimo anche preoccupato, perchè sai che sono 13 anni che non lo vedi. Edda deve fare un po’ finta di zoppicare. Ma è solo per scherzo. Edda suona e canta, come prima, meglio. “Vecchio mio!”. E’ una scena bella.
kappa scrive:
Anzi, forse prima di tutto “Semper biot” è un disco incredibile dal punto di vista musicale, è una specie di piccolo miracolo. Fate fare a chiunque altro in italia un disco di 12 canzoni con: una chitarra acustica suonata poco e maluccio, qualche intervento molto misurato&azzeccato di violino-piano-synth-timpano-e-poco-altro, e la voce in faccia, in mezzo alle orecchie, senza un effetto mai, senza manco il riverbero (ma sì, ci sarà lì di dietro, c’è sempre, ma insomma non si sente proprio). Eh, forse qualcun altro l’ha anche fatto, e peggio per lui perché ora il paragone è impietoso. La voce soprattutto, questa voce, che il rock pestone dei Tribale non riusciva a valorizzare del tutto e ora si impone come una delle voci più originali, potenti, sorprendenti e tecnicamente perfette della musica italiana e non solo.
Ma poi è un disco meraviglioso per il modo in cui Edda si mette a nudo, “semper biot” appunto.
L. di Walwian scrive:
Fermo qui. Taglia! Qui si scopre la trama, e qui l’intreccio. E’ la scena madre. Sei stato scoperto kappa, perchè hai parlato troppo. Hai parlato bene. Si è visto tutto quanto. Poi, dopo, vai giù a piombo. Poi, dopo, c’è la scena in cui si scopre come suoni. Ma si scopre indirettamente, lo fai intuire, perchè ti soffermi, ci soffermiamo, è un soffermarsi rivelatore. E’ ancora un piano americano, kappa, e poi un close-up sui tuoi occhi, come nella scena del carillon di Leone. Qui c’è come suoni tu, quello che ti interessa della musica. Che sia vera, che sia neorealista, e non scontata, proprio come lo sono quelle vite. C’è una naturalezza riflessiva, nelle tue note, la si legge controluce, alzando la testa. Il dolore, le sensazioni sono immediate. Tu appunto, kappa, le medi. E’ come un filo che cola da una ferita aperta per caso, e se segui il filo, diventa un nastro, una pellicola. E nella pellicola, c’è la verità. Scrivi canzoni. E’ come l’elaborazione di un lutto. E’ un disperato, riuscito per un pelo, tentativo di smetterla di parlar d’altro. Tu non parli d’altro. Mai.
kappa scrive:
Ogni canzone una ferita auto inferta, qualche caduta di stile (poche) in mezzo a vette spettacolari come “Essere dio è una cosa facile, provaci tu a fare il mio di mestiere” oppure “Ma a volte vorrei – si può sempre stare peggio nella vita, ma a volte vorrei di più, di più delle promesse di più dei buoni acquisto di più delle vacanze di più” passando per assurdità come “Sapessi com’è strano essere tossicodipendente a Milano” o “Forse me lo meritavo di avere un karma così di merda” o “Veramente io volevo solo fare l’amore, daghe dénter un cicinìn e facciamo ancora festa all’amore, dottò” che lasciano a bocca aperta per quanto sono sincere e violente e dolenti, che non le senti mai cose così cazzo. Edda che storpia le parole, che canta di sè al femminile, “sono nata in un brefiotrofio, sono nata perchè ero di troppo”.
L. di Walwian scrive:
L. fuma una sigaretta, con una sciarpa bianca intorno al collo. “Non ho fatto proprio un bel niente, stavolta. Avete fatto tutto voi. Hai fatto tu, kappa. Non c’è mai verso di quietarti quella vociaccia critica, hai sempre un ragionamento pronto, pure quando torna ferito, ma vivo, il tuo vecchio. E va bene. E’ una scena tua, io l’ho solo guardata, ripresa. Mi hai fatto stare abbastanza vicino, ho ripreso tutto. Volevo che si vedesse un musicista, uno vero, e poi un altro, collegati, con una relazione. E tu che parli di lui.
kappa scrive:
Questo disco imparatevelo a memoria, voi che salite sul palco con la cravattina sottile e le converse d’ordinanza e la vocina piano piano e fate gli alternativi; che siete solo dei pulcini, l’alternativo è il tuo papà, coglione, e papà Edda è qui a fare ponteggi e a massacrarci l’anima perché è così che si fa il rock, anche con una chitarrina con tre corde, purchè ci sia tanto fiato in gola, ma anche tante cose da dire, che escono un po’ incasinate ma la tua voce le mette in riga e fa suonare anche una filastrocca come un concerto grosso, figuriamoci cosa fa con delle parole che pesano come macigni.Magari domani o fra un mese non lo sentirò più questo disco, così scarno, a volte ripetitivo, spesso incoerente e difficile. Ma stasera siamo ancora giovani io e te Edda, e ci facciamo una bevuta, e cantiamo forte.
L. di Walwian scrive:
Passerella finale! Che la luce se ne va, avanti! Edda, con il chitarrino a tre corde, davanti a tutti, che sei tornato! Suona, fai la voce! Con le canzoni vere, rammendate tra i mattoni, senza il gruppo che ti suona addosso. Semper Biot! Semper Biot. Entra kappa, con la chitarra che tira, e una scienza che predica. La cinghia della chitarra allentata, lunga, la chitarra al pacco. Suona “Gagarin” e “Io non sono tranquillo”. Fai una polemica, e una faccia seria, rimproveraci di qualcosa e raccontaci una storia. E poi a seguire, gli altri, i Verdena, i Ritmo Tribale, fanno la scena indie. E Hawking, con la carrozzella e una copia di playboy. Tutti. E poi Gagarin, con la vecchia tuta da cosmonauta e le insegne dell’Impero, la ragazza che disegna gli orsi minori. E poi tutti i migliori, nella passerella finale. Perchè questo è un Paese sfortunato.
see kappa/Emiliano play.
vuoi sentire unòrsominòre. suonare?
Questo articolo è dedicato a tutti i ragazzi, i migliori, di questo sfortunato Paese, appunto. E’ dedicato a tutti quelli che fanno qualcosa, per conto loro, qualcosa che amano, ma che è difficile fare. Questo articolo è dedicato a tutti quelli che ci provano. Noi di Walwian ogni tanto ci dedichiamo all’antropologia culturale, e come piccoli Levy-Strauss ce ne andiamo a guardare le vite degli altri, facciamo visita alle altre tribù. Spesso queste tribù sono fatte di una o due persone appena. Quando arriviamo, ci accolgono e hanno sempre qualcosa di cui lamentarsi. Lo fanno in molti, lo fanno i migliori, senza commiserazione, senza pietismo. Questo è un posto dove chi vale lo riconosci perchè ha la storia e i pensieri più amari. Ormai è quasi una cartina tornasole. Sono storie di apnee e riemersioni più o meno elaborate, in cui si trattiene il fiato e in cui s’aspetta, nuotando, con tutta la propria classe e il proprio talento, una boccata d’aria, una boccata di felicità. Li osserviamo, partecipanti, questi selvaggi con le loro splendide usanze, e ci rattristiamo con loro quando la caccia è magra, e balliamo e cantiamo nelle notti dei giorni buoni. Sono tribù di guerrieri, maghi, raccoglitori, pescatori, e c’è chi decora gli scudi e chi dipinge sulle pareti. Li guardiamo, viviamo con loro. Tra di noi nella tenda, ci chiediamo come facciano a sopportare tutto quel caldo opprimente, quello che soffoca, ovunque, del loro sfortunato Paese. Ce lo chiediamo mentre bolliamo nelle sahariane, con i pitch helmets calcati in testa, e gli stivali e i guanti, e la bandoliera a tracolla, perchè in qualche modo bisogna proteggersi. E invidiamo il loro andare in giro nudi, e i gonnellini leggeri, che non celano mai quel che sono. Ne sti(a)miamo il coraggio, l’intraprendenza e la purezza. Keep on keepin on, boys & girls._____________________________________________


5 Comments
Io sono di solito avaro di commenti. Non perché non provo interesse, piuttosto per un timido pudore e una recondita paura di poter sbagliare tutto, di non capirci niente di quello che l’autore dice e di offendere lui e le sue parole. Anche questa volta ho paura, allo stesso modo. Però sento di doverlo fare, di doverlo fare adesso (sono ancora sull’autobus e l’ho appena letto), perché ci sono anche io lì dentro. Ci sono un sacco di persone che ho conosciuto e che conoscerò, lì dentro. Tante tribù, di uomini e donne e di selvaggi. L. ci metterebbe un taglio, perché la carrellata orizzontale rischia di inquadrare anche il dietro le quinte, gli operatori quelli del trucco e gli scenografi. CUT. Perché quando le parole sono già emozioni, non c’è post-produzione che tenga. Ehm… Comunque, tutto questo voleva semplicemente essere un complimento.
Matteo
10/29/2009
a me il disco non ha fatto lo stesso effetto di Emiliano (non ero un fan dei Ritmo Tribale, anzi, e tante cadute nei testi -la cosa più importante! i testi!- non le tollero) però ho amato spendere dieci minuti leggendo attentamente questa pagina e mi ispira l’idea di una rivista del genere, che non si abbia paura di leggere perché densa e verbosa di contenuti. Grazie di averla pensata e un saluto a kappa
enver
10/31/2009
dear enver,
cosa dire ad enver quando sei via?
semplice. grazie per l’interazione, e per averci chiamato rivista. per quanto mi riguarda, per questo sei il lettore del mese.
Sorridiamo.
Sulla questione dell’importanza dei testi, non ho ancora una opinione sostenibile, ma ci penso circa dal 2001, quando ho scoperto i clash. peculiare per uno che ama Dylan, propendo per questa controversa posizione:
se i suoni funzionano, i testi sono irrilevanti.
Ma ci scriveremo su qualcosa di più compiuto presto.
Mcluhanamente tuo, L.
Luca di Walwian
10/31/2009
io penso che se scrivi in italiano e parli ad italiani i testi siano la prima cosa da curare, la prima che arriva. parleremmo di fossati, o dello stesso agnelli, in caso contrario? io non ho alcun background punk quindi posso dire che la faccenda del suono ha un valore se si prescinde dalla comunicazione. allora sì, esempi ce ne sono mille. Attendo le prossime prolusioni!
Carverianamente in incipit,
enrico
enver
10/31/2009
siete molto belli
òrso
12/2/2009
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