In Salutorget 3.0 | music by múm

October 26th, 2009 in Walwian.com by Matteo3 Comments

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Le parole che seguono sono parole gratuite. Sono parole immotivate. Descrivono immagini non necessarie e senza scopo. Immagini ingiustamente violente e crudeli. Il lettore potrebbe risultarne indignato o potrebbe sorvolare con indifferenza o potrebbe indignarsi per l’indifferenza con cui scrivo e con cui abuso di questo spazio. Di motivazioni per farlo ce ne sarebbero, ma spiegarle mi pare superfluo. Dopotutto, raramente gli uomini si prendono la briga di spiegare il male. La spiegazione del male è sempre, spesso, posteriore all’atto malvagio. In questo caso vi avviso, vi anticipo che quello che segue è una violenza gratuita. Una violenza alla lingua e all’animo. Sentitevi liberi di ignorarla. Sentitevi liberi di giudicarla. Essa non c’è, pur essendo presente.

InSalutorget3Qui a Salutorget non usiamo più le orecchie. Può sembrare una scelta drastica. Lo è. Queste infami non fanno altro che ascoltare, che ripetere senza omissioni quello che succede fuori. Ti ripetono gli insulti che ti sussurrano alle spalle e quelli che ti gridano in faccia. Senza orecchie il mondo sembra più quieto, più gentile, più disponibile. Le cose sono leggere e lievi e non danno fastidio. Qui a Salutorget abbiamo smesso di usare le orecchie perché, da quando la donna con le maschere lavora tra i crisantemi, siamo tutti sensibili e suscettibili e fragili. Abbiamo ricominciato a piangere e qualcuno, addirittura, piange talmente tanto che ha smesso di fabbricarsi le occhiaie.

Ci incontriamo al mattino e piangiamo, ci vediamo per il pranzo e piangiamo, prendiamo il caffè e piangiamo, usciamo per l’aperitivo e piangiamo, a cena piangiamo, davanti alla tv piangiamo, dietro alla tv piangiamo, dentro pure. Piangiamo nel letto prima di addormentarci e anche durante il sonno. Piangiamo nei sogni ma ogni volta ci svegliamo con il cuscino bagnato. Delle volte ci riuniamo appositamente (la parola appositamente è superflua e può essere cancellata) per piangere insieme. Ci guardiamo e piangiamo, ci parliamo e piangiamo, respiriamo e piangiamo. Le lacrime sono sempre sottili e si accumulano dentro gli occhi. Niente pianti convulsi, solo gli occhi lucidi e carichi di lutto. Se smettiamo di ascoltare, riusciamo per un po’ a dimenticare chi siamo e perché. Ci calmiamo, ci togliamo dalla testa l’idea malsana dell’essere vivi e dell’aver causato la morte e di dover morire a nostra volta. Ci allontaniamo un po’ dai crisantemi, andiamo verso le nostre case. Ci sediamo in aria e, mentre tanti piccoli ragni gialli ci camminano lungo le braccia e ci avvolgono nella loro tela, ci tappiamo le orecchie e cominciamo a respirare lentamente. Pian piano si chiudono i rubinetti del pianto, pian piano le lacrime rientrano tra le ciglia. Pian piano. A quel punto prendiamo una penna in mano. Qui a Salutorget siamo sempre pronti a scrivere e firmare ogni cosa che ci capita. Firmiamo i sassi, sentendoci dei demiurghi, firmiamo gli alberi, sentendoci sadici, firmiamo il terreno, per piantarci i crisantemi e farli crescere nel nostro nome.

Je voudrais me coucher. Je voudrais me cacher. Je voudrais. C’est tout.

Il volere, che fruga tra la milza e il pancreas, qualunque cosa ci sia tra le due. Ci sono onde alte e feroci che si abbattono sulle grasse e pacifiche terre dell’Ovest. Un rubatore è corso fin qui per dircelo. Per dirci che i grandi uomini e le grandi donne che popolavano quei luoghi di sole e solitudine, adesso stavano galleggiando capovolti sull’acqua che si ritraeva. Per dirci che lentamente i loro volti cinerei e gonfi, i loro arti gelatinosi e i loro occhi sbarrati, si stavano affossando tra fango e macerie. Anche i rubatori se l’erano vista brutta. Ma loro sono veloci, e soprattutto sono stupidi e malvagi. Il motore delle cose e delle punizioni non colpisce mai gli stupidi e i malvagi. Ci pensavo: anche se sono di Salutorget ogni tanto ci provo a essere diverso, a essere un po’ meglio del solito. Meglio di un caffè al vetro che è anche quello che mi danno se chiedo il solito. Poi il fatto che il solito cambi da persona a persona è un dettaglio che non bisogna trascurare.

Comunque, io a essere meglio ci provo, un blando tentativo lo faccio. Però, quando ho visto che gli altri, apprendendo la notizia, hanno smesso di fabbricarsi le occhiaie, ho pensato: cazzo, vai a vedere che sono sempre tutti meglio di me. Così ho cominciato a chiedere, per capire come facessero tutti a essere migliori all’improvviso.

Qualcuno mi rispose che aveva smesso perché era stato costretto a cancellare le vacanze già prenotate e già pagate. Ci voleva andare con la sua puttana, un asciugamano liso e incrostato. Un altro mi consigliò di farmi i cazzi miei, e io pensai che mi stesse suggerendo di riprendere a fabbricarmi occhiaie e così lo ignorai in uno slancio di snobismo (pratica appresa dagli ospiti del consiglio, parola appresa dal vocabolario perché il consiglio non disponeva di un numero sufficiente di vocaboli per spiegarmi cosa fosse e come si chiamasse. Qui a Salutorget siamo gente semplice). Ognuno, comunque, era a un tratto migliore del solito. Il solito, è vero, era anche lo stato più degradante che potessimo permetterci, e bastava semplicemente smettere di fare il solito per essere poco meglio.

Le motivazioni non contano qui a Salutorget. Ci importa solo la forma, esteriore, e il risultato, pratico. Ce ne freghiamo se chi ha smesso di fabbricarsi occhiaie lo abbia fatto semplicemente perché gli si era consumato il pisello o perché aveva le palle secche e marce o perché uno Tsunami aveva cancellato le proprie vacanze o perché il dolore degli altri, ingiustificato e improvviso, gli bloccava la mano e il cuore.

Fw>> Raccontami qual è la mia punizione

Raccontami qual è la mia punizione. Ci sono uomini e donne che in un sogno aspettano i propri figli insieme a un esercito di suore. Vestite di nero e con i veli Bianchi. Inneggiano alla goliardia del momento. Le suore sollevano le braccia e cominciano ad arrampicarsi afferrando l’aria. I genitori le guardano assorti. I bambini escono da scuola e fuggono. Si lanciano in strada mentre un carro armato sta facendo il proprio giro d’ispezione. Il carrista è così bravo da evitarli. Vira bruscamente e finisce dentro una betoniera che si ribalta rovesciando il bitume bollente sui bambini. Si fa in tempo sentire solo un gridolino e poi scompaiono nelle bolle dell’asfalto fresco. Prima che i genitori si accorgano di qualcosa, tutto è stato sistemato, tutto è stato leccato.

Delle volte ci sono delle ombre che si muovono. Se ci sono le ombre significa che c’è anche qualcos’altro, bisognerebbe saperle certe cose. Altro c’era, ma sotto il bitume.

Ci fecero crescere l’erba, lì attorno. Tanta Erba verde perché rilassasse e illuminasse e potesse essere fumata da noi che quel giorno eravamo andati in gita e non eravamo a scuola. Sì, noi eravamo tutti in classe insieme. Qui a Salutorget avevamo solo una classe per i bambini dai sei ai dodici anni e una per quelli più piccoli. A noi grandi non ci portavano mai da nessuna parte perché si vergognavano, ma proprio quel giorno capitò che il maestro Julius finì incornato da un cerbiatto armato e ci portarono tutti a vedere il suo cadavere perché così potevamo osservare le budella che rotolavano fuori e il programma di anatomia era arrivato proprio a quel punto. Fu per questo che andammo.

Alcuni di noi non resistettero alla vista e vomitarono subito, altri vomitarono dopo un po’, altri, che se ne fregavano, cominciarono a scattarsi foto con l’intestino del prof. Julius attorno al collo, come se fosse un serpente o una collana di perle o una sciarpa preziosa. Il gioco durò fino a quando una stretta troppo forte non fece straripare la merda che ci era rimasta dentro. A quel punto, ricordo che vomitammo tutti.

Groeg, che era il cugino di Georg che poi sarebbe morto su quella stessa aiuola che ancora non esisteva e che era pure quello sul cui collo avvenne l’eruzione di merda, svenne e ogni volta che riapriva gli occhi sveniva di nuovo. Ovviamente nessuno lo raccolse perché già allora ci facevamo schifo l’un l’altro. E ci schifavamo anche subito dopo che uno si era fatto la doccia, figurarsi se uno era ricoperto di feci. Ci fu bisogno di aspettare il mattino dopo, quando un po’ di pioggia (che aveva comunque provato a schivare anch’essa il prosaico Groeg senza successo) ne lavò la vergogna e gli permise di svegliarsi.

Comunque, questa è la storia dell’aiuola d’asfalto e del perché io non ci sia finito sotto. Questione d’età, di anatomia, di budella e di merda, come al solito, come sempre.

L’anatomia. L’anatomia delle cose e delle persone. La roba nascosta, per questo desiderata e bramata. Qui a Salutorget gli uomini indossano occhiali scuri per nascondere il proprio desiderio per le viscere animali che incontrano. Si lasciano stordire da profumi caramellati, si commuovono per i colori della luce. E ricominciano a piangere, dietro gli occhiali scuri.

Voce metallica e disinteressata: “sigh”

Fin episodio 3.0

Le puntate precedenti:

In Salutorget 1.0

In Salutorget 2.0

M.

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Author: Matteo

Matteo è nato nel 1983 a Roma, città che odia, ricambiato, e in cui continua a vivere. Poliedrico, si appassiona a tutto ciò che è insolito, salvo poi pentirsi e passare ad altro. Molto educato e composto, ha smesso di fumare poco prima dell'apertura di Walwian, azzerando ogni dubbio sulla natura del di lui rapporto con i suoi lavori. Disegna, dipinge, scrive e raramente finisce ciò che inizia. Spera che "The Walwian" possa segnare un'inversione di tendenza. SCRIVIMI

3 Comments

houston, abbiamo un problema.
è raccapricciante.
anche più degli altri. il tono quieto mi spaventa a morte.
comprerò una pistola e un secchio di plastica.
è di una bellezza immorale.
ecco, è un’opera immorale.
andrebbe nascosta e censurata.
come le budella.

Luca di Walwian

10/26/2009

Solamente una comprensione profonda dell’essere umano e delle sue paure, dei suoi incubi e delle sue perversioni, rende uno scrittore capace di descrivere, in questo modo, “il lato oscuro” di tutti noi. Per accetarlo, forse, dobbiamo raggiungere la stessa comprensione. O per comprendere dobbiamo accettarlo…è uno specchio inquietante, ma vero.

F.

10/26/2009

quest’uomo va fermato. oppure che gli venga dato del potere da elargire a suo uso e consumo

safran

10/26/2009

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