In Salutorget 2.0 | 65DaysOfStatic

October 19th, 2009 in Summer gigs by Matteo0 Comments

I drove through ghosts to get here.

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Ho attraversato eserciti di fantasmi. Ho camminato su anime tremanti. Con passo lento, incerto. Poi più veloce, più deciso. Le ho calpestate e alla fine ho provato a volare.

Per arrivare qui.

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Oggi è una silenziosa giornata di merda, qui a Salutorget.
Una di quelle giornate in cui la gente se ne sta chiusa in casa sperando che non succeda assolutamente nulla, perché sa che, se qualcosa succedesse, potrebbe essere la fine. Nelle giornate fetenti come questa, ci sono un sacco di persone che se ne vanno tra le Fronde. Da quando il Consiglio ha la sua donna, le Fronde sono diventate un luogo lecito e non più segreto. Tra le Fronde c’è un vasto assortimento di uomini che giocano con le loro donne immaginarie, che giocano con i loro uomini immaginari, che giocano da soli, fabbricandosi occhiaie. C’è anche un piccione che passeggia simulando, nei passi o zampettii, il suono della pioggia, come le piramidi precolombiane. Gira in tondo, il piccione, ogni giro più veloce, come se volesse raggiungersi e sorpassarsi. I piccioni sono fondamentalmente stupidi. Non me ne vogliano.


Raccolgo i brividi e li annego in un sorso d’acqua. Mi alzo e torno indietro. Lontano. A nascondermi. Adesso che le fronde sono così affollate, non mi resta che questo posto, sospeso sopra i crisantemi, alla periferia degli odori.
A stare qui si hanno anche dei vantaggi, piccoli, minimi, marginali, ma pur sempre vantaggi. Si vedono le cose. Sì lo so che, a meno che uno non sia cieco, le cose le vede comunque, ma da qui vedi cose in più. Cose diverse e più lontane. Se stai tra le fronde o sui petali dei crisantemi, al massimo spii la pornografia di ciò che hai davanti. Stare lì è come vivere su una tessera di un puzzle. Stai lì, lo vedi, è verde, marrone o bianco, magari bicolore o magari ha una riga nera. Ma il resto?
Potrebbe essere un prato ma tu un prato non lo hai mai visto se non a brandelli e per te un prato è del tutto simile a una foglia, alla maglia dei Boston Celtics e al wasabi, solo meno piccante. Del wasabi. Da lì si vedono solo le tessere e, se escludi i colori, la vita si riduce a essere un monotono film muto e grigio. Poi ci sono i ciac della fabbricazione di occhiaie che ti fanno la sonorizzazione dal vivo. Dal morto sarebbe più difficile, ma qui a Salutorget i morti non sono mai tali. Non si riempiono mai di vermi, sono sempre anime pie (o anime crostata, come suggerisce il correttore automatico di Word, perché le parole straniere rendono il testo meno comprensibile) o eroi. Poi nessuno trova mai un morto vero. Qui a Salutorget troviamo solo persone prive di vita (quindi con le gambe attaccate al busto) o esanimi (quindi malvagi demoni senza pietà) o. Cazzo, sono morti. Marciscono. Poi, come se non bastasse, da quando il Consiglio delle terre a Ovest dell’Ovest ci ha dotato di un nostro parallelo virtuale (che è uguale al mondo in cui stiamo e in cui ci fabbrichiamo le occhiaie, solo che è finto) i morti sono diventati ancora meno morti. Continuano a mantenere il loro posto, le loro cose virtuali continuano a crescere, continuano ad avere amici e a parlare con gli altri. Quando uno muore, la prima cosa che tutti, qui a Salutorget, vogliamo fare, è raggiungerlo nel mondo virtuale e parlarci. Come se lo spirito, visto che qui non c’è più, si fosse trasferito dall’altro lato. In fondo, la virtualità, per noi che siamo impressionabili, ha in sé la stessa carica magica dei misteri delle religioni o la forza inconsueta di un miracolo. Per noi, che siamo sempliciotti e ogni tanto teneramente ingenui, quel mondo virtuale, che il Consiglio delle terre a Ovest dell’Ovest ci ha donato (come pagamento per dei servigi prestati dai rubatori), ci convince di una spiritualità che non abbiamo. Ci illude che siano le nostre menti a comunicare, le nostre menti che se ne fregano dei corpi. Ci illude, e a tratti l’illusione è come una morbida carezza, che nel mondo virtuale che viene dalle Terre a Ovest dell’Ovest siano le anime a trovar posto. E che quel posto lo possano tenere per sempre e che nessuno possa mai morire perché finché hai un posto, finché esisti, sei ancora vivo.

Quel mondo ci fucila con proiettili di immortalità che, nell’alleviare il dolore per quell’ultima domanda che sempre poniamo alle facce appese sopra di noi, ci spinge a diventare puri fatti mentali. Cose finte che esistono come sequenze di parole e di immagini. Che non mangiano, che non bevono, che non fanno nulla da questo lato ma che, invece, si industriano per creare un mondo perfetto dall’altro. Perché di là è più semplice, perché di là siamo tutti un po’ dio e parliamo con le anime. Di qua, invece, per sentirci ancora attaccati alla carne che ci incarta le ossa, ci abbandoniamo agli istinti più grevi, ci lasciamo strisciare e non facciamo nulla per evitarlo. La nostra vita perfetta già l’abbiamo, stare qui è solo un incidente di percorso. Poi, qualcosa ci parla da dentro, e la voce assomiglia a quella voce metallica disinteressata, e allora ci tagliamo le dita, ci squartiamo le pance, ci lecchiamo le ferite e l’eros a vicenda. Dimenticando chi siamo, dimenticando cosa siamo. Dimenticando quando e perché. E in fondo, qui a Salutorget, non ci frega più un cazzo di niente.

Sono giorni che un pezzo di banana sta a terra poco distante dal campo di crisantemi. Prima bianca poi nera poi sciolta poi marcia poi morta. E no, era morta pure prima. Aveva smesso di esserci utile. Aveva cominciato a servire agli insetti e poi ai batteri e poi. Noi seguiamo la stessa parabola. La differenza è che resistiamo meglio alle intemperie, ci fabbrichiamo occhiaie waterproof. Ci mettiamo di più a confonderci con l’asfalto.

Fw>>


Qui a Salutorget abbiamo una bella aiuola d’asfalto, vicino al campo a-sporivo – che è quello in cui senti le urla di dolore della gente che si fa tirare via i denti a sassate e che se lo senti da bambino poi preferisci farti divorare il cranio dalle carie piuttosto che andarci – e c’è pure un cartello che intima di non calpestarla. Noi, qui a Salutorget, i cartelli li prendiamo sul serio, perché noi rispettiamo le istituzioni e patapim patazum. Dicevo, cioè il cartello diceva, “non calpestare” e tanto siamo ligi che, una volta, uno, Georg il cugino basso di Groeg – un poco di buono in ogni caso – ci è morto in mezzo e nessuno lo è andato a raccattare. Un po’ perché eravamo tutti spaventati dalla possibilità di fare la sua stessa fine (e chi lo sa se il cartello stava là per salvarci la vita) e un po’ perché siamo rispettosi e timorati. Qualcuno cominciò a fabbricarsi occhiaie come segno di solidarietà e rispetto, altri lo fecero per il semplice fabbricarsi le occhiaie altri, invece, perché non sapevano cosa altro fare.
Alla fine Georg è rimasto da solo, per infinito tempo, ed è stato pure l’unico nato e cresciuto a Salutorget che ho sentito puzzare prima di merda e poi d’immondizia e poi di un odore che non sono mai riuscito a sentire perché, appena mi arrivava in punta al naso, cominciavo ad annusarmi da dentro, tanto era sconvolgente. Letteralmente, mi rientravano le narici.
Fu quando una nube tossica si cominciò a levare dall’aiuola d’asfalto che le madri avvedute – al tempo c’erano ancora madri, qui a Salutorget – cominciarono a trascinare i loro bambini per mostrar loro cosa succede a chi non obbedisce o a chi non mangia il minestrone di crisantemi o a chi non s’inchina davanti al Consiglio. E quelli, che erano bimbi e pertanto respiravano in modo lieve e innocente, o si vomitavano le palle diventando vecchi a quattro anni oppure si facevano viola e morivano lì, dritti come fusi, solo che non ci potevi neanche filare.
Man mano che i bambini ci restavano secchi, i saggi del consiglio diedero disposizioni affinché qualcuno li sistemasse in fila, davanti all’aiuola. Per farne tanti martiri e tanti esempi.
E fu davanti a quella fina di anime pallide che le madri più avvedute cominciarono a portare i loro figli ancora vivi. Li portavano a guardare i figli degli altri che erano appesi ai pali da lap dance rubati al circolo bocciofilo di Salutorget (il Consiglio, col suo fare deterministico, aveva disposto che venissero erette delle pale in memoria degli infanti. Poi, sempre con il suo fare scellerato – che il Consiglio mi perdoni l’insolenza – , aveva affidato l’appalto a chi si offriva a un prezzo più basso. Il resto dei denari lo spese in alcool e in mignotte dell’ovest e non badò più a nulla). Inutile dire che, nel giro di poco tempo, dai l’esempio tu che poi te lo do io, tutti i bambini di Salutorget si ritrovarono con una corda attorno alla pancia e appesi all’albero della cuccagna davanti ai rimasugli di Georg (che adesso sembrava ancora più basso di prima).


Fu in quell’istante che le madri, sempre le più avvedute, cominciarono ad andare all’aiuola d’asfalto anche da sole, perché pensavano che i loro bimbi potessero aver bisogno di sostegno. “Ah, cuore di mamma!”.
Tutte le donne, genuflesse davanti ai pezzi spugnosi di Georg, disperate nel tentativo di ficcare la zuppa di crisantemi nelle gole dei rispettivi figlioli che, ormai, erano freddi e rigidi come il resto delle cose morte e della zuppa non sapevano proprio cosa farsene.
Intanto, i maschioni di Salutorget, troppo distratti dall’amministrazione della cosa pubblica per accorgersi di ciò che stava succedendo sotto i loro occhi, si accorsero d’un tratto che la polvere si stava accumulando nelle loro case, così come lo sperma nei loro ciglioni (qui a Salutorget funziona così, con buona pace del correttore automatico).
Fu lì che gli uomini di Salutorget si incazzarono; e non poco.
Il giorno seguente, usciti di buon mattino, si armarono di picconi e palloncini e fecero fuori, in un cruento bagno di sangue, tutte le femmine rimaste. Le afferravano, infilavano le loro teste nei palloncini e poi, con un colpo sferrato dopo aver preso la mira e con un caricamento breve (nella loro violenza sembravano quasi ricercare la bellezza estetica del gesto. Poi, detto tra noi, la cosa non è credibile perché gli uomini, qui a Salutorget, non hanno un gusto estetico), sfondavano il cranio delle loro mogli, delle loro figlie, delle mogli degli altri e delle figlie degli altri. I palloncini si riempivano di sangue e di cervello e diventavano delle teste sostitutive, delle teste con il cervello a cui piaceva stare in silenzio (e di questa cosa i maschioni di Salutorget si rallegrarono).


Nei giorni che vennero, poi, fecero fuori anche quelle che i figli ancora non ce li avevano e che quindi non si erano andate a inginocchiare e non avevano lasciato impolverare le loro case e non avevano fatto accumulare lo sperma nei loro ciglioni.
Il motivo non lo ha mai capito nessuno. Si mormora fosse per il suono sospirato della paura prima di appendersi all’ultima domanda. Si mormora fosse per l’afflato interrogativo che qui a Salutorget, pian piano, stiamo imparando a trattenere ma che, evidentemente, quelle madri e quelle donne, fragili e innamorate, non hanno saputo negare alle orecchie ineducate della bestia.
Ed eccoci qui, che ci arrampichiamo tra le Fronde mentre il Consiglio cambia le maschere dell’unica donna rapita e portata via da Tegrotulas. Siamo soli, fottutamnete soli, chiusi nei nostri pugni a rimpiangere ogni colpo di piccone, ogni desiderio, ogni istante in cui abbiamo creduto possibile ritrovare la nostra vita in un sospiro rantolato di paura. Ci siamo spaventati da soli, ci siamo urticati e puniti da soli, abbiamo cominciato a pulirci il culo (o la fortuna, come mi suggerisce il pudico prodotto Microsoft) con i palmi aperti per poi inquinare e insudiciare ogni cosa che ci si parava davanti. La merda ci s’incastrava sotto le unghie, e se le avvicinavamo al naso ancora potevamo sentire l’odore di Georg, dei nostri figli e delle nostre mogli e delle donne che nostre non erano ma che abbiamo ucciso comunque. Faceva parte del rituale di espiazione, disse il Consiglio. E, dopo averlo detto, istituì una settimana di festa nazionale e ci vietò di abitare le Fronde.

Da quel giorno ne è passato di tempo, Georg è stato assorbito dall’asfalto, i nostri figli si sono trasformati in incrostazioni calcaree sui pali, il sangue delle nostre donne e di quelle che nostre non erano, si è rappreso in infiniti cristalli che adesso vendiamo ai popoli delle Terre a Est delle Terre a Est. La festa, le feste rimangono sempre, sempre uguali, a ricordarci della condanna eterna che ci attende. Però i cristalli li spediamo verso il Meta-Est. Con loro si fanno buoni affari. Dicono che, di donne, ne abbiano ancora meno di quante ne abbiamo noi. E lo dicevano anche prima che ne rubassimo una da Tergotulas. Immagino che da quelle parti si possa avere anche un numero negativo di donne. Certe popolazioni ragionano in base a slot di anime, ricercano l’allocazione ottimale delle risorse. Hanno queste scatole per anime, una sopra l’altra, che bisogna riempire fino a risalire in superficie e far sì che il primo corpo femminile trovi posto tra quelli marci e penzolanti dei maschi. Lì le anime continuano a fare la fila, a spingersi e a inseguirsi e poi ruotano, senza sosta, descrivono cerchi che abbracciano la nascita, la vita e la morte. Lì le esistenze sono continue, sono lente e non hanno aiuole in mezzo al tempo. Comprano i cristalli di sangue e poi li spingono dentro bambole di pezza che avvolgono attorno alle fabbriche di occhiaie. Sì, anche loro si fabbricano occhiaie nei loro campi. Non so se si tratti di crisantemi o di biancospino o di loto o di riso. Ognuno si fabbrica le occhiaie dove cazzo vuole.
A stare troppo tempo qui su, comincia a far male la pancia, comincia a gridare vendetta e senti i buchi che scavano, con scosse epilettiche, l’intestino. Ti aspetteresti dei fili di escrementi che ti guarniscano le mutande e ti farciscano i pantaloni e invece il dolore lo senti tutto dietro la nuca e ti si bagnano le ascelle di un sudore vaporoso che esce in piccole schegge di ghiaccio. Qui a Salutorget, quando arriva il tempo, ci portiamo tutti le mani sulla pancia e stringiamo e strizziamo gli occhi per far uscire le lacrime. Perché in fondo noi si è gente con dei sentimenti, gente con emozioni profonde, talmente profonde che le teniamo chiuse nelle budella e le riveliamo in peti asfissianti che solo i più audaci e interessati osano ascoltare.

Voce metallica? Voce metallica che ne pensi? Può bastare per ora?
Voce metallica e disinteressata: “per ora”.

Fin (episodio 2.0)

M.

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Episodio 1

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Author: Matteo

Matteo è nato nel 1983 a Roma, città che odia, ricambiato, e in cui continua a vivere. Poliedrico, si appassiona a tutto ciò che è insolito, salvo poi pentirsi e passare ad altro. Molto educato e composto, ha smesso di fumare poco prima dell'apertura di Walwian, azzerando ogni dubbio sulla natura del di lui rapporto con i suoi lavori. Disegna, dipinge, scrive e raramente finisce ciò che inizia. Spera che "The Walwian" possa segnare un'inversione di tendenza. SCRIVIMI

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