kappa/Emiliano M.
Astronomy & Astrophysics, submitted, Oct 20 2009 – c ESO 2009

 

Si possono sempre fare ricerche, tra i solchi. Si può guardare meglio. Ma probabilmente kappa/Emiliano Merlin è l’unico rocker al mondo che abbia una precisa opinione sui codici paralleli per simulazioni cosmologiche. E’ un astrofisico. E di questa cosa, qui a Walwian, siamo tutti molto impressionati. D’altra parte, i boriosi Pink Floyd facevano space rock già quarant’anni fa. Il chitarrista e cantante kappa/Emiliano Merlin, con il nome d’arte di unòrsominòre. (si scrive così, con gli accenti e i punti, come dice lui) invece mette qualcosa di cosmico in ogni sua canzone. E’ materia oscura, non polvere di stelle. E non è un vezzo. E’ l’empty vacuum che sta là fuori, e che prima o poi ci divorerà tutti. Nel frattempo kappa/Emiliano ha studiato, è cresciuto, ha suonato, ha scritto. Lui è un pezzo della scena indie italiana. E’ un lungo percorso, quello dell’indie, che nasce sul finire degli anni ottanta, e ci porta fino ai Verdena o, se non siete in vena di giovanilismi, agli Afterhours. Ma niente nasce dal niente, e da qualche parte pure lui sarà venuto. Ce lo racconta lui stesso,  perchè un altro pezzo della scena, Stefano Edda Rampoldi, dopo anni di silenzio è tornato. Emiliano ha preso la faccenda come merita, seriamente, e la intepreta per noi.

Edda, here comes the son.here comes the son, unòrsòminore.
kappa/Emiliano scrive:
Ho letto qualche recensione di questo disco e pare che la cosa giusta da fare sarebbe parlarne come opera a sé, slegata dal contesto, e non come il ritorno di Stefano Edda Rampoldi dopo 13 anni di buio totale e non solo sulla sua vita artistica. Beh, immagino sia così, ma io non ci riesco, quindi niente.
Edda cantava nei Ritmo Tribale, che c’erano già quando After e Marlene stavano iniziando e i Verdena ancora poppavano. Io mi ricordo quando è uscito Psycorsonica (che già era tardi), si apriva con Oceano e sembravano proprio gli Alice, e in 12 Linee c’era il pattern di batteria di Wooden Jesus dei Temple of the Dog, e io pensavo, ma cazzo allora si può fare anche qui. Non so se lo capivo bene lui, che saltellava di qua e di là con i capelli lunghissimi e la gonna, e aveva questa faccia da tossico (e con un motivo valido), e cantava cose con una vocina stridula e acidella che non aveva niente a che vedere con, per dire, un Vedder. Non che non mi piacesse, ma boh, gli preferivo roba più sofferente (più sofferente? Ah beata gioventù). Però ricordo bene certi suoi versi, a livello del miglior Agnelli, sì sì, e anche, iddio mi perdoni, di certi cantautori italici. E ricordo anche la sensazione di scontro fra lui e il resto della band che traspariva nei solchi del disco, gente alle sue spalle che voleva cantare e non era capace, tipo.
L. di Walwian scrive, di nascosto, tra le righe, le vite degli altri:
Ce ne stiamo tutto il tempo ad ascoltare allo stesso modo in cui si guarda con la coda dell’occhio. Visioni periferiche, con la coda dell’orecchio. Al massimo, osservazioni partecipate. kappa/Emiliano ha un flash a livello sinaptico. “Si può fare anche da qui”. Vuoi un piano americano? Sì. Voglio che si vedano le mani, lungo i fianchi, che si alzano e prendono qualcosa. La chitarra. Prendi la chitarra. Ti inquadro dal basso, con le luci del palco come delle stelle. Come deve essere? Non importa come “deve essere”, importa solo come “è stato”. Voglio vedere le cose mentre accadono. Sono un guardone. And this guy’s honest. Be quite honest honey!
Edda suona, kappa/Emiliano guarda Edda, Emiliano suona, nuove note, arrivano fino a qui. Cosa è accaduto, mentre guardavi, mentre suonavi, Emiliano?
kappa:
Beh insomma questo tizio a un certo punto è sparito e nessuno ne ha saputo più niente. Il suo gruppo senza di lui non vale una cicca e infatti dura un altro disco (pietose reunion a parte). E lui non si sa dov’è, come quello dei Manic Street Preachers nessuno ne sa niente; chi dice che è in India perchè è are krishna, chi che è morto, e invece lui è a bucarsi a Milano, esplode, reimplode, entra in comunità, e poi esce e fa il muratore, il muratore sul serio. E fra un cantiere e l’altro scrive queste canzoni e adesso, dopo 13 anni, le pubblica.
Io voglio scrivere di questo disco perché secondo me è un disco epocale, nel senso che segna un’epoca. Se non fosse di Edda ma di qualcun altro, non so, di un Vasco Brondi per dire (è il paragone più immediato, per via dei suoi scarni, degli arrangiamenti semplici e insieme attenti, per la strumentazione acustica e la voce in primo piano), cosa ne scriverei? Cosa se ne scriverebbe? Probabilmente passerebbe lo stesso per un bel disco, per un ottimo disco. Ma perdio è di Edda e allora è un capolavoro, è più di un disco, è il ritorno di un pezzo della nostra adolescenza che lui lo voglia o no, perché Edda non è più solo suo ma è di noi tutti che c’eravamo e la musica la vivevamo nella pelle.
L. di Walwian scrive:
kappa, urla “Vecchio”. Ecco, ora tu Edda devi  venire fuori dalla collina erbosa, dietro sì, che si veda bene il cantiere, c’è la luce giusta. Cammina come fossi stanco, come se fossi stato stanco per tanti anni, e ora, il disco, è il tuo riposo. Nelle canzoni, c’è il tuo distendere le membra. Sei un operaio, sei stanco. Tu kappa gli corri incontro. E sei contento, e all’ultimo anche preoccupato, perchè sai che sono 13 anni che non lo vedi. Edda deve fare un po’ finta di zoppicare. Ma è solo per scherzo. Edda suona e canta, come prima, meglio. “Vecchio mio!”. E’ una scena bella.
kappa scrive:
Anzi, forse prima di tutto “Semper biot” è un disco incredibile dal punto di vista musicale, è una specie di piccolo miracolo. Fate fare a chiunque altro in italia un disco di 12 canzoni con: una chitarra acustica suonata poco e maluccio, qualche intervento molto misurato&azzeccato di violino-piano-synth-timpano-e-poco-altro, e la voce in faccia, in mezzo alle orecchie, senza un effetto mai, senza manco il riverbero (ma sì, ci sarà lì di dietro, c’è sempre, ma insomma non si sente proprio). Eh, forse qualcun altro l’ha anche fatto, e peggio per lui perché ora il paragone è impietoso. La voce soprattutto, questa voce, che il rock pestone dei Tribale non riusciva a valorizzare del tutto e ora si impone come una delle voci più originali, potenti, sorprendenti e tecnicamente perfette della musica italiana e non solo.
Ma poi è un disco meraviglioso per il modo in cui Edda si mette a nudo, “semper biot” appunto.
CUT!
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Le parole che seguono sono parole gratuite. Sono parole immotivate. Descrivono immagini non necessarie e senza scopo. Immagini ingiustamente violente e crudeli. Il lettore potrebbe risultarne indignato o potrebbe sorvolare con indifferenza o potrebbe indignarsi per l’indifferenza con cui scrivo e con cui abuso di questo spazio. Di motivazioni per farlo ce ne sarebbero, ma spiegarle mi pare superfluo. Dopotutto, raramente gli uomini si prendono la briga di spiegare il male. La spiegazione del male è sempre, spesso, posteriore all’atto malvagio. In questo caso vi avviso, vi anticipo che quello che segue è una violenza gratuita. Una violenza alla lingua e all’animo. Sentitevi liberi di ignorarla. Sentitevi liberi di giudicarla. Essa non c’è, pur essendo presente.

InSalutorget3Qui a Salutorget non usiamo più le orecchie. Può sembrare una scelta drastica. Lo è. Queste infami non fanno altro che ascoltare, che ripetere senza omissioni quello che succede fuori. Ti ripetono gli insulti che ti sussurrano alle spalle e quelli che ti gridano in faccia. Senza orecchie il mondo sembra più quieto, più gentile, più disponibile. Le cose sono leggere e lievi e non danno fastidio. Qui a Salutorget abbiamo smesso di usare le orecchie perché, da quando la donna con le maschere lavora tra i crisantemi, siamo tutti sensibili e suscettibili e fragili. Abbiamo ricominciato a piangere e qualcuno, addirittura, piange talmente tanto che ha smesso di fabbricarsi le occhiaie.

Ci incontriamo al mattino e piangiamo, ci vediamo per il pranzo e piangiamo, prendiamo il caffè e piangiamo, usciamo per l’aperitivo e piangiamo, a cena piangiamo, davanti alla tv piangiamo, dietro alla tv piangiamo, dentro pure. Piangiamo nel letto prima di addormentarci e anche durante il sonno. Piangiamo nei sogni ma ogni volta ci svegliamo con il cuscino bagnato. Delle volte ci riuniamo appositamente (la parola appositamente è superflua e può essere cancellata) per piangere insieme. Ci guardiamo e piangiamo, ci parliamo e piangiamo, respiriamo e piangiamo. Le lacrime sono sempre sottili e si accumulano dentro gli occhi. Niente pianti convulsi, solo gli occhi lucidi e carichi di lutto. Se smettiamo di ascoltare, riusciamo per un po’ a dimenticare chi siamo e perché. Ci calmiamo, ci togliamo dalla testa l’idea malsana dell’essere vivi e dell’aver causato la morte e di dover morire a nostra volta. Ci allontaniamo un po’ dai crisantemi, andiamo verso le nostre case. Ci sediamo in aria e, mentre tanti piccoli ragni gialli ci camminano lungo le braccia e ci avvolgono nella loro tela, ci tappiamo le orecchie e cominciamo a respirare lentamente. Pian piano si chiudono i rubinetti del pianto, pian piano le lacrime rientrano tra le ciglia. Pian piano. A quel punto prendiamo una penna in mano. Qui a Salutorget siamo sempre pronti a scrivere e firmare ogni cosa che ci capita. Firmiamo i sassi, sentendoci dei demiurghi, firmiamo gli alberi, sentendoci sadici, firmiamo il terreno, per piantarci i crisantemi e farli crescere nel nostro nome.

Je voudrais me coucher. Je voudrais me cacher. Je voudrais. C’est tout.

Il volere, che fruga tra la milza e il pancreas, qualunque cosa ci sia tra le due. Ci sono onde alte e feroci che si abbattono sulle grasse e pacifiche terre dell’Ovest. Un rubatore è corso fin qui per dircelo. Per dirci che i grandi uomini e le grandi donne che popolavano quei luoghi di sole e solitudine, adesso stavano galleggiando capovolti sull’acqua che si ritraeva. Per dirci che lentamente i loro volti cinerei e gonfi, i loro arti gelatinosi e i loro occhi sbarrati, si stavano affossando tra fango e macerie. Anche i rubatori se l’erano vista brutta. Ma loro sono veloci, e soprattutto sono stupidi e malvagi. Il motore delle cose e delle punizioni non colpisce mai gli stupidi e i malvagi. Ci pensavo: anche se sono di Salutorget ogni tanto ci provo a essere diverso, a essere un po’ meglio del solito. Meglio di un caffè al vetro che è anche quello che mi danno se chiedo il solito. Poi il fatto che il solito cambi da persona a persona è un dettaglio che non bisogna trascurare.

Comunque, io a essere meglio ci provo, un blando tentativo lo faccio. Però, quando ho visto che gli altri, apprendendo la notizia, hanno smesso di fabbricarsi le occhiaie, ho pensato: cazzo, vai a vedere che sono sempre tutti meglio di me. Così ho cominciato a chiedere, per capire come facessero tutti a essere migliori all’improvviso.

Qualcuno mi rispose che aveva smesso perché era stato costretto a cancellare le vacanze già prenotate e già pagate. Ci voleva andare con la sua puttana, un asciugamano liso e incrostato. Un altro mi consigliò di farmi i cazzi miei, e io pensai che mi stesse suggerendo di riprendere a fabbricarmi occhiaie e così lo ignorai in uno slancio di snobismo (pratica appresa dagli ospiti del consiglio, parola appresa dal vocabolario perché il consiglio non disponeva di un numero sufficiente di vocaboli per spiegarmi cosa fosse e come si chiamasse. Qui a Salutorget siamo gente semplice). Ognuno, comunque, era a un tratto migliore del solito. Il solito, è vero, era anche lo stato più degradante che potessimo permetterci, e bastava semplicemente smettere di fare il solito per essere poco meglio.

Le motivazioni non contano qui a Salutorget. Ci importa solo la forma, esteriore, e il risultato, pratico. Ce ne freghiamo se chi ha smesso di fabbricarsi occhiaie lo abbia fatto semplicemente perché gli si era consumato il pisello o perché aveva le palle secche e marce o perché uno Tsunami aveva cancellato le proprie vacanze o perché il dolore degli altri, ingiustificato e improvviso, gli bloccava la mano e il cuore.

Fw>> Raccontami qual è la mia punizione (more…)

"> È una stagione di desolante degradazione per le donne in questo paese. Questo è molto triste perché pensiamo che la qualità della condizione femminile sia una cartina tornasole infallibile per valutare lo stato di salute di una società.
Valentina Parasecolo è una donna interessante. La sua storia risponde a diverse annose domande che ci siamo sempre fatti. Ad esempio: “cosa succede a prendere una brillante studentessa di scienze politiche e a schiantarla a miglia di distanza, in piena America?”. Ma Miss Parasecolo è anche la prima presenza femminile su Walwian, e che ci crediate o no, siamo i più grandi fan della biodiversità e del dimorfismo sessuale. Le sue righe ci arricchiranno, nel modo in cui può farlo una donna intelligente che racconta una storia. Ps: incidentalmente mr. Parasecolo è anche la prima modella della storia con una precisa opinione su John Stuat Mill.

È un’amica.

She’s in bloom. Chapeau.



kalamazoo

Kalamazoo si estende per circa 150 chilometri quadri, in mezzo all’acqua e al verde e al grigio. Prende il nome da un’altra città, che chiamerò la Vecchia Kalamazoo, tanto per intenderci, per non creare confusione. La Vecchia Kalamazoo stava in uno stato degli Stati Uniti, quando ancora esistevano gli Stati Uniti e quando ancora esistevano un sacco di altre cose che ora sono solo ricordo o neanche più quello.

In quel posto, viveva Orville Gibson, uno che aveva l’espressione di chi la sa lunga e che gli riusciva male di concedere sconti. Uno che se la teneva bella stretta quell’espressione, incastonata tra baffi ruvidi e capelli impomatati. Nel 1894, nella Vecchia Kalamazoo, appunto, cominciò a costruire mandolini e in pochi anni fondò la Gibson Mandolin-Guitar Mfg. Co, Ltd. Morì poco dopo, abbastanza ricco e malato. Ma il punto non è Orville. Il punto è che dopo i mandolini, arrivarono le chitarre e con le chitarre arrivò la storia. Arrivò la ES-150, la ’spagnola elettrica’ semiacustica, che sapeva di un’America polverosa e in bianco e nero. Arrivò la Les Paul, la più elegante e impeccabile voce al rock. Arrivò la Explorer, una stella spaccata a metà, ruvida e lucente. Arrivò la Flying V, una freccia che non ha pudori, che non si vergogna di stare così, così sfacciatamente a gambe aperte. E poi lei, bella come il corpo di una donna, rotonda, compiuta: la ES-335.

335

Io, come chiunque altro su questa terra, ovviamente non ho mai sentito suonare una Gibson dal vivo, non esiste più una persona che sappia suonare una Gibson, non esistono Gibson in realtà. Perché tra le cose perdute all’alba del Secondo Medioevo ci sono di sicuro anche gli strumenti musicali di quell’epoca e i dischi e i file con le registrazioni audio e video. Se ancora c’è in giro qualcosa, beh, quello è qua, a Kalamazoo. E se quello che cercate è rock’n'roll, dovete passare al mio ufficio perché sono io quella che esplora, trova e cataloga, quella che coordina la squadra dei Cercatori del Rock. Ok, non sono proprio io il capo. Io sono il vice. Ok, non sono il vice, sono la referente della prima divisone della squadra. No, della seconda. Ma non importa. Da me dovete passare, perché io ne so probabilmente più di quelli della prima divisione e del vice e del capo e perché sono felice quando qualcuno arriva fino a Kalamazoo perché cerca risposte.

Io mi chiamo Oslo. Anche questo è il nome di una città che esisteva prima del Secondo Medioevo. Dicono che fosse una bella città, me l’ha detto quello del dipartimento Topografia storica, un uomo molto gentile, di quelli che smaniano dalla voglia di raccontarti che hanno di scottante in mezzo a tutte quelle carte sulla scrivania. E le cose scottanti di solito sono nomi di fiumi ormai inghiottiti dall’Oceano, città di cui resta sabbia e strade addormentate sotto distese di verde incolto e selvaggio.

Ad ogni modo, Oslo è un nome parecchio diffuso tra le ragazze con la pelle particolarmente chiara. E la mia è particolarmente chiara, quasi trasparente anche se cerco di dissimulare la cosa con un po’ di polvere rosa sulle guance. Sono nata a Kalamazoo, i miei ci sono arrivati quando mio padre aveva 26 anni e mia madre 27 e lei era incinta. All’epoca, non serviva ancora la pillola A per stare insieme. Si sono sposati, appena prima che nascessi, in chiesa, anche se lui era comunista. Comunista significa che credeva in quella ideologia che c’era addirittura prima dell’avvento della Democrazia Sovrana russa, il regime cioè che va dagli inizi degli anni duemila fino al Secondo Medioevo.

È uno dei pochissimi che ancora ci crede, una roba che è più facile credere a Belfagor l’arcidiavolo, direte voi. Ma lui ribatterebbe che se qualcuno crede ancora in Dio, non c’è ragione perché lui non possa credere nel Comunismo. E di fronte a un commento del genere, c’è poco da ridire in effetti.

Io sono cresciuta a suon di amore e libertà, ironia e sincerità. E a suon di qualche schiaffo. Ma solo se necessario. Come quella volta che a dieci anni, a proposito di una crisi di rabbia di mio fratello, usai la parola incazzato. In breve: lui si era sorprendentemente ribellato, piangendo, a una serie di pizzichi alla guancia sferrati, da me, mentre dormiva.

- Perché Lyon piange così?

- Non saprei

- Ah, non lo sai… Non è che gli hai dato fastidio?

- Chi? Io? Ma quando mai…

- Sicura?

- Ma ti pare! È lui che è sempre incazzato.

Ora, mio fratello era il bambino più buono del mondo. Di quelli che gli potevi infilare anche una matita nel naso e intanto rubargli la pappa dal piatto e tanto ti sorrideva tutto contento nella grazia beata della rotondità del suo viso. Definirlo come uno “sempre incazzato” era quantomeno azzardato. Ma il punto era la scelta della parola credo, non tanto la menzogna, che del resto era così ridicola che insisterci sopra sarebbe stato quasi volgare. Il punto era proprio incazzato. Mi presi uno schiaffo e da quel giorno, per un po’ di anni, ebbi il pudore di non dire parolacce davanti ai miei.

Fw>>
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Le cose al contrario, se vai abbastanza indietro.

CROCIERA AGLI ANTIPODI

- globalizzazioni precoci -

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Nicholas Barnsley, droghiere

Henry Bridgman, mercante di pelli

James Deane, mercante di tessuti

Sir Stephen Steame, sindaco di Londra

Richard Wiseman, orafo

Questi nomi, vecchi, ma non antichi, potrebbero essere i nostri. Il mio, il tuo. Quelli dei tuoi zii, o di tuo padre. Leggi quei nomi borghesi e quieti. E senti vibrare la schiena di avventura. Persone normali, in situazioni assolutamente eccezionali. Non sono i nostri nomi. Non siamo loro. Perché siamo vigliacchi. Perché non abbiamo idee. Perché non abbiamo fantasia, né quella buona, né quella cattiva. Perché se non sei avventato e spietato, irrimediabilmente pronto a partire, vuol dire che non sei in grado di sentire il calore of the shape of the things to come. Se avete da qualche parte un mucchietto di soldi, e non ve ne importa nulla, credo che sia il caso che andiate oltre. Questa è una storia strana, dove i giusti e i retti sono infidi e ottusi, e dove gli avventurieri e i corrotti vengono ricordati con tenera e sincera emozione. E’ una storia che parla di soldi, di spezie, di selvaggi, di truffe e di mascalzoni. E’ una storia che inizia dalla fine. Con un funerale.

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Canta la messa il molto onorevole John Stuart Mill.

«l’ amministrazione diretta da parte del Parlamento ha fatto perdere alla Corona britannica un altro grande impero»

Stuart Mill ripiega il foglio. Lo aspetta una tazza di tea e la copia di un giornale, giù al caffè. Stuart è incazzato. Stuart ha parlato duro. Ha dardeggiato. Il parlamento lo ha guardato in un silenzio gelido. Stuart Mill ha tessuto le lodi della Compagnia, e l’ha sepolta. La Regina Vittoria ha deciso. Dopo duecento anni, la roba torna sotto il controllo diretto della Corona. L’India, da colonia mercantile, diventa un possedimento. Tutto il potere è nelle mani di un fottuto viceré. Il punto della questione è estramamente semplice. L’Inghilterra è governata da degli aridi stronzi.

Dal principio, con calma. Due secoli indietro. E’ il 1600. Sono tutti molto contenti che sia stata scoperta l’America, che è un posto pulito, illuminato bene, e pieno di ricchezze. Come vi pare. Dall’altra parte delle Americhe, c’è il Lontano Oriente, L’India, l’Indonesia. E’ pieno di spezie e di Olandesi, che se la spassano e scorrazzano. Una cosa curiosa: i selvaggi non sono affatto selvaggi. Gli europei puzzano e mangiano con le mani. Gli orientali profumano di aglio e usano le bacchette come gli aironi le zampe. Se vi state chiedendo perchè tanto interesse intorno alle spezie, probabilmente possedete un frigorifero. Altrimenti sapreste che non c’è altro modo per conservare alimenti, come la carne, quando è il 1608. In Europa, la famelica Europa, che faceva scorpacciate di pestilenze e cacao, l’unico modo per non far marcire la carne è infilarla nelle spezie. Così si conservava un po’. Fatto sta che  a Londra circa duecento persone capiscono una cosa: bisogna farsi firmare un pezzo di carta dalla vecchia (la regina Elisabetta I) per avere il permesso di scorazzare in quella parte di Impero.

There & Then. Bombai. Prendi i soldi e non scappare. Fa finta di niente. Se non ti comporti come un ladro, non sei un ladro. Sorridi, muoviti con calma. Parla con le persone. Porta via una quantità di merci immorale, ce n’è per tutti. Fai la cresta sugli affari della Compagnia, ce n’è per tutti. E’ un bel posto. Ci sono donne molto belle. Prendi in moglie qualche prostituta. Ce n’è per tutti. Cose non necessarie: il dominio, la sopraffazione, la protervia. Cose necessarie: corrompere, trafficare, pubbliche relazioni. Venera i loro idoli. Mettere corone di fiori ai piedi di Buddha o Shiva è più divertente che andare a messa. La politica fa male al denaro. La religione fa male al denaro. L’imperialismo fa malissimo al tuo denaro. Cose che contano: portare via un mucchio di spezie, scambiarle con l’oppio, scambiare l’oppio con il tea, portare via il tea, a Londra. Cose che non contano: essere antipatici, essere ottusi, essere retti. Sottolineare che sei inglese. Vesti all’indiana, le stoffe qui sono fantastiche, niente roba che ti tira sul cavallo. Imbottiamoci di oppio e leccornie indiane. Ogni mattina, tratta le tue mogli come regine, ormai non sono più puttane. Goditela.

Cosa accade mentre sei via. Londra. Arrivano i puritani. Sono evangelizzati. Hanno manici di scopa infilati nel culo. Scassano le palle su scala planetaria. Ammazzano la gente a Salem. Dilagano a Londra, ne sovvertono l’ordine squisitamente mercantile. Non puoi venerare due dei. O Dio, o il Denaro. La terza via ecumenica non era ancora stata inventata. Si vestono di scuro. Sono i secchioni dell’establishment. Forti dei loro manici di scopa, si arrampicano fino al potere. Ci mettono le zampacce fredde sopra. Tu non lo sai. Stanno arrivando.

Cose è accaduto. Un mese fa è arrivato il nuovo funzionario. E’ arrivato con sua moglie. Vestono di nero. Non mangiano il cibo locale. Con una sola occhiata, hanno offeso le tue mogli come mai nessuno prima, ed è grave, perchè erano puttane, hanno vissuto. Mettono i loro nasi da corvi ovunque. Essiccano la tua eccitazione, freddano il flusso caldo di corruzione e denaro, di avventura e spregiudicatezza.

Dicono:

“Questo non è possibile. Quest’altro si può quasi fare. Fermi tutti, in nome di Dio e della Corona.”

Tu dici:

“Vaffanculo.”

La tua vita è:

“Bel continente, lo prendiamo.”

Fw>> sta per arrivare il nostro ospite! /

Sono i nuovi domenicani. Sono i Cani della Regina. La festa è finita. Ci sono molte persone rette che vogliono mettere ordine in questo grande casino organizzato. Vogliono sistemare le cose. Impongono una burocrazia. Disprezzano i costumi locali. Disprezzano gli autoctoni. Disprezzano te e il tuo denaro sporco di amore e corruzione. La politica fa male al denaro. Sei un mercante, ti interessa solo essere felice. Loro vogliono prendersi i tuoi soldi, e in più: pontificare e correggere e redimere e convertire. A te interessa solo il cashflow intercontinentale.

Questo implica che sai apprezzare un tramonto, without any pain.

Voglio rimanere con i selvaggi. Voglio essere chiamato selvaggio“.

Fw >> / arriva il nostro ospite! /

(more…)

"> per leggere bene l’articolo, come se fosse un libro stampato, premi qui.

questo pezzo inizia con due persone in un taxi. hanno nomi molto comuni. bob, con gli occhiali scuri e un completo nero; john, con un completo nero degli occhiali scuri. alla guida c’è tom, che ha un completo chiaro, degli occhiali scuri, e la pelle nera.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=KRzXLbKrxlc&rel=0&w=180]

i have johnny cash in my film/are you going to shit when you see/you won’t believe”

dovrebberlo metterli tutti in galera

johnny ha sparat
o ad un uomo, a R
eno, solo per ved
erlo morire. lo ha
confessato alla su
a mamma. forse.
a proposito di ma
mme, Mamas & Pa
pas, e John vuole
saperne di più su
lla ragazza gross
a. Semplicemente
perchè lei… così:

SHE HAS GOT A HOLD OF EVERYBODY I KNOW

proprio come Beth Ditto, che è grassa, lesbica, si mangia i piedi nelle foto promozionali
e naturalmente può permettersi di farlo perchè ha la migliore voce che puoi immaginare
e una grande/grande/grande personalità.  l’unico inconveniente è che il suo gruppo si ch
iama gossip, come il telefilm ai di lei antipodi, gossip girl. gossip, chiacchiere, primizie d
i grande bontà. torniamo sul taxi prima che bob vomiti nella telecamera. ma comunque,

BOB NON VOMITA MAI.

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Chi è Rick James?
Rick James (February 11948 – August 62004) was an American musician.
James was a popular R&B and funk singer in the late 1970s and 1980s, sco
ring four #1 hits on the U.S. R&B charts. Among his best-known songs are
"Superfreak" and "You and I". In addition to his music, he gained notor
iety for his wild lifestyle: later in life, James' drug abuse led to wid
ely publicized legal problems.

E perchè viene citato da John Lennon
come "song publishing company"?
Dylan: No, no. Si chiama così? Non è quello il nome che avevo sentito.
Lennon: Northern Songs? Dylan: Giusto, era quello. Io ti chiesi: "Cos
'è la Northern Songs?", E non l'ho mai saputo, amico. Lennon: Non te 
l'hanno detto? Dylan: No, amico, non me l'hanno detto. Qualcuno mi ch
iese: "Vorresti essere sulla Northern Songs", e tu ti mettesti a rider
e e Paul McCartney si voltò dall'altra parte e disse qualcosa a Ringo.

Fine dell'inchiesta federale. Caso chiuso.
Archivizione previa distruzione.

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Dylan: No, no. Si chiama così? Non è quello il nome che avevo sentito.
Lennon: Northern Songs?
Dylan: Giusto, era quello. Io ti chiesi: "Cos'è la Northern Songs?", E non l'ho mai saputo, amico.
Lennon: Non te l'hanno detto?
Dylan: No, amico, non me l'hanno detto. Qualcuno mi chiese:  "Vorresti essere sulla Northern Songs", e tu ti mettesti a ridere e Paul McCartney si voltò dall'altra parte e disse qualcosa a Ringo...

il grande tamigi, il grande tamigi è sempre lì, ha fermato hitler. sir winston churchill lo ha detto, dopo che lo ha visto indietreggiare. dopo la guerra WC è diventato, grazie a delle carte segrete dell’OSS, mr Alfred Hitchcoch, e si è dedicato alla sua grande passione: il cinema. la scena, celebre, del treno che entra in galleria, non è altro che una ovvia metafora. simboleggia l’atto naturale dei Queen’s Park Rangers nell’infilarsi in categorie sempre più oscure, retrocessione dopo retrocessione.


scarr tissue

volevo trovare l’oro, signore / ragazzo, sei nei guai / volevo solo trovare una pagliuzza d’oro, così ho cominciato a scavare tra la terra di parole che quei due hanno lasciato / dimmi qualcosa che non so, ragazzo. ti stai scavando la fossa da solo, ma va bene così/ sì, stavo scavando. e ad un certo punto ho sentito qualcosa, doveva essere Rock Dona. Volevo solo sapere chi fosse. / sei un depravato ragazzo, al giudice non piacerà questa storia / quei due hanno parlato di Rock Dona / chi? / i tizi del taxi, quei, due, bob e john. sono cantanti, così ho pensato che  anche Dona fosse una musicista, o qualcosa del genere. invece ho trovato il corpo di una signora di Terrebonne, Texas / sei un cretino, ragazzo. stavi scavando tra gli annunci funebri del TRF Times & Northern Watch. / non l’ho fatto di proposito sceriffo… / lo racconterai al giudice, ragazzo. non mi piaci, e non piacerai neanche a lui.

LIBERTA’ SU CAUZIONE. Sono tornato a Londra con una lista di cose da fare, e qualcuno da ascoltare. Origliare quella conversazione in taxi alla fine non è stato così male. In Texas hanno condannato la mia mano destra alla pena di morte. L’hanno bruciata sulla sedia elettrica. Me la sono cavata: sono mancino. Ecco la lista degli ascolti consigliati ricavata da questa strana avventura. Stanco ma felice, mi metto a dormire sul pavimento:

my-first-colophon << listen to the music liste(ne)d below the line:

Fw>> / continua ad tenerti informato /

(more…)

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Oggi è una silenziosa giornata di merda, qui a Salutorget.
Una di quelle giornate in cui la gente se ne sta chiusa in casa sperando che non succeda assolutamente nulla, perché sa che, se qualcosa succedesse, potrebbe essere la fine. Nelle giornate fetenti come questa, ci sono un sacco di persone che se ne vanno tra le Fronde. Da quando il Consiglio ha la sua donna, le Fronde sono diventate un luogo lecito e non più segreto. Tra le Fronde c’è un vasto assortimento di uomini che giocano con le loro donne immaginarie, che giocano con i loro uomini immaginari, che giocano da soli, fabbricandosi occhiaie. C’è anche un piccione che passeggia simulando, nei passi o zampettii, il suono della pioggia, come le piramidi precolombiane. Gira in tondo, il piccione, ogni giro più veloce, come se volesse raggiungersi e sorpassarsi. I piccioni sono fondamentalmente stupidi. Non me ne vogliano.


Raccolgo i brividi e li annego in un sorso d’acqua. Mi alzo e torno indietro. Lontano. A nascondermi. Adesso che le fronde sono così affollate, non mi resta che questo posto, sospeso sopra i crisantemi, alla periferia degli odori.
A stare qui si hanno anche dei vantaggi, piccoli, minimi, marginali, ma pur sempre vantaggi. Si vedono le cose. Sì lo so che, a meno che uno non sia cieco, le cose le vede comunque, ma da qui vedi cose in più. Cose diverse e più lontane. Se stai tra le fronde o sui petali dei crisantemi, al massimo spii la pornografia di ciò che hai davanti. Stare lì è come vivere su una tessera di un puzzle. Stai lì, lo vedi, è verde, marrone o bianco, magari bicolore o magari ha una riga nera. Ma il resto?
Potrebbe essere un prato ma tu un prato non lo hai mai visto se non a brandelli e per te un prato è del tutto simile a una foglia, alla maglia dei Boston Celtics e al wasabi, solo meno piccante. Del wasabi. Da lì si vedono solo le tessere e, se escludi i colori, la vita si riduce a essere un monotono film muto e grigio. Poi ci sono i ciac della fabbricazione di occhiaie che ti fanno la sonorizzazione dal vivo. Dal morto sarebbe più difficile, ma qui a Salutorget i morti non sono mai tali. Non si riempiono mai di vermi, sono sempre anime pie (o anime crostata, come suggerisce il correttore automatico di Word, perché le parole straniere rendono il testo meno comprensibile) o eroi. Poi nessuno trova mai un morto vero. Qui a Salutorget troviamo solo persone prive di vita (quindi con le gambe attaccate al busto) o esanimi (quindi malvagi demoni senza pietà) o. Cazzo, sono morti. Marciscono. Poi, come se non bastasse, da quando il Consiglio delle terre a Ovest dell’Ovest ci ha dotato di un nostro parallelo virtuale (che è uguale al mondo in cui stiamo e in cui ci fabbrichiamo le occhiaie, solo che è finto) i morti sono diventati ancora meno morti. Continuano a mantenere il loro posto, le loro cose virtuali continuano a crescere, continuano ad avere amici e a parlare con gli altri. Quando uno muore, la prima cosa che tutti, qui a Salutorget, vogliamo fare, è raggiungerlo nel mondo virtuale e parlarci. Come se lo spirito, visto che qui non c’è più, si fosse trasferito dall’altro lato. In fondo, la virtualità, per noi che siamo impressionabili, ha in sé la stessa carica magica dei misteri delle religioni o la forza inconsueta di un miracolo. Per noi, che siamo sempliciotti e ogni tanto teneramente ingenui, quel mondo virtuale, che il Consiglio delle terre a Ovest dell’Ovest ci ha donato (come pagamento per dei servigi prestati dai rubatori), ci convince di una spiritualità che non abbiamo. Ci illude che siano le nostre menti a comunicare, le nostre menti che se ne fregano dei corpi. Ci illude, e a tratti l’illusione è come una morbida carezza, che nel mondo virtuale che viene dalle Terre a Ovest dell’Ovest siano le anime a trovar posto. E che quel posto lo possano tenere per sempre e che nessuno possa mai morire perché finché hai un posto, finché esisti, sei ancora vivo.

Quel mondo ci fucila con proiettili di immortalità che, nell’alleviare il dolore per quell’ultima domanda che sempre poniamo alle facce appese sopra di noi, ci spinge a diventare puri fatti mentali. Cose finte che esistono come sequenze di parole e di immagini. Che non mangiano, che non bevono, che non fanno nulla da questo lato ma che, invece, si industriano per creare un mondo perfetto dall’altro. Perché di là è più semplice, perché di là siamo tutti un po’ dio e parliamo con le anime. Di qua, invece, per sentirci ancora attaccati alla carne che ci incarta le ossa, ci abbandoniamo agli istinti più grevi, ci lasciamo strisciare e non facciamo nulla per evitarlo. La nostra vita perfetta già l’abbiamo, stare qui è solo un incidente di percorso. Poi, qualcosa ci parla da dentro, e la voce assomiglia a quella voce metallica disinteressata, e allora ci tagliamo le dita, ci squartiamo le pance, ci lecchiamo le ferite e l’eros a vicenda. Dimenticando chi siamo, dimenticando cosa siamo. Dimenticando quando e perché. E in fondo, qui a Salutorget, non ci frega più un cazzo di niente.

Sono giorni che un pezzo di banana sta a terra poco distante dal campo di crisantemi. Prima bianca poi nera poi sciolta poi marcia poi morta. E no, era morta pure prima. Aveva smesso di esserci utile. Aveva cominciato a servire agli insetti e poi ai batteri e poi. Noi seguiamo la stessa parabola. La differenza è che resistiamo meglio alle intemperie, ci fabbrichiamo occhiaie waterproof. Ci mettiamo di più a confonderci con l’asfalto.

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"> Dove è cominciato Devendra.

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J si è fatto crescere i capelli. J ripensa continuamente al tea della zia. J ripensa al piano e a P che preme i tasti di finto avorio, con una certa arroganza. Avorio vero. Passa un elefante. Ne passa un altro. A Londra Arthur C. Clarke rovescia una tazza di Prince of Galles. Litiga con Stanley. Arthur C. Clarke ha vinto la Battaglia d’Inghilterra. Stanley pensa che l’Inghilterra sia immorale, e gliela farà vedere, farà il cattivo ragazzo.

lo capisci che sono tuo amico?

J cova odio e risentimento. Maharishi Mahesh Yogi vuole che metta ordine tra le sue onde mentali. Le onde mentali di J non ne vogliono sapere. Guarda i letti a baldacchino, guarda il centro benessere, guarda la ridondante presenza di belle donne. E’ una trappola. E’ una gran perdita di tempo. E’ una cazzata per ricchi. Ringo sorbisce un samosa. George compra un altro sitar. Ravi Shankar è fico. Maharishi è un truffatore. J aspetta il bus 101 sotto la pioggia. P lo guarda e scrive una canzone a proposito. Passa un elefante, passa un commercialista. Sexy Sadie, what have you done?

J & George lasciano l’India, l’India rimane nei solchi del vinile. Il criquet rimane in India, i campi ricavati nei solchi di terra grassa e bagnata che ricorda quella del Merseyside. Le unghiate lunghe, sangue verde di erba, una enorme zampata della tigre continentale che sonnecchia da millenni in cima all’Himalaya, la sua schiena diventa bianca per via della neve. Il giallo soccombe al bianco, il nero emerge. La tigre allunga al zampa e rende fertile l’appendice. Ceylon è di un verde così intenso, dallo spazio. Da Colombo Arthur C. Clarke guarda in alto e vede un brillio. E’ un satellite.

Arthur C. Clark mette insieme pezzi di latta. Lavora per la Royal Air Force. La guerra è a un passo. I nazisti furoreggiano in tutta Europa. Le elitès naziste cazzeggiano con la mitologia ariana. I nazisti con i libri antichi si inerpicano sull’Himalaya alla ricerca di Shangri-La, che forse è l’Islanda. Un ufficiale con attrezzatura da alpinista supera l’ultimo costone. Ci sono un tempio, cinquanta monaci e cinque lama. Non trova niente. Perchè l’essenziale è invisibile agli occhi. Duecento anni prima gli ufficiali dell’Impero Britannico forzarono i passi di montagna e dilagarono fino alla pianura. Cercavano una colonia, trovarono regni. Cercavano sherpa e qualcosa da rubare. Si recarono in India con sicurezze vittoriane e fucili ad avancarica. Avventurieri, uomini, soldati, ottusi, protervi, rapaci e razionali. Tra le rette angherie imperiali, riemersero le millenarie connessioni tra i due occidenti, quello europeo, e quello indiano. Nacquero suggestioni ed emersero risposte criptate. Oggi, in India, i ventenni che hanno studiato matematica fanno funzionare questo. I nazisti approdarono in India sicuri di trovare la giustificazione della loro malvagità. Imbarcarono antichi testi, le cui fonti erano tutte posticce, fake, inventate. Non trovarono nulla, neanche quando le tracce apparivano scintillanti davanti ai loro occhi.

Il Dottor Jones capitò in India per sbaglio e trovò delle pietre dai poteri straordinari, ma è un’altra storia. Il più volte morto Joseph Goebbels voleva le prove dell’origine ariana della pangermanesimo, offendendo per sempre la realtà della storia, rendendo impronunciabile la parola ariano, che racconta di fatti antichi e curiosi, affascinanti coincidenze, di migrazioni e di un sogno di fami(g)liarità con un occidente parallelo mai davvero smarrito, come dimostra la scienza “ebraica e massonica”. In una parola, indoeuropea, dunque, originariamente ariana, dall’origine delle parole, dei nomi delle cose, e dei numeri. E dei cari, le cui animelle vagano lungo la corrente dei fiumi, o tremano come candele nei cimiteri parigini.

mind the step

Strani simboli, ciondoli matematici, una religione che è cosmogonia quantistica. Serpeggia, tra le righe, tra i canti hindu e le sciabole scintillanti al sole, un serpente d’oro e di argento che conosce la strada del Khyber Pass. Ha due teste, una che si abbeverà nel Gange, una che morde il tallone di Kipling, mentre sonnecchia aspettando che un re muoia, a Londra, sul bordo dell’autunno.

What the life could be, if you come to me for tea mormora Digsy, mentre in tv  la Beeb dice che pioverà e la porta del minimarket tintinna. Entra The Monkey Man, è lungo e oscilla pericolosamente. Compra una pinta di latte e dei cereali. L’India diventa campione del mondo di criquet. Al mondiale di calcio del 1950 l’India non partecipò perchè i suoi giocatori si rifiutarono di indossare gli scarpini. Avrebbero potuto calpestare degli insetti, interrompendo crudelmente il ciclo delle reincarnazioni, e inquinando così il proprio kharma.

The Boy Member of Commowealth e l’Ambasciatore di Tutte Le Colonie Più Interessanti entrano in un ristorante indiano che ha delle vele triangolari, come una goletta latina che fende l’acqua fangosa, ancora dolce, fluviale, presto salmastra e marina.

-Could we get this table?
-Yes, of course sir.
-Oh, thanks. Well. I would like to put this chair on this side of the table ‘cos…
-No, no way sir.
-Well. Oh, just another question… Could you call me a taxi, after we had our dinner?
-You can easily go out of there, then, sir, and take a taxi by yourself, on that side of the road. (pointing out of a small window)
-I understand.
-I hope, sir.
-Don’t you like english people, isn’t it?
-No, I like you as you like me, sir. But we choose what it will be, there and then.
-You may remember that english people like me taught your grandfather how to use a cutlery set.
-I don’t think so, sir. While we were understanding the secrets of the creation of the universe, you were painting your pale faces with blue and brown.
-Yes, it is a fact. We probably used mud.
-Yes it is, sir.
-Well, so we were savages… I think I will try samosa. The food here looks fantastic.
-Yes it is, sir.
-And could I move the chair on this side…
-No way, sir.
-I understand.
-I am sure you can.

Prendiamo un telo arabo, un cuscino indiano, una stuoia vietnamita e un cannocchiale olandese. Sediamoci sulla riva del fiume giallo, o del fiume biondo o del fiume rosso. Lasciamo che le parole cadano sopra i riflessi dell’acqua, bagliori di pagliuzze d’oro che salgono come bollicine di luce fino alla superficie, lasciamo che le parole vi si poggino, argentine. L’umanità coltiva grano e si fa accompagnare dai cani. Lascia che i gatti girino per casa. Qualcuno ha pappagalli. Tutti abbiamo leggende. Le leggende aborigene sono oniriche, le leggende dei fratelli Grimm sono perverse. Le leggende sono quello che abbiamo portato via mentre ce ne andavamo via da dove veniamo. Guarda le dita della tua mano, affondaci una lama francese, sì, un opinel.. Lascia che vada in giù, come nella corteccia di un albero, gli anelli dell’età. Scopri gli anelli dei viaggi. Scopri di essere stato ovunque, in qualsiasi tempo. In una arco di tempo ragionevolmente lungo, il tuo sangue è stato ovunque. Tornatene da dove vieni, andando in viaggio.

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"> La gastroenterologia

e l’arte di farsene una ragione.

come saremmo dovuti tutti essere:

Man mano che si cresce aumentano i dubbi e diminuiscono le certezze. Sono profondamente convinto che tutto questo vada di pari passo con lo sviluppo dell’intelletto: più progredisci e più ti si presentano interrogativi ai quali non sai dare risposta, e che mai prima avresti annoverato tra i tuoi progetti futuri.

Ecco che quella vita che hai vissuto fin’ora cambia, e non è più quella che conoscevi. D’improvviso con gli amici non ci si gioca più, inizi a fare i discorsi dei grandi e “i miei che buttano paranoia”, la “ragazza butta paranoia”, il “prof butta paranoia”. E tu sei in paranoia. E’ l’undici Settembre della vita, o è semplicemente crescere?

Io propenderei per la seconda ipotesi, anche se emana un fetore nauseabondo. Personalmente sono convinto che prima o poi tutti abbiamo impattato allegramente contro questo tipo di pensiero, vuoi sotto forma di disillusa e amara meraviglia o vuoi sotto forma di incazzatura bella e buona.

Ecco che all’improvviso ti soffermi su cose che prima non avresti mai considerato: l’articolo di giornale che spiega lo stato attuale delle cose, dove andiamo e dove andremo, o l libro dello scrittore vecchio novemila anni che poi non avrà tutte le risposte, ma almeno ha vissuto alla grande… ecc.

C’è chi la chiama “ricerca di un’ancora di salvezza”, io lo chiamo “nuotare nell’acquario”. Nell’acquario un pesce nuota intraprendendo una rotta, trova la parete di vetro e con la bocca e gli occhi spalancati sembra non capacitarsi di quanto gli sia appena capitato, fa dietrofront dimenticandosi subito di tutto, perché i pesci non hanno memoria.

Questo è esattamente quello che ci succede, prendiamo una strada che ci sembra valida e appena troviamo il vicolo cieco ci giriamo e cerchiamo di dimenticare, ad ogni costo; è la cosa più deleteria che ci può accadere. Rischiamo di avere “un’ansia da star bene” che ci preclude quell’imprinting esperienziale che tanto ci proteggerà la volta successiva.

Ti lascia il ragazzo/a? Chiodo scaccia chiodo, lasciatelo/a alle spalle, non ti meritava, GUARDA AVANTI.

Ed è così anche per il resto delle cose della vita, e in men che non si dica ci ritroviamo come quell’idraulico della vecchia pubblicità dei rubinetti: a tappare falle come dei forsennati, per limitare i danni e dimenticando che la cosa più importante, ancor prima di difendersi o attaccare, è reagire. Per sé stessi.

Forse è così che deve andare, forse no. Forse siamo noi i famosi artefici del nostro destino, forse no. Non ho queste risposte, se le avessi sarei già in tv su La7 di fronte ad Elkann a presentare il mio libro, dal provabilissimo titolo “La vita è come il roast-beef: fuori cotta ed invitante, dentro cruda e sanguinolenta”. L’unica cosa positiva di tutto ciò è che almeno ci proverei alla grande con Melita Toniolo. Almeno.

Come dicevo, passiamo il tempo a porci più o meno consapevolmente interrogativi e problemi preoccupandocene o sbattendocene. Ma allora? Possibile che nessuno abbia mai provato a trovare una soluzione? Ok ci sono i filosofi, ma io intendevo una soluzione più alla portata di tutti, qualcosa da Bar Sport per intenderci, con tutto il rispetto per Benni bravissimo pure lui.

Esiste una non-risposta, la definirei più un indicazione. L’ho capita piano piano, perché non arriva intera, ma “a rate”, sta a noi metterle insieme e farle collimare. L’inizio di tutto sta nell’atteggiamento mentale, a mio modesto parere. Grazie al cavolo, risponde il pubblico. Si. Grazie al cavolo. Provate voi ad alzarvi la mattina e a voltare completamente pagina, a tenere fede a questo cambiamento con la tenacia che soltanto la speranza di fronte ad un grosso punto interrogativo può dare.

Non parlo ovviamente di prendere e partire all’improvviso per il Maine e andare ad allevare aragoste; anche solo cambiare il percorso abituale del mattino può far bene, a patto che sia costruttivo e fatto con criterio.

Sto parlando di crearsi nuove occasioni, del non precludersi nulla, la casualità è un bene prezioso e va sfruttata. Usiamola, tanto è gratis. Ci sono canzoni che cambiano la vita caratterizzandone i momenti chiave , io le tengo ben presenti, non tanto per la canzone in sé quanto per come mi fa sentire, per la sensazione che quel momento c’è stato e può ripetersi, basta crederlo e volerlo. Lo hanno capito i Soundtrack of our Lives, una band che si è data un nome talmente azzeccato che non poteva non finire a fare album di merda. E scusate il francese.

Su YouTube (la miglior televisione dai tempi della televisione stessa) se si digita “Accetta il consiglio per questa volta”, si può ascoltare un pamphlet utile per chi si affaccia alla vita-quella-vera; mi trova parzialmente d’accordo: va benissimo lavarsi i denti (lo dice davvero), ma per il resto sono tutti consigli poetici ma opinabili perché non tengono conto della soggettività. Ognuno ha il suo atteggiamento, non esiste sempre il giusto o lo sbagliato, ma esiste il proprio modo. Questa tesi è ampiamente esemplificata nell’ultimo film con Nicholas Cage, Il Cattivo Tenente (remake dell’omonimo film di qualche annetto fa), dove un uomo sprofonda in un abisso di empietà fino ad ottenere il massimo ed il meglio dalla vita. Interessante, direbbe Spock.

Non sto ovviamente sostenendo che si debba fare chissà quale azione criminale per realizzarsi, sto semplicemente affermando che di soluzioni ne esistono molte e che il restare sempre motivati e lucidi renderebbe il tutto più semplice e costruttivo. Comunque Cage non è mai lucido in quel film, ma tant’è.

Mi rendo conto che ho messo tanta carne al fuoco, e che magari si possa contestare tranquillamente tutto quello che ho detto, ma è tutta roba sincera e genuina che una volta tanto viene dallo stomaco e non dal cuore. Ecco il perché del titolo.  Con i Negramaro ha funzionato: sostengono che la loro è musica “di pancia”, e in effetti qualcosa di intestinale si evince ascoltandoli a lungo.

Questo è quanto. Una volta Safran Foer ha scritto una cosa che adesso non ricordo. Aveva dannatamente ragione però, parlava di “cose illuminate” e importanza di “vedere chi eravamo per capire dove andremo”. Forse lui aveva capito tutto. O forse parlava solo di lampadine.

Ho scelto di scegliere, sempre e comunque, solo il tempo mi dirà se ho fatto bene o male, ma almeno posso impegnarmi perché tutto propenda per il primo e un po’ meno per il secondo, con buona pace di chi dice che finiremo in delle cabine ad ingozzarci tramite tubi e ad odiarci l’un l’altro.

Filippo Borri

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1.

presentazione ufficiale de
IL TRENO VERSO IL RICORDO
di Stefano Gentile


venerdì

16 ottobre
h1730/1930
libreria “il filo”
via basento, 52, roma




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2.

aperitivo letterario per
IL TRENO VERSO IL RICORDO

di Stefano Gentile
+ una baraonda di amici & nobili intenti


sabato
17 ottobre
h1800/1930
enoteca “rivendita cioccolato & vino”
vicolo del cinque, 11A, roma




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questo è un libro, fatto di carta.

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