They’re Outta Time – Oasis
Una vecchia copertina a colori. Non era il fedelissimo NME, non era l’autorevole Q. Doveva essere quella merda del The Sun. Titolava più o meno così, facendo sadicamente il verso alle canzoni dell’ultimo album:
SOME MIGHT STRAY
Oasis: End Of The Story
C’erano due volti fami(g)liari per milioni, con quelle facce un pò così di noi che abbiamo visto Madchester, con quegli occhi un pochino abbottati dall’abuso di cocaina e alcohol, con quelle maglie da calcio un po’ così, di noi che tifiamo una squadra sbagliata, magari il secondo club della città, magari con la maglia celeste. Magari una squadra matta e perdente, che culla le poche e punte vittorie con un affetto sconosciuto presso lidi più fortunati. C’è una idiosincrasia irrisolvibile tra la maggior parte dei loro fan e gli Oasis, una contraddizione che si risolve o nel paternalismo o nell’idolatria.

Gli Oasis sono una storia di rivincita basata sull’arbitrio e la prepotenza, sull’arroganza e sulla sfacciataggine. Non è la storia di workin class heroes che si sono tirati su dalla periferia con il sudore della fronte e con il lavoro, ma a suon di azioni fondamentalmente sbagliate. C’è merito relativo, e sicuramente non c’è etica, c’è una morale da marciapiede, nell’ascesa dei Gallagher. La maggior parte di chi li ascolta, ne abbraccia i valori, ma proviene spesso da una classe sociale più agiata. La poetica della rivincita qui si esaurisce, e ci trasforma da bulli da raccordo in coattelli del Parioli. E uso non a caso geotag romani, in quanto gli Oasis sarebbero potuti essere di Roma, e nessuno avrebbe notato fa differenza.
Avremmo dovuto tutti ascoltare i Blur, colti, borghesi, intelligenti, lasciando marcire i Gallagher nella marmaille. Ancora adolescenti ci siamo lasciati sedurre dalle canzoni semplici, ma suonate e cantate con una convinzione tale da lasciare senza scampo gli ascoltatori meno avveduti.
Quando Noel Gallagher proclamò gli Oasis miglior rock & roll band del mondo, pensammo fosse una gigantesca sparata e vi credemmo ugualmente. Perchè tra il 1994 e il 2009, gente che fa rock & roll migliore, non si è vista. E se suonavano meglio, non avevano un oncia dei coglioni dei Gallagher, ai quali, a costo di una gran quantità di oscenità pubblicate, voglio anche render un omaggio lessicale.
So a cosa state pensando. I Pearl Jam, i Radiohead, i Muse, gli U2, chi vi pare, ha fatto musica migliore. Credo che i Pearl Jam abbiano uno standar qualitativo così alto, spalmato su così tanti album, da poterli paragonare ai Beatles. Ma nessuno di loro, ad eccezione proprio dei Beatles, faceva rock & roll. Noel è onesto, non dice le bugie.

L’attualità dice che la band, per l’ennesima volta, splitted. Si sono lasciati. Prima era una tragedia. Perchè ne avevamo bisogno. C’era bisogno di qualcuno che ci insegnasse a reagire. All’establishment? No, mon dieu, all’adolescenza. E per molti questo son stati i Gallagher, a volte con conseguenze censurabili. Dei tutori, i cugini più grandi. Che oggi si sciolgano, non conta. E’ l’equivalente gallagheriano della morte di Michael Jackson. E’ araba fenice. E’ distruggersi, lasciarsi, per consacrare la cronaca alla storia. La cosa peggiore che accadrà sarà sorbirsi delle magniloquenti celebrazioni postume, e poi, più tardi, arriveranno dei magnifici album solisti di Noel Gallagher, e il fratello ci stupirà con delle perfette, e molto apprezzate dai feticisti, imitazioni di George Harrison e John Lennon. Nota agli amici scommettitori. La carriera solista di Noel è quotata a 6, mentre un ricongiungimento post burrasca è dato 2 a 1. Le scommesse, non mentono mai, perchè sono la voce dei soldi.
Fw >> / we’re all sister & brothers /
Now, if you’ll excuse me I have a family and a football team to indulge. I’ll see you somewhere down the road. It’s been a fuckin’ pleasure. Thanks very much. Goodbye.
Noel Gallagher
Un autorevole commentatore a proposito di queste righe: “Se non piangi adesso, non hai un cuore”. E’ stata una cavalcata dove gli alti si sono rivelati insopportabili, con picchi difficilmente sopportabili di autocelebrazione, e con bassi irresistibili, per umanità, tenerezza, onestà e trasparenza. Questo articolo potrebbe essere un semplice collage delle dichiarazioni che ci hanno regalato nel corso degli anni. Molte sono note, altre sono perle nascoste. I più perversi ricorderanno Tony Blair, in fregola da consensi, spartire il banco con due noti drogati. Era la cool britannia. La gente sulla copertina del singolo di D’You Know What I Mean, stava per ricevere la notizia che i Labour avevano vinto le elezioni dopo anni di giogo destrorso.
I Gallagher hanno litigato come abbiamo litigato noi, o forse noi abbiamo litigato in quel modo perchè lo abbiamo visto da loro, hanno avuto le ragazze che abbiamo avuto noi, si sono innamorati e poi si sono lasciati e poi si sono innamorati di nuovo. Nel modo semplice, maldestro, infantile, non-complesso, con cui Noel culla la futura ex su un divano, rivedo me e i miei più cari amici. Questo articolo sta diventando una faccenda famigliare.

In strada, in giro, è difficile ascoltare frasi sopportabili sugli Oasis. Si oscilla dall’odio totale con spruzzate di snobbismo all’amore assoluto, alla venerazione carburata con puerile ignoranza. Trovare un equilibrio, è molto difficile, perchè gli Oasis non sono mai stati equilibrati. Ed è una band che non ha fatto nulla per tutelarsi. Gli stessi che millantavano la miglior musica dai tempi dei Beatles, ammettevano che il loro prossimo, attesissimo album (Be Here Now), fosse solo un mucchio di pub bollocks. Il loro Standing On The Shoulder Of Giants, probabilmente è il più bell’album brutto della storia. Presentato come il prodotto di una band allo sfascio è un interessante, e commovente, tentativo di cambiar rotta. L’acclamato per un pomeriggio Heathen Chemistry, invece, è il vero picco della band. Un album quieto, immotivato, pigro, trascurabile. Il passato è la fionda. E’ la stessa band ad erigere se stessa come metro di giudizio, risolvendo tutto con un ormai storico “miglior qualsiasi cosa dai tempi di Morning Glory“. Ho sentito tizi dire:”Robbie Keane è la miglior punta del Tottenham dai tempi di Morning Glory”.
Divagazioni supersoniche sulle droghe, la politica, l’Inghilterra, i Beatles, e le casalinghe inglesi che abbandonano le madri in ospizio e poi vanno a piangere Diana, Tony Blair che dovrebbe farli Ministri del Rock, Dio che non ha niente, solo gli Inspiral Carpets, il controverso rapporto tra Bono Vox e le balene, sulla riabilitazione che non vuol dire rasarsi la testa, indossare una tunica arancione e diventare buddhista. Una semplicità e una sapidità che sarebbero piaciute a PPP, gente da marciapiede, che con i milioni di sterline “compra regali alle persone care” – che genere di regali? – “uhm… case”.

Ben più drammatica, struggente, rovinosa, irrosoltà, fu la separazione tra i Libertines Carl Barat e Pete Doherty, perchè la maggior parte della storia doveva ancora esser scritta. La (presunta) dipartita dei Gallagher è invece la morte di una vecchia signora che aveva dato il suo, e cominciava a godersi la vecchiaia e i frutti di tanti, in realtà pochi, sacrifici. Questioni di rendite. E’ ora per andar solisti per i fratelli, sappiamo già come sono gli album. Dei Libertines, reunion o non reunion, non sapremo niente altro che l’abbagliante splendore che ci ha investiti per un momento. La lite tra Barat & Doherty aveva come sfondo temi come l’amore, anche carnale, la morte, la dipendenza. Noel & Liam gestiscono con famigliare spregiudicatezza le loro bagattelle ormai da anni. Tra due fratelli c’è un legame diverso che tra due amanti. I primi possono solo tirare avanti, i secondi scartare di lato e cadere.
Ci piace ricordare i due fratelli separati. Noel, che suona con gli Who Won’t Get Fooled Again, e saltella, si abbandona ad un entusiasmo di solito sconosciuto, perchè è felice e non sta più nella pelle.
Liam, che mosso da una spiritualità pagana e abbastanza semplice, si volta e prega il dio-stregone-tabù-totem John Lennon, durante il concerto di Wembley nel 2000, lo stesso in cui si presentò irrimediabilmente ubriaco, brandendo una bustina di tea (l’unica cosa con cui l’aveva lasciato la ragazza) e blaterando per tutto il tempo. Liam che ruba il tempo a Noel e dice per primo il titolo dell’ultima canzone, e poi festeggia tutto contento. E poi canta, dipana la sua voce, come un tappeto di chiodi, l’imperfezione, l’immobilità, estatica, con cui si volge alla foto di John. E dovrete essere empi, o molto tristi, per non vedervi amore. Un amore per quello che si ama. Il più puro, dunque.
Si è molto discusso delle modalità della separazione, a costo di migliaia di biglietti già venduti. Interventi ragionevoli e sensati, ma sono questioni che nessuno di quelli venuti su con la band si sogna minimamente di porsi. Per cedere all’estetica della fine, ci vorrebbe solo la certezza che fosse vero, ma già l’ala orbace de “La Fine Di Un’Epoca” si stende sui pensieri, sulle righe, e non c’è un minimo riferimento al pubblico. Son tutte questioni private.
Luca
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Corso Tascabile di Esistenzial-Minimalismo. Vol V, Cap. 3.




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