Soul Sailor knows best

September 3rd, 2009 in Summer gigs by Luca1 Comment

Per una volta, proviamo a parlare di musica. Forse. Non è  musica famosa. Ma è musica che esiste. Che puoi toccare, e spintonare, e anche prendere in giro.

Qui. All ‘Cause Of You. E qui.

 

premi il bottone.

 

Il mio primo incontro con Simon è avvenuto tre volte. In tutte e tre le occasioni era seduto all’angolo della stanza, la prima volta su una poltroncina, la seconda su un sofà e la terza su un letto. In tutte e tre le occasioni indossava impeccabili completi anni 70 e occhiali da sole alla Juliet Jake Blues. Era molto silenzioso ma per niente affatto invisibile. Pensai che era il tipo di persona che spinge gli astanti a darsi di gomito e chiedersi “chi cazzo è quello?“.

fai i tuoi bagagli. partiamo.

Esco a comprare un pacchetto di marlboro soft box. L’idea è tanto semplice quanto ingenua. La strada mi suggerirà cosa devo fare. La risposta è la strada. Vedrò siparietti, sarà pittoresco.

Scambiava opinioni e battute con il suo amico fotografo Fabio Lana e solo successivamente l’ho visto sorridere. Qualche incontro dopo arrivò a chiedermi in modo gioviale di bere del vino con lui e ubriacarmi. Una proposta oscena, nella sua nudità, nella sua scarna immediatezza.

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Di Simon ho subito pensato che sarebbe dovuto essere un folk singer con la latente tendenza ad andare elettrico, prima o poi. Non sapevo cosa suonasse, celato sotto il nome d’arte Soul Sailor, ma indubbiamente sapevo che suono avrebbe prodotto una chitarra, in mano sua. D’altra parte la sua attitudine non lasciava spazio a dylanianti dubbi su che genere di musica potesse fare.

In pieno giorno, un flash a livello sinaptico. L’asfalto diventa terra grassa di provincia. Il cielo sporco diventa nero orbace. Il rumore degli alberi è un feedback assordate. Sono in provincia. E’ un festival rock. Ci sono gli scarti del mainstream a spassarsela. La musica si confonde con il rombo di moto moderne, e dunque, volgari.

A molta gente, al giorno d’oggi, Bob Dylan non è simpatico. Lo chiamano “vecchio” e “rompicoglioni“. Solo pochi raminghi picareschi se ne vanno in giro a dire “sì, ascolto il menestrello di Duluth”. Sta diventando peggio della stregoneria, mentre
ispirarsi agli anni 80 (e spesso al lato più deleterio dell’estetica musicale del decennio) sembra essere diventata una cosa davvero fica. Dylan non fa niente per venire incontro a se stesso. Poco tempo fa è stato arrestato, perchè scambiato per un barbone da una poliziotta. La donna ha fatto bene. Dylan girava vestito come un adolescente di Seattle. Portava un caschetto di capelli biondicci.
Se non c’è vergogna a imbellettarsi come dei machi che si masturbano con chitarre glitterate, non vedo perchè dovrebbe esserlo dire che Bringing It All Back Home è semplicemente l’album più spietato, tenero e intelligente di tutti i tempi.

Un passo indietro. Le mani che tremano, le ginocchia che cedono, come agli antichi greci. Stringere i denti, perchè l’anima non voli fuori dalla bocca. Sedersi e girare la chiave. Un borbottio sommerso, è un vecchio motore, è una vecchia macchina. E’ una vecchia strada. E’ una pianura piena di granoturco, barbabietole, cani rangagi. La strada lentamente si mette il moto, e come un nastro pigro scorre sotto le gomme, rese morbide dal calore del giorno. Ora è notte, la natura sbollenta.

Fw >> / comin thro’ the rye /


 

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Soul Sailor, come tutti i buoni ribelli, è un reazionario. Solo un reazionario può farsi fottere dalla storia con l’onore, la sincerità e la linearità con cui Simon è rimasto “caught beneath the landslide“, dallo scorrere degli anni, delle mode e dei suoni. Se non si mette a fuoco la totale inopportunità, nel 2008, di essere un blues man e un folk singer che si ispira al secondo Dylan, non si può dire niente di sensato su Simon. E’ uno che con riluttanza e amore versa il suo tributo di sangue ai sixties americani di provincia.
Oltre a essere un individuo del tutto inopportuno e scarno, Simon, come la sua musica, è anche un essere umano subterraneamente molto talentuoso. Ha scritto due album, due album semplici, due album di chitarra e voce, armonica e talvolta seconda voce. Le percussioni sono ridotte all’osso, come se le uniche pelli che avesse a disposizione fossero quelle degli interni di una Ford modello T, sui cui sedili posteriori sono stati generati la maggior parte degli artisti da cui lui tra ispirazione.

Di notte, tutte le suggestioni sono bigie. Senza pudore, la mia provincia è il Midwest. Il Midwest è la mia provincia. La mia desolazione, la mie melanconia, la mia (para)noia sono quelle di Neil Young. Non hanno meno dignità. Aspetta. Rallenta, fermati. C’è uno spiazzo. Qualcuno ha scopato. O qualcuno le ha prese. Ora è vuoto. Accosta. Scendi. Sì. Hai capito.

Il primo album si chiamava Phoenix. Sono passati ormai mesi da quando l’ho messo nel lettore e ho iniziato ad ascoltarlo. Non avevo nessuna voglia di stare a sentire un tizio che fa del blues in Umbria. L’Italia stava per giocare contro l’Olanda. Alla fine del secondo album, The Lost Art Of Bleeding With Honour, l’Italia ormai fuori dall’Europeo, ero seriamento intenzionato ad alzare la cornetta e urlargli in piena notte: ”With Honour è la nuova Lost Art Of Murder. E non me ne frega assolutamente un cazzo se e a chi l’hai copiata!“. E potrebbe essere accaduto, e voi non lo sapreste mai. Sono cantilene da cui emerge un senso della retorica e della melodia estremamente asciutto, degno della migliore tradizione hoboe (potrebbe non scriversi così, ma dato che faccio riferimento a un ambito socio-culturale morto e sepolto e che tutti sembrano ritenere “non abbastanza influente”, non vedo perchè correggere).Con The Lost Art Of Bleeding ha davvero passato il segno. Raramente mi è capitato di ascoltare qualcosa di così sfacciato e nudo. Simon diventa Dylan, forza la voce, butta sul tavolo tutti i trucchi da baro che può conoscere un vecchio cane bastardo come lui. Non lesina su alcuna bassezza, pur di mandare in sollucchero noi reazionari.

Questo posto fa schifo. Il rock & roll è nato nello schifo. Il mio schifo, è uguale al loro. Perchè bramiamo lo schifo altrui? C’è la stessa poesia sbilenca, lo stesso mito e la stessa oppressione, in tutte le strade in mezzo al nulla del mondo. Cosa c’è di diverso? Io, te, noi. Quello che stai facendo tu. Quello che stiamo facendo. Ci stiamo limitando a guardare. Loro lo hanno fatto. Noi siamo pallide imitazioni di vita. Loro hanno costruito un ponte di stuzzicadenti attraverso l’inverno dello scontento. Lo hanno attraversato. Sono morti, caduti, sopravvissuti. Noi ci limiatiamo a guardare. Un ultimo sguardo alla Provincia, chi si è visto s’è visto. E’ ora di girare la macchina.

Country Man Left This World And My Lover Make Me Sad può forse aspirare al titolo mondiale, detenuto da Noel Gallegher, di una disciplina chiamata:”Lamentarsi a fine giornata” ed è un pezzo che vorrete sentire a casa del vostro amico, quando nulla va realmente male, ma è schiattato un tizio che stava a cuore solo a voi, e i vostri compari sono tutti in fissa con Gene Simmons o Sebastian Bach o qualche fighetta indie come Jarvis Cocker.

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E poi ci sono le cose aggressive, che “hanno tiro”, sono vibranti e astiose, le percussioni incalzanti che vanno di pari passo con le pennate. Non è il genere di canzone che si toglie di torno molto facilmente, e questo perchè Simon qui dice le parole giuste, con la giusta pronuncia. Ho sentito gente al di sopra di ogni sospetto chiedere “ancora, rimettila… ancora” e non capacitarsi della sua bellezza. La maggior parte della gente per bene neanche crede che questa canzone esista davvero. Ma se è notte, e sei mezzo a un campo di grano, o a fumare dalla finestra della tua stanza, tanti dubbi non hanno senso.

Dylan va elettrico sul palco. E’ forse il momento più cruciale della storia del rock. E’ sicuramente il più patetico, il più tenero. I’m looking thro’ you. Ora sali sul tetto della macchina. E’ il primo passo. E’ un esperimento. Ti dirò alla fine. Porta una chitarra. Suona Hound Dog di Elvis. Chiudiamo gli occhi e immaginiamo con forza quello che vogliamo. E’ la prima volta che viene suonata. Se lo desideriamo tutti insieme, è così. E’ la nostra Woodstock personale. “You ain’t nothin but a hound dog / Cryin all the time / Well, you ain’t never caught a rabbit / And you aint no friend of mine.”  

Qui, ora, avere a che fare con Simon vuol dire mettere da parte ogni rimostranza riguardo l’opportunità di suonare oggi questa musica, o smetterla di disquisire in fatto di tecnica, di esecuzione, di songwriting. Se lo fate siete degli individui spregevoli. Perchè questa musica crea quello che devono creare i buoni libri, i buoni film, i buoni album, e le persone con cui vogliamo rimanere quando tutti se ne vanno: l’atmosfera giusta.

Non è finita. Ora siamo dentro un pub. Non è un bel locale. Non significa niente. C’è il tuo amico che canta una cover di un gruppo italiano. E’ molto bella. E’ del tutto irrilevante. Aspetta. Trattieni il momento. C’è bisogno di qualcosa. Non tocca a me, non tocca a te. Ce la deve mettere lui. Fallo. “Lontani dal mondo / lontani abbastanza / lantano, lontano, lantano”. Lantano in greco vuol dire nascondo, essere lontani vuol dire nascondersi. Lantano, lontano. E’ successo qui, ora. E’ nostro. Mettiti qualcosa. Usciamo.

Un ragazzetto con una pettinatura orrenda, shakespeariana. Avrà sedici anni. E’ seduto nel buio di un’aiuola, vicino alla fontanella a cui voglio bere. He sits in a corner all alone / He lives under a waterfall 
No body can see him / No body can ever hear him call… Intona Nowhere Man. E’ la migliore esecuzione acustica del pezzo, di tutti i tempi. Mettila nella borsetta, mettila nella tasca dei jeans. E’ nostra. Il suo gemello, dall’altra parte della città, fa Wonderwall. E’ da solo, un palco immenso. Tra il pubblico c’è chi piange. E’ live. Ecco. Ora lo sai.Ora hai capito. Stiamo facendo una collezione. Costruiamo la nostra mitologia, la rubiamo ai bordi della nostra vita. Abbiamo i nostri concerti, i nostri going solo, le band si sciolgono. Live di cui nessuno saprà niente. Raccogliamoli, teniamoli da parte. Citiamoli. Se vai ad un concerto, non guardare il palco. Guarda il pubblico.

 

sinceramente vostro, Luca

 

Comin Thro’ The Rye

Coming Through The Rye.
O Jenny is all wet, poor body,
Jenny is seldom dry:
She draggled all her petticoats,
Coming through the rye!

Coming through the rye, poor body,
Coming through the rye,
She draggled all her petticoats,
Coming through the rye!

Should a body meet a body
Coming through the rye,
Should a body kiss a body,
Need a body cry?

Should a body meet a body
Coming through the glen,
Should a body kiss a body,
Need the world know?

Should a body meet a body
Coming through the grain,
Should a body kiss a body,
The thing is a body’s own.

 

 

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Author: Luca

Luca è nato nel 1982 a giugno, mese che continua, imperterrito, a citare. Lo fa, si direbbe, attratto dall'inebriante fascino del grano nella provincia italiana. Esperto di pezzi di molte cose, si specializza in guerra fredda e cappelli. Riuscendo nell'impresa di fondere le due cose con controverso talento. Spera che "The Walwian" possa, un giorno, essere stampato con torchio e caratteri mobili. SCRIVIMI

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Ad majora

Val Tidone

9/4/2009

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