Faber De Andrè

September 26th, 2009 in Summer gigs by Walwian0 Comments

Andrea Perrucci non esiste, là fuori, nella realtà. Esiste Perru, un giovane bardo beatnik in grado di vomitare tre sceneggiature contemporaneamente (scrivendone una con la destra, una con la sinistra, una con i capelli), importunare almeno un centinaio di persone su facebook e disseminare una quantità insondabile di citazioni e perle che andrà persa come lacrime nella pioggia. D’altronde Perru ha visto cose che noi umani non possiamo neanche immaginare. Eppure egli non è un crudele androide, ma un giovinetto dall’animo sensibile e delicato: il nostro tenero virgulto preferito.

Le nostre conversazioni si concludono sempre così:

“Ah, Perru, una cosa…”

“Dimmi capo!”

“Sei in gamba, ragazzo”.

L & M @ WALWIAN


ASPETTAMI FUORI DAL SOGNO

Aspettare fuori dal sogno Fabrizio De andrè significa attendere “mille anni al mondo, mille ancora” in questa triste realtà. Già, la triste realtà che viene riflessa nello sguardo disincantato e malinconico del più grande cantautore italiano del ‘900. Il suo verbo – perché di Verbo si può parlare in quanto unico vero Dio della nostra musica – ha trascritto, fra le note della sua chitarra, negli ultimi quarant’anni, storie di sconfitti, di anti-eroi, di puttane, di falsi e straccioni, di amanti perduti, di morte e di solitudine. Il tutto mescolato in un sound a volte discreto a volte feroce, sommesso ma anche folkeggiante arricchendosi in un’atmosfera magica e senza tempo mentre il Nostro viaggiava in una “direzione ostinata e contraria”. Dal suo primo “Volume 1” (1967) all’ultimo “Anime Salve” (1996), Faber non ha mai avuto paura nel cimentarsi in ruoli musicali tanto differenti fra loro toccando l’apice artistico in quel calderone suggestivo e memorabile che fu “Creuza De Ma” (1984) in cui se chiudi gli occhi vedi Genova, il Mediterraneo e i pescatori che con le loro barche tornano al porto mentre il sole dietro di loro cala come se fosse l’ultimo dei loro primi futuri giorni. L’effetto che produce nei cuori nostri Fabrizio De Andrè è probabilmente quel “Mi Illumino d’Immenso” che trabocca sulla lingua del poeta Giuseppe Ungaretti, per poi fermarsi lì, nell’infinito.

SOLO LA MORTE MI HA PORTATO IN COLLINA

“Il tratto di vita in cui viviamo è minimo. Infatti tutto lo spazio rimanente non è vita, ma tempo”. Così scriveva Seneca nel suo “Della Brevità della vita”. Faber avrebbe canticchiato questo concetto eterno nelle canzoni che compongono il suo “Non al denaro, non all’amore, né al cielo” (tratto dall’Antologia di Spoon River di E. L. Masters). La morte di alcuni personaggi dalle svariate vite come semplice passaggio esistenziale, dalla fatica di vivere al riposo perpetuo. Faber non disprezzava la morte, ci conviveva come noi conviviamo sotto ad un sole cocente con la nostra ombra. “Tutti morimmo a stento” avrebbe partorito il Nostro nel ’68, forse l’esempio più lampante del realismo del cantautore, in cui la pietà per drogati, impiccati, donne traviate stupra il cuore in un “sordo lamento”. L’affanno interiore di un male d’essere straordinariamente trattato: unico degno paragone di questo Faber sconsolato è Foscolo con i suoi “Sepolcri”, ma anche l’Eugenio Montale degli Ossi Di Seppia.

NON FOSSI STATO FIGLIO DI DIO

La preghiera di Faber verso il cielo è profana, blasfema, eretica e vuota come l’atmosfera di una chiesa sconsacrata. Assieme al tema della morte il Nostro punta l’indice su Cristo e la religione cristiano-cattolica, verifica apocrifa sposata a perfezione nella “Buona Novella” (1969): Gesù come uomo, non spirito ma carne, non divinità ma amicizia. Cristo come un sessantottino, un rivoluzionario che ha portato la gente a credere in qualcosa. E l’urlo straziante e lamentoso di Maria che dice “Non fossi stato figlio di Dio t’avrei ancora per figlio mio” è l’accusa che De Andrè pone alla Chiesa, la divinizzazione di un uomo per una causa troppo più grande per lui, la redenzione dell’umanità intera.

Fw>> Volta la carta

PROPRIO COME GLI IDIOTI CHE MUOION D’AMORE

L’amore è visto da Faber come un magnete dal potere talmente grande da ridurre una persona schiava e in uno stato illusorio. “Amore che vieni, amore che vai”: non c’è alcun equilibrio nell’amore, neppure quando si tratta dell’erotismo estremo di ragazze che affrontano chi l’odore greve della strada come Bocca di Rosa, chi le animalesche voglie di giovani e rampanti amanti come Jamin-a o Princesa. La summa di questo disequilibrio folle sta nella sua “Ballata dell’amore cieco” dove un amante si uccide per la sua ragazza. L’amore come morte, quindi. La morte come fine dell’amore. L’amore in carne ed atomi, come una reazione chimica che esplode ne “Un Chimico”.

QUANDO SI MUORE SI MUORE SOLI

Quando il protagonista soldato de “La guerra di Piero” muore in primavera fra i campi di grano in piena solitudine ci si accorge che la visione di Faber per il mondo degli sconfitti non ha limite alcuno. “La solitudine, che bella compagnia”, canterà con Fossati nel capolavoro “Anime Salve” (1996). Il silenzio come amico, come maschera pirandelliana, come voce della nostra coscienza. La paura di Fabrizio per l’invadenza contro qualcuno o qualcosa di più superiore a noi, un senso di inferiorità malinconico che trova sfoggio nella cover brassensiana de “Le Passanti” in cui ci si lascia sfuggire il carpe diem della vita, l’amore, rimanendo così in una solitudine “in cui il rimpianto diventa abitudine”, il tutto condensato in una poesia ai massimi vertici creativi. D’altronde la nostra vita è un tram che va riempito.

DALLA MIA RIVA

“E ‘nte ‘na berretta neigra,
a teu fotu da fantinn-a
pe puei baxa ancun Zena,
‘nscia teu bocca in naftalin-a”

“E in una berretta nera la tua foto da ragazza per poter baciare ancora Genova sulla tua bocca in naftalina”

Fra la musica e la musica di Faber ci sono due sponde, due coste insormontabili.

Andrea Perrucci |


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Author: Walwian

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