Backspacer / Pearl Jam
E’ il bordo della pensilina. E’ il punto dove l’asfalto s’infrange contro il marmo sintetico. E’ l’onda bollente congelata del fluido. Lei sta in piedi, lambita dalla schiuma sporca e immobile. E’ la tua Venere personale. E’ tutto quello che puoi desiderare. Forse, è tutto quello che esiste. Sta in piedi. E’ alta. E’ bionda. Indossa un vestito a fiori, crema con minuscole esplosioni di un rosso morto qualche scopata fa. Ha belle gambe, affondano e sciacquano in stivali di pelle di pitone, scuri, très country. E’ una vera bellezza. Ha tinto i suoi capelli in fretta nella roulotte di una amica, a Topeka, Kansas. Se ne sta lì, come in un fotogramma, come in una illusione ottica, stampata su un libretto francese, insieme alla sagoma di un cavallo al galoppo. Nota le braccia. Nota gli occhi stanchi. Nota le labbra e il rossetto da quattro soldi. Nota la rotondità. Nota la pancetta. O è in cinta, o beve birra. In tutti e due casi, non è una questione secondaria. E’ una macchina del tempo. E’ un fossile. Vive seduta sul tasto rewind, con le gambe penzoloni, come una bimba. Calca sul tasto. Fa clack.

Sono i primi anni 90. Sovrabbondanza di petrolio e stazioni di servizio. Sovrabbondanza di cassette a nastro, camice da boscaiolo. L’eroina striscia ancora nell’ombra. Lo stato di Washington è una doccia pacifica e una grande ditta di computer sta diventando daaavero grande. Seattle non è ancora Seattle, i Sonics cazzeggiano. Sono il Nantes americano. Ai francesi uno scudetto, una NBA per i Sonics. Ma solo dopo. Devi aspettare. I Sonics spartiscono con i francesi le precipitazioni oceaniche, le eliminazioni premature, le glorie estemporanee e floreali. Eddie V sfama macchine di grossa cilindrata con la sua grossa pompa. Eddie V si annoia e scrive testi per una musica che ancora non conosce.
Non guardare il gruppo che suona. Guardati intorno. Scendi con lo sguardo dal palco, in retromarcia. Sfiora e passa sopra tre gradi di complessità. Visioni retrograde. Ecco il pubblico che entra nel palazzetto. Ecco il pubblico per strada. Cavalli. Sono i discendenti di quelli che si sono caricati sulle spalle il pezzo più speranzoso e puzzolente della western civilization e l’hanno portato dall’altra parte. Ora scalpitano su strade ortogonali, à la moda dei Romani. Difendono con la stessa indefessa purezza i sogni e l’impero. A bordo degli animali, legionari con le pettorine gialle del Seattle Police Department. Quello che poi diventerà il Popolo di Seattle, che diventerà il movimento no global, non sono altro che i fan dei Pearl Jam, che fanno a botte con la polizia. Si cominciano a diffondere parole come World Trade Organization e “globalizzazione”. E’ la novità di giornata. E’ un problema esotico. E’ in giro, in realtà, da quando i Neanderthal hanno perso contro i Sapiens Sapiens. Da quando dalla Numidia arrivavano schiavi in Europa. Da quando Alessandro Magno ha superato il Kafiristan e ha detto:”Bel continente, lo voglio“.

Fw >> / riding with the king /
Eddie V ha passato un decennio a sfornare album di altissima qualità. Molto rock, poco roll. Probabilmente, non ha suonato che mezza nota che avessere a che fare con il grunge. Probabilmente, ha fatto musica popolare americana. L’ha scritta, l’ha creata. L’ha suonata e l’ha portata in giro. L’ha scodellata calda sui piatti di ogni singola tavola calda da Seattle a New York, l’ha recapitata con un furgoncino della FedEx in ogni merdosissima camera di adolescente del pianeta. Senza mai dirlo esplicitamente, ha tenuto uno standard creativo, sorretto da una band che può essere definita “indefessa”, “fedele”, “coesa”. Eddie V e Pearl Jam sono stati il più grande gruppo rock dei 90s.
Dal grunge (forse le uniche band veramente grunge sono state i Soundgarden e gli Alice in chains) i Pearl Jam sono sempre fuggiti (super)sonicamente. Hanno sempre avuto la tendenza a impelagarsi in testi magnificamente oscuri, strade verso l’inferno lastricate di frustrazioni e impotenza. Nel booklet dell’edizione italiana di Yield c’era un foglio dall’impaginazione elementare. Sopra c’erano i testi in italiano ed una interessante nota di Eddie V, che si dichiarava stupito per la cupezza delle traduzioni dei fan. Sconcertato dal tono negativo che emergeva costantemente da quelle interpretazioni, nel sottoscrivere l’operetta, Eddie V pensò di rilanciare il significato originale del messaggio. Ma con questo gesto di cura e premura, Eddie mise in luce una volta di più la sua schizzofrenia e quella delle intenzioni della band “più coerente di tuttti i tempi”. Questo contrasto, questa dicotomia, tra la cupezza grunge delle parole, e le vibrazioni, le scosse, i giri della musica e dei suoni, ha accompagnato il propagarsi del serissimo rock (più roll di quel che pensi) dei Pearl Jam, nelle camere di adolescenti europei, durante i giorni dell’11/9, nell’inverno del nostro scontento, mentre aspettiamo l’arrivo della chiatta sulla riva del fiume, come degli Huckleberry Finn, il cadavere di Tom Sayer al nostro fianco.
“State Of Love And Trust come molti altri capolavori dei Pearl Jam viene elisa dalla discografia ufficiale e compare sono nei live”
“ciTUzionismo, l’arte di citare il tuo interlocutore, con cui intrattieni un rapporto di amicalità.”
Eddie V prima scrive i testi e poi le canzoni. A chiunque altro verrebbe un emerito schifo. A lui riesce dai tempi della demo di Oceans. Eddie V ha sbagliato, se per sbaglio intendiamo l’atto di gettare grandi energie in imprese che sono fallite. Dopo la nascita del popolo di Seattle, come sempre, come ogni volta, l’America reagisce ripiegandosi su se stessa. La Summer of Love partorì un bel mandato presidenziale per Richard Nixon (uno dei dieci migliori presidenti della storia degli U.S.?). Eddie V si inerpica in cima e urla come un’acquila orgogliosa e speritcata. Vuole il cambiamento. A suo fianco c’è l’Hollywood intelligente e quella sinistroide di Michael Moore, gli intellettuali che vivono sulle coste e le persone di buona volontà. Raccolgono due delusioni di dimensioni epocali. Doppio mandato a Re George II. Al Gore messo a sedere con una bella finta a rientrare, un trucchetto di schede bucate. Il gigante dai piedi di argilla. La grande democrazia non semplicemente affossata dai brogli, ma prima ancora da un (sotto)proletariato, che, carte alla mano, ha serie difficoltà a punzonare correttamente una scheda elettorale. Per chiunque fossero stati quei voti desolantemente persi, crudelmente non conteggiati, il problema è a monte. L’élite non tollera l’analfabetismo assoluto che dovrebbe debellare. Hoover diceva che la mafia non esisteva. La Corte Suprema non riconosce ai cittadini il diritto di essere ignoranti ai limiti del sottosviluppo.

Secondo round, la volta buona. Kerry è sposato con la figlia del magnate del dentifricio. A riguardare indietro, sarebbe stato meglio che lo avessero soffocato nella culla delle primarie. All’epoca c’era lui, e la foto sbiadita accanto a John Lennon evidentemente non ha toccato le corde intime della maggioranza, quell’America ultraconservatrice che campa in mezzo al continente, sbigottisce ad ogni increspatura della storia, sbiascica preghiere razziste nella notte della ragione. Stupidi, stupidissimi noi, a illuderci. Kerry affondò senza batter ciglio.
Nel mezzo, all’improvviso, Into The Wilde. Riconfigura il Giovane Holden, ridisegna l’epopea del pensiero altro di un intero continente.
Eddie V si ritira su un’isola, e lo sentimmo complice quando dichiarò che desiderava solo starsene sul bordo di un’isola, e guardare le balene passare, visto che a loro non gliene fregava niente di chi fosse lui. Per lunghi anni ho temuto di vedere Eddie V accanto ad una donna scialba. Volevo che si prendesse qualche lusso, dopo tanto impegno, dopo tanta intensità. La politica, fa male al letto. I lunghi discorsi di politica appassionano e spompano. Rimane nell’aria un senso di esausto livore. O rassegnazione, o compiacimento masturbatorio per quel che si è detto. L’amour è estetica, la politica è pragmatica. Raramente mi sono sentito sollevato come quando ho letto che Eddie V stava andando a letto con Giselle Bundchen. In realtà era Jill McCormick, una che un paparazzo distratto può scambiare con Giselle, dunque, va bene. Hanno un paio di ragazzine dai nomi deliziosi, va benissimo così. Curiosamente, come l’élite dell’intrattenimento ha assunto una posizione leggermente più defilata nella battaglia politica, lasciando ai repubblicani gli show con azzimati cantati country, garrulli e clowneschi, i democrats hanno messo di nuovo la testa avanti. Per un attimo, per un pugno di voti, quanto basta.
Ed Eddie V sbraca, si sgonfia, si lascia andare. Ha figlie piccole, ha vinto. Indirettamente, ma ha vinto. Il più grande movimento giovanile degli ultimi quindici anni è ruotato intorno a lui. Ha preso un pezzo di carta. Non ha dovuto fare un album con la preoccupazione principale di dire che Re George II era un emerito stronzo. Ha scritto le parole, la musica è venuta, come sempre. E’ logoro, è finito. E’ stanco e ha buttato ogni libbra di carne in pasto agli eventi. Ora risale sul palco. Le chitarre riprendono a tirare per conto loro, non soggiogate dal messaggio. E’ una cavalcata selvaggia, splendente, rutilante. La polvere della macerie viene spazzata via dal cofano della Mustang. Eddie V è il primo ad aver inchiodato davanti a Ground Zero, il muso tra i rottami, il cuore su una picca. E’ anche il primo ad essere salito in auto e tirato giù il freno a mano, e via. Perchè su una pietra che rotola, non si fa la muffa.
L.



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