The Walwian Media Journal
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ASPETTAMI FUORI DAL SOGNO

Aspettare fuori dal sogno Fabrizio De andrè significa attendere “mille anni al mondo, mille ancora” in questa triste realtà. Già, la triste realtà che viene riflessa nello sguardo disincantato e malinconico del più grande cantautore italiano del ‘900. Il suo verbo – perché di Verbo si può parlare in quanto unico vero Dio della nostra musica – ha trascritto, fra le note della sua chitarra, negli ultimi quarant’anni, storie di sconfitti, di anti-eroi, di puttane, di falsi e straccioni, di amanti perduti, di morte e di solitudine. Il tutto mescolato in un sound a volte discreto a volte feroce, sommesso ma anche folkeggiante arricchendosi in un’atmosfera magica e senza tempo mentre il Nostro viaggiava in una “direzione ostinata e contraria”. Dal suo primo “Volume 1” (1967) all’ultimo “Anime Salve” (1996), Faber non ha mai avuto paura nel cimentarsi in ruoli musicali tanto differenti fra loro toccando l’apice artistico in quel calderone suggestivo e memorabile che fu “Creuza De Ma” (1984) in cui se chiudi gli occhi vedi Genova, il Mediterraneo e i pescatori che con le loro barche tornano al porto mentre il sole dietro di loro cala come se fosse l’ultimo dei loro primi futuri giorni. L’effetto che produce nei cuori nostri Fabrizio De Andrè è probabilmente quel “Mi Illumino d’Immenso” che trabocca sulla lingua del poeta Giuseppe Ungaretti, per poi fermarsi lì, nell’infinito.

SOLO LA MORTE MI HA PORTATO IN COLLINA

“Il tratto di vita in cui viviamo è minimo. Infatti tutto lo spazio rimanente non è vita, ma tempo”. Così scriveva Seneca nel suo “Della Brevità della vita”. Faber avrebbe canticchiato questo concetto eterno nelle canzoni che compongono il suo “Non al denaro, non all’amore, né al cielo” (tratto dall’Antologia di Spoon River di E. L. Masters). La morte di alcuni personaggi dalle svariate vite come semplice passaggio esistenziale, dalla fatica di vivere al riposo perpetuo. Faber non disprezzava la morte, ci conviveva come noi conviviamo sotto ad un sole cocente con la nostra ombra. “Tutti morimmo a stento” avrebbe partorito il Nostro nel ’68, forse l’esempio più lampante del realismo del cantautore, in cui la pietà per drogati, impiccati, donne traviate stupra il cuore in un “sordo lamento”. L’affanno interiore di un male d’essere straordinariamente trattato: unico degno paragone di questo Faber sconsolato è Foscolo con i suoi “Sepolcri”, ma anche l’Eugenio Montale degli Ossi Di Seppia.

NON FOSSI STATO FIGLIO DI DIO

La preghiera di Faber verso il cielo è profana, blasfema, eretica e vuota come l’atmosfera di una chiesa sconsacrata. Assieme al tema della morte il Nostro punta l’indice su Cristo e la religione cristiano-cattolica, verifica apocrifa sposata a perfezione nella “Buona Novella” (1969): Gesù come uomo, non spirito ma carne, non divinità ma amicizia. Cristo come un sessantottino, un rivoluzionario che ha portato la gente a credere in qualcosa. E l’urlo straziante e lamentoso di Maria che dice “Non fossi stato figlio di Dio t’avrei ancora per figlio mio” è l’accusa che De Andrè pone alla Chiesa, la divinizzazione di un uomo per una causa troppo più grande per lui, la redenzione dell’umanità intera.

Fw>> Volta la carta (more…)

"> Pallina, oggi pure, giraffe, al tuo pari.

La notizia. E’ morta la Pallina, la giraffa.

Bioparco di Roma – La giraffa Pallina è morta stanotte per le complicazioni di un trauma cranico (come Jfk, ndr), seguito ad una tanto fortuita quanto rovinosa caduta dell’avventato animale. Secondo i testimoni Pallina stava giocando, quando è inciampata, caduta, e ha sbattuto la testa. Inutili i soccorsi. La giraffa è deceduta all’una di questa notte, mentre a Dallas era tardo pomeriggio.

L’epitaffio. Coccodrillo di una giraffa.

La morte di Pallina ci colpisce nel vivo. Come noi, anche lei era rinchiusa, inconsapevolmente felice, in un recinto, all’interno del quale giocava. La morte l’ha colta all’improvviso, mentre non stava facendo nulla di produttivo. Il suo collo lungo le permetteva di vedere oltre, come se fosse sulle spalle dei gigantE, sulle quali pure noi aneliamo di issarci. Tra di noi che facciamo Walwian, nessuno escluso, serpeggia l’amara consapevolezza che questo luttuoso evento non sia altro che un vaticinio. La triste vicenda di Pallina, è un monito per tutti noi, e per te, al pari nostro, reader.

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Noialtri, ovvero io, si vive bene così, intrecciando chiacchiere e facendo stupidaggini, e non è che sia proprio così, ma figuriamoci se mi metto a sbandierare la parte seria. Dunque, me ne stavo al calduccio, e anche al riparo dalla vanità del mondo, se ci tenete a saperlo. Dovete sapere che mi son fatto comprare dai miei creatori uno di questi moderni gingilli per telefonare, così, se prima ogni telefonata mi giungeva come un novembre umido e piovigginoso, adesso rispondo come un sol uomo, e per di più incerto sull’esistenza di un domani.

Insomma, risposi al telefono.

-Ti disturbo? Devo dirti una cosa.

-Che è accaduto?!

-No, no, figliolo, tranquillizzati. Volevo solo dirti che al Palasport dell’Eur c’è un bell’evento. Viene a parlare il molto onorevole Gian  Luigi Bersani, alla testa dei suoi del Partito Democratico. Ecco, vorresti farci un bel salto, carino?

-Sì, certamente, senza meno.

-Bene.

-Bene.

Clak, clik.

Ora, non è che io sia riconosciuto dai miei pari, come quello men pigro. Nè sono il più entusiasta. E vi stupirà, ma nenache il più lesto. A dispetto del vostro naso, non son neanche dotato di una grande anima civica, e se non fosse per la residua credenza nello stato di diritto, mi trovereste per strada a buttar giù il cappello a tutti quelli che incontro. Ma readers, dovete saperlo: se intravedo all’orizzonte la gobba bianca di una bella burla, di una avventura da ridere, mi fiondo come i pescecani dai grandi bulbi oculari, sui banchi di sardine di passaggio nel Mar dei Sargassi. Chiamatemi dunque Gonzo.

Call me Gonzo.

L’Ottocento lo lascio a casa, che la fuori è un brutto mondo, e rimetto l’anima e la penna a qualcosa di più consono. Fuori piove, o comunque fa una finta piuttosto credibile. Il tempo cazzeggia. Le nuvole fanno avanti e indietro. L’acqua viene giù. L’acqua inzuppa e non bagna. La giacca di pelle brilla. I fari brillano. Tutto quanto è illuminato. È corrente elettrica. È roba moderna. Precisa meccanica. Guarda la gente. Guarda le stronzate che si mischiano fino a diventare vere. Un pacchetto di sigarette, mezzo vuoto. Un cellulare per scrivere, mezzo scarico. Un accendino Zippo. Un accendino Bic. Un quarto d’incazzatura e tre parti di speranza. Un’ultima occhiata alle righe del Dottore e chi s’è visto s’è visto.
non c'è tutto nei grattacieli

La metro sferraglia. Da quando c’è in giro la suina, le paronie si moltiplicano. Il ragazzo arabo con lo zainetto, si farà saltare in aria, ruberà il mio lavoro, o mi contaggerà? Adesivi underground ovunque. Sono stupidi. Sono falsi. Sono noiosi. Il viaggio vola via. Teoria della relatività, benvenuta. Fisica classica, fanculo.

Sei vestito male. Sei in divisa da cretino. Attento, nota  l’idiosincrasia: sei vestito da te stesso. Indossi una maglietta di una rivista che si chiama come un gruppo, che si chiama come un vecchio detto del cazzo (non è vero, è un bel detto).

Secondo me non sei vestito male. Dovresti fermare un passante dall’aspetto gentile e chiedere a lui. Vedrai.

Fw >> / vedremo /

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"> [youtube=http://www.youtube.com/watch?v=Kh82mhL3SWE&rel=0&w=200]

 

E’ il bordo della pensilina. E’ il punto dove l’asfalto s’infrange contro il marmo sintetico. E’ l’onda bollente congelata del fluido. Lei sta in piedi, lambita dalla schiuma sporca e immobile. E’ la tua Venere personale. E’ tutto quello che puoi desiderare. Forse, è tutto quello che esiste. Sta in piedi. E’ alta. E’ bionda. Indossa un vestito a fiori, crema con minuscole esplosioni di un rosso morto qualche scopata fa. Ha belle gambe, affondano e sciacquano in stivali di pelle di pitone, scuri, très country. E’ una vera bellezza. Ha tinto i suoi capelli in fretta nella roulotte di una amica, a Topeka, Kansas. Se ne sta lì, come in un fotogramma, come in una illusione ottica, stampata su un libretto francese, insieme alla sagoma di un cavallo al galoppo. Nota le braccia. Nota gli occhi stanchi. Nota le labbra e il rossetto da quattro soldi. Nota la rotondità. Nota la pancetta. O è in cinta, o beve birra. In tutti e due casi, non è una questione secondaria. E’ una macchina del tempo. E’ un fossile. Vive seduta sul tasto rewind, con le gambe penzoloni, come una bimba. Calca sul tasto. Fa clack.

Eddie's last stand

Sono i primi anni 90. Sovrabbondanza di petrolio e stazioni di servizio. Sovrabbondanza di cassette a nastro, camice da boscaiolo. L’eroina striscia ancora nell’ombra. Lo stato di Washington è una doccia pacifica e una grande ditta di computer sta diventando daaavero grande. Seattle non è ancora Seattle, i Sonics cazzeggiano. Sono il Nantes americano. Ai francesi uno scudetto, una NBA per i Sonics. Ma solo dopo. Devi aspettare. I Sonics spartiscono con i francesi le precipitazioni oceaniche, le eliminazioni premature, le glorie estemporanee e floreali. Eddie V sfama macchine di grossa cilindrata con la sua grossa pompa. Eddie V si annoia e scrive testi per una musica che ancora non conosce.

 

Non guardare il gruppo che suona. Guardati intorno. Scendi con lo sguardo dal palco, in retromarcia. Sfiora e passa sopra tre gradi di complessità. Visioni retrograde. Ecco il pubblico che entra nel palazzetto. Ecco il pubblico per strada. Cavalli. Sono i discendenti di quelli che si sono caricati sulle spalle il pezzo più speranzoso e puzzolente della western civilization e l’hanno portato dall’altra parte. Ora scalpitano su strade ortogonali, à la moda dei Romani. Difendono con la stessa indefessa purezza i sogni e l’impero.  A bordo degli animali, legionari con le pettorine gialle del Seattle Police Department. Quello che poi diventerà il Popolo di Seattle, che diventerà il movimento no global, non sono altro che i fan dei Pearl Jam, che fanno a botte con la polizia. Si cominciano a diffondere parole come World Trade Organization e “globalizzazione”. E’ la novità di giornata. E’ un problema esotico. E’ in giro, in realtà, da quando i Neanderthal hanno perso contro i Sapiens Sapiens. Da quando dalla Numidia arrivavano schiavi in Europa. Da quando Alessandro Magno ha superato il Kafiristan e ha detto:”Bel continente, lo voglio“.

 

hairdo

 

Fw >> / riding with the king /

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"> Quello che segue è un quasi racconto. Manca la trama.

È stato scritto con uno smart phone che, in quanto smart, si è sentito in dovere di modificare un buon numero di parole a suo piacimento. Le ho lasciate così, per due ragioni.

La prima è che, tristemente, al momento di rileggere non ricordavo più cosa volessi scrivere.

La seconda, è che ho voluto lasciare che questo flusso fosse il risultato esplicito dell’interazione uomo-macchina. Un ibrido che rappresentasse la via mediata d’interpretazione del mondo. È il filtro che scavalca l’interpretante e dà la propria visione delle cose e se questa visione pare illogica, è semplicemente colpa nostra che non siamo abbastanza smart da capirla.

Walwian dovrebbe parlare di musica: “Peach, Plum, Pear” di Joanna Newsom. E poi qualunque cosa degli Os Mutantes.

Salutorget è un posto reale, che esiste e che è abitato da quelle stesse creature di cui parlo. Sembrano schive e burbere, ammantate di tristezza. Sono solo timide. Per incontrarle, basta volerlo fare.

In-Salutorget

Con il cellofan attorno al cervello. Vergini che fanno capriole tra le betulle urbane. Germogli di freddo e sudore tra i brividi. L’uomo con le palle marce che ciondola nella strada laterale si lecca le abrasioni con una lingua felina. La tiene con due dita, avvolta in un pezzo di carta da macellaio. È carta oleosa, con dei chiassosi decori ortodossi.

Cade polvere d’oro dalle nuvole. Le ombre di edifici trasparenti si allungano sui crisantemi di Salutorget. Il passo lungo dei neonati dentro i loro abitini rosa e blu da parata. In testa il generale neonato, con il ciuccio del comando. Da grande avrà i denti storti e da vecchio non ne avrà più del tutto. Ma a chi importa? Forse i vecchi non esistono. Lo stavano dicendo nel video giornale del mattino. “i vecchi non esistono. Scoperto il segreto della dominazione gradevole”. Io certe volte il video giornale non lo capisco. Cioè, io non lo capisco spesso, molto spesso. È che sono distratto dal grande caldo del paese di freno. L’odore dei crisantemi mi strappa le narici. Vedo auto sportive che si muovono in una lenta e fumosa processione. Auto americane, con grossi cofani aerografati e fari luminosamente accesi. Qualche volta mi fanno piangere, quando ne stringo una al petto e mi ferisce con gli speroni.

La luce è spesso viola, qui a Salutorget. È così e basta e, noi che moriamo qui, abbiamo smesso di farci domande.

Non sapete quanto sia difficile. È quando muori che ti vengono le domande. Le domande a cui non sai rispondere e a cui non sanno rispondere quelli con la faccia appesa sopra le tue spoglie. Le spoglie rivestite meglio di quanto non avessi mai fatto in vita. L’ho scritto, o meglio l’ho dettato al vento, che quando il macinino a tim tum che ho sepolto sotto le ribs smette di tum tumtare, di lasciarmi nudo come sono e di non provarci neanche a mettermi quelle cose nere da morto addosso. Lo so che i morti sono tutti uguali, soprattutto dopo un po’, ma fidatevi che dite e credete a una cazzata. I morti non sono tutti uguali. Certi mi fanno piangere, certi mi lasciano indifferente, anche se proprio indifferente non riesco a esserlo mai. C’entra sempre il nero vuoto al di là del tum tum. Conosco un pacco di bifolchi che hanno chiesto, prima di spegnere il macinino, “dove minchia sto andando?”. Ebbene, nessuna cazzo di risposta zero niente di niente e il macinino si spegne e tanti saluti. E poi li vedi, ogni volta, con le stesse facce appese che gli augurano buon viaggio. Ma per dove? Gli chiedo. Appendono le facce alla mia domanda e allora la domanda crolla e non significa più un cazzo di niente manco quella.

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Di funerali grotteschi e celebri ultimamente il mondo ne ha visti di magnifici ed indimenticaabili. Dalle nostre parti ci ha lasciato Mike Bongiorno. È stato sepolto da una risata. È morto d’infarto in un hotel della Costa Azzurra, e mi viene da dire che per i più severi di noi, quella non conti neanche come “morte”. È più di un contrattempo durante una lunga vacanza. Ma le cose sono già abbastanza grottesche, e il mondo comincia ad assimilare il ruolo dei becchini alle abitudini delle iene.

 

“E’ morto il padre della televisione italiana”

In un silenzio assordante, guardare il nostro Vaso di Pandora nazionale. I brividi lungo la schiena. Brividi da imbarazzo e orrore. Bongiorno non era il padre della televione italiana, che ormai è tempo di cominciare a definire come il peggio realizzato e contemporaneamente piu pericoloso prodotto mediatico concepito dalla western civilization (la cinepropaganda nazista era esteticamente splendida, e il teaser per le Olimpiadi di Berlino fa sembrare la roba di Pechino la sigla di Giochi Senza Frontiere).

Mike Bongiorno è scampato ad un campo di prigionia e sgomitato un bel po’ per venire fuori, nel tempo di mezzo tra la carta stampata e la prima Rai. Per tutto il tempo non ha fatto nulla per essere migliore di quello che la mediocrità del suo ruolo gli ha imposto di essere. È vissuto felicemente in un habitat naturale che lo ha espulso in quanto vecchio e stanco. Il Figlio Del Tiranno lo ha fermament pensionato.

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Lo Zio d’America della tv italiana ha avuto funerali importanti, come spetta ad un senatore a vita di una telecrazia. Fiorello, un buon entertainer che viene puntualmente chiamato “genio” perché ha saputo riduepuntozerare la sua satira innoqua da animatore estivo, ha fatto l’imitazione del morto al funerale. Pippo B, con il cerone andato, come Krusty durante la celebre esecuzione di “Fate entrare i clown“, ne ha cantato le lodi, più che seppellirne il corpo. È probabile che da queste righe venga fuori un moralismo puritano, vagamente protestante, apprezzabile giusto da qualche fan della controriforma, e una sobria e pedante via alla sepoltura dei morti.

 I pretini di Fellini attraversano tutti in fila, con le tonache mosse dal vento. E il vescovo segue la matrona, e l’attore la mignotta tout court. E poi i pagliacci, il regista, le manine di primavera nell’aria. È un paese felliniano, un onirismo declinato in salsa grottesque, dove il sesso si mischia con il rossetto sbafato e l’inchiostro di giornale, il trucco pesante con i trucchi pesanti. Prigionieri di un sogno, come i romanisti, che in curva si dicevano eredi di un grande impero. Siamo così, eredi, e dunque figli, di un impero fortissimamente voluto. Dopotutto, siamo a questo punto, pubblicamente parlando, perchè ci siamo arrivati tramite una via molto legata all’entertainment. La televisione ci piace da morire, ha fatto colpo su di noi, più che su tedeschi, inglesi, francesi. Siamo un enorme laboratorio, siamo l’ampolla e la boccia di cristallo d’Europa. Quello che si verifica sotto forma di farsa da noi, la Storia lo ripropone tragicamente ai nostri, più o meno lontani, cugini seri.

aggressioni

 

Fw >> / poche e punte righe in punto del punto /

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">  § da Manhattan, un tributo a W.A. §


Capitolo Primo.

Adorava Roma. La idolatrava smisuratamente. Ah, no. E’ meglio… la mitizzava smisuratamente. Ecco. Per lui, in qualsiasi stagione, questa era una città che esisteva in bianco e nero e pulsava dei grandi film di Federico Fellini. Eh, no. Fammi ricominciare da capo.

the good old days

Capitolo Primo.

Era troppo romantico riguardo Roma, come lo era riguardo a tutto il resto. Trovava vigore nel febbrile vigore dell’andirivieni della folla e del traffico. Per lui Roma significava belle donne, tipi in gamba che apparivano rotti a qualsiasi navigazione. Eh, no. Stantio. Roba stantia di gusto… mmm… Insomma, dai impegnati un pò di più. Da capo.

 

Capitolo Primo.

Adorava Roma. Per lui era una metafora della decadenza della cultura contemporanea. La stessa carenza di  integrità individuale che portava tanta gente a cercare facili strade, stava rapidamente trasformando la città dei suoi sogni… ehm, non sarà troppo predicatorio? Insomma guardiamoci in faccia. Io questo articolo lo devo far leggere.

 

Capitolo Primo.

Adorava Roma. Anche se per lui era una metafora della decadenza contemporanea. Come era difficile esistere in una società desensibilizzata dalla droga, dalla musica a tutto volume, dalla televisione, crimine, immondizia… troppo arrabbiato. Non voglio essere arrabbiato.

 

Capitolo Primo.

Era duro e romantico come la città che amava. Sotto il suo cappello dalla tesa nera, acquattata ma pronta al balzo, la potenza sessuale di una tigre… No aspetta. Ci sono! Roma era la sua città. E lo sarebbe sempre stata. Per i prossimi sei mesi, almeno.

lo skyle non ce l'ha solo ny

 

 

Interludio su di un letto mediocre.

Perchè vale la pena di vivere. E’ un’ottima domanda. Bè, ci sono certe cose percui vale la pena di vivere. Per esempio… per me… eh… io direi:

il vecchio David Niven / Johan Cruyff / il lato b di Revolver / Neil Young / l’incisione di Like a rolling stone a Manchester nel ‘66 / i film inglesi / La trilogia di Pian de La Tortilla di Steinbeck / Marcello Mastroianni / George Gershwin / le incredibili indigene di Gauguin / il gin liscio bevuto per strada, dopo il porto al chiuso / il viso di BB / …

she wolf(ram)

 

Capitolo secondo, nel quale Doretta, il robot di Messenger, comincia a prendere coscenza, durante una mostra all’Eur.


Umano #1: Siamo stati giù al Tendastrisce a vedere Doherty con i Baby Shambles. Incredibile… ah, davvero, incredibile!

Doretta: Tu davvero trovi?

Umano #1: Ha fatto dei pezzi laggiù, che… belli. Davvero belli, te l’assicuro!

Doretta: No, io no, io. L’ho trovato molto autoreferenziale, sono reminescenti. Sono i La’s, ma senza averne l’afflato.

 

Fw >> / fine primo tempo /

(more…)

"> Per una volta, proviamo a parlare di musica. Forse. Non è  musica famosa. Ma è musica che esiste. Che puoi toccare, e spintonare, e anche prendere in giro.

Qui. All ‘Cause Of You. E qui.

 

premi il bottone.

 

Il mio primo incontro con Simon è avvenuto tre volte. In tutte e tre le occasioni era seduto all’angolo della stanza, la prima volta su una poltroncina, la seconda su un sofà e la terza su un letto. In tutte e tre le occasioni indossava impeccabili completi anni 70 e occhiali da sole alla Juliet Jake Blues. Era molto silenzioso ma per niente affatto invisibile. Pensai che era il tipo di persona che spinge gli astanti a darsi di gomito e chiedersi “chi cazzo è quello?“.

fai i tuoi bagagli. partiamo.

Esco a comprare un pacchetto di marlboro soft box. L’idea è tanto semplice quanto ingenua. La strada mi suggerirà cosa devo fare. La risposta è la strada. Vedrò siparietti, sarà pittoresco.

Scambiava opinioni e battute con il suo amico fotografo Fabio Lana e solo successivamente l’ho visto sorridere. Qualche incontro dopo arrivò a chiedermi in modo gioviale di bere del vino con lui e ubriacarmi. Una proposta oscena, nella sua nudità, nella sua scarna immediatezza.

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Di Simon ho subito pensato che sarebbe dovuto essere un folk singer con la latente tendenza ad andare elettrico, prima o poi. Non sapevo cosa suonasse, celato sotto il nome d’arte Soul Sailor, ma indubbiamente sapevo che suono avrebbe prodotto una chitarra, in mano sua. D’altra parte la sua attitudine non lasciava spazio a dylanianti dubbi su che genere di musica potesse fare.

In pieno giorno, un flash a livello sinaptico. L’asfalto diventa terra grassa di provincia. Il cielo sporco diventa nero orbace. Il rumore degli alberi è un feedback assordate. Sono in provincia. E’ un festival rock. Ci sono gli scarti del mainstream a spassarsela. La musica si confonde con il rombo di moto moderne, e dunque, volgari.

A molta gente, al giorno d’oggi, Bob Dylan non è simpatico. Lo chiamano “vecchio” e “rompicoglioni“. Solo pochi raminghi picareschi se ne vanno in giro a dire “sì, ascolto il menestrello di Duluth”. Sta diventando peggio della stregoneria, mentre
ispirarsi agli anni 80 (e spesso al lato più deleterio dell’estetica musicale del decennio) sembra essere diventata una cosa davvero fica. Dylan non fa niente per venire incontro a se stesso. Poco tempo fa è stato arrestato, perchè scambiato per un barbone da una poliziotta. La donna ha fatto bene. Dylan girava vestito come un adolescente di Seattle. Portava un caschetto di capelli biondicci.
Se non c’è vergogna a imbellettarsi come dei machi che si masturbano con chitarre glitterate, non vedo perchè dovrebbe esserlo dire che Bringing It All Back Home è semplicemente l’album più spietato, tenero e intelligente di tutti i tempi.

Un passo indietro. Le mani che tremano, le ginocchia che cedono, come agli antichi greci. Stringere i denti, perchè l’anima non voli fuori dalla bocca. Sedersi e girare la chiave. Un borbottio sommerso, è un vecchio motore, è una vecchia macchina. E’ una vecchia strada. E’ una pianura piena di granoturco, barbabietole, cani rangagi. La strada lentamente si mette il moto, e come un nastro pigro scorre sotto le gomme, rese morbide dal calore del giorno. Ora è notte, la natura sbollenta.

Fw >> / comin thro’ the rye /

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"> Incastrato su un aereo


Si parte sempre dall’alto, da quando si ha il timore del precipizio e si ritrova la leggerezza dell’assenza.

Si allunga lo sguardo finché si può, per superare le nuvole. La retorica non importa perché il cielo piace a tutti. Soprattutto a quelli nati senza ali o senza piume o con le ossa troppo pesanti.

Si comincia a registrare, perché la tecnologia ci costringe a farlo (deve poter giustificare se stessa) e perché l’orizzonte che balla davanti agli occhi ci ricorda la velocità con cui tutto si cancella, con cui tutto si dimentica.

Si parte dall’alto, perché l’ossigeno dà alla testa (la cosa mi piace e mi pare di averlo già scritto da qualche altra parte su questo blog).

Fw>>

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"> SOME MIGHT STRAY

Oasis: End Of The Story

C’erano due volti fami(g)liari per milioni, con quelle facce un pò così di noi che abbiamo visto Madchester, con quegli occhi un pochino abbottati dall’abuso di cocaina e alcohol, con quelle maglie da calcio un po’ così, di noi che tifiamo una squadra sbagliata, magari il secondo club della città, magari con la maglia celeste. Magari una squadra matta e perdente, che culla le poche e punte vittorie con un affetto sconosciuto presso lidi più fortunati. C’è una idiosincrasia irrisolvibile tra la maggior parte dei loro fan e gli Oasis, una contraddizione che si risolve o nel paternalismo o nell’idolatria.

le maglie casa/fuori casa del city, ad 1996

Gli Oasis sono una storia di rivincita basata sull’arbitrio e la prepotenza, sull’arroganza e sulla sfacciataggine. Non è la storia di workin class heroes che si sono tirati su dalla periferia con il sudore della fronte e con il lavoro, ma a suon di azioni fondamentalmente sbagliate. C’è merito relativo, e sicuramente non c’è etica, c’è una morale da marciapiede, nell’ascesa dei Gallagher. La maggior parte di chi li ascolta, ne abbraccia i valori, ma proviene spesso da una classe sociale più agiata. La poetica della rivincita qui si esaurisce, e ci trasforma da bulli da raccordo in coattelli del Parioli. E uso non a caso geotag romani, in quanto gli Oasis sarebbero potuti essere di Roma, e nessuno avrebbe notato fa differenza.

Avremmo dovuto tutti ascoltare i Blur, colti, borghesi, intelligenti, lasciando marcire i Gallagher nella marmaille. Ancora adolescenti ci siamo lasciati sedurre dalle canzoni semplici, ma suonate e cantate con una convinzione tale da lasciare senza scampo gli ascoltatori meno avveduti. 

Quando Noel Gallagher proclamò gli Oasis miglior rock & roll band del mondo, pensammo fosse una gigantesca sparata e vi credemmo ugualmente. Perchè tra il 1994 e il 2009, gente che fa rock & roll migliore, non si è vista. E se suonavano meglio, non avevano un oncia dei coglioni dei Gallagher, ai quali, a costo di una gran quantità di oscenità pubblicate, voglio anche render un omaggio lessicale. 

So a cosa state pensando. I Pearl Jam, i Radiohead, i Muse, gli U2, chi vi pare, ha fatto musica migliore. Credo che i Pearl Jam abbiano uno standar qualitativo così alto, spalmato su così tanti album, da poterli paragonare ai Beatles. Ma nessuno di loro, ad eccezione proprio dei Beatles, faceva rock & roll. Noel è onesto, non dice le bugie.

everybody got someone to punch

L’attualità dice che la band, per l’ennesima volta, splitted. Si sono lasciati. Prima era una tragedia. Perchè ne avevamo bisogno. C’era bisogno di qualcuno che ci insegnasse a reagire. All’establishment? No, mon dieu, all’adolescenza. E per molti questo son stati i Gallagher, a volte con conseguenze censurabili. Dei tutori, i cugini più grandi. Che oggi si sciolgano, non conta. E’ l’equivalente gallagheriano della morte di Michael Jackson. E’ araba fenice. E’ distruggersi, lasciarsi, per consacrare la cronaca alla storia. La cosa peggiore che accadrà sarà sorbirsi delle magniloquenti celebrazioni postume, e poi, più tardi, arriveranno dei magnifici album solisti di Noel Gallagher, e il fratello ci stupirà con delle perfette, e molto apprezzate dai feticisti, imitazioni di George Harrison e John Lennon. Nota agli amici scommettitori. La carriera solista di Noel è quotata a 6, mentre un ricongiungimento post burrasca è dato 2 a 1. Le scommesse, non mentono mai, perchè sono la voce dei soldi.

 

Fw >> / we’re all sister & brothers /

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