Post | Categorie

July 1st, 2009 in Summer gigs by Matteo0 Comments

Cominciamo dalla fine. Per tornare indietro e falsificare la storia del mio pensiero. Un passo per volta, gambero retorico imbottito di anfetamine e di psicosi.
<<Mastico legno durante la notte>>
<<Sento le fibre nel cervello. È lo speed che mi strozza i polmoni (sono io che mi strangolo il respiro e cerco cause immaginarie) No, è l’inquinamento e le polveri microscopiche e l’autobus che non parte e che ha i finestrini sigillati. Ieri sono stato dallo pneumologo. Mi ha visitato e ha detto che sto bene. E tu come stai? Lo pneumologo mi ha detto di star bene. Lo stetoscopio freddo fa reazione con la crema di tè che la cugina di Luigi mi ha fatto spalmare sulla schiena>>
<<Vorrei solo ingozzarmi di crema e scoppiare come una pasta candita>>

La crema, la crème, Billboard. Perché ci piace ripeterci e in vetta fa più freddo, si è più soli e c’è meno ossigeno. Mi stritolo i polmoni, Frank Sinatra canta My Way e un artista iraniano, Sharam, dipinge tele con la bomboletta prima di venire arrestato. Dipinge un Cristo con il volto tra le mani (spruzza un Cristo) e finisce a fumare dalla finestra di una prigione. Poi vende quegli stessi dipinti a qualcuno in Canada (qualcuno che probabilmente farà jogging ogni mattina dopo essere andato in canoa e che avrà una villa che dà sull’Oceano e che si preoccuperà dell’ambiente e so on and so forth) e si compra la libertà. Torna a spruzzare Cristi, fino al prossimo arresto. Il mondo è strano e le dinamiche immotivate non si lasciano dipanare. Si articolano in un groviglio di termiti che si insinuano nelle fessure della terra arida e della roccia bollente. Artigli lunghi. Servirebbero artigli lunghi. Per farsi largo. Un musicista iraniano, il leader di un gruppo di black metal che risponde ad un americano che gli scrive dalla sua cameretta in soffitta (con il viso verde di luce del monitor e i capelli lunghi e i bracciali e i tatuaggi). Gli scrive che non pensava che anche in Iran facessero black metal e che e che e che. Conclude dicendo keep it brutal, e se pensi alla cameretta, magari affacciata sul back-yard fiorito di una villetta monofamiliare pagata nonostante il mutuo, in un quartiere residenziale e silenzioso, fa un po’ ridere. Siamo quel paradosso e siamo quell’inspiegabile non necessaria voglia di contraddizioni. Io dell’Iran non so nulla, e non ne voglio parlare, perché non ne so nulla. Vedo l’innecessaria ed inspiegabile propensione per la scimmia che pensa e che fa per le pratiche e le abitudini tra le più ingiustificate e le più irrazionali e le più controproducenti. Io sono seduto su una poltrona, con un Mac sulle ginocchia e non sono necessario.
Vorrei essere un apostata di Scientology. Però ora torno in cima, in vetta, dove l’aria è rarefatta e la vista si allunga nella distanza. Torno a Billboard, (Fw) perché non so niente neanche di Scientology se non che una donna, in un documentario in onda su Current Tv, afferma che questa sia stata definita, dal Ministero degli Interni, associazione a scopo di lucro (affermazione di cui Wolfram|alpha non mi ha dato conferma, quindi prendetela con il beneficio del dubbio). Mi chiedo io, esistono altre religioni non a scopo di lucro? Anche come oppio sarebbero comunque nel mercato delle droghe e dei narcotici. Billboard charts, o non ne usciamo più.
Non parlerò dell’avversione innata per le cose palesemente non necessarie, accessorie, inutili complicazioni o devianti formalità, come la classifica per le suonerie dei cellulari o la classifica delle hot christian songs (le canzoni cristiane bollenti. Ora, l’unico periodo dell’anno che associo alle canzoni cristiane è il Natale. La neve. La neve è fredda, non è bollente e non dovrebbe esserlo. Se poi mi soffermo sull’aggettivo bollente, beh, soprassediamo).
Parlo di un’altra avversione, sempre legata alla non utilità delle cose, all’arbitraria idiozia che burocratizza il nostro viver civile.
Billboard Chart e l’avversione per le categorie. Premetto, dopo aver scritto abbastanza da stancare anche il più instancabile, che riconosco, alle categorie, una qualche utilità. Una utilità passata. Finita.

Le categorie erano una buona idea, ora sono una ca**ata. La chiamerei inutilità anacronistica (in modo arbitrario ed inutile). Le categorie servivano 10000 anni fa, in Persia (ancora in Iran poi in Iraq e in tutti quei paesi che oggi vengono “salvati” da chi riporta la necessaria civiltà ai suoi creatori), quando per regolare i commerci venivano usati dei tokens, dei gettoni di terracotta che rappresentavano le tipologie di prodotto scambiato.

Un token = una unità di prodotto. Poi, vista la scomodità di andare in giro con i gettoni, neanche fossero i mitologici gettoni d’oro dei quiz tv, e la tendenza di quegli scellerati che li trasportavano da un posto all’altro a farli sparire (come spariscono i gettoni della tombola da un Natale all’altro, per tornare alla neve che scioglie nelle classifiche di Billboard), i tokens furono messi dentro bullae di terracotta che, nate con la semplice funzione di salvadanaio (erano imbottite di gettoni) da rompere all’andata e al ritorno, per questioni economiche (cosa non si farebbe per risparmiare) cominciarono a portare impressi i simboli e le quantità dei tokens che contenevano. Un uomo saggio (uno più saggio degli altri, indubbiamente), a quel punto, quando ancora l’economia degli sforzi umani e la razionalizzazione delle idee aveva una funzione, si rese conto che tokens e bullae erano in realtà accessori inutili. Si passa così alle tavolette d’argilla, si comincia a scrivere. Da lì in poi, le categorie, hanno attraversato momenti di alterno splendore. Passando per filosofi più o meno illuminati, epoche storiche più o meno buie, fino ad approdare a Wikipedia e all’iTunes Store. Categorie. Divisioni. Scatole. Gli insiemi, ci insegnavano alle elementari.

<<Bravo, adesso evidenzia l’intersezione>>

Lì dove il pop incontra il rock o il punk incontra il rap e la musica incontra il post in un incomprensibile presente già futuro di un qualcosa che non è ancora accaduto (non è ancora accaduto che io capisca le cose che scrivo). Categorie e schemi. Burocrazia. Scale, passaggi, cluster direbbero i più avveduti (o meno) uomini di marketing. Cluster sono anche note adiacenti suonate allo stesso tempo. Io sono ignorante e lo chiamo rumore, rumore che mi piace, ma che è indistinguibile. Le categorie sono agglomerati pressoché casuali e indistinguibili. Decise da chi? Un tempo le decideva la natura, il partito o lo spirito o qualcun altro. Adesso le decide la community, le decide Genius (che ti spia nella libreria e magicamente la connette con le altre librerie nella speranza vana che gli ascoltatori competenti e non schizofrenici superino in quantità quelli completamente incongruenti). Le decide Amazon che ti dà anche i consigli. A me ultimamente consiglia solo musica country. La mia colpa è stata dirgli di possedere varia musica tra cui del folk (country, folk, ho detto due parole, ho identificato due categorie, ma io non sento nessun suono. Al massimo immagini: Malboro e cappelli da un lato, hippie e vestiti di lana cotta dall’altro). Le categorie sono un male anacronistico. Se fossimo bravi come lo erano in Persia (in Iran) 10000 anni fa, ci accorgeremmo di star tenendo in piedi una macchina arrugginita (le macchine arrugginiscono, ogni tanto andrebbero cambiate. Tutto muore, tutto va cambiato, tutto va ripensato). Ci accorgeremmo dell’energia dissipata nel processo, dello spreco di tempo e della scarsa efficacia.

Siamo nel tempo di Google, dei tag e del cloud computing e di tutte quelle altre cose che hanno dei nomi cool e che generano hype. Siamo nel tempo delle persone, degli individui, dei gusti e dei lavori parcellizzati, delle vite atomizzate che si lasciano spiare e che si spiano. Che si srotolano e che si spiegano. Che si complicano, ma che tuttavia chiedono solamente una definitiva semplificazione.

Il post rock non esiste. Si chiamano Mogwai e suonano così. Li cerchi su Google e non su un indice o dentro una bulla di terracotta. Il vaso non si rompe, il vaso è trasparente. Può esserlo, almeno. È sciocco costringersi ad infilare i frutti dell’intelligenza contemporanea (sì, sembra poca, ma non lo è, sono solo le sacche – risacche – in cui viene infilata ad essere sbagliate) in categorie nate cento anni fa. È come un bambino che si ostina a premere un quadrato nel buco circolare.
O si rompe il gioco o si rompe il bambino.

Le cose si rompono. Prima o poi ci rompiamo tutti.

Cordialità,
Krapp@walwian.com

Retweet me!

Author: Matteo

Matteo è nato nel 1983 a Roma, città che odia, ricambiato, e in cui continua a vivere. Poliedrico, si appassiona a tutto ciò che è insolito, salvo poi pentirsi e passare ad altro. Molto educato e composto, ha smesso di fumare poco prima dell'apertura di Walwian, azzerando ogni dubbio sulla natura del di lui rapporto con i suoi lavori. Disegna, dipinge, scrive e raramente finisce ciò che inizia. Spera che "The Walwian" possa segnare un'inversione di tendenza. SCRIVIMI

Leave a Reply

Siamo anche qui, e qui, ecc…

Opinioni recenti

Dalle urne

*teca