Peter | Pan | Am | Terzo
Eccoci qui, venerdì notte.
Il tintinnio delle spatole del cuoco giapponese che salta il riso sulla piastra ancora dentro la testa. Nel riso ci sono verdure dalle forme geometriche e dai colori accesi, ci sono dei pesci che un tempo nuotavano in una vasca d’allevamento. Io sono vegetariano e gli attribuisco una qualità di vita precedente altissima e mi indigno per la loro morte ingiusta. Le spatole, le spatole, che clash! Alla fine è musica, music concrète, musica concreta, tangibile e fatalmente comune. Nel ristorante giapponese di periferia, c’è un cuoco che suona le sue spatole e questo posto non sembra né Roma né Tokyo. Sembra Vancouver o un altro di quei luoghi dotati di una civiltà sinistramente ordinata e crudelmente migliore della nostra. Ci sono i separé di carta e la città sembra una Kyoto con più traffico, più spazzatura, più soubrette e meno alberi di ciliegio in fiore.
Il suono della spatola, un innesco inconscio, un pass par tout per l’intima protezione infantile. Si torna, per la gioia di tutti gli abitanti del pianeta Terra e di quelli dei pianeti non Terra, a Winnicott e al fenomeno transizionale. Al Colophon e alla sua (momentanea ed approssimativa) conclusione.
Per chi avesse perso i primi due episodi:
Peter | Pan | Am
Peter | Pan | Am | Secondo
Dunque, rompiamo gli indugi e andiamo subito al nocciolo della questione (così ci liberiamo del fardello e potremo navigare verso altri e più lieti lidi).
Nel momento in cui vediamo il bambino affezionarsi ad una coperta o ad un pupazzo, sappiamo che il nanetto sta affrontando un viaggio che è, per definizione, infinito (Intanto, dall tv: << c’è lo spirito di una donna. Ne sono certo, ne sono certissimo. Vuole cacciarci – lamenti e smorfie e versi sofferenti – ah!, mi ha attaccato>> <<Oh dio, Peter, sei tutto graffiato!>> – voce narrante: <<la quantità di energia elettromagnetica percepita in questa stanza è notevole>>).
L’oggetto transizionale non è né un oggetto interiore (non è un’allucinazione) né un oggetto che viene da fuori: è un processo creativo. La sua funzione è quella di placare l’ansia e la nostalgia provocate dalla separazione dalla madre e dalla realtà (un prozac raffinato e meno beat).
Con l’avanzare dell’età del pupo, che diventa ometto e poi ado e poi, se è un tipo difficile ed è un po’ viziato e non vuole crescere, bobo, e poi, forse adulto; i fenomeni transizionali si estenderanno a tutto il campo culturale. L’esperienza dell’illusione, dell’autoillusione e della narcosi, è connessa, in particolare, con l’arte e con la religione.
La musica delle volte assomiglia all’arte (o l’arte assomiglia alla musica o se uno osserva l’arte ha l’impressione di ascoltare la musica o se uno si innamora sente gli uccellini o le cicale o i fenicotteri) e delle volte la musica è una religione (o un’evasione dalla religione o entrambe le cose al tempo stesso). Qui, questa volta, la musica può essere considerata un fenomeno transizionale. O almeno è di cui ci si vuole illudere.
In quest’ottica, la voce roca di Johnny Cash o le armonie dei Radiohead o la poesia di Tom Waits o le cose che fanno gli Oasis (qualunque cosa facciano), acquistano valore di atto vitale. La primaria relazione cantata e corporea con la madre viene sostituita da un’autorelazione pelle-suono (Spaccazzocchi, M. pp. 58-59) che verrà sostituita dalla musica sotto forma di strumento culturale. Fw>>
A questo proposito, si noti (e si noti il piglio accademico del si noti) che Winnicott colloca il balbettio del neonato, o il repertorio di canzoni e motivi del bambino più grande che si accinge al sonno, nell’area intermedia dei fenomeni transizionali, insieme all’uso di oggetti che non fanno più parte del corpo del bambino ma non sono ancora pienamente riconosciuti come appartenenti alla realtà esterna (Winnicott, D. W. Oggetti Transizionali e Fenomeni Transizionali).
Il vocalizzare accompagna l’uomo in miniatura crescente nella transizione dalla veglia la sonno, producendo una dolce vibrazione sulla parte superiore del corpo, come una carezza tatto-sonora (Spaccazzocchi, M.) dotata di multisensorialità. Ed ora capisco perché ogni volta che poggio la fronte contro il vetro di un finestrino (di una automobile o di un autobus) crollo addormentato e rassicurato. Pensavo mi sconquassasse il cervello e mi deviasse i neuroni, invece mi addolcisce con carezze tatto-sonore. Wow. Ma andiamo on e spiegamoci meglio mentre ci avviciniamo alla conclusione.
Poiché l’accettazione della realtà è un compito senza fine, Winnicott sottolinea l’importanza dei fenomeni transizionali anche nell’adulto.
C’è una battaglia continua nell’individuo, per tutta la vita, nel differenziare i fatti dalla fantasia, la realtà esterna dalla realtà interna, il mondo dal sogno. I fenomeni transizionali appartengono a un’area intermedia che io chiamo un luogo di pace, perché vivendo in quest’area l’individuo si riposa dal compito di distinguere i fatti dalla fantasia (Winnicott, D. W. Lettera 74 del 9 novembre 1958, p. 188).
L’uomo, l’adulto, che passeggia con le cuffie del proprio walkman nelle orecchie è ancora, dunque, quel bambino che non si stancava mai di ascoltare la ninna nanna della madre, che canticchiava a se stesso, nel lettino, prima di addormentarsi. È un uomo che si riserva il diritto di sostare in quell’area intermedia, in quello spazio d’illusione, che gli permette di ricongiungere sogno e realtà, dimensione privata e vita pubblica.
Un uomo che, magari, ogni tanto, legge The Walwian.
Intermediamente yours,
Krapp@walwian.com


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