Oh, Yoko!
John vuole essere il primo ad infilare il chiodo. Yoko glielo avrebbe pure lasciato fare, ma solo dopo. C’è n’è abbastanza per ogni voyeur freudiano del pianeta. E’ così che nasce un amore. C’è un muro, ci sono dei chiodi. E’ un’opera d’arte interattiva. E’ il 1966, e John è in vena di battibecchi divertiti. Trova in Yoko molto più che una ammaliata ammiratrice. Trova l’altra metà. Per la cronaca, Yoko voleva 200 sterline per lasciare che John fosse il primo a deflorare il suo muro. Alla fine la spuntò lui per soli 5 scellini e una battuta che ridisegnerà per sempre il concetto di avance:
“ti darò 5 scellini immaginari se mi lasci infilare il mio chiodo immaginario”
Non riesco ad immaginare cos’altro possa volersi sentir dire una donna. Si sposeranno due anni dopo, a Gibilterra. Ma già allora Lennon ricevette il peculiare sì di Yoko, quando, durante l’anteprima di un’esposizione, si arrampicò su una scala, e una volta in cima, potè leggere la parola “Yes”. Come tutte le cose essenziali, altrimenti invisibile agli occhi.

Ci furono gli anni degli insulti e della ferocia ai limiti del razzismo (Get back to where you once belonged / Get back Jojo / Go Home gracchiava, poco prima della fine, il nobile Paul McCartney) e mentre ci preoccupavamo di definire scimmia e plagiatrice Yoko, lei insegnava a John a diventare un uomo civile. Lennon era un eroe in senso assoluto del termine. Poco più che adolescente aveva lanciato i Beatles nel mito, incantato Bob Dylan, provocato e giocato meglio di chiunque altro nella storia della pop culture. L’impatto di Lennon sul mondo fu fragoroso. Era l’equivalente culturale di Johan Cruijff. Dove c’era lui, accadevano le cose. Era lui a farle accadere. Venne l’epoca delle divise e di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, in cui fu costruita e inventata e citata la cosmogonia dal dopoguerra ai 60′s. “Il gruppo più mitico ma meno reale” giustamente, per Shapiro. Era l’epoca in cui “la musica era l’unica forma di comunicazione globale” (sempre secondo un incredibile Shapiro). Ma l’apice coincise con la fine. Fu un declino per i Beatles e per la cultura giovanile, intrappolata nei solchi dei vinili e nel mero entertainment e nella mera rivolta.
/ there’s a season for everything. turn. / Fw >>

Yoko prese per mano John, gli fece attraversare l’oceano. Catalizzò il cambiamento, lo inventò. John con Yoko diventa uomo pubblico e uomo civile, in America. Parla, spiega, è un attivista. Nelle parole di Morgan, live @ Augias:
Oh, Yoko. Che nasce ricchissima, che i bombardamenti esiliano ancora bimba nel crudele giappone rurale, che adolescente va a studiare a New York e si tramuta (il cambiamento, il cambiamento) in una bohemienne. Artista, viveur, donna, gialla, figlia di una nazione sconfitta, spazza via ogni forma di complesso di inferiorità culturare e brandisce l’arte e le correnti, fluxus, come Beatrix Kiddo la katana. La sua è una storia femminile che va ad intersecarsi con una storia maschile e naturalmente finisce per generare una vita nuova.
Yoko appartiene ad una ristretta e rara categoria di donne a cui è possibile rivolgersi con l’appellattivo di arca, ovvero uno scrigno di esperienze e storie, riempito solo attraverso una vita à la Odisseo. Yoko, la donna arca, è un viaggio, che parte dal Giappone e non si ferma davanti all’ingresso del Dakota, Maria & Maddalena, madre & amante del Gesù Cristo/Lennon, dunque, di lui massimamente artefice.

Il non più orfano John racchiuso in posizione fetale, nudo, intorno al corpo di Yoko, è il documento che racconta una storia d’amore unica e fami(g)liare per milioni di persone. Teneramente, drammaticamente contigua tra culla e sudario, tra la vita terrena e la spiritualità, tra la nascita e la morte, che sopraggiungerà poco dopo lo scatto. Solo poche ore dopo, tanto distante quanto un mattino è lontano dalla sera. Yoko Ono, dignitosa e disperata, coraggiosa come solo una donna insultata, è anch’ella una strega, raccoglierà il sangue di John e lo consegnerà all’immortalità del mito, amandolo e proteggendone la memoria, propagandola.

Disseminerà Liverpool di seni e vagine, e all’accusa di oscenità risponderà pura ed ironica, stupita che per le donne fosse diventato così imbarazzante mostrare quei simboli di vita, arrivando a scusarsi, a nome di tutte, per aver messo al mondo l’umanità. Yoko, che ha preso per mano John. Lui, intrinsecamente figlio, e quindi meno serio di qualsiasi donna/madre, che se ne va, le lascia la mano, per colpa di un fan, ultima, ineluttabile, orribile eredità del periodo giocondo e infantile, a chiudere i conti lasciati aperti con il pop.
Luca
Note personalissime dell’autore, ritratto da cucciolo
“Sì, John, Yoko può non piacere a nessuno… ma se tu la ami, per noi è ok. Ti ha fatto bene. Ti ha salvato dall’essere la caricatura di te stesso. Ti ha fatto alzare dal tavolo al momento giusto. Lei ti ha dato un calcio nel sedere, tu sei caduto e hai visto le cose da un’altra angolazione. Ciao John, ciao.”
Quando è l’8 dicembre, ed è sera, coltivo un piccolo rituale, che mi suona strano, e vorrei condividerlo. Raccontarlo dal basso del mio laicismo meccanicista mi causa qualche imbarazzo. Vado in strada e lascio, accanto al primo fiore d’aiuola che incontro, una sigaretta accesa. E’ per John, a cui piacevano. Ogni volta sono convinto che la fumerà, più tardi.


5 Comments
Bella l’immagine con cui ci hai lasciati nella nota personale.
Sara
7/23/2009
“io non scriverò più niente, dopo aver letto questo.”
ciò è quello che avrebbe dovuto dire salieri dopo aver sentito mozart
safran
7/23/2009
ho dimenticato di scrivere una cosa:
Yoko sei bella.
PS: Stefano, no. Altrimenti come facciamo?
lucarebours
7/23/2009
Yoko non è bella…però Yoko è un uragano che trascina tutto, sì.
Ma dopo c’è aria nuova.
_Sara_
7/24/2009
YEAH, SURE
Ho una frequente ossessione.
La frase “Sì, certo”, anzi “Yeah, sure”. Mi rende pazza. Di notte la sogno. Di giorno è scritta ovunque. L’unica cosa che i miei occhi miopi mettono a fuoco.
Lo stavano portando via su una barella. Via per sempre.
Per verificare il suo stato di coscienza gli posero una domanda assai banale. Nel farlo seguirono semplicemente il protocollo delle normali procedure mediche di soccorso in casi così gravi.
Ma quella domanda, rivolta a lui, proprio a lui, in quel momento, dopo quegli ultimi vent’anni…
…quella domanda suonò quantomeno bizzarra, quantomeno idiota.
“Sai chi sei?”
“Sì, certo” fu la risposta.
Sì, certo.
Sì.
Certo.
Immagino che nella maggior parte dei casi chi sta morendo non sappia già più chi è.
Magari da un po’.
Alcuni da qualche minuto, altri da qualche giorno, altri addirittura da qualche mese o qualche anno.
Sono altrove.
E poi credo che uno abbia la mente impegnata in ben altre faccende in un frangente così delicato. Per esempio la carrellata dei momenti più belli della sua vita, come nei film.
Lui sapeva benissimo chi fosse.
Eccome se lo sapeva.
Anche alle 22:50 dell’8 dicembre 1980.
Anche con 4 proiettili calibro 38 addosso.
Li indossava come abiti firmati.
dilaila
7/31/2009
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