Moon-Walk-Man (mun-wôk-'man)

July 20th, 2009 in ostia film fest by Luca5 Comments

Stefano Safran Gentile è quel che si dice un vero uomo del rinascimento. E’ anche quel tipo di individuo che capita di incontrare ad un crocicchio di strade mentre la vita tenta di assomigliare ad una pagina di Queneau. Ma forse per descriverlo è più appropriato prendere in prestito le parole di John Steinbeck.

ll Gentile  a Lissone in California è un poema, un odore, un rumore quieto, una qualità della luce, un tono, un’abitudine, una nostalgia, un sogno. Raccolti e sparpagliati dentro il Gentile stanno scatole di latta e ferro e legno scheggiato, ricordi in disordine e terreni invasi da dolcezza e mucchi di pensieri, fantasie di vagoni coperti di ferro ondulato, balli pubblici, ristoranti e bordelli, e piccole drogherie zeppe, e laboratori e asili notturni. I suoi sodali sono, come disse uno una volta, «Bagasce, ruffiani, giocatori, e figli di mala femmina», e intendeva dire: tutti quanti. Se costui avesse guardato attraverso un altro spiraglio avrebbe potuto dire: «Santi e angeli e martiri e uomini di Dio», e il significato sarebbe stato lo stesso, e vale anche per Stefano stesso.

Stefano Safran Gentile è altresì noto come l’autore di un libro. Dunque scrive sul serio. Godetevi la passeggiata lunare.

Antefatto
Una notte, un uomo si presentò alla mia porta. Lo feci entrare perché aveva un che di mistico.
“Vorrei che scrivessi un pezzo per Walwian.com”, disse lui.
“Non so niente di musica. Vuoi un caffé?”, chiesi io.
“No, grazie. Il caffé mi rende nervoso. Prendo un tea”. Aveva la compostezza di chi non ha niente da perdere. “Voglio il punto di vista di chi non vive di musica”.
“A tuo rischio e pericolo”.
“Sono fatto per giocare col rischio. E questo tea fa schifo”.
“E’ perché è cicoria. Non ho tea in casa, solo caffé”.
Non si scompose, poggiò la tazza e disse: “questa cicoria fa schifo”.
Decisi di scrivere l’articolo.
Spazio, ultima frontiera era il motto dell’Enterprise. 1999: Base lunare Alpha era il titolo di una fortunatissima
serie made in Britain. Kubrick attrezzò una base lunare efficiente e in stile vintage-modernariato per 2001:
Odissea nello spazio e c’è chi sostiene che la Nasa gli commissionò pure la direzione del “finto allunaggio”
secondo la teoria del “non siamo mai stati sulla Luna”. Nell’epoca dell’eldorado della conquista spaziale, tra
il finire degli anni 60 e la metà degli 70, la Luna era già vista come un nuovo punto di partenza. Non un arrivo,
ma un trampolino di lancio verso mete più ambiziose, che testimoniassero la smania d’esplorazione dell’uomo.
Si vagheggiava di mondi da conquistare, di popoli da conoscere, di pianeti da colonizzare.
La Luna era già un accessorio, dopo che per decine di secoli avevamo rivolto il naso in su, oniricamente, figurandola
come una chimera. Ci avevano pensato i poeti a fare le veci degli scienziati, arrivandoci ovviamente prima, perché la fantasia arriva spesso prima della scienza. Così ci mise piede L’Orlando per ritrovare il suo senno e poi Cyrano, per diletto da guascone, il primo a cavallo di un ippogrifo, il secondo con un razzo a vapore. Idee entrambe scartate dalla Nasa. Poi venne la musica (sì, devo ricordarmi di parlare di musica) e Bach & Company dedicavano struggenti Sonate al chiaro di Luna, sempre attratti non dalla sua forza di gravità, bensì dal carattere romantico del satellite ed Ella Fitzgerald, la divina del jazz, ammaliava tutti con Blue Moon: una Luna blu, malinconica, ma anche un fenomeno astrale molto raro e perciò degno di nota, proprio come una donna lunatica e folle (“Once in a blue Moon, Once in a fool Moon”).
Poi venne la guerra fredda. Da chimera e sogno, da metafora e allegoria, l’astro si trasformò in terra di conquista e s’inorgoglì come una donna corteggiata con due baldi pretendenti pronti a chiederle diritto di cittadinanza. I russi passeggiarono nello spazio per primi, andando per gradi, mandandoci dal principio cani e poi uomini. Gli americani, battuti sul tempo, mirarono subito al colpo grosso.
In quegli anni già si credeva che sul finire del secolo le rotte lunari sarebbero state intasate come la Milano-Bologna in estate e che il suolo lunare, per concentrazione umana, non sarebbe stato dissimile dalla spiaggia di Rimini a ferragosto. Mina decantava la Tintarella di Luna proprio in virtù di nuove vacanze lunari. Jim Morrison, con Moonlight drive del ’67, sognava di nuotare sulla luna, ma lui si avvicinava più all’animo dei poeti. Gli americani mandavano in onda documentari sulla villeggiatura lunare in cui la casalinga americana sfornava un arrosto di tacchino per il marito che tornava a casa in tuta spaziale e poi entrambi in veranda al chiaro di Terra.
Nel frattempo Armstrong lasciò davvero la sua impronta sulla superficie, annunciato in Italia dalla voce monocorde, ma non meno poetica di Tito Stagno. Quell’enorme “Piccolo passo per un uomo, grande balzo per l’umanità” entrò di diritto nelle frasi storiche di tutti i tempi e chi visse quel momento se lo sarebbe portato dentro per sempre, come i miei vecchi che decisero di usare il 20 luglio (ma del ’74) per suggellare il loro matrimonio. Ma quel momento segnò l’inevitabile spartiacque tra il sogno e la realtà e ci si accorse, di lì a poco, che la Luna sarebbe riuscita a diventare inutile, una volta presa, come spesso accade con le mete irraggiungibili una volta afferrate, con i sogni inseguiti e poi catturati, con i desideri tanto bramati e poi raggiunti. La tensione verso l’infinito che deve rimanere tensione e nulla più, prima che l’affermazione che ne segua sia un più prosaico “E mo che ce ne facciamo?”. Rimane l’impronta, rimane la bandiera americana, rimane la targa platinata con la controversa firma del perdente per antonomasia della storia politica a stelle e strisce, quella di Richard Milhouse Nixon, perfetto suggello per ciò che la Luna avrebbe rappresentato dal punto di vista pratico.
Subito dopo, il duca bianco Bowie scrisse una struggente canzone sull’alienazione e sulla perdita di controllo, anziché seguire i fasti e saltare sul carro del trionfalismo in seguito all’allunaggio. Space oddity  fu un manifesto per tutti i dissidenti lunari, per chi credeva nello smarrimento e si vedeva perso nello spazio, che è un po’ come vedersi persi sulla Terra, più che conquistatore invincibile. Anche i Pink Floyd si buttarono sulla metafora scrivendo The Dark Side Of The Moon e a tutti fu chiaro che la Luna non sarebbe stata più la stessa, che ormai tornava ad essere più fonte d’ispirazione per poeti e musicisti, per sonate e ballate, piuttosto che per chi credeva con fermezza nella sua pratica colonizzazione. La Luna tornò ad essere quella che per secoli era sempre stata. Solo un ammasso di rocce che attirava animi sensibili, sogni e illusioni, riconquistando, forse il suo diritto ad esser un inutile satellite a cui non frega una mazza di chi ci cammini sopra o ci giochi a golf, o prepari succulenti arrosti di tacchino.
Ora si punta a Marte, meno romantico, più scientifico, forse più utile all’esplorazione, più ricco di materie prime, più concreto dal punto di vista economico. Meno lunatico, insomma, non come una bella donna che ci fa voltare la testa e ci incuriosisce e affascina ma che risulta difficile da gestire.
Dal canto mio, tuttavia, ho sempre preferito le lunatiche un po’ folli, che han sempre più da dire e trovo decisamente più interessanti. Non so voi.

Antefatto

Una notte, un uomo si presentò alla mia porta. Lo feci entrare perché aveva un che di mistico.

“Vorrei che scrivessi un pezzo per Walwian.com”, disse lui.

“Non so niente di musica. Vuoi un caffé?”, chiesi io.

“No, grazie. Il caffé mi rende nervoso. Prendo un tea”. Aveva la compostezza di chi non ha niente da perdere. “Voglio il punto di vista di chi non vive di musica”.

“A tuo rischio e pericolo”.

“Sono fatto per giocare col rischio. E questo tea fa schifo”.

“E’ perché è cicoria. Non ho tea in casa, solo caffé”.

Non si scompose, poggiò la tazza e disse: “questa cicoria fa schifo”.

Decisi di scrivere l’articolo.

/ prosegue, con stile / Fw >>

Spazio, ultima frontiera era il motto dell’Enterprise. 1999: Base lunare Alpha era il titolo di una fortunatissima serie made in Britain. Kubrick attrezzò una base lunare efficiente e in stile vintage-modernariato per 2001: Odissea nello spazio e c’è chi sostiene che la Nasa gli commissionò pure la direzione del “finto allunaggio” secondo la teoria del “non siamo mai stati sulla Luna”. Nell’epoca dell’eldorado della conquista spaziale, tra il finire degli anni 60 e la metà degli 70, la Luna era già vista come un nuovo punto di partenza. Non un arrivo, ma un trampolino di lancio verso mete più ambiziose, che testimoniassero la smania d’esplorazione dell’uomo.

copertina di un libro, al pari de Il Treno Verso il Ricordo

Si vagheggiava di mondi da conquistare, di popoli da conoscere, di pianeti da colonizzare. La Luna era già un accessorio, dopo che per decine di secoli avevamo rivolto il naso in su, oniricamente, figurandola  come una chimera. Ci avevano pensato i poeti a fare le veci degli scienziati, arrivandoci ovviamente prima, perché la fantasia arriva spesso prima della scienza. Così ci mise piede L’Orlando per ritrovare il suo senno e poi Cyrano, per diletto da guascone, il primo a cavallo di un ippogrifo, il secondo con un razzo a vapore. Idee entrambe scartate dalla Nasa. Poi venne la musica (sì, devo ricordarmi di parlare di musica) e Bach & Company dedicavano struggenti Sonate al chiaro di Luna, sempre attratti non dalla sua forza di gravità, bensì dal carattere romantico del satellite ed Ella Fitzgerald, la divina del jazz, ammaliava tutti con Blue Moon: una Luna blu, malinconica, ma anche un fenomeno astrale molto raro e perciò degno di nota, proprio come una donna lunatica e folle (“Once in a blue Moon, Once in a fool Moon”).

naturalmente, la prima luna al cinema

Poi venne la guerra fredda. Da chimera e sogno, da metafora e allegoria, l’astro si trasformò in terra di conquista e s’inorgoglì come una donna corteggiata con due baldi pretendenti pronti a chiederle diritto di cittadinanza. I russi passeggiarono nello spazio per primi, andando per gradi, mandandoci dal principio cani e poi uomini. Gli americani, battuti sul tempo, mirarono subito al colpo grosso.

In quegli anni già si credeva che sul finire del secolo le rotte lunari sarebbero state intasate come la Milano-Bologna in estate e che il suolo lunare, per concentrazione umana, non sarebbe stato dissimile dalla spiaggia di Rimini a ferragosto. Mina decantava la Tintarella di Luna proprio in virtù di nuove vacanze lunari. Jim Morrison, con Moonlight drive del ’67, sognava di nuotare sulla luna, ma lui si avvicinava più all’animo dei poeti. Gli americani mandavano in onda documentari sulla villeggiatura lunare in cui la casalinga americana sfornava un arrosto di tacchino per il marito che tornava a casa in tuta spaziale e poi entrambi in veranda al chiaro di Terra.

Nel frattempo Armstrong lasciò davvero la sua impronta sulla superficie, annunciato in Italia dalla voce monocorde, ma non meno poetica di Tito Stagno. Quell’enorme “Piccolo passo per un uomo, grande balzo per l’umanità” entrò di diritto nelle frasi storiche di tutti i tempi e chi visse quel momento se lo sarebbe portato dentro per sempre, come i miei vecchi che decisero di usare il 20 luglio (ma del ’74) per suggellare il loro matrimonio. Ma quel momento segnò l’inevitabile spartiacque tra il sogno e la realtà e ci si accorse, di lì a poco, che la Luna sarebbe riuscita a diventare inutile, una volta presa, come spesso accade con le mete irraggiungibili una volta afferrate, con i sogni inseguiti e poi catturati, con i desideri tanto bramati e poi raggiunti. La tensione verso l’infinito che deve rimanere tensione e nulla più, prima che l’affermazione che ne segua sia un più prosaico “E mo che ce ne facciamo?”. Rimane l’impronta, rimane la bandiera americana, rimane la targa platinata con la controversa firma del perdente per antonomasia della storia politica a stelle e strisce, quella di Richard Milhouse Nixon, perfetto suggello per ciò che la Luna avrebbe rappresentato dal punto di vista pratico.

inganni ed eclissi

Subito dopo, il duca bianco Bowie scrisse una struggente canzone sull’alienazione e sulla perdita di controllo, anziché seguire i fasti e saltare sul carro del trionfalismo in seguito all’allunaggio. Space oddity  fu un manifesto per tutti i dissidenti lunari, per chi credeva nello smarrimento e si vedeva perso nello spazio, che è un po’ come vedersi persi sulla Terra, più che conquistatore invincibile. Anche i Pink Floyd si buttarono sulla metafora scrivendo The Dark Side Of The Moon e a tutti fu chiaro che la Luna non sarebbe stata più la stessa, che ormai tornava ad essere più fonte d’ispirazione per poeti e musicisti, per sonate e ballate, piuttosto che per chi credeva con fermezza nella sua pratica colonizzazione. La Luna tornò ad essere quella che per secoli era sempre stata. Solo un ammasso di rocce che attirava animi sensibili, sogni e illusioni, riconquistando, forse il suo diritto ad esser un inutile satellite a cui non frega una mazza di chi ci cammini sopra o ci giochi a golf, o prepari succulenti arrosti di tacchino.

indossare antiquati occhialetti treddì, please

Ora si punta a Marte, meno romantico, più scientifico, forse più utile all’esplorazione, più ricco di materie prime, più concreto dal punto di vista economico. Meno lunatico, insomma, non come una bella donna che ci fa voltare la testa e ci incuriosisce e affascina ma che risulta difficile da gestire.

Dal canto mio, tuttavia, ho sempre preferito le lunatiche un po’ folli, che han sempre più da dire e trovo decisamente più interessanti. Non so voi.

il LEM fu acquistato all'Ikea di Houston

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Author: Luca

Luca è nato nel 1982 a giugno, mese che continua, imperterrito, a citare. Lo fa, si direbbe, attratto dall'inebriante fascino del grano nella provincia italiana. Esperto di pezzi di molte cose, si specializza in guerra fredda e cappelli. Riuscendo nell'impresa di fondere le due cose con controverso talento. Spera che "The Walwian" possa, un giorno, essere stampato con torchio e caratteri mobili. SCRIVIMI

5 Comments

Anzichè usare parole inusuali come crocicchio controllerei l’ortografia..appropiato? Fortuna che ho letto solo le prime 4 righe.

mah

7/20/2009

Errore corretto, in rosso, in modo da esporre il mio collega a pubblica gogna.
Ci scusiamo [e speriamo che i refusi rimanenti non siano troppi].

Matteo

7/20/2009

Tanto caro, quanto severo Mah,

sono qui per prendermi le mie responsabilità, e metter su una difesa.
Spesso uso, usiamo, parole inusuali, perché le parole ci piacciono molto.
Personalmente le trovo dei giocattoli assai divertenti. Assemblate in certi
modi evocano antichi fantasmi, o semplicemente son regaletti e giochini
da donare alle persone che si amano, per poi sgattaiolare via e sorridere quando
si è già lontani. Dunque, credo che continuerò ad utilizzare parole strane,
come “crocicchio” che tanto ti ha colpito, o “arcadia”, “bullarsi”, “orobico”,
“blecerchiato”, “antefatto”, “alpaca”, “orpello”, perché fondamentalmente sono
un bimbo, e se sbircio (“sbircio”) in soffitta, mi metto a giocare con le “cianfrusaglie”
più curiose, più divertenti. Anche le parole semplici sono divertenti.
Ad esempio “gatto” è una parola visivamente onomatopeica, che mi diverte molto.
Mi fa pensare al felino che si carica come un molla e letale e divertente salta di
palo in frasca, come sto per fare io, ma assai più goffamente di un ga-t-to.

Riconosco l’importanza di controllare l’ortografia. Con molta tristezza, e
con un orgoglio infantile e malmostoso, ammetto che, nel corso degli anni,
non sono riuscito ad affinare la tecnica. Per la precisione, ignoro mio
malgrado come si scrivano la maggior parte delle parole che contengono
“gn”, “ng”, “sci”, “ns”, “nz”, “ce”, “cie”. Non credo sia ignoranza crassa, forse
è qualcosa di legato alla pronuncia, o alla mia pessima memoria.
Inoltre c’è la questione della fretta, della velocità di scrittura e il fatto che,
come diceva matteo, siamo “supereroi nudi”, nel senso che walwian è
la nostra cabina del telefono, nella quale entriamo per cambiarci, à
la superman, con il rischio di uscirne in mutande.
C’è anche da dire che la mia scrittura è l’equivalente di un furto, di un
giochino da saltimbanco, di una truffa o di un raggiro. Sono un towncryer,
o straccivendolo. Il poeta è l’altro. In più sono dotato di meno senso
morale di un gatto. Eticamente e intellettualmente il mio collega mi
sopravanza. E’ lui che dovete rimproverare se lascia nei suoi articoli
dei refusi.

Sono convinto che i refusi rechino danno all’autorevolezza e all’immagine
di un prodotto editoriale, me ne rendo conto. E’ per questo che accolgo con
estrema modestia e umiltà il tuo appunto, dandomi probabilmente la migliore
risposta di tutti i tempi, anche del futuro.

PS: autorevoli giornali son pieni di refusi, ma in strada non vedo la gente accartocciarli
e gettarli in un cestino, ritenendosi fortunata nello scampare il pericolo di proseguire nella lettura. Ti invito a farlo, sopportando l’offesa di un errore.
C’è una minima possibilità che ne valga la pena, e mi piacerebbe che tu
la esplorassi. Sei molto critico, dunque, va bene.

Luca

lucarebours

7/21/2009

Basterebbe curare un po’ di più l’ortografia e, soprattutto, la sintassi.
Comunque la tua risposta non mi è sembrata affatto umile: bensì un tentativo “egotico” di tessere una “ridondante” “apologia” con il “criptico” fine di “crogiolarti” nella tua “sedicente” cultura “verbale”

mah

7/21/2009

geniale…una camminata sulla luna

Perru

9/22/2009

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Siamo anche qui, e qui, ecc…

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