Privatamente vostri | Mogwai live@Rome
Il primo suono, quando ci sono ancora i colori del tramonto a scaldare le tribune della Cavea e un vento pungente preannuncia la temperatura a venire, è quello di un gruppo di gabbiani che si solleva in volo (i live dove si intrufola Walwian hanno sempre delle sfumatore ornitologiche). Partono da nidi che non pensavo esistessero, in mezzo alle nuvole e sotto le architetture di Renzo Piano, e si disperdono stagliandosi nel cielo. Le teste sono all’insù così come le macchinette fotografiche. Sotto, sul palco, ci sono i Mogwai che, nell’indifferenza generale, hanno cominciato a tirare giù le prime note di Helicon 1. Almeno credo fosse Helicon 1. L’indecisione è un precipitato della mia già nota tendenza a non conoscere i titoli dei brani che ascolto. Dico Helicon 1, perché è la prima, perché ho prestato attenzione, perché un coretto di acutissimi “uh!” si è levato al primo riff del basso (un coretto di dolore e masochistico piacere, come se, in tempo di emorroidi si cagassero lamette). E poi anche perché alla fine del concerto, armato di coraggio e insospettata intraprendenza, mi sono lanciato alla conquista della playlist (questa volta sì) e, prima che uno più giovane, più furbo, più alla moda di me, me la strappasse di mano, sono riuscito a leggere i primi due brani: Helicon 1 e I am Jim Morrison e il penultimo, quello del bis, Helicon 2. Comunque, titoli a parte (a cosa servono i titoli se non per generare un’imposizione di significato?) parliamo di moda. No, parliamo del concerto. E anche di moda.
Si dice Mogwai e si pensa a gente che indossa quilt o che ciondola stravagante nelle Highland scozzesi mentre la pioggia si concretizza in una bruma di grigia , ma suggestiva, fissità. Invece no. I Mogwai sono la casalinga di Voghera. Una figura altrettanto suggestiva e altrettanto evanescente, ma che uno non si immagina depressa e disperata nelle Highland. Semmai depressa e disperata appoggiata al tavolo della cucina o apatica davanti al televisore spento. Una depressione tutta contemporanea, mascherata da un trucco curato o da un colletto stirato, oppure esplicita dietro le pieghe di una giacca sgualcita e le sbavature di un rimmel bagnato di lacrime. Non c’è Mel Gibson con le chiappe al vento in questa Scozia musicale che straborda e investe gli umori del nostro occidente. Siamo chiusi negli aeroporti, trattati come untori di noi stessi, indossiamo mascherine, vendiamo ville e ne compriamo, ci convertiamo e ci rompiamo i polsi, prendiamo a botte gli immigrati perché puzzano e perché mentono e li cacciamo arrabbiati perché bevono più dei nostri figli ai quali vietiamo di bere. Ci proibiamo, di nostra semi-spontanea volontà di esser liberi. Ci rifugiamo dentro abiti succinti e non, golfini, come avrebbe detto mia nonna, di cotone blu stile Old Navy, oppure ci annodiamo al collo cravatte fuori misura o collane sbilenche. Perché sia tutto normale, perché vada tutto bene. Il proibizionismo ha generato rivolte e rigetti. Dalle teste e dagli stomaci. Fw >>

I gabbiani hanno liberato il buio e il freddo di sera, freddo di sera. I Mogwai, che continuano a suonare indifferenti all’indifferenza, schierati come davanti a un plotone di esecuzione. Le teste senza capelli piegate in avanti, a mostrare l’umile consapevolezza delle parole dei loro suoni. Tre file parallele. Le chitarre e il basso; la batteria e le spie, gli amplificatori e le luci. Paralleli in modo da non incontrarsi mai. Il suono sì, quello si muove tra i piani, cozza e si infrange come onde di un mare denso e viscoso. Ecco il perché dei gabbiani. I quattro ex Chemical Underground (più uno nascosto a fare il cuore, alla batteria, più uno imbucato che gira manopole e sposta levette) stanno lì, piegati e ricurvi in un gesto privato, le loro ombre allungate o divorate da luci infiammate di demonio o bianche come l’immagine del divino. Ricurvi in un atto di intimissima lussuria, un impeto autoerotico che si comprime in un timido afflato senza sesso.
Le amiche del cuore in libera uscita, cardigan nero entrambe, come gemelline separate alla nascita, accendono una sigaretta dopo l’altra. Mi soffiano il fumo in viso e io comincio ad odiare la libertà e penso che il proibizionismo, delle volte, può essere un buon sostituto al buonsenso assente delle persone. Risoffio il fumo indietro, per salvarmi i polmoni già compromessi nelle vite precedenti e per sbuffare un disappunto puritano che non pensavo di avere. Eppure, le avessi viste lì, in completo Amish senza cuffia, non avrei mai pensato di poterle odiare per il troppo fumo.
Le luci sono ipnotiche e le onde si schiantano sulla battigia. Loro sono sempre piegati nella fissità (tranne per uno che a tratti accenna dei saltelli) e tutto quel suono, tutta quella musica non sembra poter arrivare da lì. Avevo sempre pensato che per suonare con quell’intensità bisognasse prendere a pugni l’aria, spaccare amplificatori a colpi di Fender o lanciarsi sulla folla . Che sia anche questa una metafora della nostra epoca? Che anche noi depressi in maniche di camicia possiamo avere una voce potente?
Non è proprio la stessa cosa. Per farlo serve abbastanza talento da trasformare la depressione in libera scelta. Le maniche di camicia sono la conseguenza di una incapacità a relazionarsi e a rapportarsi con le dinamiche comuni, con quello che la gente pensa con quello che la gente fa.
I quattro, nel pieno di un impeto onanistico, leggono lo spartito del loro talento e della loro visionaria potenza immaginativa. La loro musica è una musica da bricoleur, una ricomposizione, una ricombinazione degli stessi suoni in modi ogni volta accecanti (accecano le orecchie) tanto è deprimente la loro bellezza. Una bellezza algida o una depressione porporina. Nella mastrubazione sonora convivono il piacere diabolico e l’estasi divina della normalità. Sferzate argentine che stillano ogni goccia di sudore assente (ricordate il vento e il freddo) dalle teste scroscianti dei pochi fan intasati di metal e nostalgici del capello lungo. Il resto sono le fiammelle e le braci di sigarette e canne che accendono le tribune con antiche stelle di fuoco. Si chiude con le luci rosse. Suonano l’ultima nota del timido bis e, con le teste piegate di chi non ha altro da aggiungere, sfilano giù dal palco. Dimessi, timidi, con in bocca la sigaretta dell’amplesso. Privato, intimo, solitario. Ad un passo dallo sbarco sulla luna, nel silenzio di telefoni muti, dentro scafandri. Sommersi di nuovo, dopo il fuoco del diavolo e il candore del sacro.

A testimonianza della mia presenza. Tribuna mediana perché Walwian non mi paga e non posso andare in prima fila.


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