Kurt Cobain, 1967-1994
K.C.
“Hope to die before I turn into Pete Townshend”
In mezzo scorre il fiume. Pini. Dunque, boscaioli. Victor Grinich è ancora vivo, si annida splendente nella Nuova Valle dell’Eden. La città è una Monterey in California senza la California e i rows. In compenso, ci sono i cannery, stabilimenti di conserve alimentari. Salmoni, più nordici, in luogo delle più latine sardine.
Hey Jude risuona nella tua bocca, tutti si aspettano che tu abbia genio. Il fiume è sporco e vomita rifiuti. La centrale nucleare chiude. La disoccupazione raddoppia durante la notte. Al mattino non c’è altro da fare che essere adolescente. Passaggi bruschi, infanzia felice, adolescenza odiosa. Anatomia a lezione. Schizzi di ossa e vene. Tra poco le vene si riempiranno, straborderanno, diventeranno secche, si impolvereranno. Nel frattempo. Il tuo amico diverso, solo per far incazzare i normali. Parla piano, tra poco urleremo.
“Avevo sempre desiderato provare l’esperienza della vita di strada, visto quanto era noiosa la mia vita di adolescente, ma non fui mai abbastanza indipendente per farlo.”
Il boscaiolo dal sapore proustiano entra alla SubPop. Lo prendono per il culo perfino le impiegate. Parla di varichina e dicono che tenga un diario. In realtà è solo un patetico drogato. Tormenta il produttore con il suo album. Detto produttore scarica la patata bollente a quelli della Geffen. Se Rubin è in grado di gestire questo, può far avere successo anche al coro della chiesa.
What if? (La storia fatta di “se” e di “ma”, ipotesi false)
E’ un drogato. E’ un finto frocio. E’ un miserabile. E’ un rompicoglioni. Le sue parole chiave non interessano a nessuno. Ha una band di sfigati. Molto probabilmente il bassista non è un sapiens sapiens. Circa quattro persone ritengono che sia un genio: sua mamma, sua zia, il suo bassista più il suo amico del liceo. Inizia la pietosa questua presso le college radio. E’ il 1993, non gliene frega un cazzo a nessuno di sentire del punk e intimista, per giunta.
Flashback. E’ lancinante, è un lampo di ami da pesca. La sala di registrazione puzza di urina e le pareti sono insonorizzate da scatole di uova. Dopo una quantità di mal di stomaco lancinanti, ne esce fuori un disco che si chiama come mezzo album dei Sex Pistols. Buon lato a, il lato b è come se non fosse mai esistito. Crack. La storia finisce qui. 1991, esce un album punk con cinque canzoni fiche. Craque. E’ il botto.
/ Don’t read my diary when I’m gone
Now i give you another clue,
the walrus was Kurdt / Fw >>
Il futuro, in rapida successione. C’è una generazione che vive stabilmente dentro un profilattico, per essere certa di non creare nulla. Si distingue per negazione, come quei cani piccoli che passano il tempo ad abbaiare. I cani grandi li ignorano, i gatti li provocano, la gente gli rifila calci e li cataloga con semplice odio. K.C. fa come il suo idolo, J.L., durante le tregue delle pere e dei concerti scrive su un quaderno, butta giù vignette così grottesche, ma senza l’ironia e la leggerezza del suo predecessore. Le mosche non svolazzano su questo Frank, ma ne divorano il cadavere, ancora vivo. Si portano avanti il lavoro.
Eddie Vedder comincia a rimpiangere di non “stare su un’isola in mezzo al Pacifico perchè alle balene non gliene frega un cazzo” di chi è lui. Poco dopo sarà engaged con la delfina Giselle Bundchen. K.C. impudridisce, la formalina della gloria postuma non diminuisce il tanfo di morte. La formalina della gloria non attenua il dolore per la perdita. La moglie imbottita di droga legge ai giornalisti l’ultima lettera. E’ squallido. Sono vite. E’ la vita. Sì, non commettere lo stesso errore che hai fatto con John. Lei lo ama.
K.C. lascia più parole che suoni, più domande che indizi. Il parallelo più stridente, in questa storia, è quello che spiega più cose. John Lennon era caratterizzato da una sensibilità ed una acutezza assoluta, al pari di K.C. Ma probabilmente, non divenne mai dolore puro. C’è troppa ironia nell’essere britannico per provare un dolore realmente cieco, c’è una storia a cui rendere conto, ci sono panni sporchi da lavare in casa, con l’impero che guarda. Se sei nato sulla costa nord occidentale degli Stati Uniti, la pioggia acida ti ricorda che non sei abbastanza in mezzo per vedere le cose mentre accadono, ma non sei abbastanza lontano per essere esotico.
Le rockstar muoiono. Diventa una questione di eredità. K.C. lascia qualche vestito da donna, a fiori, buttato nell’angolo, un volo suicida su una batteria. Lascia un pugno di canzoni su cui nessuno avrà mai un giudizio neppure vagamente lucido. Ogni riga ormai parla di quel che è successo dopo che è stata scritta. Lascia una bellezza assoluta, completamente americana, perfezione angelica, trasandato, poi icona. Una eredità nascosta: un uomo è perfettamente in grado di cullare una bambina, se dismette i suoi panni, se si convince che essere una madre, per quanto imbarazzante, rimanga più disperatamente vitale di qualsiasi divertimento.
K.C., credo, fu psicanaliticamente femminile nel non distorgliere lo sguardo da traguardo finale e dalle tappe intermedie, il rock&roll non lo fece divagare per un attimo da questa ancestrale via crucis. Era sensibile. Forse lo era troppo. Lo era abbastanza per fare quello che ha fatto.
K.C. storpiava il suo nome, firmando, intimamente. C’è stato un tempo in cui la sua sensibilità, preferibile non usare la controversa parola che lui amava, dolcemente colpiva gli astanti, il nucleo familiare, una lenta a naturale emancipazione. Poi arrivò la separazione, come ne arrivano a milioni, ma non finisce sempre così male. Fu K.C. che da quello scisma avviò una separazione interiore, o qualcosa del genere. La parola che si preferiva non proferire, era empatia, e rimanda a concetti come arte, neuroni specchio.
Oggi K.C. è morto, e sepolto, faticosamente. Il bassista si candida al senato con i Democratici, il batterista fa il turnista e a tempo perso ha una self-cover-band.
K.C. è stato il primo caso di self-meteora. Ovvero, egli non è stato anonimo carneade, sembra che il mondo lo sia stato per lui, a dispetto della quantità di quella cosa profusa. K.C. è un mosaico buddhista, nel momento in cui si completa viene cancellato, ed è uno sport volgare ed occidentale, tentare anche solo di rievocarlo. Forse dovremmo capire che quando uno se ne va, non bisogna leggerne i diari.
PS: rendersi conto di amare molto K.C., ma senza mai avuto esperienza di un innamoramento.

Luca
“Mi piace mantenere opinioni forti senza argomenti per sostenerle al di fuori della mia connaturata sincerità” – K.C.
00:10 President – Abraham LINCOLN
00:17 Musician – Adam ANT
00:25 Actor – Ben STILLER
00:30 Actor – Burgess MEREDITH
00:34 Astronaut – Buzz ALDRIN
00:44 Author – Charles DICKENS
00:48 Nurse – Florence NIGHTINGALE
00:53 Director – Francis Ford COPPOLA
00:57 Boxer – Frank BRUNO
01:02 Scientist – Isaac NEWTON
01:06 Actor – Jean Claude VAN DAMME
01:10 Musician – Jimi HENDRIX
01:14 Actor – Linda HAMILTON
01:19 Composer – Ludwig Van BEETHOVEN
01:27 Prime Minister – Winston CHURCHILL
01:32 Music Producer – Phil SPECTOR
01:36 Director – Tim BURTON
01:41 Actor – Richard DREYFUSS
01:46 Musician – Ray DAVIES
01:50 Model – Sophie ANDERTON
01:53 Musician – STING
02:00 Musician – Kurt COBAIN
02:04 Actor – Ned BEATTY
02:14 Musician – Ozzy OSBOURNE
02:18 Actor – Jim CAREY
02:22 Actor – Robert DOWNEY JR
02:28 Actor – Robin WILLIAMS
02:31 Actor – Spike MILLIGAN
02:36 Actor – Stephen FRY
02:41 Artist – Vincent VAN GOGH




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