La pioggia tamburella. La pioggia si arrampica verso l’alto e bagna i gatti. La pioggia è un rituale, una speranza. Lava via le macchie di polvere dalla tua carrozzeria. Aspettiamo la pioggia. La pioggia di Woodstock e di Before the flood, Dylan, The Band, e la notte in cui buttarano giù la vecchia Dixie. O la volta in cui bussarono alle porte del cielo. Katie se ne è andata e non rimane che uno schifoso albero di mele. New York è a due passi. Sali sul pick up e c’è la metropoli. Segna la distanza invalicabile solcando la terra con un banjo. Metti un cappello con la piuma. E’ il blues del Delta. E’ un country rimasticato dopo la morte Woody Guthrie. E’ pura fuga. Fuggiamo. Pianifichiamo la grande ritirata.
Voglia di isole. Via. Un solo patto. Che sia l’Atlantico.

Guardalo. E’ enorme. Pensare fu un tutt’uno col guardare dal finestrino. L’Oceano è ancora tutto lì. Non è evaporato. Ci deve essere un motivo se le terre sono separate da tutte queste onde. Quanto può viaggiare un’onda? Sono forse onde spagnole quelle sotto di me? Forse l’acqua che bagna il fondo non è mai stata attraversata dalla luce del sole. Ed è antica. Non credo che riuscirò a prender sonno, credo che rimarrò tutto il tempo a inseguire quelle onde laggiù. Rimarrò a scivolare sull’acqua con lo sguardo. Metro dopo metro. Da questa altezza un metro è un miglio, ma non importa, sarà come farsela a piedi. Attraversare l’oceano a piedi, ma senza muovere un passo. Aspetterò finché sarà inevitabile che chiuda gli occhi imbiancati da tutta questa luce. Dormiveglia, bagnasciuga. Farò un sonno pulitissimo e luminoso, e per questo non troppo profondo. Molto pulito e molto leggero. Azzurro, bianco e fresco.
Scegli un’isola. Le isole stanno al caldo dei tropici. Il caldo dei tropici genera batteri e ragni enormi. Sono isole di sabbia e corallo, sono la prima cosa che va giù se in Baviera o in Salento decidono tutti di usare la lacca. Sono isole fragili. Sono impure. Sono mucchi di sporcizia naturale portata a zonzo dal vento. Si coagulano intorno ad ammassi di calcare e polipetti. Ci sono le mosche e le noci di cocco.
/ take (me) away / Fw >>
The Band indossa pesanti giacche da campagna. Bob ha un foulard che gli ripara la gola dal freddo. E un cappello a falda larga per quando pioverà ancora. Metto tutto in valigia. Dylan è andato a sbattere con la moto, a momenti si rompe l’osso del collo. Ha preso la palla al balzo. Si è rinchiuso in villa con The Band e la famiglia. Adieu, stronzate. Dobbiamo trovare una mediazione. Abbiamo bisogno di un pezzo di prateria, abbiamo bisogno di un’isola.

Vai a nord. Concilia la voglia di un freddo pulito con il tepore della Corrente del Golfo. Aran, Shetland. Le Orcadi e le Far Oer. Isole rocciose. Enormi e minuscole lastre di cobalto che affiorano dalle onde. Sono roccia liscia, piani naturalmente inclinati, con una spolverata di terra. Cottages e case con i tetti di alga. Marinai che non sanno nuotare, per morire senza soffrire se cadono in acqua. Sono nella Corrente. La voglio vergine, la voglio appena nata.
Risaliamo la Corrente, à rebours.
Scegli. Georges Island. Davanti a Boston, Massachussets. C’è uno store che non ha le pile giuste. Ci sono bastioni interrati nelle colline. Le balene a largo, puoi andare a vederle ogni mattina. Ci sono prati e tavoli con date incise sopra. Le date coincidono alla perfezione. E’ un giochetto, è una coincidenza. Andiamo a Georges Island. Hai detto di voler far seppellire là la tua testa. Portiamoci avanti il lavoro. Cominciamo a portarci tutto il resto.
The island is open to the public May through October.
Georges Island è ancora America, le onde radio arrivano. Ma è in mezzo al mare, e se sei fortunato e il vento è forte, è come stare in mezzo all’Atlantico. Fino ad Ottobre staremo qui, ho portato dei dischi e dei libri e un ombrello per passeggiare sulla scogliera. Ad Ottobre, la Corrente ci porterà ad Aran, dove passeremo l’inverno dentro il pub. Lì non arriva la radio, ma è tutto così semplice, non ci sono complessità incombenti. Siamo lontani dalle radiazioni e dalle notizie. Bisognerà solo portare più libri, più dischi, folk, e molte stecche di sigarette. Potremmo portare un gatto, ma sarà una furia. Non è pioggia, sono gli schizzi delle onde che arrivano ovunque. Portiamoci un pallone da calcio. Racconteremo storie di città, le baratteremo con storie di mare.
Luca
“L’Oceano. E’ ancora tutto lì. Ci deve essere un motivo se due terre sono separate da tutte queste onde. Quanto può viaggiare un’onda? Sono forse onde spagnole quelle sotto di me? Forse l’acqua che bagna il fondo non è mai stata attraversata dalla luce del sole. Ed è antica. Non credo che riuscirò a prender sonno, credo che rimarrò tutto il tempo a inseguire quelle onde laggiù. Rimarrò a scivolare sull’acqua con lo sguardo. Metro dopo metro. Da questa altezza un metro è un miglio, ma non importa, sarà come farsela a piedi. Attraversare l’oceano a piedi, ma senza muovere un passo. Probabilmente mi farò portare qualcosa da bere, giusto per passare un po’ di tempo, tra l’attesa e lo scolarmi lentamente il drink. Aspetterò finché sarà inevitabile che chiuda gli occhi imbiancati da tutta questa luce. Dormiveglia, bagnasciuga nella mia mente. Farò un sonno pulitissimo e luminoso, e per questo non troppo profondo. Molto pulito e molto leggero. Azzurro, bianco e fresco. Sono così comodo e così fermo che quando riaprirò gli occhi avrò voglia di farlo. Forse sognerò di farlo. Immagino che per prima cosa sognerò di stare al molo in bermuda e camicia aperta e avrò in testa un cappello da vecchio che a lei piaceva molto. Avrò in mente di andare al largo e fare colazione in barca con un paio di birre ghiacciate. E arriverà lei, mentre sono lì a guardare le onde basse, il riflesso della luce sull’acqua, e ancora il bianco e l’azzurro, stavolta quello delle barche dei pescatori. Lei con i suoi capelli raccolti in un fazzoletto, una camicetta annodata sopra l’ombelico e con indosso un paio di miei calzoncini dentro i quali abbiamo fatto l’amore diverse volte, ma nessuno lo sa. Una volta tra le mie braccia mi darà un bacio e mi dirà che mi ama e come al solito mi sembrerà una bella indigena, così ambrata, e io le sembrerò un marinaio. Non importa quale delle mie lei sia. Forse quella che ho amato di più, o quella che baciava meglio. Ma non importa davvero, baciavano tutte bene e forse io sono stato sempre innamorato di tutte. Solo sarà proprio una di loro. E in quel momento sarà la più giusta che potesse venire su quel molo, la migliore, ma io sicuramente starò già pensando a un’altra, proprio quella non sarebbe mai potuta esser lì. Spero sia bella e forte e che sappia baciare bene e non odi troppo di vedermi bere. E che quando sono con i ragazzi mi guardi e sia contenta di vedermi felice, anche se in quel momento sa di non poter essere lei la felicità. Ma lei saprà che lo sarà più tardi. Forse già desidera fare l’amore, e sa benissimo che potrebbe tirarmi via di lì semplicemente prendendomi per mano o con un sguardo, ma non lo farà perché il suo desiderio di me nasce proprio nel vedermi forte e giocoso e raramente troppo volgare nel bel mezzo dei ragazzi. Berrò troppo e avrò il sapore del fumo e la notte sarà abbastanza lunga per tutti gli sport. Non bastasse, ci sarebbe stata anche l’alba e la mattinata e poi il primo pomeriggio. In quei momenti sembra che ci sia tutta la vita a disposizione.”
Aprii gli occhi e li socchiusi ancora. Mi ero svegliato. Quando percepii la sensazione del volo, solo per un attimo, solo per un breve attimo, ebbi paura. Ma mi abituai subito all’idea, girandomi in cerca di qualcosa e trovando Pitts che ascoltava musica con le cuffie e gli occhi chiusi. Era avvolto in un sonno così privato e serio e aristocratico che non ebbi il cuore di violarlo, neanche io, l’unico che in fondo avrebbe potuto. Poi il mio pensiero tornò su di me e capii che quella sensazione che mi faceva sentire il cuore avvolto in un guanto di elettricità per tutto il giorno, come in un continuo crampo sommerso, non era a causa del vuoto che avevo sotto di me, né era un regalo delle scorie chimiche che circolavano ancora nella mie vene, ma dipendeva da quell’empty vacuum nella mia testa. Ripensai a quando ero a Londra e, perdendo una mattinata a girare la periferia in auto, mi imbattei in una fabbrica di mattoni con un ampio cortile. Il suolo era fangoso e i mattoni sistemati in imballaggi cubici gli uni vicini agli altri, che formavano compatti le mura di una specie di labirinto. Ricordai che rimasi lì a guardare. L’immaginazione mi costringeva a infilarmi e a scivolare pian piano tra le strettoie tra i mucchi di mattoni. Mi preoccupai molto per aver fantasticato su una cosa del genere, perché era priva di senso, spaventosamente priva di senso e per questo non molto differente dalle azioni quotidiane che ancora mi ostinavo a considerare utili e razionali.
La hostess passò di nuovo e stavolta mi trovò quasi sveglio. Ordinai del vino, perché era l’unica cosa che sapevo di poter trovare a bordo. Volevo evitare di chiedere qualcosa di impossibile, così che lei avrebbe dovuto elencarmi qualche surrogato dei miei desideri. Con un cenno le feci capire che non era necessario svegliare Pitts. Poco dopo la ragazza tornò con il mio vino e proseguì a offrire i suoi occhi di mare e le sue labbra rosa agli altri passeggeri. Teneva i capelli biondi raccolti e ordinati, tesi sotto il berretto. Si allontanò veloce e io tornai con me stesso.
“Pitts dorme. Forse è solo ad occhi chiusi e si rilassa ascoltando musica. In ogni caso penso che stia facendo proprio quello che sembra. Non ho mai pensato che si sia fatto massacrare dalla vita come ho fatto io. Ho sempre pensato che quando Pitts chiude gli occhi lo fa per rilassarsi, e basta. Non si fa mordere dai ricordi. Le sue ferite, le ho sempre immaginate pulite, nette e di certo non sanguinanti né infette.
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« Il potentissimo professor Guidobaldo Maria Riccardelli era un fanatico cultore del cinema d’arte. Una volta alla settimana obbligava dipendenti e famiglie a terrificanti visioni dei classici del cinema. In vent’anni Fantozzi ha veduto e riveduto: Dies irae di Carlo Teodoro Dreyer – 6 ore -;
L’uomo di Aran di Flaherty – 9 tempi -;
ma soprattutto il più classico dei classici, La corazzata Kotënkin – 18 bobine! -, di cui il professor Riccardelli possedeva una rarissima copia personale »
lucarebours
7/7/2009
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