French Revolution
Il rock francese è buono quanto il vino inglese
John Lennon
Hanno nomi affascinanti, mai fami(g)liari, come BB Brunes, Second Sex, Les Prototypes, Les Shades, Les Plasticines. Ce ne sono anche altri, ancor meno famosi, forse addirittura migliori. Fanno video in perfetto equilibrio tra una insopportabile costruzione e lo spontaneo sfoggio di stile. Le canzoni sono afflitte daricorrenti erre rotanti, arrotate, irreplicabili se non da caricaturali Peter Sellers.

Rimangono dunque in bilico, tra la censura preventiva ed una ingenua ammirazione. Resistono alla prima occhiata, tradiscono ogni genere di artefatto manierismo, ma solo alla seconda. Sono molto giovani, e questo probabilmente lede ogni tentativo di prenderli sul serio. E’ molto probabile che non valgano nulla, come la maggior parte dei prodotti derivati, come ogni imitazione, o troppo autarchica, o troppo provinciale, di qualcosa che sta accadendo da un’altra parte. L’effetto più straniante è il pacchetto di segni che si portano dietro. Le sinapsi corrono incontro a queste epifanie adolescenti, scintillano, scoppiettano, a vuoto. La Francia non ha nulla a che fare con il rock & roll, il loro rock & roll è il cinema, la nouvelle vague, attori e registi, i protagonisti del quadro di Delacroix, che sono già una band, che è stato concepito, probabilmente, come cover e facilmente, secoli dopo, è diventato davvero la copertina di un album.

/ allez! / Fw >>
Il loro Jerry Lee Lewis ha suonato alla Sala della Pallacorda, i loro concerti sono stati Live @ Bastiglia, Live @ Versailles, il SummerFestival di Austerlitz, la Woodstock di Waterloo. Elvis & Napoleone, Robespierre & Chuck Berry, La Fayette & Paul McCartney. La loro Fender è stata una sempre radicale ghigliottina. Ne hanno diffuso l’icona in tour europei che hanno toccato numerose repubbliche, che si sono lasciati alle spalle sbornie, melanconie, fan club carbonari, fanzines giacobine. La Rivoluzione ha infiammato l’Europa, e nel breve volgere di una decina d’anni ha perso. Nel breve volgere di trecento, ha vinto, spiegandoci da un palco vermiglio le qualità della sala da cui noi assistiamo allo scorrere dello show.
Contraddizioni, storie intrecciate, simboli che mutano, si giustappongono, e sembrano quietarsi dopo chiasmi e intrecci speculari. La ghigliottina che nasce come strumento di regale oppressione, e si muta ne la livella politica della prima generazione alla quale possiamo rivolgerci in termini di parenti non di antenati. La ghigliottina che lascia il posto alla cimice, in epoca elettrica, non ancora elettronica, passepartout del potere voyeur di Dick Nixon e prima di Edgar Hoover. Fai una giravolta, falla un’altra volta, e chi di intercettazione ferisce, di intercettazione perisce, come il potere odierno, arcano e ufficio segreto disvelato solo dalle bugs, probabilmente perno della divisione dei poteri, spartiacque tra giudiziario e legislativo, legislativo logoro e in preda a urla e brusii ed un esecutivo autarchico.
E ancora, internet, nata come sotterranea figlia di una guerra fredda agli sgoccioli, network militare ed accademicissimo, espropriato dal quarto stato informatico degli anni 90 a suon di azzardi ed impunità, fino ai nostri giorni, specchio riflesso tra indipendenza (la circolazione delle informazioni) e controllo (il grande fratello, Google oracolo prezzolato onniveggente).
Da noi si celebra la forza della rete, dall’altra parte del mondo l’opinione pubblica americana ha dormito sonni agitatissimi, vegliati da Bush & Cheney, sotto controllo milioni di telefoni e account. Come il twist nei 60s, che da noi sbocciava, mentre in America tristemente sfioriva insieme alle belle cantanti di Las Vegas senza successo. I new media godono di fame opposte in base alle opposte tracce suggerite dal destino, con Obama che twitta come un fringuello, mentre deve finire di smantellare il sistema di spionaggio di stato approntato dal predecessore.
L’Iran canaglia si dibatte. Gli Iraniani postano la loro rivolta di strada. E non ce la fanno. La blogsfera persiana partorisce un fronte virtuale d’opposizione. Probabilmente, e assai tristemente, la rottura mediata dell’isolamento è solo un palliativo che soffoca l’eventualità di una rivolta vera, materiale, impedisce alla strada di entrare dalla finestra.

Ellissi, tramonti e albe per tecnologie che che incidono nella cultura di popoli. Mentre tacciamo gli americani di essere politicamente un popolo troppo giovane, amiamo, bramiamo, vogliamo il fango dorato delle intercettazioni. E’ molto pruriginoso, questo come altri voyeurismi, guardare il potere che si corrompe ed evapora. Ma è solo pruderie, è guardare.
Luca




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