Folk Songs

July 16th, 2009 in Summer gigs by Matteo1 Comment

Note a margine, tra onestà e buonismo e inesorabile ignoranza.

Ho sempre pensato alle Note a margine come a quei suoni che esistono solo alla periferia dell’orecchio, suoni che non hanno corpo a meno che qualcuno non decida di prestarvi attenzione. Un po’ come quel patetico albero che non fa rumore quando cade se nessuno può udirne il tonfo. In realtà l’albero cade, e il tonfo c’è, solo che non ce ne frega un cazzo.

La percezione egocentrica del “no, non fa rumore perché io non l’ho sentito e se non l’ho sentito e se nessun altro l’ha sentito e se l’albero non ha orecchie per me non esiste” perché l’avvenimento della sua dipartita non ci è stato compresente. Come non accadono i dialoghi sofistici, rabbuiati dalla profondità degli abissi, tra piovre giganti, sirene e tritoni nascosti tra le rovine di Atlantide.

Se ci chiudessimo in un armadietto, tutto quello che sta fuori, lontano dalle nostre sfere, dovrebbe non esistere, dovrebbe non esser mai accaduto, dovrebbe essere una presa in giro (la logica non è schiacciante, e non sono neanche d’accordo. Condivido, al contrario, il pensiero secondo il quale un suono esiste se può essere ascoltato, un dolore esiste se qualcuno lo sente, un brivido ha vita se percorre una schiena capace di scuotersi. Ma non sono qui per spiegare le mie ragioni. Ah no? Uh!) Forse neanche noi esistiamo davvero, forse siamo una bella presa in giro. Forse ci circondiamo di ologrammi. Forse sono io l’unico essere reale e ho talmente tante allucinazioni da aver inventato una storia, averla messa sui libri e aver inventato il progresso, il regresso lo sfacelo la crisi l’amore e la violenza. Potrei aver assegnato un nome a tutto, per il gusto egoistico di non sentirmi solo. Potrei esser caduto in una foresta e non esistere. E forse chi se ne frega perché io vorrei parlarvi di altre cose. Cose belle. Cose belle. Forse. E forse chi se ne frega.
Comunque.

Nel margine e nella periferia ci abitano dei suoni, anche se non c’è nessuno, se non il produttore, ad ascoltarli. La periferia non è solo quella fisica, la periferia può essere mentale. La periferia è mentale. La periferia è uno stato mentale, come l’Arkansas ma della dimensione di una nocciolina e virtualissimo e incastonato da qualche parte vicino le orecchie. Dentro le orecchie. Può annidarsi nella distanza che ci separa dal nocciolo molle della nostra coscienza. Io un nocciolo non ce l’ho, perché forse non ho neanche una coscienza. Forse. Forse no. Credo che l’unica verità, la verità un po’ più vera delle altre, è che siamo costruiti solo di coscienza. Sono, siamo, un sentimento. Siamo un filtro e una sponda, di un biliardo senza buche su cui si gioca a carambola. Fw>>

By Grazie, davvero - http://www.flickr.com/photos/goljadkin/

Nella periferia, quella mentale, coesistono i suoni più diversi. Si mescolano nel margine, si calpestano e si aiutano e si ripetono e si dimenticano uscendo dalle orecchie. Uscendo dalle orecchie. Dalle orecchie. Orecchie. E. Si dimenticano, si estinguono, si stingono. Sono bruit sbiaditi, cancellati, accantonati. Una volta in auge, una volta al perigeo dell’hype (e io oggi parlo così, perché siamo su internet e su internet si parla di hype).

Ci sono suoni marginali che esistono in mondi centrali. Piccole enclave ignorate, periferie concentriche, confini infilati nel centro del mondo. Perché succede sempre tutto lì, al centro del mondo e anche le periferie si ritrovano là, per chiacchierare e per farsi compagnia a vicenda, per maledirsi di un male comune, per consolarsi delle piaghe condivise, o per sperare che il centro, colto da distrazione, le avvicini un po’ di più a sé. Vorrei parlare di questi, di questi suoni sprofondati negli iati urbani di cui non ci accorgiamo e a cui mi va di fare cenno. Con un avviso e una premura: qui non si esaurisce mai nulla, si gratta la superficie e si costruiscono ipertesti, si abbozzano ragionamenti, si dà il via al pensiero, poi ognuno ne fa ciò che vuole. Del pensiero, dell’intelligenza, delle cose, della politica e delle opinioni. Io di solito mi fermo subito, perché mi annoio o perché mi distraggo o perché mi dimentico quello che stavo facendo. Spero che voi non facciate altrettanto e che siate più bravi più buoni e più belli e che vi piaccia molto l’IBM e che siate smart come il suo mondo pubblicitario.
Non vi anticipo nulla e vi faccio scoprire questo margine, che ogni tanto mi ronza in testa, da soli. Perché nel margine ci si passeggia senza guida, il margine è il momento per ricongiungersi o scoprire il proprio progetto di vita e capirlo, finalmente. Bisogna perdersi un po’ e un po’ sforzarsi, perché la periferia della testa è proprio lontana e se ci cade un albero dentro non solo fa rumore e non solo ne fa tanto, ma è pure un gran casino. Proprio un gran casino senza fiches e senza puttane.
Il margine mi affascina e ci vorrei scrivere il colphon di venerdì. Se non ve ne frega niente fatemelo sapere. Io lo scriverò lo stesso, ma a quel punto sarò consapevole di farvi un dispetto.

— Piccolo spazio demagogia —

La musica è il luogo privilegiato per le nostre rielaborazioni immaginarie, è lo spazio alternativo nella quotidianità, non la fuga da essa. È lo scambio, il frullato energetico tra immaginazione e realtà che ci tira giù le braghe sociali e ci toglie, come un mattoncino dello Jenga dalla catasta dei ruoli e dei compiti. Il bicchiere in cui frulliamo è la scatola di carne in cui esistiamo, mescolando il pubblico e il privatissimo, le libertà e le castrazioni.

— Fine piccolo spazio demagogia —

Se il romanticismo è lo strumento centrale del pop, e il corpo la sua principale cassa di risonanza, è la città che ne dispone il palcoscenico. La città è il corpo urbano, il luogo dell’immaginazione contemporanea; e attraverso la riproduzione tecnologica dell’immaginario, le strutture della metropoli – sotto forma di copie e di variazioni locali – penetrano in ogni angolo della nostra vita.
Ian Chambers, Ritmi Urbani: Pop Music e Cultura di Massa, p. 206

Vi mando a navigare nel margine, a rimescolare le piccole periferie sonore del centro del mondo.

Marginalità [http://www.tenement.org/folksongs/]
(Seguite il link, perché questo link è l’unico motivo di interesse dell’articolo)

Collegatamente vostro,
Matteo

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Author: Matteo

Matteo è nato nel 1983 a Roma, città che odia, ricambiato, e in cui continua a vivere. Poliedrico, si appassiona a tutto ciò che è insolito, salvo poi pentirsi e passare ad altro. Molto educato e composto, ha smesso di fumare poco prima dell'apertura di Walwian, azzerando ogni dubbio sulla natura del di lui rapporto con i suoi lavori. Disegna, dipinge, scrive e raramente finisce ciò che inizia. Spera che "The Walwian" possa segnare un'inversione di tendenza. SCRIVIMI

One Comment

Cosa c’è nella marginalità che ci sembra così attraene?
Perchè Diane Arbus vi ci si rifuggia?
Cosa c’è che non va?

E’ un problema di interessi, credo.
E’ un problema di cambiamenti veloci, che ci sono sempre, per sempre,
da un pò di tempo a questa parte. E’ un gioco rialzo, lavoriamo sulle
scremature di margini incrementali. Il mondo è come il Real Madrid, che
spende tantissimo per raccogliere un margine esiguo, l’incremento dei gol
dell’attacco nella prossima stagione. Il grosso del margine sta nei soldi
incassati per altre vie, credo.

Ci sediamo un attimo. Quei soldi, in un modo o nell’altro, li paghiamo tutti.
Il denaro è come l’energia. Non vive in compartimenti stagni. Ci sono entropie
che consumano tutto.

Il prezzo che paga uno, lo pagano tutti. All’interno della metafora, lo paga il tifoso
della squadra a cui è stato strappato l’asso. Lo si paga su scala comune, lo squilibrio.

Tornando alla marginalità. La ricerchiamo perchè nella sua “nicchia” (antieconomica?) pensiamo di trovare rifuggio da leggi e meccanismi che assecondano splendidamente bisogni non nostri.

Andiamo al margine perchè il mondo non è a uso e consumo di noi.
Forse dovrei parlare al singolare, sospinto da un individualismo assoluto.

Una storia ai bordi del razzismo, del classimo, mi prendo un rischio.
Uso il bus per tornare a casa. E’ pieno di gente che francamente, naturalmente, puzza.
Io sono tra i pochi che non puzza, o quantomeno, non sale già puzzolente.
Attribuisco questa mia peculiarità al fatto che sono stato dotato, per grazia ricevuta, non per intelletto o lungimiranza, di strumenti culturali che mi permettono di capire che non devo puzzare, o urlare, o essere invadente o fastidioso.

I puzzolenti, gli invadenti, i fastidiosi, i fondamentalmente non adatti ad usare un mezzo pubblico di trasporto, perchè insistono? Non sono adeguati. E a ragione, non lo sono. Perchè un contadino africano o arcade o balcanico dovrebbe “saper” prendere un bus?
Perchè è schiavo, almeno quanto lo sono io, di interessi che non sono i suoi.
Perchè è piegato da forze maggiori, da fini di cose/persone terze a cambiare la propria vita, a diventare mano d’opera a basso costo, badante, muratore, stagionale.
E’ stato ingannato. Nell’opificio servivano più mani, a meno costo, ed è stato convinto che per lui fosse meglio abbandonare la campagna e inurbarsi.
A me che sono cittadino di nascita, la diversità degli standard di comportamento infastidisce un pochino. Porto pazienza. Invece mi irrito e divento intrattabile, pensando a queste persone che sono state indirizzate verso un modo di vita non sostenibile, per il profitto di terzi, che qualitativamente parlando, pago anche io, con la puzza, la scomodità. Volontariamente riduco la questione ad una storiella con la puzza sotto il naso. Perchè bisogna capire che i grandi movimenti, le grandi scelte, impattano ogni giorno sui coglioni di ogni singolo individuo.

E la questione non è personale, o forse lo è. E’ politica, maledettamente politica. E preferire perdere il mio braccio destro che ammettere che la maggior parte delle righe che scrivo sono politiche, perchè non può esistere sfera personale sana, se quella pubblica è malata. Riuscireste ad amare vivendo da non-liberi? Non credo, non più di quanto riscireste ad essere liberi, senza riuscire a provare amore.

Sono righe politiche, sì. E spiegano il bisogno di marginalità. Perchè la marginalità non è margine, non c’è profitto. E il problema, è il profitto.
Ne prendo serenamente atto, proprio come un dato inestirpabile, senza soluzione.

lucarebours

7/17/2009

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