Elegia Estiva

July 24th, 2009 in ostia film fest by Matteo1 Comment

Visto il caldo, qualcosa di fresco e leggero da leggere sotto l’ombrellone. (Cito) “Perché d’estate pensare alla Russia dà sollievo o getta nella disperazione”.

Slava accompagna le arcate incasellato nelle immagini di Elegiya zhizni. Rostropovich. Vishnevskaya. Sokurov. Parole russe, in russo, e sottotitoli francesi, in francese. Dannatamente spocchioso, dannatamente intellettuale. Segno di spunta sulla casellina immedesimazione in un archetipo che non mi appartiene. Ma soprassediamo sulle valutazioni di ordine etico.

Dunque, ricominciamo.

Slava, allievo di Šostakovič.

(… servo cocktail in un bar, disse lei,

e li servo in minigonna,

ma non ne posso più dei clienti

che mi ficcano il naso

tra le gambe.

perciò mi ubriaco al punto da rovesciargli i drink addosso,

e dopo canto,

non rock, che è andato,

io canto jazz…

mi sposeresti? le chiesi.

sì, rispose.

poi lei e il suo ragazzo cominciarono un bisticcio

e mi mollarono lì con la bottiglia di vino rosso

e io sedetti mangiando pollo fritto

e ascoltando Šostakovič

fino alle 5

del mattino) C. Bukowski.

Allievo di Prokof’ev, di Sebalin, e poi di Casals, distende arcate incestuose che avvolgono di pelle il corpo legnoso del violoncello. Mstislav Leopol’dovič Rostropovič, detto Slava (gloria), incalza la suite di Bach con staccati digitali, serie di uno e di zero, infilate lungo protocolli http e incanalate fino alle mie casse. Pausa, perché c’è il russo e c’è l’Elegia di Sokurov. In bianco e nero. Digitale eppure profondamente analogica. Analogie.

Benvenuti a K  || Fw>>

Era una notte buia e tempestosa. No.

Il sole splendeva alto nel cielo sopra il ridente villaggio di K. No.

Nel Kolchoz di K, come al solito, non succedeva un cazzo. Adesso sì.

Il cielo era coperto da uno strato lattiginoso di nubi. Un vento di meduse e sabbia sfuggiva tra le anime. Il Kolchoz è un luogo di nessuno, pur essendo di tutti, in cui tutti devono entrare e in cui tutti devono rimanere.

L’uomo da Kronstadt stava lì, accatastato accanto alla legna, accanto al bacile con l’acqua e i panni sozzi. Vorrei rubarti l’anima. Sul collo la traccia sbiadita dei colpi di bacchette di un kol’shik siberiano. Punte di stella. Tante quante gli anni di prigione.

I passi scricchiolano sulle foglie morte. Sono foglie di zucca, sono bucce di patate, sono spighe dorate di grano, sono petali di rosa. L’uomo di Kronstadt sbuccia le rose per il Partito. Le scarnifica e si ficca le spine sulla fronte e attorno al cervello e si consegna al tempo nelle vesti e con le sembianze di un ergastolano rassegnato, svilito, accasciato accanto a un catino pieno di panni sozzi in ammollo.

Lo vedeste così, così rattrappito, non ci credereste mai. L’uomo di Kronstadt è un omone enorme, alto come il Lenin di bronzo che sta a Novogrod, forte come gli elefanti e l’Armata Rossa tutta. Si dice abbia vinto una lotta a braccio di ferro contro una nave intera. Lì, nel golfo di Finlandia, vicino alla foce del Pirita. In quel mentre una tempesta stava portando a fondo anche i pesci e la Petropavlovsk, la corazzata monocalibro classe Gangut su cui si trovava, stava ruotando su se stessa manco fosse una feluca egizia. Si racconta che, insieme ai mille e passa dell’equipaggio, che roteavano attaccati al pugno dell’U da K, c’erano anche i dodici BR M1910, i quattro BR 1905, gli otto cannoni singoli da 75/50mm mod 1892 e i quattro tubi lanciasiluri RU M1910 da 456mm che scannonavano impazziti in una Santa Barbara di fulmini ed esplosioni. Sotto la pioggia e il vento vivo di una rivolta di sangue e libertà.

Oggi, ieri, l’uomo di Kronstadt con la pelle bruciata da un sole che così sole il Kolchoz non ha mai conosciuto, se ne sta, enorme e accartocciato, accanto ai figli delle donne gravide della fattoria collettiva. Figlia di Stalin, figlia di Kronstadt stessa. I figli sono anche suoi, come i panni lisi nella bagnarola e addosso ai monelli che hanno già gli occhi tristi dei grandi. Senza avere alle spalle abbastanza vita da spiegarli. Sta crescendo l’uomo sovietico, con gli occhi fermi a mezz’altezza e con i sogni trasparenti anche di notte.

L’U di K ricorda la sua rivolta, ricorda le rincorse e i compagni fuggiti a inseguire le nuvole in viaggio. Ricorda la fine del comunismo di guerra e l’accumulazione socialistica iniziale. Non gliela avevano messa così, ma lui ricorda di aver saputo che la NEP non fosse altro che una momentanea ritirata strategica, perché la rivoluzione doveva essere preparata e bisognava che tutti fossero pronti.

La sciagurata “politica della forbice dei prezzi” con cui lo Stato, da un lato, deteneva il monopolio dei prodotti industriali e ne fissava il prezzo (altissimo), e dall’altro stabiliva prezzi irrisori per i prodotti agricoli, ostacolando l’accesso dei contadini al mercato libero (la forbice aveva la funzione di finanziare il risanamento e lo sviluppo dell’apparato industriale) aveva ridotto al minimo gli scambi di mercato riportando l’economia del mondo rurale a forme di baratto.

L’U di K è memoria cutanea e nelle sue croste c’è la morte di Vladimir Ilyich Ulyanov Lenin e la lotta per la sua successione.

Nelle arcate di Rostropovič la storia è compresente a se stessa. Tutto in un momento, sotto un portico accanto a un catino, sotto il rigo di un pentagramma, nei chiaroscuri di un’elegia alla vita.

Attorno al Kolchoz di K hanno aperto la caccia ai Kulaki, Rostropovič ha cinque anni mentre Stalin guida la sua rivoluzione dall’alto ficcando uomini e donne dentro aziende collettive come K. I contadini poveri contro quelli ricchi, a separarli un paio di vacche in più o in meno. I beni confiscati e poi il Kulak buono e il Kulak cattivo e tutti i beni assegnati ai posti come K che, pur vivendo delle stesse tradizioni egalitarie dell’Obščina, sono un molto più grandi.

Qui ci fanno lavorare un sacco, pure se il sole non c’è e non si fa vedere. Sento i grandi che parlano di un cielo coperto di sperma, io non so di cosa parlano ma deve farli arrabbiare molto perché subito dopo cominciano a sudare e a dire tutte quelle parole che a me non fanno ripetere. Io sono abbastanza cresciuto per lavorare la terra. Mi hanno istruito sui miei compiti e, a parte qualche volta che mi fermo a parlare con lo strano signore che sta seduto vicino alla legna e che tutti dicono che è ammattito ma bisogna portare rispetto, io mi spacco la schiena – mio nonno mi dice sempre che la sua ormai non si ripara più ma che io, pure se me la spacco, mi basta che dormo una notte e mi sistemo – sul nostro appezzamento. Qui tutti lavorano la terra di tutti, perché dobbiamo pagare le tasse e mi sa che sono tante perché qui nessuno ha mai un soldo di niente. Se lavoriamo per duecentonovanta giorni all’anno ci permettono di lavorare su un pezzettino di terra nostro e allora ci possiamo tenere quello che produce. Per questo mi ci spacco la schiena, mica perché sono matto. Mia zia mi ha detto che a quelli delle città gli hanno dato i passaporti per muoversi da un posto all’altro e che a noi non ce li hanno dati così siamo costretti a rimanere qui dentro e poi mio padre ribatte sempre – perché mia zia Anna lo dice almeno una volta al giorno – che con tutti i giorni che dobbiamo stare qui con la zappa in mano, pure se ce lo dessero, il passaporto, non ci faremmo un e poi una parola che non mi fanno ripetere.

La collettivizzazione ha spento e affossato il tessuto più attivo e colto della classe contadina. L’ha ridotto, ristretto, reso irriconoscibile. I capi di bestiame hanno subìto più perdite durante questo periodo che durante tutta la Seconda Guerra mondiale. La famiglia tradizionale, le unità e i nuclei costitutivi della società si sono sgretolati. I contadini si sono riversati nelle città, ruralizzandole. Hanno portato forza lavoro, hanno tolto il potere residuo alla loro classe, hanno sacralizzato la pianificazione centrale e il partito-Stato, hanno dato il via libera all’industrializzazione forzata mentre i Kolchoz, e quelli che ci erano rimasti, lavoravano per dare cibo al presunto progresso. Il progresso delle baracche urbane, di quelle enclavi di marginalità in cui non si sarebbe mai sviluppato un cittadino sul modello occidentale ma piuttosto un pidgin della civiltà, un ibrido tra i flebili principi urbani e i sempre più lontani valori contadini.

Qui si cresce. Qui si va avanti. Alle nuove palazzine non hanno messo gli ascensori perché, dicono, non servono. Dicono che non gli conviene spendere denaro per fare gli ascensori e poter poi costruire due case di quattro piani. << Possiamo farne quattro, di case, a due livelli con le scale !>>. Qui la terra non la pagano, qui la terra è di tutti. I soldi li mettono nell’industria pesante, per estrarre il carbone e per fare l’acciaio. Qui estraggono e si espandono, scavano le viscere della terra, ci svuotano il ventre. Le risorse sono inesauribili, ci hanno detto. Lo hanno detto nel piano quinquennale. Mio cognato lavora nello stabilimento siderurgico di Magnitogorsk, la città della montagna magnetica, nel sud degli Urali. Dice che si trova bene e ci ha raccontato degli americani che sono andati lì da loro a costruire gli impianti siderurgici. Ha detto che sono andati pure a Baku, per le raffinerie di petrolio. E io che pensavo che quelli facessero solo macchine.

La Ford Motor Company, la General Motors e la Du Pont (the miracles of science!) completavano il primo piano quinquennale nelle raffinerie di Baku. Vicino alla casa natale di Rostropovič che intanto  pestava i primi tasti di un pianoforte guidato dalle mani musicali di sua madre. Il secondo piano quinquennale e l’idea di padroneggiare le conoscenze tecnologiche. Le armi d’avanguardia e il terrore. Quando Rostropovič aveva tredici anni agli operai venne impedito di cambiare lavoro senza il consenso dell’amministrazione della fabbrica, subivano conseguenze penali anche se arrivavano in ritardo. Due anni dopo Rostropovič avrebbe dato il suo primo concerto. Era il periodo della mobilità strutturale di massa, della gente infilata nelle università, prima, nelle élite burocratiche, poi. Era il periodo delle purghe e della piazza pulita e della nascita di quella generazione del 1938 che rimase nei ruoli chiave fino al tempo di Gorbačëv.

I fiumi vengono deviati, manovrati dalle enormi mani dell’ambizione. Nascono deserti e il Volga viene spezzettato in bacini. Il bacino di Rybinsk, il bacino di Gor’kij, il bacino di Volgograd, il bacino di Saratov, il bacino di Samara. La terra riarsa beve quello che non le scorre sopra, il ghiaccio fa il resto.

Schiere di burocrati alimentano gli sprechi, spingono la produzione dettando i bisogni. Si pianifica dal livello raggiunto. Si impiegano più risorse, con più veemenza.

Dai fuochi degli altiforni escono carri armati scintillanti, missili e artiglieria pesante. Le bocche dell’industria bellica vengono riempite con palate di materie prime e denaro. Nei posti democratici, le conquiste ingegneristiche e scientifiche, ottenute in campo militare, vengono convertite in più pacifici strumenti utili a migliorare la qualità di vita della società civile. In un sistema in cui l’industria civile è semi-inesistente (e comunque molto arretrata) e in cui non ci si può permettere di far circolare le innovazioni dell’apparato militare-industriale, questo non succede.

Rostropovič vinceva premi e suonava negli Stati Uniti, lontano da Baku e lontano da Mosca, dirigeva orchestre nei teatri del mondo. I più talentuosi compositori scrivevano per lui. E qui, tra i fogli di uno spartito, la storia si contrae e diventa presenza simultanea.

C’è l’uomo da Kronstadt, disteso su un letto, sfinito e logoro. Talmente piegato da non sembrare lui. Sembra un feto schiumoso perduto nell’umido delle lenzuola unte. Sta morendo, come la storia di una Unione che non era da farsi.

L’intero modello, con la corsa agli armamenti che mutava in una competizione a chi s’inventa per primo la cosa più figa o a chi finisce per primo nello spazio, mostra le prime crepe. L’apparato militare-industriale diventa uno stato nello stato. Ha il monopolio della ricerca scientifica. Ed è la fine.

Lo stantuffo si intasa. L’economia sovietica, definitivamente soffocata da un modello che non è più in grado di sostenere, che non ha mai realmente sostenuto, collassa.

Poi crolla tutto il resto, come un domino impazzito. Si raccolgono i resti. Si raccoglie tutto. Raccolgono tutto, raccolgono pochi. Non sono quelli dei kolchoz, non è l’uomo di kronstadt. Non sono gli operai, non sono i musicisti tristi, non sono le loro mogli e non sono i registi non ancora nati. Non sono neanche quelli a cui il destino a forma di stato non ha dato gli ascensori e non sono, di certo, gli ascensori stessi. O meglio, sono ascensori, nel senso che ascendono nella catena alimentare, energetica, economica. Sono i rampolli di una Nomenklatura che capitalizza a suo vantaggio gli squilibri informativi di un sistema che sta provando ad aprirsi. I controlli si allentano e le opportunità per il capitalismo politico sono tutte lì da sfruttare. Rostropovič, già esule in Francia da anni, interpreta Bach, Beethoven, Saint-Saens e Mozart. À Paris, manger beaucoup de fromages.

La voce russa non la capisco, mi sento stordito. Quando si guarda un documentario espressionista, in una lingua che non si capisce e che, per sua (della lingua) connaturata placida cupezza, favorisce un moto armonico dello spirito tale da far perdere la coscienza vigile, non c’è da stupirsi se il tempo e la linea della storia si aggrovigliano e diventano una serie di fatti, di idee e di cose che si inseguono e che si accavallano. Che vivono indifferentemente e indipendentemente l’una dall’altra.

O che stanno tutte nello stesso posto e nello stesso luogo. Stanno qui, tutte insieme, dalla prima scintilla che ha acceso un fuoco alla sveglia che mi ha fatto aprire gli occhi questa mattina.

Rostropovič muore a Mosca, il 27 aprile 2007, ad ottanta anni e un mese.

Matteo

Ps.

For further reading (e per leggere qualcosa di storicamente e scientificamente affidabile):

Victor Zaslavsky, Storia del sistema sovietico. L’ascesa, la stabilità, il crollo, Carocci 2001


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Author: Matteo

Matteo è nato nel 1983 a Roma, città che odia, ricambiato, e in cui continua a vivere. Poliedrico, si appassiona a tutto ciò che è insolito, salvo poi pentirsi e passare ad altro. Molto educato e composto, ha smesso di fumare poco prima dell'apertura di Walwian, azzerando ogni dubbio sulla natura del di lui rapporto con i suoi lavori. Disegna, dipinge, scrive e raramente finisce ciò che inizia. Spera che "The Walwian" possa segnare un'inversione di tendenza. SCRIVIMI

One Comment

il concetto di contadini che si spostano in città / da chiarire l’opportunità della strategia, probabilmente sbagliata dal punto di vista delle sostenibilità / e che al posto di inurbarsi (male) ruralizzano il posto (peggio) è la quintessenza del fallimento, as you know it.

Loro si sbagliavano. Noi ci sbagliamo. Nash diceva che Adam Smith non era del tutto corretto. Il risultato migliore si ottiene quando ogni individuo fa la scelta migliore per sè, e per il gruppo. Forse ha ragione.

lucarebours

7/24/2009

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