Antony & The Johnsons & Roma Sinfonietta @Rome
L’idea iniziale era quella di farne una diretta. Si scatta una foto, ci si mette il titolo e si comincia a caricare su Twitter. Oggi chi non fa dirette su Twitter o è un rivoluzionario o è un conservatore folle. Quelli normali, quelli come noi, come me, fanno le dirette e fanno pure la maggior parte delle cose inutili che le menti comunicreative del pianeta gli hanno suggerito. Perché, se smetti di alimentare il mercato che tu stesso contribuisci a creare, il meccanismo s’inceppa e allora sei fregato. Sospendo i giudizi, perché mi si suggerisce di non giudicare perché il circolo deve procedere e non può smettere di autoalimentarsi. Lo deve fare in fretta, prima che qualcuno si accorga dell’inganno a butti all’aria, vanifichi, la tempesta perfetta.

La diretta, quindi. Ieri, Auditorium, Cavea. L’afa si sta riempiendo di persone. Un pubblico di adulti più meno cresciuti prende posto. Sul palco le sedie e i leggii dell’orchestra Roma Sinfonietta che cominciano a scintillare di luci artificiali nel primo buio. Dalla tribuna il palco sembra vicino e poi lontano e poi vicino. E il senso della misura perde coerenza. Guardo la realtà dallo schermo di un telefono e ripropongo la grande separazione fisica che c’è tra attore e spettatore: lo schermo e, per certi aspetti, un lieve fuori sincrono (un delay) che sfoca la differenza tra l’adesso reale che vive il mio corpo e l’adesso altrettanto reale, seppur del tutto virtuale, che capisce la mia mente. McLuhan lo diceva che i dispositivi mobili sono delle appendici di cui ci dotiamo e a cui deleghiamo funzioni. Ecco, io ho delegato a un oggetto elettronico la funzione della vista, dell’udito, la mia capacità di relazionarmi con il mondo. Fai tu, io mi fido. Sopra le sedie per l’orchestra pende un grande cristallo, che però non è un cristallo e assomiglia a un origami pur essendo, con grande probabilità, il risultato casuale di manipolazioni treddì. Sarà stato spacciato per forma primitiva, dalle fascinazioni organiche e allo stesso tempo ipertecnologiche, in grado di veicolare significati di una potenza inimmaginabile. Ci si autoalimenta. Bravi. Bene. Pende un cristallo di metallo pesante o di carta o di velluto o di pelle viva tesa tra legnetti di balsa. È la membrana che avvolge un cuore spigoloso, un cigno o una stella di mare che ricresce da sola. Fw>>
La foto su Twitter. L’ho scattata. Servono un paio di righe per accompagnarla. La solita cosa, scontata come si conviene a quelli come me. Walwian live eccetera eccetera. Tengo il telefono in mano e sono piegato appoggiato con i gomiti sulle ginocchia. Tutto quello che conosco del mondo circostante si limita ai miei piedi e alla schiena dell’uomo davanti a me (è un uomo,sì. Indossa una camicia bianca senza cravatta con il colletto sbottonato. Ha i capelli corti, brizzolati. Ha un lieve accento del nord. Anche lui vive dentro il telefono, come me).
Mi sollevo un attimo, per cercare una luce migliore, ed ecco che, dentro l’occhio di bue che sta dentro lo schermo che sta incastonato come una pietra preziosa dentro una scatoletta di similplastica, si fa trovare Antony Hegarty. Antony per i più, Antony & The Johnsons se loro sono in più.
Antony è talmente inquietante da essere bellissimo. È enorme, con un viso liscio incorniciato da capelli neri e lunghi. Alto, di un’altezza sinistra e straniante, sembra una creatura magica, fatta di un materiale diverso, più bello, migliore, più pieno di cose del mondo. Pieno di cose che sì, stanno insieme, ma che sono legate da fili sottili e tesi, che si sostengono in un equilibrio fragile, come il guscio di un uovo, come la testa di un neonato, come una palla di neve. Antony indossa una veste scura che si avvolge attorno alle sue rotondità in modo tristemente sorridente. Mentre si muove, con le gambe unite, facendo piccoli passi come per non infastidire le creature invisibili che vivovno sotto i suoi piedi, improvvisa una danza leggiadra nella sua goffaggine. Movimenti delicati, contenuti e castigati, eppure così liberi e così pieni di imprevedibile spontaneità. Esiste l’Antony magro e biondo con i capelli biondi, esiste l’Antony che sembra un Renato Zero più cupo, più metropolitano, più apocalittico, più sfibrato e sofferente. Pieno di una sofferente esuberanza tutta newyorkese. Quel tipo di esuberanza che solo noi che viviamo nella provincia del mondo civilizzato riusciamo ancora a cogliere. E a stupircene. Non è un merito, è piuttosto un dato di fatto. Comunque, l’accostamento con Renato Zero dimostra tutta la mia non-fantasia.
Ha tre pon pon bianchi, il vestito, e pelosi, i pon pon, sul panciotto, dell’abito (?).

Come un tenore all’opera, prende la scena e sovrasta le luci e cerca le stelle (non come un tenore a meno che l’opera non sia all’aperto). Le cerca prima con lo sguardo e poi le chiama con la voce. Le stelle di Roma si nascondono dietro un cielo chiaro e inquinato. Non siamo ancora abbastanza provincia per poterci godere le stelle. Siamo quel limbo caldo e faticoso, in cui si lotta per guadagnarsi un purgatorio qualsiasi o per piombare direttamente all’inferno. Antony dirige lucciole immaginarie con la timidezza e con il garbo di una stella nera che dirige lucciole (perché? Non lo so, è tardi e sono stanchino). Il suono esce turbinando fuori dalla sua bocca, direttamente dal diaframma. Esce tondo e poi stridente e poi graffiante e poi vellutato e poi con più colori dei milioni che il mio schermo riesce a interpretare. Sento che mi sfugge, che mi sorpassa, che mi coglie di striscio. Lo schermo non basta e non serve. Le parole, i testi, si avviluppano in un groviglio così carico di sentimenti da lasciarmi con la paura e con la diffidenza. No, non voglio avvicinarmi. Non so che mi succederà. Gli archi, gli ottoni, il pianoforte. Le vibrazioni intense della cosa più elegante che possiate mai ascoltare.
Ho ancora il messaggio sul telefono, non l’ho inviato. Respiro in silenzio mentre quella voce uscita dal labirinto di un fauno mi racconta la vita e la dipinge con una tavolozza che non entra nel telefono e ridà significato a ogni parola che pronuncia e che non ha suono nelle cuffie. Antony restituisce alla lingua ogni sua sfumatura, la accarezza teneramente, con commozione, pronunciando ogni sillaba con precisione e devozione. Le mani che si cercano in una danza, le arcate dei violini che spingono in alto la placenta del suono. È un mondo germinale, un canto che assomiglia a quello degli dei nel loro donare cose agli uomini. Antony racconta il suo animo purificato e accompagna le nostre dita lungo le sue cicatrici. Ci tiene la mano mentre noi, diffidenti e disgustati perché immensamente ipocriti, ci bagniamo nel suo sangue.
La distanza dal palco si allunga sempre un po’ di più. Il pubblico adulto, un pubblico televisivo, figlio tanto della Domenica Sportiva quanto di Blob o di fuori orario o de La Storia Siamo Noi perché se non lo guardi sei un ignorante, si comporta come se stesse davanti allo schermo. Anche loro, ma però non se ne accorgono. Cinema tv Internet. Cerca un telecomando, cerca un link a un sito porno o un banner di un sito di incontri, cerca la pubblicità di un’auto o scopri cosa hai vinto tu che sei il centesimo visitatore. Cerca i pop corn, la mascherina, le patatine e la birra. Fuma sigarette come faresti nel salotto di casa ( l’ultima volta mi è stata rimproverata una eccessiva severità verso il fumo e i fumatori quindi la smetto. Io ho smesso, vi consiglio di smettere. Io adesso la smetto).

Siamo tutti appoggiati, schiena dietro, magari ci crucciamo un po’ per l’assenza di un cuscino comodo. Come quelle volte che si va allo stadio (io poche pochine) e inconsciamente ci si aspetta di vedere il replay, ci si aspetta che i giocatori si riavvolgano e ripetano tutto dal principio. Forse me lo aspetto solo io (pazienza). Io voglio sentirmi normale facendo dirette su Twitter o scrivendo su un blog che si chiama Walwian come una parola sassone che vuol dire balena.
Antony galleggia nel buio, in una danza garbata e straordinaria, mani affusolate che si immergono nell’acqua delle note. Il palco è lontano e basta essere normali per accorgersene. Antony prova a parlarci. Ci spiega che le cose che dice hanno un senso, che quel senso si evolve dopo ogni esibizione, che le sue canzoni crescono con lui. Poi prova a interagire con noi, che siamo sempre quelli di Blob e di magari a quest’ora in vacanza e domani chi se alza. Ci chiede se quelle cose dietro le nostre teste siano delle sale in cui la gente va ad ascoltare altra gente che usa degli strumenti per fabbricare i suoni. La risposta è sì, perché noi si fanno le dirette su Twitter. Lui ci vede degli acquedotti e se li immagina pieni d’acqua, perché lui viene dal labirinto di un fauno ed è fatto di tanti materiali messi insieme. L’acqua dentro l’Auditorium, come un’arena per la naumachia, come i sobborghi della Londra di Ballard, popolati da creature tropicali e riempiti di acqua e paludati e così folli da non conoscerlo neanche, Twitter. Gli sembra di essere in mezzo alle piramidi egizie. Gli sembra di essere dentro una grande bara di pietra, uno stone coffin. Chi lo capisce non ride perché percepisce la cupa verità del destino e la violenza sincera e interiore, chi non lo capisce non ride lo stesso (perché incerto sul da farsi e perché non vuole fare la figura di quello che le dirette su Twitter non le fa).
Ci spiega i motivi e le ispirazioni dei suoi brani, si confessa con un’ironia e una sincerità che si ha solo in tre casi: con l’analista, da ubriachi, o quando si è certi che chi ci sta davanti non capisce un cazzo. Escluso il primo, gli ultimi due rimangono plausibili. Però, qualunque sia il motivo, racconta il suo sentirsi un tutt’uno con la natura, il suo avere più in comune con un fiume che con altri esseri umani, il suo immedesimarsi nella madre mentre la madre della madre (sua nonna credo) moriva per scrivere le liriche di Her Eyes Are Underneath The Ground in modo sobrio e pacato.
Quando da dietro si sentono le urla di qualcuno non contento per la sua birra, lo apostrofa con un giosioso she’s having a moment, sometimes I have a moment too, o quando qualche gentiluomo delle prime file gli chiede con un articolato e forbito please go on risponde educato Yes, I will. I just needed a break. O quando, come sempre accade in questa parte di limbo, cominciano le richieste stile pianobar, la TV on demand!, spiega che, visto che non è solo su quel palco e che la Roma Sinfonietta non può passare le proprie giornate a studiare tutte le sue canzoni, suoneranno e canterà quello che hanno preparato. Il telefono sta in tasca da un bel po’, lo tiro fuori ogni tanto perché penso che non voglio privarvi di qualche foto e di qualche minuto di video. Penso che il limbo è un posto che fa schifo. Penso che nel limbo ci sono le zanzare che danno fastidio e che succhiano più sangue di quanto riusciamo a filtrarne. Penso che da questa parte, da questo lato della provincia della civiltà, ci stiamo allontanando un po’ troppo. Penso che questo non è un limbo, è piuttosto una coltura batterica, un esperimento di chimica che qualche scienziato sadico ha lasciato ai piedi del cesso di un Autogrill della Via Lattea. Penso che lo stagno è largo, in tutte le direzioni, anche dove non c’è. Penso che, adesso che sto pensando questo, quasi quasi desidero il limbo di nuovo. Perché almeno attorno saprei di avere un purgatorio, un inferno e un paradiso (che paura il pensiero di dover rincontrare tutta la mia famiglia. Starebbero lì ad aspettarmi. E poi non ci sarebbe nessuno dei miei amici. Antony).
Sono in un acquario. O in una bara di pietra, circondata d’acqua. Sommerso (come sempre, ultimamente).
Matteo



One Comment
Sommersi…in fondo al nostro personale “stone coffin”, abbiamo ascoltato il mondo attraverso lo sguardo trasparente di un essere che sembra aver combattuto contro la natura (lei, Dio) per poi comprenderla con un’autenticità che lascia noi, non lui, senza fiato. Dal nostro limbo, abitato da zanzare e falsi Sé, abbiamo assistito alla bellezza e alla verità dell’essere umano. Non è il paradiso, neanche l’inferno e tantomeno il purgatorio. Questa è una musica diversa.
F.
7/30/2009
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