The Walwian Media Journal
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La diretta, quindi. Ieri, Auditorium, Cavea. L’afa si sta riempiendo di persone. Un pubblico di adulti più meno cresciuti prende posto. Sul palco le sedie e i leggii dell’orchestra Roma Sinfonietta che cominciano a scintillare di luci artificiali nel primo buio. Dalla tribuna il palco sembra vicino e poi lontano e poi vicino. E il senso della misura perde coerenza. Guardo la realtà dallo schermo di un telefono e ripropongo la grande separazione fisica che c’è tra attore e spettatore: lo schermo e, per certi aspetti, un lieve fuori sincrono (un delay) che sfoca la differenza tra l’adesso reale che vive il mio corpo e l’adesso altrettanto reale, seppur del tutto virtuale, che capisce la mia mente. McLuhan lo diceva che i dispositivi mobili sono delle appendici di cui ci dotiamo e a cui deleghiamo funzioni. Ecco, io ho delegato a un oggetto elettronico la funzione della vista, dell’udito, la mia capacità di relazionarmi con il mondo. Fai tu, io mi fido. Sopra le sedie per l’orchestra pende un grande cristallo, che però non è un cristallo e assomiglia a un origami pur essendo, con grande probabilità, il risultato casuale di manipolazioni treddì. Sarà stato spacciato per forma primitiva, dalle fascinazioni organiche e allo stesso tempo ipertecnologiche, in grado di veicolare significati di una potenza inimmaginabile. Ci si autoalimenta. Bravi. Bene. Pende un cristallo di metallo pesante o di carta o di velluto o di pelle viva tesa tra legnetti di balsa. È la membrana che avvolge un cuore spigoloso, un cigno o una stella di mare che ricresce da sola. Fw>> (more…)

"> “Corro come un negro per guadagnare come un bianco”

Samuel Eto’o

 

“My dog can play drums better than that kid with the big nose”

Sonny Liston a proposito di Ringo Starr

 

“Non ho niente contro i Vietcong. Loro non mi hanno mai chiamato negro”

Mohammad Alì

 

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Tom Petty

 

E’ il triangolo nero dell’estate di Kinshasa. E’ Harlem. E’ Barcellona. E’ il passato. E’ ora. Samuel Eto’o è un asso del calcio, come Pelè. Sa palleggiare con la testa ed è abituato a dare nette zampate alla palla. Accanto ha sempre avuto fini dicitori sudamericani. Ronaldinho è rococò, mulatto, sudamericano. Eto’o è rock n’ roll, nero, africano al 100%. Eto’o gioca a calcio come farebbe una leonessa, tese le lunghe leve e pallonate alle spalle del portiere. Eto’o è un guerriero, è dotato di una personalità enorme, egocentrica, forte, assoluta. Eto’o è puro cazzotto ed errore. Le sua zampate hanno consegnato due coppe campioni al Barca. Si dice che fosse abituato a girare in pelliccia per le ramblas di Barcellona. Si dice che vada in giro con un entourage di bodyguards. Ha una gang. E’ protetto. Eto’o non è un giocatore da operetta. Ha sdoganato la nouvelle vague contro gli insulti razzisti. Prende la palla e se ne va. Le sanzioni verso le curve razziste non sono mai abbastanza, per lui, e dunque anche per noi. Non è una vittima, è il re offeso. Ora sbarca nel Paese delle mezze verità, viene a vivere a Milano. Aspettiamo con ansia le sue reazioni ai commenti per famiglie sul razzismo, a cui purtroppo siamo abituati. Avrà accanto, forse proprio a fianco, Mourinho. Io credo che si ameranno e se ne andranno in giro come Martin Luteri a dar fuoco alle domeniche pomeriggio.

Samuel Eto'o, camerunense.

 

/ back in black / Fw >>

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"> AAA

Creato con un iPhone

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Matteo

Ps. Music: The Sound of Animals Fighting – Horses In The Sky

">

(… servo cocktail in un bar, disse lei,

e li servo in minigonna,

ma non ne posso più dei clienti

che mi ficcano il naso

tra le gambe.

perciò mi ubriaco al punto da rovesciargli i drink addosso,

e dopo canto,

non rock, che è andato,

io canto jazz…

mi sposeresti? le chiesi.

sì, rispose.

poi lei e il suo ragazzo cominciarono un bisticcio

e mi mollarono lì con la bottiglia di vino rosso

e io sedetti mangiando pollo fritto

e ascoltando Šostakovič

fino alle 5

del mattino) C. Bukowski.

Allievo di Prokof’ev, di Sebalin, e poi di Casals, distende arcate incestuose che avvolgono di pelle il corpo legnoso del violoncello. Mstislav Leopol’dovič Rostropovič, detto Slava (gloria), incalza la suite di Bach con staccati digitali, serie di uno e di zero, infilate lungo protocolli http e incanalate fino alle mie casse. Pausa, perché c’è il russo e c’è l’Elegia di Sokurov. In bianco e nero. Digitale eppure profondamente analogica. Analogie.

Benvenuti a K  || Fw>> (more…)

">

Ci furono gli anni degli insulti e della ferocia ai limiti del razzismo (Get back to where you once belonged / Get back Jojo / Go Home gracchiava, poco prima della fine, il nobile Paul McCartney) e mentre ci preoccupavamo di definire scimmia e plagiatrice Yoko, lei insegnava a John a diventare un uomo civile. Lennon era un eroe in senso assoluto del termine. Poco più che adolescente aveva lanciato i Beatles nel mito, incantato Bob Dylan, provocato e giocato meglio di chiunque altro nella storia della pop culture. L’impatto di Lennon sul mondo fu fragoroso. Era l’equivalente culturale di Johan Cruijff. Dove c’era lui, accadevano le cose. Era lui a farle accadere. Venne l’epoca delle divise e di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, in cui fu costruita e inventata e citata la cosmogonia dal dopoguerra ai 60’s. “Il gruppo più mitico ma meno reale” giustamente, per Shapiro. Era l’epoca in cui “la musica era l’unica forma di comunicazione globale” (sempre secondo un incredibile Shapiro). Ma l’apice coincise con la fine. Fu un declino per i Beatles e per la cultura giovanile, intrappolata nei solchi dei vinili e nel mero entertainment e nella mera rivolta.

/ there’s a season for everything. turn. / Fw >>

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NOTAZIONI

 Sulla Metro B, al mattino presto. Un tipo di circa sessanta anni, capello floscio con un riportino al posto della frangia, collo troppo consunto, come se glielo avessero stropicciato. La gente sale. Il tizio in questione si arrabbia con un suonatore ambulante. Gli rimprovera di suonare una canzone cubana. Tono impietoso, con pretese nazionalistiche “Manco le leggi bastano? Ti dovevano cacciare”. Non appena vede che si avvicina, lo insulta. Si incrociano alla fermata Marconi, davanti a me. Il suonatore gli dice: <<Ho studiato al conservatorio, questo è un lavoro, senor>>. Un attimo più tardi  il vecchio incontra il mio sguardo alla fermata San Paolo. E’ pieno di gente e gli dico: «Dovrebbero cacciare a te, non a lui.». La gente ci fissa e voi sapete il perchè.

 

LITOTI

Non s’era in pochi a spostarci. Un tale, al di là della maturità, e che non sembrava un mostro d’intelligenza, borbottò per un poco con un suonatore ambulante che secondo la sua opinione si sarebbe comportato in modo improprio. Poi si non si astenne e proseguì ad ingiuriarlo. Non fu certo il giorno dopo che mi avvenne di riprenderlo: non era il suonatore che avrei voluto vedere cacciato.

 

METAFORICAMENTE

Nel cuore del mattino, gettato in un mucchio di sardine passeggere d’un coleottero dalla grossa corazza biancastra, un vecchio pollaccio dal gran collo spiumato, di colpo arringò il più placido dei menestrelli, e il suo linguaggio si librò nell’aria, umido di protesta. Poi, attirato da un vuoto, il volatile vi si precipitò. In un triste deserto urbano lo ripresi al momento stesso, che si faceva smoccicar l’arroganza della sua qualunque opinione.

 

/ continuiamo a scherzare? / Fw >>

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"> a San Remo conciata come una punk londinese. La viveuse del pop italiano Patti Pravo, con la voce da opera lirica e i modi da cugina irrequieta della ubiqua Nico, da Fellini a Warhol. Di donne&tamburi, dunque.

anna oxa

Londra che impazzisce e sbraita sotto gli occhi di due donne severe e forti, Elisabetta II e Margaret Tatcher, amate e odiate, riverite e innalzate al rango di icone. Elisabetta celebrata dal punk, innalzata con grandissima devozione a simbolo dell’establishment, osteggiata con rispetto, perchè prima che punk, siamo inglesi. La Tatcher apertamente offesa, odiata, di odio rabbioso e senza riguardi, che si riserva ai chi viene riconosciuto come detentore di un potere passeggero, più che temporale. C’è una devozione e un amore assoluto nel ficcare delle banconote in bocca alla regina, ad alzarla comunque a vessillo. Non c’è differenza tra la foto incorniciata nella living room e quella nel poster della cameretta. E’ sempre Elisabetta (oppure, no?).

Il punk sgocciola, travasa. Gli aspetti più evidenti, l’estetica facile dei capelli verdi e delle spille da balia si propaga in Europa, cola fino a noi. Si impone. I Clash con i capelli imbrillantinati, come i bulli anni 50, e i fan con le creste colorate. Johnny Rotten lucidissimo intellettuale (This is not a love song), e i punkabestia con i cani che pisciano ovunque. Incoerenze intrinseche del punk. Il movimento si sposta e muta, come l’influenza suina. Approda lontano, approda in Italia, il paese meno punk del mondo. Ne sniffano pesanti dosi le nostre eroine. Si chiamano Bertè, Rettore, Oxa. Lo impiastricciano con i trucchi pesanti del truffatore Bowie, ne lasciano decantare i toni politici, se è cerone che cola, la satira politica diventa di costume.

/ l’altra metà dell’articolo / Fw >>

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"> Helicon 1. Almeno credo fosse Helicon 1. L’indecisione è un precipitato della mia già nota tendenza a non conoscere i titoli dei brani che ascolto. Dico Helicon 1, perché è la prima, perché ho prestato attenzione, perché un coretto di acutissimi “uh!” si è levato al primo riff del basso (un coretto di dolore e masochistico piacere, come se, in tempo di emorroidi si cagassero lamette). E poi anche perché alla fine del concerto, armato di coraggio e insospettata intraprendenza, mi sono lanciato alla conquista della playlist (questa volta sì) e, prima che uno più giovane, più furbo, più alla moda di me, me la strappasse di mano, sono riuscito a leggere i primi due brani: Helicon 1 e I am Jim Morrison e il penultimo, quello del bis, Helicon 2. Comunque, titoli a parte (a cosa servono i titoli se non per generare un’imposizione di significato?)  parliamo di moda. No, parliamo del concerto. E anche di moda.

Si dice Mogwai e si pensa a gente che indossa quilt o che ciondola stravagante nelle Highland scozzesi mentre la pioggia si concretizza in una bruma di grigia , ma suggestiva, fissità. Invece no. I Mogwai sono la casalinga di Voghera. Una figura altrettanto suggestiva e altrettanto evanescente, ma che uno non si immagina depressa e disperata nelle Highland. Semmai depressa e disperata appoggiata al tavolo della cucina o apatica davanti al televisore spento. Una depressione tutta contemporanea, mascherata da un trucco curato o da un colletto stirato, oppure esplicita dietro le pieghe di una giacca sgualcita e le sbavature di un rimmel bagnato di lacrime. Non c’è Mel Gibson con le chiappe al vento in questa Scozia musicale che straborda e investe gli umori del nostro occidente. Siamo chiusi negli aeroporti, trattati come untori di noi stessi, indossiamo mascherine, vendiamo ville e ne compriamo, ci convertiamo e ci rompiamo i polsi, prendiamo a botte gli immigrati perché puzzano e perché mentono e li cacciamo arrabbiati perché bevono più dei nostri figli ai quali vietiamo di bere. Ci proibiamo, di nostra semi-spontanea volontà di esser liberi. Ci rifugiamo dentro abiti succinti e non, golfini, come avrebbe detto mia nonna, di cotone blu stile Old Navy, oppure ci annodiamo al collo cravatte fuori misura o collane sbilenche. Perché sia tutto normale, perché vada tutto bene. Il proibizionismo ha generato rivolte e rigetti. Dalle teste e dagli stomaci. Fw >> (more…)

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KODACHROME Avviso di fine produzione

Pellicola KODACHROME 64/KR

Cessazione vendita KODACHROME

Il 22 giugno 2009, Eastman Kodak Company ha annunciato che, quest’anno, verrà sospesa la vendita della pellicola a colori KODACHROME, diventata un marchio iconico nel campo della fotografia da 74 anni. Le vendite dei prodotti KODACHROME, dall’introduzione della prima pellicola a colori sul mercato mondiale nel 1935, sono diminuite notevolmente nel corso degli ultimi anni in seguito all’adozione di altre pellicole o al passaggio al digitale da parte dei fotografi. Oggi, KODACHROME rappresenta solo una frazione dell’1% delle vendite totali di Kodak nel settore delle pellicole fotografiche.

Nonostante le sue eccezionali funzioni, la pellicola KODACHROME richiede un processo di sviluppo altamente complesso che ha portato i fotografi a sperimentare e adottare altre pellicole KODAK più innovative, in grado di assicurare immagini a colori di elevata qualità tramite un flusso di lavoro più semplice.

Sebbene la pellicola KODACHROME offra caratteristiche distintive e prestazioni ineguabili da altri prodotti, gli attuali utenti sono incoraggiati a provare le altre pellicole Kodak. Kodak continua a introdurre sul mercato pellicole innovative: solo negli ultimi tre anni, ha commercializzato sette nuovi tipi di pellicole professionali.

/ segui gli sviluppi / Fw >>

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"> riato prendere in prestito le parole di John Steinbeck.

ll Gentile  a Lissone in California è un poema, un odore, un rumore quieto, una qualità della luce, un tono, un’abitudine, una nostalgia, un sogno. Raccolti e sparpagliati dentro il Gentile stanno scatole di latta e ferro e legno scheggiato, ricordi in disordine e terreni invasi da dolcezza e mucchi di pensieri, fantasie di vagoni coperti di ferro ondulato, balli pubblici, ristoranti e bordelli, e piccole drogherie zeppe, e laboratori e asili notturni. I suoi sodali sono, come disse uno una volta, «Bagasce, ruffiani, giocatori, e figli di mala femmina», e intendeva dire: tutti quanti. Se costui avesse guardato attraverso un altro spiraglio avrebbe potuto dire: «Santi e angeli e martiri e uomini di Dio», e il significato sarebbe stato lo stesso, e vale anche per Stefano stesso.

Stefano Safran Gentile è altresì noto come l’autore di un libro. Dunque scrive sul serio. Godetevi la passeggiata lunare.

Antefatto
Una notte, un uomo si presentò alla mia porta. Lo feci entrare perché aveva un che di mistico.
“Vorrei che scrivessi un pezzo per Walwian.com”, disse lui.
“Non so niente di musica. Vuoi un caffé?”, chiesi io.
“No, grazie. Il caffé mi rende nervoso. Prendo un tea”. Aveva la compostezza di chi non ha niente da perdere. “Voglio il punto di vista di chi non vive di musica”.
“A tuo rischio e pericolo”.
“Sono fatto per giocare col rischio. E questo tea fa schifo”.
“E’ perché è cicoria. Non ho tea in casa, solo caffé”.
Non si scompose, poggiò la tazza e disse: “questa cicoria fa schifo”.
Decisi di scrivere l’articolo.
Spazio, ultima frontiera era il motto dell’Enterprise. 1999: Base lunare Alpha era il titolo di una fortunatissima
serie made in Britain. Kubrick attrezzò una base lunare efficiente e in stile vintage-modernariato per 2001:
Odissea nello spazio e c’è chi sostiene che la Nasa gli commissionò pure la direzione del “finto allunaggio”
secondo la teoria del “non siamo mai stati sulla Luna”. Nell’epoca dell’eldorado della conquista spaziale, tra
il finire degli anni 60 e la metà degli 70, la Luna era già vista come un nuovo punto di partenza. Non un arrivo,
ma un trampolino di lancio verso mete più ambiziose, che testimoniassero la smania d’esplorazione dell’uomo.
Si vagheggiava di mondi da conquistare, di popoli da conoscere, di pianeti da colonizzare.
La Luna era già un accessorio, dopo che per decine di secoli avevamo rivolto il naso in su, oniricamente, figurandola
come una chimera. Ci avevano pensato i poeti a fare le veci degli scienziati, arrivandoci ovviamente prima, perché la fantasia arriva spesso prima della scienza. Così ci mise piede L’Orlando per ritrovare il suo senno e poi Cyrano, per diletto da guascone, il primo a cavallo di un ippogrifo, il secondo con un razzo a vapore. Idee entrambe scartate dalla Nasa. Poi venne la musica (sì, devo ricordarmi di parlare di musica) e Bach & Company dedicavano struggenti Sonate al chiaro di Luna, sempre attratti non dalla sua forza di gravità, bensì dal carattere romantico del satellite ed Ella Fitzgerald, la divina del jazz, ammaliava tutti con Blue Moon: una Luna blu, malinconica, ma anche un fenomeno astrale molto raro e perciò degno di nota, proprio come una donna lunatica e folle (“Once in a blue Moon, Once in a fool Moon”).
Poi venne la guerra fredda. Da chimera e sogno, da metafora e allegoria, l’astro si trasformò in terra di conquista e s’inorgoglì come una donna corteggiata con due baldi pretendenti pronti a chiederle diritto di cittadinanza. I russi passeggiarono nello spazio per primi, andando per gradi, mandandoci dal principio cani e poi uomini. Gli americani, battuti sul tempo, mirarono subito al colpo grosso.
In quegli anni già si credeva che sul finire del secolo le rotte lunari sarebbero state intasate come la Milano-Bologna in estate e che il suolo lunare, per concentrazione umana, non sarebbe stato dissimile dalla spiaggia di Rimini a ferragosto. Mina decantava la Tintarella di Luna proprio in virtù di nuove vacanze lunari. Jim Morrison, con Moonlight drive del ‘67, sognava di nuotare sulla luna, ma lui si avvicinava più all’animo dei poeti. Gli americani mandavano in onda documentari sulla villeggiatura lunare in cui la casalinga americana sfornava un arrosto di tacchino per il marito che tornava a casa in tuta spaziale e poi entrambi in veranda al chiaro di Terra.
Nel frattempo Armstrong lasciò davvero la sua impronta sulla superficie, annunciato in Italia dalla voce monocorde, ma non meno poetica di Tito Stagno. Quell’enorme “Piccolo passo per un uomo, grande balzo per l’umanità” entrò di diritto nelle frasi storiche di tutti i tempi e chi visse quel momento se lo sarebbe portato dentro per sempre, come i miei vecchi che decisero di usare il 20 luglio (ma del ‘74) per suggellare il loro matrimonio. Ma quel momento segnò l’inevitabile spartiacque tra il sogno e la realtà e ci si accorse, di lì a poco, che la Luna sarebbe riuscita a diventare inutile, una volta presa, come spesso accade con le mete irraggiungibili una volta afferrate, con i sogni inseguiti e poi catturati, con i desideri tanto bramati e poi raggiunti. La tensione verso l’infinito che deve rimanere tensione e nulla più, prima che l’affermazione che ne segua sia un più prosaico “E mo che ce ne facciamo?”. Rimane l’impronta, rimane la bandiera americana, rimane la targa platinata con la controversa firma del perdente per antonomasia della storia politica a stelle e strisce, quella di Richard Milhouse Nixon, perfetto suggello per ciò che la Luna avrebbe rappresentato dal punto di vista pratico.
Subito dopo, il duca bianco Bowie scrisse una struggente canzone sull’alienazione e sulla perdita di controllo, anziché seguire i fasti e saltare sul carro del trionfalismo in seguito all’allunaggio. Space oddity  fu un manifesto per tutti i dissidenti lunari, per chi credeva nello smarrimento e si vedeva perso nello spazio, che è un po’ come vedersi persi sulla Terra, più che conquistatore invincibile. Anche i Pink Floyd si buttarono sulla metafora scrivendo The Dark Side Of The Moon e a tutti fu chiaro che la Luna non sarebbe stata più la stessa, che ormai tornava ad essere più fonte d’ispirazione per poeti e musicisti, per sonate e ballate, piuttosto che per chi credeva con fermezza nella sua pratica colonizzazione. La Luna tornò ad essere quella che per secoli era sempre stata. Solo un ammasso di rocce che attirava animi sensibili, sogni e illusioni, riconquistando, forse il suo diritto ad esser un inutile satellite a cui non frega una mazza di chi ci cammini sopra o ci giochi a golf, o prepari succulenti arrosti di tacchino.
Ora si punta a Marte, meno romantico, più scientifico, forse più utile all’esplorazione, più ricco di materie prime, più concreto dal punto di vista economico. Meno lunatico, insomma, non come una bella donna che ci fa voltare la testa e ci incuriosisce e affascina ma che risulta difficile da gestire.
Dal canto mio, tuttavia, ho sempre preferito le lunatiche un po’ folli, che han sempre più da dire e trovo decisamente più interessanti. Non so voi.

Antefatto

Una notte, un uomo si presentò alla mia porta. Lo feci entrare perché aveva un che di mistico.

“Vorrei che scrivessi un pezzo per Walwian.com”, disse lui.

“Non so niente di musica. Vuoi un caffé?”, chiesi io.

“No, grazie. Il caffé mi rende nervoso. Prendo un tea”. Aveva la compostezza di chi non ha niente da perdere. “Voglio il punto di vista di chi non vive di musica”.

“A tuo rischio e pericolo”.

“Sono fatto per giocare col rischio. E questo tea fa schifo”.

“E’ perché è cicoria. Non ho tea in casa, solo caffé”.

Non si scompose, poggiò la tazza e disse: “questa cicoria fa schifo”.

Decisi di scrivere l’articolo.

/ prosegue, con stile / Fw >>

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