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June 27th, 2009 in walwian.com by Matteo2 Comments

La settimana scorsa ci eravamo lasciati su Donald Dabliù Winnicott. Si riparte da qui.

Donald W. Winnicott dice: il neonato è qualcosa che non esiste.

Bravo. Peccato poi aggiunga: senza la cura materna non ci sarebbe nessun neonato. Aggiunta questa che, come la pioggia dentro il brodo (?), riporta la prima, geniale, affermazione, nell’alveo della normalità e della comprensibilità che tanto si osteggia su queste pagine.

Comunque, volendo srotolare del tutto il Winnicott pensiero di queste frasi, possiamo cominciare col dire che il neonato non esiste perché, nell’incipit delle nostre vite, madre e figlio si configurano come unità esistenziale. Quindi, appunto, il bambino non esiste ma, piuttosto, emergerà da questa unità (e fin qui la spiegazione suscita ben poco interesse).

Già prima della nascita del figlio, la madre inizia un processo di regressione che le permette di sintonizzarsi completamente con il nanetto in produzione. L’empatia è assoluta (cool), la dipendenza dalle cure mammesche del nanetto pure. Si chiama, in Winnicottese tradotto, preoccupazione materna primaria. Ogni gesto della mum rispecchia l’interiorità del newborn, la voce della mum cambierà per rispondere all’esigenza di contatto del neonato, le carezze si accompagnano ad un soffice canticchiare (nella speranza che la madre sia effettivamente intonata. Nel caso contrario potrebbe dar vita ad imprevedibili degenerazioni). Questo idillio di cinguettii carezzevoli che delinea l’origine multisensoriale della vita psichica dell’infant, viene altresì identificato come primo rapporto creativo (definizione burocratica se ce ne è una).

La madre crea il proprio bambino non solo fisicamente nel suo corpo, am anche nei suoi primi movimenti psichici, in cui il bambino trova e riconosce le sue doti innate e compie l’esperienza primaria del suo esistere come persona: così come dal canto suo il bambino crea l’oggetto che aspetta di essere trovato, appunto, in modo creativo. [Winnicott, D. W. Sulla Natura Umana Tr. it. Cortina Editore, Milano (1989)]

Saranno le cure materne, sia fisiche che psicologiche, che concederanno alla psiche del nanetto di insediarsi nel suo corpo (senza saremmo, quindi, dei pupazzi. Cosa che in fondo siamo). La mum, creerà un ambiente di holding e handling (se fosse mamma creerebbe un ambiente di sostegno e manipolazione fisica) (una sala di tortura) in cui il contatto cutaneo (come siamo asettici) sarà un più profondo contatto psichico, necessario allo sviluppo del sé del bambino. Sarà quindi in una condizione di dipendenza assoluta dal caregiver che il newnato si sentirà libero di disseppellire quel sé in solitudine (per cento anni o meno) che è il nucleo personale del sé autentico individuale e che proteggerà l’unicità dell’essere dalle continue minacce ambientali. Buon per lui, direi.

Il buon W, a questo punto, scrive: Fw >>

Questo nucleo non comunica mai con il mondo degli oggetti percepiti e il singolo individuo sa che esso non deve mai essere in comunicazione con la realtà esterna o influenzato da questa. Sebbene le persone sane comunichino e godano di questo comunicare, è pur vero l’altro fatto, ossia che ogni individuo è isolato, costantemente ignoto, di fatto non scoperto. Nella vita questo fatto ostico è alleviato dall’esperienza del partecipare propria della cultura. [Winnicott, D. W. Lo Sviluppo dell'Individuo dalla Dipendenza all'Indipendenza. Tr. it. Sviluppo Affettivo e Ambiente (1963) pp. 241]

A questo punto, però, ci si potrebbe chiedere come avviene il passaggio dalla profonda simbiosi dei primi mesi di vita all’emergere dell’individualità, dal legame con un oggetto-madre non ancora chiaramente distinto dal Sé, al riconoscimento degli oggetti reali (ci si potrebbe chiedere, mica si è obbligati). La risposta, strano, non è da cercare più lontano della mum.

D Dabliù Winnicott tells us che la madre non deve essere perfetta (il che sgombra il campo da propositi di vendetta e giudizi estemporanei emersi dalla lettura fino ad ora), bensì sufficientemente buona [Winnicott, D. W. (1949) Lo sviluppo emozionale primario]. Good enough. Il s’agit di una madre che vada allo stesso ritmo del bambino, di una madre che inizialmente gli offra la possibilità di illudersi di aver creato l’oggetto desiderato, che sostenga il senso di onnipotenza del nanetto (da non confondere con altri nani onnipotenti), che allo stesso tempo sia una madre che porta il mondo al proprio bambino e che riesca, al momento giusto, ad avviare un graduale processo di disillusione per cui l’enfant possa giungere a riconoscere la realtà obbiettivamente percepita. Bene.

Dunque il momento dell’illusione, che dà origine alla facoltà immaginativa, non viene inteso da Winnicott come un processo patologico ma, al contrario, diventa il perno centrale della sua teoria, in quanto costituisce il fondamento della possibilità per l’essere umano di vivere in modo creativo. [Pelanda, E. pp. 207-208]

Il passaggio dall’onnipotenza allucinatoria (che suona come uno stato un sacco gratificante in cui passare il proprio tempo) al mondo esterno, è il momento cruciale dello sviluppo: l’individuo deve sopravvivere alla disillusione ed ha bisogno di uno spazio potenziale che non appartenga né al dentro né al fuori, in cui compiere la transizione. Si tratta di un’area intermedia d’esperienza (il margine, la distanza, l’eterotopia) a cui contribuiscono sia la realtà che la vita esterna.

Si tratta di un’area che non viene messa in causa poiché non si pretende nulla da essa se non che esista come rifugio per l’individuo perpetuamente impegnato nel suo compito umano di tenere le due realtà, interna ed esterna, separate e pur tuttavia in relazione l’una con l’altra. [Winnicott, D. W. (1951) Oggetti Transizionali e Fenomeni Transizionali in Dalla Pediatria alla Psicanalisi p. 276]

L’esistenza di questo spazio è resa possibile da un particolare tipo di relazione sostitutiva che il bambino crea con il primo possesso non-me. Si tratta di un oggetto concreto che viene, in un certo senso, creato dal bambino e non viene mai messo in discussione: un oggetto che concretizza il diritto all’illusione del nanetto (la definizione di diritto di illusione è attualmente dibattuta dai più autorevoli giuristi della Repubblica Indipendente di Walwian e dell’arcipelago di HVAL). Winnicott, sempre lui, lo chiama oggetto transizionale (ignorando che numerosi filosofi fai-da-te avrebbero poi rubato il termine e lo avrebbero utilizzato nei contesti più disparatie con gli usi meno appropriati) proprio perché permette all’individuo di muoversi tra le due realtà (Stargate). La relazione con questo possesso, nella sua totalità, si lascia, docilmente e gentilmente, chiamare: fenomeno transizionale.

E con questo finiamo la seconda puntata di quello che probabilmente sarà il più lungo e noioso post dell’era Walwian.

Nel prossimo ed ultimo episodio parleremo ancora con Winnicott e ci scambieremo delle narcotiche carezze tatto-sonore (questo potrebbe essere, potenzialmente, il peggior trailer mai scritto. Me ne faccio un vanto).

Illusoriamente vostro,

Krapp@walwian.com

Edit: Qui la prima parte, qui l’ultima.

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Author: Matteo

Matteo è nato nel 1983 a Roma, città che odia, ricambiato, e in cui continua a vivere. Poliedrico, si appassiona a tutto ciò che è insolito, salvo poi pentirsi e passare ad altro. Molto educato e composto, ha smesso di fumare poco prima dell'apertura di Walwian, azzerando ogni dubbio sulla natura del di lui rapporto con i suoi lavori. Disegna, dipinge, scrive e raramente finisce ciò che inizia. Spera che "The Walwian" possa segnare un'inversione di tendenza. SCRIVIMI

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