Michael Jackson’s dead
Ieri notte Michael Jackson si è beccato l’infarto che probabilmente sarebbe dovuto arrivare a qualcun altro. Ne mangeremo la salma in un coccodrillo. Banchetteremo sui suoi resti qui, ora. Prolifereranno epitaffi come “se ne va il re del pop“.
A dispetto delle innumerovoli sconcezze e cadute di stile di cui si è macchiata nel corso degli anni, Rolling Stone Usa si è distinta, in tempi non sospetti, con questa copertina. Mentre tutti erano entusiasti, RS ci disse: che cosa sta accadendo?

Chi è morto? Michael Jackson. E chi era Michael Jackson? Fondamentalmente un talentuoso, sfortunato genietto pop. Non sono righe tenere. E’ una brutta storia. E’ una grossa brutta storia. Quando è venuto fuori Michael Jackson, negli Stati Uniti le cose giravano molto male. Il liberismo garrulo e feroce di Ronald Reagan stava affossando ciò che rimaneva del sogno americano. La Guerra in Vietnam era conclusa, e la sua fine non segnò la salvezza di nessuno, se non un processo di rimozione collettiva dei temi dell’impegno politico e della consapevolezza civile. L’assassinio di John Lennon fece quello che non poterono fare gli omicidi dei Kennedy, di King o di Guevara. La gente disse:”The Dream is Over“. Cominciò a piovere merda. La novità fu che nessuno aveva più la forza di aprire l’ombrello.
Molto probabilmente la biografia di Michael Jackson trova un punto di rottura nelle squallide storie d’una iniziazione sessuale forzata dalla mano paterna. Si mormora che abbia ereditato da Howard Hughes il terrore per i batteri e l’ossessione per Las Vegas o gli Emirati Arabi, luoghi con l’aria del deserto, secca ed asciutta, dunque, massimamente asettica. Hughes, il genio dell’aeronautica, miliardario, si usa ricordarlo così, malato di mente, sviluppò negli anni numerose fobie, tra cui quella per il contatto fisico con gli altri esseri umani, percepiti come luridi portatori di malattie. Di Hughes si diceva che vivesse recluso in una suite di Las Vegas, mangiando solo snack e gelati preconfezionati, che si sottoponesse a continue trasfusioni di sangue mormone, ritenuto privo di germi. Sono tecnomiti, leggende, immondizia. Nulla di più facile che sia tutto vero.
Quel che è sotto gli occhi di tutti, è che MJ (le lettere fatate degli anni 80, Michael Jordan, Magic Johnson) sbiancò il proprio colorito nel disperato tentativo di diventare altro. E’ impossibile sondare, credo, i motivi psicanalitici di un gesto così radicale, ma è sempre abbastanza ripugnante cancellare le proprie origini in modo così tecnocratico, per scopi di certo alquanto confusi.
/ WE ARE THE WOR(L)D / Fw >>
Michael Jackson era un ballerino fenomenale e un transfugo del funky e della black culture. Ne trafugò le gemme più preziose per clonarle e venderle su scala industriale. Fu leggendaria la sua reclusione a Neverland, un enorme parco giochi personale, dove qualcosa di poco chiaro accadde, segnando per sempre la fama stralunata del Re. Questi americani famosi hanno il piacere di rinchiudersi in enormi magioni, e la maggior parte delle volte non ne escono bene, da queste realtà parallele (il lettore più avveduto potrebbe sottolineare che il già citato Lennon campava in appartamento, e non è che se la sia passata liscia.)
Realtà parallele e onanistiche, spesso accerchiate da orde di fan provenienti dai quattro angoli del Regno, ora sotto l’illuminata guida di Re Obama I. Fu Camelot con John Kennedy, è stato il Regno Oscuro con Dick Nixon, è stato lo sprofondo con Re Giorgio Cespuglio II. Un altro celebre recluso, un altro celebre ladro, fu quell’Elvis che tutto imparò dai neri, diventando simbolo del renaissance consumistico americano, incidentalmente anch’egli di passaggio, definitivo, a Las Vegas.

Elvis obeso di biscotti fritti spalmati al burro di arachidi che annichilisce a Graceland, Michael J che si droga di giochi infantili nella sua Neverland. Memorie dall’impero in disfacimento. Elvis, il Grande Traditore del Rock & Roll, ridotto a soubrette di casino, presto il volto all’esercito americano. In sua assenza, i Beatles diedero fuoco alle polveri (di che? di tutto. C’erano i fluidi, in giro). Tornò giusto in tempo per finire di farsi odiare, stringendo la mano a Nixon. Nella sua uniforme di paillettes e lustrini, come in una rutilante caricatura di un dittatore sud americano (nel futuro, ognuno avrà una repubblica delle banane per 15 giorni), Jacko il rinnegato non si fece mancare una comparsata accanto a Ronald Reagan. Dylan decideva di servire Dio e i Clash si scioglievano. Erano tempi difficili.
Questa è una storia di cose che prendono una brutta piega, di gente che ingrassa o che si scolorisce chimicamente la pelle, di giullari di corte e di intrattenitori circensi incapaci di guardare cosa accada dalla loro suite. Sono storie amerikane al 100%, con cast a cinque stelle. L’immagini più avvilenti della storia della pop culture sono quelle delle fan-casalinghe obese sulle sedie a sdraio davanti a una deserta Graceland, e i cartelli dei monelli anni 80 con le scritte “King of Pop”, durante i tour sud americani di Jackson. E’ un’opinione radicale, generata dalla credenza che i Re del Pop sia Paul McCartney.
Macca, l’odiatissimo, freddo, calcolatore (e probabilmente morto!) Macca, che vuol girare la firma nei pezzi dei Beatles (da Lennon-McCartney a McCartney-Lennon, un rondò che rimmarrà impunito) e ne vende i diritti a un parvenu, figlio di una America che stava seppellendo morti e coscenza, sicura di non volerne più sentir parlare.

Sono storie brutte, finite male, in modo triste e tragico, che raccontano di consumismi sentimentali, masturbazioni esistenziali, autocannibalismo e qualsiasi altra psicosi possa colpire un essere umano che diventa prodotto di intrattenimento.
Luca


One Comment
[...] Dunque, quando il mio amico inserì nel lettore il suo Thriller del defuntissimo Michael Jackson (com’è piccolo il mondo…), e dalle casse uscì qualcosa di incredibilmente silenziato, me la cavai con un bella [...]
I sommersi & i supportati « The Walwian
7/8/2009
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